Abstract

Giulio Calò Carducci, Doppio scacco, Besa Editrice: Lecce, 2012; 176 pp.; 9788849708066, €16,00 (brossura)
Recensione di:
Vitilio Masiello, Università di Bari, Italia
Doppio scacco è un romanzo originale, che ambisce ad aprire un nuovo filone di giallo all’italiana: il “naval thriller”. Ne è autore un barese, Giulio Calò Carducci, rappresentante di questa fortunata stagione della narrativa pugliese. Ma il libro è in effetti altro: non propriamente una detective story, ma un Bildungsroman – un romanzo di formazione –, un romanzo d’amore e d’avventura, e insieme una testimonianza autentica della vita a bordo di una nave mercantile alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso. Al thriller è sottesa infatti una forte componente autobiografica, svolta in una struttura narrativa a più piani, articolata e complessa, efficace nei risultati.
Protagonista e voce narrante è Giacomo (alter ego dell’autore), un ragazzo di vent’anni carico di sogni e di illusioni che si imbarca come terzo ufficiale su una nave battente bandiera ombra, con la prospettiva di una doppia iniziazione: all’amore e alla vita sul mare.
Sin dall’inizio però, la vita a bordo si rivela essere tutt’altra cosa rispetto a quella sulla terraferma. Due mondi, due condizioni dell’essere e del vivere si fronteggiano nella forma di una relazione dialettica e antagonistica. “La scala” – la scala che porta dal molo al ponte della nave, si dice nell’incipit del romanzo – “è l’angoscia e la salvezza. Salirla vuole dire staccarsi dalla terraferma, da tutti i grovigli. Nessuno può più raggiungerti; mollati gli ormeggi, tutto si allontana, diventa remoto.” Perfino il lessico (del primo capitolo) – e/o lingua dei segni – con cui si avvia la navigazione, estraneo, settoriale, criptico, incomprensibile in sé e per sé, è espressione e simbolo dell’alterità e del distacco dalla terraferma.
Ma c’è di più. Giorno dopo giorno Giacomo scopre che sulla nave accade qualcosa di strano e segreto. Ed è qui che il plot evolve spiccatamente in thriller e, conseguentemente, si verifica la metamorfosi del protagonista, che dopo la scoperta di un delitto si trasforma in inquisitore, investigatore, detective.
Questo tuttavia non penalizza la componente autobiografica. La terra viene evocata nel flash back della memoria (l’incontro con Maria, l’innamoramento), o vissuta nelle brucianti esperienze di brevi sbarchi. È la Bari di un Natale lontano, il ritorno a casa di chi si sente ormai estraneo e diverso tra le vie e i luoghi consueti, dove la vita sembra essersi fermata negli immutabili riti sociali di sempre: le comitive, il parlare di calcio e di ragazze all’Ormada. È la montagna di una vacanza invernale che si trasforma nello scenario di un profondo disincanto, nella delusione di un amore tradito; è la Paris-Brest di una cena deliziosa, nella trappola dorata di un ristorante d’atmosfera; è la Parigi intrigante di un capodanno a Montmartre; è l’esperienza conoscitiva di una meta lontana e favolosa, come negli anni Cinquanta lo era l’America, tra sconfinate dimensioni e violenza razzista; è la sicurezza del sentire la terra sotto i piedi, dopo il rischio di un naufragio.
Di contro, il fascino e insieme l’angoscia della vita da marinaio, la guardia notturna sul ponte, il silenzio di chi è solo, in plancia, fra il cielo tempestato di stelle e la distesa oscura del mare; otto passi avanti e otto indietro per lunghe interminabili ore, rivolte ineluttabilmente all’ossessione dei ricordi, ai fantasmi dell’inconscio. Un animato microcosmo di personaggi si aggira sulla nave: il mozzo calabrese dalla bellezza divina – destinato a suscitare amori tenerissimi o brutalmente violenti –, marinai equivoci in odore di mafia, un nobile decaduto semialcolizzato, il comandante dal passato periglioso e innamorato di una escort, il radiotelegrafista comunista amico di Giacomo, il primo ufficiale figlio di un repubblichino di Salò.
Né mancano in questo romanzo, leggibile a più livelli (dal giallo al romanzesco, al simbolico), veri e propri topoi dei racconti di navigazione, come la rissa nella taverna di un angiporto, o la narrazione di un uragano, di una burrascosa traversata che si conclude tra le nebbie del canale della Manica, in un’atmosfera di irreale sospensione (“si naviga in una lattiginosa bambagia”).
Ma è meglio non svelare di più dell’intrigante meccanismo “giallo” di questo romanzo sul viaggio in mare, inteso come forma di una condizione dell’essere che archetipicamente si configura come libertà e prigione a un tempo, come esperienza del mondo e di sé nel mondo.
