Abstract

Daniele Morante (a cura di e con la collaborazione di Giuliana Zagra), L’amata. Lettere di e a Elsa Morante, Einaudi: Torino, 2012; 690 pp.: 9788806210946, €30,00
Recensione di: Caterina Sansoni, Université de Strasbourg, Francia
L’epistolario di Elsa Morante è di indubbio valore filologico, letterario e biografico, benché si tratti di una scelta operata dal nipote della scrittrice, Daniele, erede del fondo assieme a Carlo Cecchi, e nonostante l’inevitabile provvisorietà del lavoro di ricerca dei mittenti o dei destinatari. Anche così, tuttavia, è sicuro il suo interesse per allargare il perimetro degli studi intorno alla scrittrice.
La costituzione dell’archivio ha richiesto oltre due anni di lavoro. Nell’“Introduzione” sono da apprezzare l’accurata descrizione di tale processo, l’onestà degli intenti (tra cui la volontà di stralciare la corrispondenza familiare e quella di interesse esplicitamente letterario-editoriale) e il riconoscimento dei limiti e delle precauzioni da seguire nell’adottare una giusta chiave di lettura. Costituire un epistolario rimane comunque un lavoro non facile, che prescinde da volontà autoriali e può assumere significati diversi a seconda delle lettere pubblicate, del loro ordine e delle ipotesi formulate sulle inevitabili lacune.
Le lettere presentate sono divise in quattro capitoli, corrispondenti ad altrettante fasi della vita di Morante: ne risulta agevolata la consultazione dell’opera e ne traggono vantaggio la coerenza e il senso all’epistolario stesso. Già il titolo dell’ opera ci dà l’idea di quale sia stato lo scopo di Daniele Morante: evidenziare la centralità della figura della scrittrice nella vita di molte persone, mettere in risalto come, dagli anni Trenta, gli anni della giovinezza e della difficile quotidianità, fino agli anni Ottanta, che segnano il suo tramonto, Elsa Morante non abbia mai smesso di connettersi con il mondo circostante, sia privato sia letterario, rispondendo alle sollecitazioni esterne in maniera sempre diversa, ma non per questo perdendo la sua autenticità vitalistica.
Il primo capitolo, che raggruppa le lettere del periodo 1930–1940, mostra una Morante alle prese con i primi tentativi da scrittrice e con una strenua volontà di “non abbandonare il campo di lotta”, ovvero Roma. Due i carteggi significativi: quello con Luisa Fantini, disegnatrice toscana e amica del cuore dell’epoca, e quello con l’amante la cui identità resterà sempre sconosciuta, RTM. Molto più ricco di spunti di riflessione è il secondo capitolo (1941–1957), che oltre a contenere la corrispondenza dei lettori in coincidenza con l’uscita di Menzogna e sortilegio e de L’Isola di Arturo, presenta carteggi di carattere rilevante, come quelli con Alberto Moravia, Giacomo Debenedetti, Natalia Ginzburg, Italo Calvino. Soprattutto con quest’ultimo e con il critico Debenedetti, Morante si apre a riflessioni sui suoi testi. Il terzo capitolo (1958–1974) comprende le lettere che caratterizzano il periodo più complesso della vita della scrittrice: l’amore e la perdita del giovane pittore Bill Morrow, la redazione de Il mondo salvato dai ragazzini e de La Storia, l’amicizia con Pier Paolo Pasolini e l’espansione delle sue frequentazioni verso arti diverse dalla letteratura: la musica, il teatro, il cinema. Inizia anche il carteggio con il giovane Goffredo Fofi, con il quale la scrittrice si confronta su tematiche politiche e sociali e al quale confida la rilettura dei suoi “autori anarchici” e propone modelli di rivoluzione alternativa (come la diffusione gratuita dei suoi libri, messa realmente in atto nei confronti di numerosi “ragazzini”). L’ultimo capitolo copre la corrispondenza morantiana fino alla morte, ma, come c’era da aspettarsi, non presenta la stessa ricchezza di contenuti dei capitoli precendenti: la malattia e soprattutto il nuovo atteggiamento relazionale della scrittrice, improntato alla schiettezza caustica, diradano le occasioni epistolari. Rimane il sempre considerevole impatto della sua opera sui lettori: diverse le lettere di chi ha amato Aracoeli, l’ultimo romanzo, pubblicato nel 1982.
La mole dei documenti ritrovati, della corrispondenza inviata e ricevuta è indubbiamente di diversa natura; sembra opportuno sottolineare il pericolo di scivolare in una sorta di voyeurismo, alimentando la morbosa fiamma della curiosità biografica che non dovrebbe intaccare mai, se non in circostanze ben determinate, gli intenti di ricerca letteraria e il lavoro di critica delle opere morantiane. Per questo motivo, i carteggi con Alberto Moravia, con RTM o con Luchino Visconti, non rappresentano documenti rilevanti per quanto riguarda il valore scientifico che un epistolario può e deve assumere. Qua e là, invece, è possibile reperire autentiche perle quanto alla poetica e alla scrittura morantiana, svelate dalla stessa autrice oppure a essa rivelate dai suoi corrispondenti, tra i quali i più acuti osservatori sono Umberto Saba, Italo Calvino, Anna Maria Ortese. Curioso ritrovamento costituisce una singolare lettera di Vittorio Gassman, che propone a Morante di mettere in scena La serata a Colono, unica sua opera teatrale, che alla fine è stata rappresentata per la prima volta solo nel 2013, con la regia di Mario Martone, la partecipazione di Carlo Cecchi e le musiche di Nicola Piovani.
Un’annotazione conclusiva consiste nel rilevamento di una costante che caratterizza tutto l’arco di tempo coperto dalla corrispondenza morantiana, ovvero quasi una cinquantina d’anni. Alla base di questo edificio epistolare, infatti, vi è una granitica e indistruttibile idiosincrasia da parte di Morante verso la corrispondenza, che la pone in una sorta di disagio paradossale. Non è raro leggere nell’incipit delle sue lettere frasi come: “Scrivere lettere per me è un’impresa quasi impossibile” (531) oppure “la solita mia allergia per la corrispondenza” (438). Dietro a queste dichiarazioni si può celare uno spirito di captatio benevolentiae, una forma di modestia o un vero sforzo nel mettere per iscritto pensieri in prima persona. Di certo, talvolta è avvertibile l’attrito tra la riservatezza dell’autrice e l’irreversibilità della scrittura epistolare.
