Abstract

Giovanna Scianatico, La questione neoclassica, Marsilio: Venezia, 2010; 159 pp.: 9788831706964, €16,00
Recensione di: Renata Cotrone, Università di Bari, Italia
La tesi di fondo che sostiene l'intero volume consiste in una motivata e penetrante revisione-reinterpretazione delle categorie critiche finora adibite a definire il concetto di neoclassico. Infatti, a parte alcuni significativi affondi analitici condotti dal Fubini, il quale individua una linea di consequenzialità fra la prosa filosofica di inizio secolo (Vico, Muratori) e il pensiero illuministico, la produzione artistico-letteraria del Settecento è stata spesso considerata nell'ottica di un sostanziale bifrontismo o temporale polarizzazione: da un lato la misura stilizzata dell’Arcadia con le sue prescrizioni di ritualità e decoro formale – fatte salve alcune posizioni di più salda consapevolezza etico-concettuale –, e dall'altro, a partire dalla seconda metà del secolo, la dismisura di una ratio inquieta, che in campo sia filosofico sia artistico conferisce diritto di cittadinanza alla mobilità del gusto e alle dinamiche dell’interiorità soggettiva.
Una tale cesura, come fa notare la stessa autrice, non favorisce l'organica comprensione di un movimento stratificato e complesso, la cui matrice unitaria è certo identificabile nel nuovo sguardo rivolto all'antico, ma che di fatto si alimenta di percorsi e stimoli culturali diversi, di vettori di pensiero articolati e a volte confliggenti, ma animati da un'identica tensione etica e sperimentativa.
Si pensi, spostandoci in ambito europeo, al progetto di rifondazione del classico così come veniva prospettato da autori quali Pope, Shaftesbury, Addison o Burlington, costantemente riferito a un suggestivo intreccio di natura e ragione, funzione e socialità, che incontrerà poi la sua massima espressione teorica e programmatica negli scritti del Winckelmann; o ancora si ricordi l'insistita attenzione, da parte di autorevoli esponenti della cultura elvetica (Haller e Gessner, in particolare), a una realtà di natura incontaminata e primigenia, la cui straordinaria bellezza fa da ineludibile controcanto all'austera semplicità e agli incorrotti costumi dei suoi abitanti.
Tale suggestivo paesaggismo, che riceve alimento e sostegno dalla sensibilità del viaggiatore – o del fruitore –, costituirà un indiscusso archetipo per la produzione lirica o in prosa di molti scrittori italiani (Bertola, Pindemonte, Cassoli, tanto per menzionare i nomi più noti), risultando al contempo un indicatore rilevante di una classicità intesa, in sintonia con l'antica polis, come spazio superstite di virtù e di libertà, come argine e barriera contro l’insana varietas del mondo contemporaneo.
Insomma, una visione semplificata di una così ricca messe di percorsi e di saperi, oltre che fornire una lettura teoricamente debole della produzione letteraria di fine secolo, genericamente ascritta all'ambigua categoria del preromantico, correrebbe il rischio di sottovalutare il “nesso identitario fra Lumi e neoclassico” che è la marca genetica dell'intero movimento, col risultato di misconoscerne l'aspetto cosmopolita e interculturale.
Il volume di Giovanna Scianatico ha il merito di individuare matrici unitarie per “umori” diversificati e complessi, offrendo un tracciato analitico che nel rispetto della specificità o individuatezza delle questioni come dei singoli percorsi intellettuali getta un fascio di luce nuova sul variegato intreccio di temi e orizzonti concettuali fin qui accennati. Ne emerge, e in maniera molto convincente, la proposta di una “nuova periodizzazione storico-letteraria, che nel segno del neoclassico si stenda senza fratture, in Italia come nel resto d'Europa, a coprire il XVIII secolo” (20–21) dalle fondazioni arcadico-graviniane agli anni venti dell'Ottocento.
Di fatto, in tale quadro interpretativo, il nome di Gravina, per l'eccezionalità e incidenza del suo impegno teorico, proclive a valorizzare il significato ideologico e civile del classicismo, ben si presta a essere considerato come antesignano e catalizzatore di questa vasta koinè culturale. E qui la studiosa, a ragion veduta, utilizza il problematico e presunto antipetrarchismo dell'autore calabrese per offrire una verifica in re della qualità inedita e dell'effettivo potenziale di rottura del suo programma classicistico. Infatti, è proprio la reimpostazione del concetto di regola in quanto funzione dei tempi, così come tematizzato nella Ragion poetica, ad autorizzare una lettura non falsata del modello petrarchesco, che acquista effettiva rilevanza se considerato nella sua autonoma significatività di archetipo immaginativo e non nella sua valenza meramente prescrittiva: ne consegue, come corollario evidente, che i veri detrattori del grande lirico trecentesco sono gli imitatori à la Crescimbeni, che dei Rerum vulgarium fragmenta restituiscono un'immagine estenuata ed esangue.
Alla luce di questa impostazione analitica, e con medesimo rigore interpretativo, l'autrice, dopo i capitoli iniziali teoricamente “fondativi” (alcuni dei quali inediti e di proficuo approfondimento rispetto alla precedente edizione Marzorati), procede con la sua originale riconsiderazione dei percorsi e delle opzioni estetico-esistenziali dei singoli autori: a partire dalla forza modellatrice di Parini e Alfieri, acuti interpreti del binomio settecentesco grazia/sublime, per poi passare alle testimonianze costruttive e insieme inquiete di Verri e Milizia, e procedere ancora con una pregevole messa a tema del cospicuo contributo – spesso nutrito di fermenti massonici – riveniente dalla cultura partenopea (Pagano, Jerocades, Serio), senza peraltro trascurare l'apporto decisivo e fondamentale di figure emblematiche per lo sviluppo del neoclassico (di necessità qui menzionate solo in forma elencatoria: Bertola, Pindemonte, Cesarotti, Paradisi, Rezzonico, Cassoli, Fantoni, Monti). L'ampia ricognizione si conclude con le pagine dedicate al classicismo primitivistico e non canonizzato del Foscolo e al progetto estetico, saldamente legato alle fondazioni illuministiche, di Cicognara e Giordani.
Si tratta, com’è evidente, di un articolato quadro prospettico, la cui ricchezza analitica e interpretativa è difficilmente sintetizzabile (valga, come esempio, la lucida proposta ricostruttiva di forme e funzioni dell'idillio europeo, con particolare riferimento alla teoria schilleriana, presente nella sezione dedicata al Bertola). È il caso di osservare che, nell'ottica del più rigoroso esercizio critico, il volume della Scianatico, più che rispondere alla logica della sistemazione, si propone l'obiettivo di aprire il campo di indagine a ulteriori interrogativi e inediti vettori di ricerca, per una materia di studio quale la cultura settecentesca che per certi aspetti risulta ancora inanalizzata e dunque suscettibile di nuova attenzione.
