Abstract
Pur essendo stata breve e marginale rispetto alle altre esperienze coloniali, la Concessione italiana di Tientsin (1901–1947), unica esperienza di colonizzazione italiana in Asia, è interessante per le particolari dinamiche di decostruzione e ricostruzione dell’identità nazionale di cui è stata portatrice. Attraverso lo studio delle rappresentazioni letterarie e culturali di cui è stata oggetto (dai romanzi tardo-futuristi del collettivo marinettiano de I Dieci fino al fumetto Shanghai Devil di Gianfranco Manfredi, passando per le autobiografie degli ufficiali e per i testi degli esploratori, senza dimenticare di motivare “l’assenza” della Concessione italiana di Tientsin negli scritti sulla Cina degli scrittori degli anni Sessanta), la concessione cinese può, infatti, rappresentare una sorta di “laboratorio del colonialismo”, dove più evidenti sono le contraddizioni e i conflitti della presunta omogeneità nazionale. Nell’articolo, attraverso un’analisi diacronica e grazie all’apporto delle teorie postcoloniali e degli studi sulla razza, si passano in rassegna non solo i testi letterari su Tientsin, ma anche le dinamiche orientaliste e le rappresentazioni della razza e dell’identità italiana che essi mettono in gioco.
Introduzione: Un desiderio orientalista
È il 7 agosto 1901 quando una concessione nei pressi di Tientsin è ceduta ufficialmente all’Italia dall’imperatore cinese. Il 7 giugno dell’anno successivo la concessione è amministrata direttamente dalla diplomazia italiana, divenendo, di fatto, un territorio italiano oltre i confini nazionali, alla stregua, al tempo, della colonia eritrea e di quella somala (Bertinelli, 1983). Il territorio della concessione raddoppia improvvisamente nel 1919 quando, in seguito agli eventi della Prima Guerra Mondiale, l’Italia acquista anche la concessione austroungarica adiacente (Borgnino, 1936). Nel periodo di massimo splendore, verso il 1935, la concessione contava 6261 abitanti, così divisi: 5000 cinesi, poco più di un centinaio di funzionari italiani (equamente distribuiti fra militari e corpo diplomatico), un centinaio di commercianti e più di 500 cittadini stranieri, in prevalenza provenienti dall’Europa (Marinelli, 2007). Si tratta dunque di cifre relativamente trascurabili, che certo non possono costituire un “esodo” demografico o la creazione di una comunità diasporica come accaduto in altri possedimenti d’oltremare, né rappresentano un dato d’interesse rilevante o quotidiano per la stampa interna, anche se non furono rari, soprattutto all’inizio e in seguito durante il fascismo, gli articoli e i riferimenti agli “italiani di Cina” (Cardano e Porzio, 2004).
Eppure, le vicende di Tientsin assumono una valenza importante se analizzate attraverso gli effetti del consolidamento e delle modifiche che apportarono, all’epoca e non solo, nell’immaginario orientale italiano. Le fotografie, oggi piuttosto note, di Galeazzo Ciano con un’automobile nuova fiammante che percorre i pochi chilometri della concessione, avanti e indietro, quasi a marchiare, novello esploratore, il terreno della propria “conquista”, rappresentano molto più che una semplice e un poco ridicola esternazione del potere: il percorso quasi prepotente che l’esponente del regime effettua sul suolo cinese sta a indicare un obiettivo finalmente raggiunto; l’Italia torna in Cina, proseguendo il cammino di Marco Polo e ricongiungendosi idealmente con il genio italico del passato, allo stesso modo della colonia libica che riprendeva le antiche terre dell’Impero romano (la Libia romana indicava in un certo senso l’ineluttabilità della colonizzazione nel Mediterraneo) e delle colonie nell’Africa orientale, che riprendevano i viaggi degli esploratori che quelle terre avevano “scoperto” e dunque “conquistato”, “vendicando” in tal modo gli italiani morti durante i viaggi di esplorazione, come se il loro corpo, al pari di quello di un militare, appartenesse allo stato e imponesse un risarcimento.
D’altra parte, il fascismo non faceva altro che ripercorrere una strada già tracciata dall’Italia Regia: Giolitti aveva provato già a fine Ottocento ad ottenere concessioni in Asia (Marinelli, 2007) e in generale si registra come il percorso culturale che portava nell’immaginario nazionale un nuovo interesse per l’oriente (che da affascinante diveniva “ineluttabile” per le sorti italiane) ripercorra le stesse tappe riscontrate durante l’acquisizione delle colonie africane o balcaniche. Già nella seconda metà dell’Ottocento, l’Italia all’alba della sua unità guardava con un occhio di riguardo a un allargamento a Est, cercando dall’altra parte dell’Adriatico un ideale proseguimento delle proprie coste verso oriente e nell’Istria jugoslava il giusto completamento dell’unità nazionale. Dalla seconda metà dell’Ottocento fino al 1940, allo stesso modo di quanto era accaduto con gli esploratori italiani in Africa o in Albania, una serie di “missioni” italiane vengono effettuate in Cina, con lo scopo di conoscere territorio, popolazione, economia e cultura locali. Rimane che, proprio come accadde per gli esploratori italiani in Africa, riprendendo quanto detto da Spence, dal 1880 sino al 1940, anche tutte le relazioni antropologiche, italiane o austriache, abbiano presentato una stessa immagine della Cina (Spence, 1994).
È interessante notare come l’acquisizione della concessione fu preceduta, proprio come nel caso dei paesi del corno d’Africa o della Libia, dalla costruzione di una serie di elementi culturali volti a preparare l’opinione pubblica all’impresa: innanzitutto, la costituzione di un ente apparentemente neutrale (la Società geografica italiana e i vari istituti commerciali per quanto riguarda l’Africa, l’Istituto per l’Europa Orientale nel caso albanese, l’Istituto italiano per il Medio ed Estremo Oriente per la Cina); in un secondo momento la pubblicazione pressoché costante di opere a prima vista scientifiche e oggettive (è il caso delle relazioni degli esploratori, dei missionari o dei diplomatici) che prendono in considerazione di volta in volta un aspetto specifico del territorio in questione, proprio per “portarlo” dal punto di vista culturale in Italia. Le vicende della ribellione dei Boxer, pur non occupando nell’immaginario della borghesia italiana il ruolo dell’Africa e delle colonie d’oltremare, iniziano ad essere pubblicate e lette in giornali di grande diffusione come L’Illustrazione Italiana e La Domenica del Corriere.
Prendiamo ad esempio un riferimento di uno dei maggiori “esperti” sulla Cina, il diplomatico e orientalista Ludovico Nocentini, che nella prefazione al suo L’Europa nell’Estremo oriente e gli interessi italiani in Cina afferma di voler: Dare un sunto generale e sommario delle relazioni che sono corse dai tempi antichi ai moderni fra l’Occidente e l’Asia per metter il lettore in grado di apprezzare al giusto valore gli avvenimenti che si svolgono nell’estremo Oriente, richiamando con particolare cura l’attenzione sulla Cina, il solo paese che si ostina tuttora a tenersi saldo alle secolari istituzioni, mentre i popoli che lo circondano per impulso spontaneo o per imposizioni altrui sono sulla via di radicali riforme o già le hanno compiute per godere i vantaggi morali e materiali che la civiltà dell’Occidente promette. (Nocentini, 1904: 5)
Dunque, non solo in Cina, sia prima sia durante la concessione, gli italiani erano molto pochi, ma anche i rapporti commerciali erano difficoltosi. Eppure, quando si parla di immaginario “esotico” di fine Ottocento e inizio Novecento, tipico dell’era dell’imperialismo, non bisogna dimenticare che, oltre alle avventure coloniali in Africa, anche la visione della Cina contribuì ad alimentare una vasta produzione di rappresentazioni rimaste inalterate nel tempo. Pur trattandosi di una parentesi secondaria e marginale rispetto alle altre imprese, lo sforzo italiano di acquisire un territorio in Cina nel tentativo di conquistare un proprio spazio nello “scramble for China” (in ritardo esattamente come accadde per lo “scramble for Africa”) presenta molti punti in comune con quanto accaduto in terra africana. Innanzitutto, è da valutare l’impatto politico-militare: l’esercito italiano era stato il primo a cadere per mano di un’armata africana nella battaglia di Adua del 1896, così come, nel 1899, il governo, impersonato dal plenipotenziario in loco Salvago Raggi, fu il primo e l’unico a non ottenere dal governo mancese alcuna concessione. L’Italia dovette aspettare un problema interno della Cina (la ribellione dei Boxer contro il potere locale), per promettere aiuti militari al governo centrale in cambio della Concessione di Tientsin. Non si tratta quindi di un’impresa militare, ma di un accordo diplomatico che comportava un profitto scaturito da eventi indipendenti (Trafeli, 2012).
In secondo luogo, rispetto all’avventura africana, sono simili le modalità di rappresentazione dell’altro: se nel primo caso i testi degli esploratori facevano riferimento alla natura selvaggia degli indigeni e alla loro presunta “primitività” (Comberiati, 2013a), nel caso cinese la densità demografica del paese asiatico provocò una sorta di timore semi-conscio di invasione, un “pericolo giallo” che veniva declinato secondo due tipologie di scrittura comuni anche alla rappresentazione dell’africano, ovvero la comprensione paternalistica e il disprezzo razzista esplicito. Nel primo caso, la grande massa popolare cinese veniva posta in contrasto all’élite politica corrotta e crudele: i poveri contadini cinesi erano mostrati come miti, inoffensivi e giusti, per quanto estremamente deboli e facili da soggiogare. Tale descrizione non era molto diversa, come vedremo nel paragrafo successivo, da quelle di alcuni scrittori italiani della seconda metà del Novecento che si recarono in viaggio nella Cina di Mao: di fondo emerge una superiorità quasi “naturale” dell’occidentale, che si mostra sempre distante dall’oggetto narrato. La seconda modalità di rappresentazione, il disprezzo nei confronti dell’altro, è la più comune e consiste nella denigrazione del popolo cinese, descritto quale furbo, scaltro e subdolo. Un esempio efficace è fornito da un testo di Cesare Lombroso contenuto in Il pericolo giallo: Io non so in quale libro abbia letto di alcuni pescatori che sbarcati su un’isola ignota, cominciavano già a piantarvi le tende e le zappe, gloriandosi dell’acquisto insperato, quando nel più bello furon gettati essi e i loro strumenti, sicché la maggior parte annegava; avevano messo i piedi su un’immensa balena addormentata che s’era svegliata ai primi armeggii praticati sul suo corpo dai poco accorti occupatori. La è una favola; ma tempo diventi una storia quando si applichi ai calcoli sbagliati delle Potenze europee sull’occupazione della China. (Lombroso, 1899: 335)
Infine, così come le colonie africane (si faccia riferimento ai tentativi di colonizzazione rurale della Libia e alla costruzione dell’italianità nell’Africa orientale), anche la concessione cinese si ergeva a piccola officina dell’identità italiana, laddove la distanza poteva portare a sperimentazioni ed estremizzazioni impensabili in patria. Alcuni aneddoti legati al popolamento della concessione ci aiutano a far luce sulle contraddizioni della nazione italiana: nel 1919 ad esempio, istriani, triestini, dalmati e trentini finiti in mano ai russi durante la prima guerra mondiale, dopo essersi dichiarati cittadini italiani e non austroungarici, furono inviati a Vladivostok attraverso la Siberia e da lì raggiunsero Tientsin. Costituirono la “Legione Redenta di Siberia”, corpo armato che si batté a fianco dei russi bianchi contro i comunisti e tenne attivo il collegamento ferroviario in Manciuria, fondamentale per l’offensiva controrivoluzionaria in Russia. Si tratta della più esplicita sezione anticomunista dell’esercito italiano, che verrà presa ad esempio dal fascismo ed elogiata da Galeazzo Ciano quando nel 1927, allora ambasciatore a Pechino, raggiunse Tientsin in viaggio di nozze con la moglie Edda.
Eppure la concessione fu anche il luogo della massima resistenza al fascismo, almeno dal punto di vista politico-parlamentare: fu infatti l’unico territorio italiano in cui il Partito Nazionale Fascista venne sconfitto alle elezioni (ed entrambe le volte, nel 1923 e nel 1924), avversato da una lista capitanata da Domenico Menotto Garibaldi, figlio di Giuseppe. Fu dal 1925 che, in primis proprio per volere di Ciano, vi fu una fascistizzazione della concessione e furono fondate alcune istituzioni presenti anche nelle colonie libiche e africane: la costituzione della Banca Romana locale (la Sino-Italian Bank); la fondazione di un ente scientifico apparentemente oggettivo teso a studiare i luoghi e le popolazioni locali proprio come accadeva in Africa e in Albania (in tal caso il già citato Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente, fondato nel 1923); la formazione della Casa degli italiani e del Battaglione italiano in Cina nel 1925; la presenza massiccia del Lloyd triestino e della Fiat, che costruì a Tientsin una galleria del vento; l’opera di evangelizzazione della chiesa cattolica, elemento imprescindibile dell’esperienza coloniale italiana e non solo (Cardano e Porzio, 2004; Giovagnoli et al., 2005).
Questa ondata di italianità in Cina, oltre ad inorgoglire i quadri alti del partito (ne è un valido esempio il breve documentario C’era una volta in Cina (1935), dell’Istituto Luce), mostrò la possibilità di “esportare” il genio italico e di colonizzare anche culturalmente gli altri paesi, come si augurava il fascismo che teneva a differenziare il colonialismo italiano (in primo luogo demografico e poi culturale, ma a suo dire non eminentemente commerciale né militare) dalle esperienze inglesi (soprattutto) e francesi. Un’enfasi di cui rimane traccia in alcuni testi letterari e non del Novecento.
Le rappresentazioni letterarie della Concessione di Tientsin: Analisi di un’assenza
Certo, come detto, l’esperienza italiana in Cina, seppur per certi versi interessante, rimane marginale nell’avventura coloniale italiana. Eppure tale marginalità non spiega l’assenza (o piuttosto la presenza rada) della tematica nei romanzi coloniali e in seguito nella narrativa e nella “non-fiction” italiana della seconda metà del Novecento, che pure della Cina si sono spesso occupati.
Per la verità, esiste una vasta bibliografia costituita da articoli giornalistici e da autobiografie e memorie di ufficiali che hanno soggiornato in Cina dal 1901 al 1945. Tale corpus può essere diviso, almeno inizialmente, fra gli scritti degli esploratori e quelli dei militari e diplomatici, mostrando differenze sostanziali fra le due sezioni. Nelle pubblicazioni degli esploratori prevalgono, com’è ovvio, i temi della “scoperta” e dell’esotismo orientalista che, come accennato, non si presentava in maniera molto diversa dai testi sull’Africa. Opere come Nel paese dei draghi e delle chimere di Eugenio Chiminelli (1903) o il più tardo Nell’estremo oriente di Luigi Barzini (1904), risultano costruiti, alla stessa maniera ad esempio dei testi di Arnaldo Cipolla o Gaetano Casati, su alcune ossessioni che il viaggio “doveva” assolutamente confermare. Si parla di scoperte e di esplorazioni, ma in realtà questi viaggiatori non cercano la novità o il cambiamento di un’idea precostituita, bensì orientano il loro percorso verso la conferma dei propri stereotipi. Se negli esploratori in Africa alcuni “leitmotiv” erano costanti (il primitivismo, l’incapacità dei locali di autogovernarsi, la presenza dei cannibali che in realtà erano molto più rari di quanto affermato), nella visione della Cina emergono continuamente la doppiezza del cinese, l’attaccamento al denaro, la ferocia nel far rispettare le regole. Si potrebbe affermare, senza il timore di essere smentiti, che nella descrizione dell’altro tali testi seguano la dinamica della “profezia che si autoadempie”, una delle maniere in cui lo stereotipo prende forma; ciò accade quando i pregiudizi sono talmente radicati in un soggetto da condizionarne l’immagine e la percezione dell’altro. Cito di seguito la definizione che ne dà l’etno-psichiatra Bruno Mazzara: Ci sono casi in cui la riproduzione degli stereotipi e in generale dei pregiudizi avviene non solo perché si tende a perpetuare un’interpretazione falsata della realtà, ma anche perché, interagendo con gli altri sulla base delle proprie aspettative, si finisce per fare in modo che essi effettivamente corrispondano a queste aspettative, realizzando dunque quello che nella letteratura psicosociale viene definito il fenomeno dell’“auto-adempimento della profezia”. Ad esempio, se ci si aspetta che una persona sia fredda e scostante oppure estroversa e amichevole, tenderemo ad assumere nell’interazione con essa un atteggiamento corrispondente, il quale potrà avere come risposta proprio quel comportamento che ci aspettavamo. (Mazzara, 1997: 103)
In effetti, l’esaltazione dell’altro rappresenta il motivo principale delle memorie dei militari, in una serie di narrazioni atte a rivalutare, proprio attraverso la stima mostrata verso il “nemico”, l’attività italiana a Tientsin. Al di là dei testi più apologetici come quello di Pistolese (Pistolese, 1935), nel corpus emerge la raccolta di lettere, curata da Nicola Labanca, di Giuseppe Messerotti Benvenuti, che per più di 15 anni visse nella Concessione italiana di Tientsin (Messerotti Benvenuti, 2000). Si tratta di lettere ad uso pubblico e privato, nelle quali – elemento che costituisce il vero interesse del libro – l’autore fa trapelare un vero e proprio progetto di fusione fra le due culture (ovviamente una fusione imprescindibile dal ruolo prioritario della cultura italiana), mostrando come l’Italia si presti più delle altre potenze europee a dominare la Cina, poiché genio italico e capacità di lavoro cinese costituiscono un binomio perfetto e difficilmente riscontrabile altrove. Si tratta, a ben vedere, di una versione leggermente più raffinata della presunta diversità del colonialismo italiano, proposta pubblicamente da Mussolini e rinforzata anche nel dopoguerra dal lavoro di alcuni storici, prima degli studi critici di Del Boca (Del Boca, 1985). Questa “naturale” affinità della stirpe italica nei confronti dell’altro orientale è menzionata anche nel testo del ministro Canevaro, che in una serie di scritti recentemente pubblicati pone l’attenzione proprio su tale aspetto, oltre ad elogiare l’organizzazione della Concessione di Tientsin, a suo dire così diversa dalle altre concessioni occidentali coeve (Borsa, 1961: 618–643).
Per quanto riguarda la narrativa di finzione, sulla storia di Tientsin si registra un’assenza nella narrativa italiana del Novecento, assenza che non può essere spiegata semplicemente con la marginalità dell’esperienza cinese. Pur avendo la Cina, come vedremo, ampio spazio nella narrativa contemporanea (soprattutto in concomitanza con la rivoluzione maoista), della concessione non vi è quasi traccia né menzione, come se il nuovo corso voluto da Mao avesse cancellato il passato imperiale e i rapporti con le diplomazie europee. Il dato è ancora più clamoroso se si pensa che invece volentieri ci si sofferma sulla ribellione dei Boxer, che certo, anche nella vulgata che ne vede un antecedente del comunismo, ebbe un impatto ben maggiore sull’immaginario contemporaneo (Bickers e Tiedemann, 2007; Cohen, 1997; Xiang, 2003), ma che risulta connessa con l’esperienza di Tientsin.
Le ragioni di tale assenza possono essere ritrovate in una generale dimenticanza (o piuttosto sommersione) delle vicende coloniali per gran parte del secondo Novecento, poiché, a parte alcuni casi sporadici, si è dovuto attendere l’arrivo degli scrittori provenienti dalle ex-colonie per riscrivere la storia di quelle aree (Lombardi-Diop e Romeo, 2012). Inoltre, il legame della concessione con la politica estera fascista non ha certo giovato ad una riscrittura che, a partire dagli anni Sessanta e dalle vicende che hanno sconvolto la Cina fino a trasformarla nel paese odierno, poteva sembrare estremamente inattuale. All’interno di tale assenza, ovviamente vi sono alcune eccezioni: la prima è costituita da un libro di Enrico Emanuelli, autore che si è occupato anche di colonie del corno d’Africa (Emanuelli, 1961), dal titolo suggestivo e poi più volte citato La Cina è vicina, che parte proprio dalla Concessione di Tientsin per fare in seguito una panoramica di quasi cinquant’anni di storia cinese (Emanuelli, 1957).
Un’altra eccezione è costituita dal romanzo del gruppo di scrittura I Dieci – un collettivo capitanato da Filippo Tommaso Marinetti ma al cui interno vi erano autori del calibro di Ferdinando Martini, Massimo Bontempelli e Luciano Zuccoli – che alla fine degli anni Venti pubblicò due testi (Il novissimo segretario Galante e Lo zar non è morto (1929)) che riscontrarono un certo successo e una certa curiosità, per poi cadere nell’oblio (Comberiati, 2012; Santos, 2008). Lo zar non è morto inizia proprio in Cina e nel romanzo vi sono diversi accenni alla Concessione di Tientsin. Ciò che rende il testo originale e ancor più interessante è il sottogenere utilizzato. Non solo romanzo d’avventura, infatti, bensì romanzo di avventura fantapolitica o fantascientifica. Un mondo del futuro in cui alcuni membri dei servizi segreti di Mussolini, grazie alle loro incredibili qualità investigative (e, beninteso, al genio italico che il Duce ha infuso nei propri sudditi) riescono a trovare un sosia dello Zar in Manciuria, a destituire il comunismo nell’Unione Sovietica e a restituire allo pseudo-Zar il proprio trono. La narrazione si snoda tra Pechino, Tientsin, Istanbul, Losanna, Parigi, Enghien, Roma e perfino nelle più segrete stanze del Vaticano. L’incipit del romanzo mostra chiaramente le modalità di rappresentazione dell’identità italiana, concepita come geniale, fantasiosa e impossibile da rinchiudere in schemi e formalità come accadeva alla cultura anglosassone (il grande nemico insieme ai russi nel libro) e a quella orientale, eccessivamente preoccupata di rispettare le regole. Nell’incerto chiarore del mattino invernale Alba Rosai guardava, appoggiata al parapetto della nave, la costa avvicinarsi: ravvolta nella sua pelliccia di castoro, la fanciulla era pronta per lo sbarco. Eppure, prima di mezzogiorno, i passeggieri non avrebbero avuto il permesso di scendere a terra; le formalità burocratiche dei funzionari della Celeste Repubblica sono lunghissime. Una vecchia zitellona australiana che girava il mondo per battere il “record” delle traversate, le si accostò per ripeterle una frase che era divenuta una specie di leitmotiv quotidiano durante il viaggio. “Ma perché non gli avete mandato almeno un radio affinché potesse venire a prendervi all’arrivo?” Alba scosse il capo di fronte a quella ostinazione anglosassone e rispose, col tono di chi ha già dato mille volte la stessa spiegazione e la ripete per puro debito di cortesia: “Perché noi italiani amiamo fare delle sorprese. Io ho voluto fargli questa: venirlo a trovare a Chin-Wang-Tao”. (I Dieci et al., 1929: 9)
Una storia, quella di Tientsin, che non è accennata nemmeno negli scrittori migranti di origine cinese – penso, ad esempio, a Bamboo Hirst, che pure ha una carriera diplomatica alle spalle, dunque presumibilmente conosce bene l’accaduto, o a Chen Xi, Weng Wulian, Deng Yuehua, Sun Wenlong, Zhu Qifeng, Jing Jing –, che portano nelle proprie opere altri percorsi personali e altri ostacoli da superare, quali la diffidenza nei confronti della loro cultura, come si vede frutto anche di una visione orientalista radicata fin dalla fine dell’Ottocento.
L’opera fumettistica Shanghai Devil
Un’opera che rappresenta una vera e propria eccezione in tale panorama è il fumetto Shanghai Devil, ideato dallo sceneggiatore e scrittore Gianfranco Manfredi (2011–2013). Il testo in realtà non affronta direttamente la storia della Concessione di Tientsin, poiché l’azione si svolge principalmente a Shanghai negli anni immediatamente precedenti l’acquisizione, ma una presenza italiana più costante in loco è spesso ipotizzata, quasi a prevedere gli eventi del 1901. Inoltre, la trama si sofferma sulla ribellione dei Boxer, come si è già detto, alla base degli aiuti stranieri all’impero cinese e delle successive concessioni territoriali ottenute; al tempo stesso, sullo sfondo delle vicende narrate, una grande importanza è assunta dai conflitti fra la cultura orientale e la cultura occidentale, e in particolar modo fra la religione cristiana e quelle locali. I personaggi principali – fra cui alcuni personaggi storici come l’imperatore bambino Kuang Su, facilmente malleabile dalle potenze straniere; Suxi, la concubina dell’imperatore Xianfeng, vera “deus ex machina” dell’ascesa al trono di Kuang Su; il diplomatico inglese Claude Maxwell MacDonald, il cui ruolo di mediatore si rivelò decisivo per la nascita delle concessioni – creano il contesto di spionaggio, disgregazione dell’impero e “invasione”, anche culturale, del mondo occidentale in oriente che contribuisce ad accelerare il processo di semi-colonizzazione delle concessioni.
Infine, per quanto riguarda il protagonista, è indicativo che l’autore abbia scelto Ugo Pastore, un personaggio già presente nel suo lavoro precedente, Volto nascosto (Manfredi, 2007–2008), ambientato nella colonia italiana in Eritrea (Cavalleris, 2010; Comberiati, 2013b). La sua rappresentazione ci aiuta a definire il concetto di identità italiana e mostra come alcuni luoghi comuni sulla costruzione della razza e dell’italianità non siano ancora stati superati. Se in Volto nascosto Ugo Pastore utilizzava solo alla fine la maschera che lo avrebbe reso celebre, che prima era usata sia dal guerriero originale (quindi il “vero” volto nascosto) sia dal suo malvagio antagonista, in Shanghai Devil egli ne è il solo possessore, dunque la maschera perde la polisemia che aveva acquisito nel lavoro precedente. In Volto nascosto, Pastore era descritto come un personaggio positivo, ma portava in sé, suo malgrado, alcune ambiguità e contraddizioni: in un suo viaggio a Roma narrato nel secondo episodio Briganti, ad esempio, egli ha un duro confronto con il brigante meridionale Verruca. Personaggio decisivo, Verruca, a partire dal nome (che indica il contatto, anzi il contagio, attraverso l’epidermide), che rimette in discussione la bianchezza di Ugo, che in Eritrea è rappresentante di una razza che si vuole univoca, ma che tornato in patria comprende come in realtà la stessa costruzione della razza “italiana” sia ancora in divenire. Il suo soggiorno in Eritrea è funzionale al suo ritorno a Roma: egli deve difendere la propria “bianchezza” in entrambi i luoghi, escludendo immediatamente Verruca dalla propria costruzione razziale poiché non-bianco. In effetti, Pastore è ricco, colto, borghese, di buona famiglia: in lui si riassumono alcune caratteristiche di una precisa idea di “italianità”. Caratteristiche d’altronde contraddittorie: Pastore prende posizioni anticoloniali, ma non esita a pensare di eliminare l’elemento di alterità interna (Verruca). E prende consapevolezza della pericolosità del brigante solo dopo il suo viaggio in Eritrea, in una classica costruzione per contrasto della propria identità.
Si potrebbe affermare che Shanghai Devil racchiude tutte le premesse necessarie per la nascita della Concessione di Tientsin (e il finale aperto in un certo qual modo lascia supporre tal epilogo), legandola, attraverso l’impiego di un protagonista che attraversa le vicende del corno d’Africa e quelle dell’estremo oriente, alla storia del colonialismo italiano. È inoltre il meccanismo a essere identico: orientali e africani, pur nella ragionevolezza delle loro rivendicazioni, non possono mai ribellarsi autonomamente, ma hanno sempre bisogno di un aiuto esterno (un aiuto “occidentale” che ne comprende i diritti e le rivalse) che li indirizzi e li guidi. Pur interpretata da personaggi differenti, una delle funzioni della maschera rimane uguale sia nel primo sia nel secondo fumetto: portare la giustizia, il diritto, la “civiltà”, laddove vige l’impossibilità per gli autoctoni di cambiare la situazione da soli. È una costruzione simile, a ben vedere, a quanto accadeva in altri fumetti popolari del dopoguerra, penso ad esempio a Tex o a Martin Mystère, nei quali solo il personaggio esterno (che però si mostra vicino ai nativi condividendone alcuni valori) possiede la facoltà di modificare la storia. Si ripropone in Shanghai Devil la figura del “white messiah”, ricorrente negli studi postcoloniali, che rimette in discussione le relazioni fra nativi e coloni. La lettura del film Avatar di James Cameron (2009) fatta da Elizabeth Heffelfinger e Laura Wright ci porta proprio in questa direzione (Heffelfinger e Wright, 2010): anche in Avatar i Na’vi, gli abitanti del pianeta Pandora, vengono trascinati alla rivolta dall’umano Jake Sully; cellule di ribellione esistevano in effetti anche in precedenza, ma è solo dopo l’arrivo di Sully che si fondono in un’azione unitaria ed efficace. Inoltre, lo stesso Sully, che inizialmente lavorava per il progetto RDA in vista dello sfruttamento delle risorse naturali del pianeta, è accolto come un salvatore, un “white messiah” che porterà il popolo dei Na’vi alla libertà. È quanto accade ai personaggi di Manfredi, in Volto nascosto come in Shanghai Devil: bianchi che si “nascondono” fra gli autoctoni e che, pur condividendone diversi aspetti, rimarcano una volta di più l’impossibilità del “selvaggio” di prendere il potere da solo.
Conclusione
In conclusione, possiamo affermare che le differenti produzioni che affrontano direttamente o indirettamente la Concessione italiana di Tientsin non presentano tratti radicalmente diversi da altri scritti coloniali coevi o successivi. In entrambi i casi prevale un sentimento orientalista fondamentale, difficile da estirpare anche nelle produzioni contemporanee come ben mostra il caso del fumetto Shanghai Devil, che ha caratterizzato persino le produzioni militanti degli anni Sessanta. Se l’esperienza in Cina rimane non fondamentale nella storia, non solo coloniale, italiana, le dinamiche che mette in gioco – dalla rappresentazione dell’altro orientale alla nozione stessa di “estremo oriente”, fino alla fascinazione acritica per il maoismo e alla fobia del “pericolo giallo” – sono oggi di grande interesse per comprendere pienamente la costruzione culturale dei fenomeni di razza, bianchezza e identità all’interno della nazione.
Un altro dato che emerge, in Cina come altrove nelle colonie (elemento ovviamente non esclusivo dell’imperialismo italiano), è l’ossessione di rinominare i luoghi conquistati a partire dalla lingua e dai caratteri del nuovo dominatore. Un racconto di Borges (1995) contenuto in Finzioni descrive in maniera estrema la violenza insita nel rinominare il mondo, che da semplice gioco di un gruppo d’intellettuali diventa una riappropriazione politica dei luoghi conosciuti, un cambiamento nella loro percezione e nella loro storia, di fatto una creazione ex novo dei paesi esistenti. “Già, nelle memorie, un passato fittizio occupa il luogo dell’altro, di cui nulla sapevamo con certezza … neppure se fosse falso”, scrive l’autore argentino verso la fine del racconto, e tali parole sembrano ripercorrere la costruzione italiana della Concessione di Tientsin, con vie e piazze rinominate, pagine di storia riscritte, segni grafici che, insieme alle produzioni architettoniche e in misura maggiore dei confini militari o delle carte giuridiche, cercano di ridisegnare luoghi e spazi. La fierezza con cui le scritte italiane sugli enti pubblici, privati e commerciali sono mostrate nel già citato documentario dell’Istituto Luce C’era una volta in Cina, indicano proprio la volontà di far apparire in modo diverso quello spazio. In tale ottica, oltre che in virtù delle particolari storie, anche contraddittorie, che l’hanno attraversata – dalla costituzione della “Legione Redenta di Siberia” all’opposizione al fascismo – la Concessione di Tientsin può essere vista come una particolare specula dalla quale osservare la storia italiana del Novecento e la particolare formazione dell’identità nazionale, una sorta di officina del colonialismo e dell’italianità.
Footnotes
Funding
This research received no specific grant from any funding agency in the public, commercial or not-for-profit sectors.
