Abstract

Paolo D’Angelo, Le nevrosi di Manzoni. Quando la storia uccise la poesia, il Mulino: Bologna, 2013; 214 pp.: 9788815245403, €19.00
Recensione di: Chiara Trebaiocchi, Harvard University, USA
Il libro di Paolo D’Angelo sembra nascere da una domanda che da sempre arrovella gli amanti del capolavoro manzoniano: perché Manzoni dopo aver composto uno dei più grandi romanzi della letteratura italiana ha deciso di abbandonare del tutto la via della scrittura artistica? È nota infatti la tendenza di don Lisander a non indugiare, con la sola esclusione delle tragedie, per più di una prova sullo stesso genere letterario a favore di nuove possibilità: come ben riassume D’Angelo, “una volta praticato, il genere viene archiviato, e à jamais” (77). Il rifiuto del romanzo storico si configura però come una negazione assoluta della letteratura in tutte le sue forme: in che modo Manzoni sia arrivato a questo silenzio, e se esso fosse già prevedibile e iscritto nel suo percorso biografico e letterario, è il tema centrale del volume. Questo duplice binario di ricerca si ricava anche dal plurale nevrosi scelto per il titolo; se da una parte potrebbe rimandare genericamente ai numerosi disturbi psicotici manzoniani (tra i più celebri: ipocondria, balbuzie, agorafobia, crisi di panico), dall’altra può riferirsi a una nevrosi che potremmo definire poetica e letteraria: dall’intersezione tra le due deriva la decisione di abbandonare completamente l’invenzione artistica – già mitigata nella forma del romanzo storico – a vantaggio della sola storia. Più che all’analisi delle tecniche letterarie e delle strategie messe in atto da Manzoni per bilanciare i due poli della poesia e della storia nel suo romanzo (tanto che non molte in realtà sono le citazioni da I promessi sposi), D’Angelo indaga i presupposti che hanno anticipato o che lasciavano presagire il rifiuto dei componimenti poetici, sul piano biografico e nei suoi risvolti sui numerosi scritti teorici. Nella vita e nei componimenti letterari Manzoni ha infatti bisogno di “sentire il terreno sotto i piedi”, necessita cioè di un aggancio costante con il reale, tanto da considerare la libera invenzione poetica immorale e inutile quanto dire il falso. La storia serve quindi ad ancorare alla realtà la pura creazione letteraria, temuta da Manzoni come un mare magnum senza punti di riferimento, ma finirà per sostuirsi del tutto a essa: verità e falsità si oppongono in una dialettica che ingloba il polo della fiction interamente nel falso.
Questa netta presa di posizione emerge chiaramente non solo nei suoi scritti più tardi, ma accompagna tutta la parabola letteraria di don Lisander. Possiamo soffermarci, per esempio, sul capitolo IX (“Dov’era l’arte, la storia”) dedicato in particolare al saggio Del romanzo storico; D’Angelo ricostruisce infatti la cronologia della composizione di questo testo (pubblicato nel 1850), spesso considerato come un caso tardivo di involuzione del pensiero manzoniano avvenuto a notevole distanza dalla stesura de I promessi sposi. In realtà, numerose e analoghe riflessioni sparse nelle lettere e in altri testi teorici permettono di retrodatare il primo nucleo del saggio già agli inizi degli anni 1830, non molto tempo dopo la scrittura del romanzo (e addirittura una decina di anni prima della famosa risciacquatura in Arno). Il capolavoro manzoniano costituisce quindi una breve parentesi in cui il suo autore riesce a liberarsi del fardello teorico che, come D’Angelo abilmente ricostruisce, si era venuto a delineare in numerosi interventi precedenti (basti pensare alla prefazione a Il conte di Carmagnola, alla Lettre à Monsieur Chauvet, alle molteplici testimonianze epistolari tra cui spicca la lettera a Niccolò Tommaseo del 1833 riportata a p. 128). Non appena conclusasi però l’esperienza del romanzo storico, l’ultimo genere letterario per cui Manzoni aveva sperato e tentato una integrazione tra storia e poesia, la rinuncia a esso e il suo programmatico rinnegamento gli appaiono le uniche accettabili soluzioni a tutti i dubbi emersi sul valore, l’utilità e la stessa possibilità dei componimenti letterari. La questione del rapporto tra poesia e storia è risolta in toto a favore del vero storico e non dell’immaginazione, come al contrario avevano suggerito due grandi lettori dell’opera manzoniana, Goethe e Foscolo.
Quanto Manzoni arriva ad affermare con il suo totale rifiuto della creazione artistica ha avuto un tale peso per la letteratura e soprattutto per gli studi letterari che non sono mancati quelli che D’Angelo definisce i “minimizzatori” (cap. XI); chiara è infatti la stroncatura nei confronti di una ingente bibliografia critica che ha tentato di ridimensionare la netta presa di posizione manzoniana contro non solo il romanzo storico, ma tutta la letteratura di invenzione. Al contrario, la coerenza di Manzoni appare ancor più integrale e autentica se contestualizzata nella situazione letteraria corrente e nell’ambito dei dibattiti su non-fiction novel, auto-fiction e romanzo d’inchiesta; altro sicuro pregio del libro di D’Angelo è infatti l’aver saputo richiamare l’attenzione sulla attualità di Manzoni e della sua indagione intorno al rapporto tra verità e finzione, una questione quantomai centrale nella narrativa contemporanea.
