Abstract

Questa entusiasmante folle avventura ebbe inizio giovedì 21 giugno 1956 (giorno in cui Mao Tse-Tung fu proclamato Presidente della Repubblica popolare cinese), a Napoli, con il matrimonio di Gilberto (detto Gil) ed Emilia (detta Emy), nella chiesa di Santa Maria di Bellavista a Posillipo, nei pressi di piazza Salvatore Di Giacomo. Erano trascorsi cinque anni dal loro fidanzamento, sbocciato durante la rispettiva permanenza di entrambi alla Facoltà di Agraria di Portici, prima come studenti e, poi, come neolaureati. Gil era entrato a far parte del Gruppo Rossi-Doria nell’Istituto di Economia e Politica Agraria; Emy nell’Istituto di Chimica Agraria, incaricata soprattutto delle analisi di conserve alimentari.
Rito pomeridiano, seguito dopo da un cocktail a Il Cenito nel lato a valle, verso il mare, di via Posillipo, al quale furono invitati solo i parenti e pochissimi amici intimi. Una bella terrazza che si affacciava sul mare di Posillipo e che, in quel pomeriggio, si presentava particolarmente affascinante. La nota più originale fu, senza alcun dubbio, il ballo della tarantella napoletana che il prof. Rossi-Doria fece con Gil, richiamando un vecchio episodio: quell’analogo ballo che lo stesso Rossi-Doria fece con il Ministro Antonio Segni, a Sassari, in occasione della prima assegnazione di terre espropriate per effetto della legge di riforma agraria del maggio 1950 agli assegnatari (in quel caso, il proprietario era lo stesso Ministro!).
Verso le 19 la riunione si sciolse per dare il tempo, a Gil ed Emy, di prepararsi e, poi, imbarcarsi sul postale della Tirrenia con destinazione Palermo. Oltre all’atmosfera propria di una tale circostanza, era soprattutto questa città (la capitale delle terre “al di là del faro”, come si diceva ai tempi dei Borbone) con tutta la sua regione a rappresentare un evento importante: l’ansia di tornare a visitare quei posti che, in un modo o in un altro, avevano un loro significato, a respirare quell’atmosfera tra mito e realtà, la possibilità di coniugare emotivamente tra loro arte, turismo, paesaggi e, non ultimi, anche i problemi sociali, a partire da Danilo Dolci, un caro amico di Gil.
Era stata assegnata loro una piacevolissima cabina. Dopo una passeggiata sul ponte per assistere alla partenza della nave (momento sempre suggestivo perché vi si materializza il distacco dalla terra e l’affidamento totale al mare, mediato solo dal mezzo e dall’abilità dell’equipaggio), si recarono nel salone ristorante: bello, elegante, si respirava la stessa suggestiva aria che avevano notata nell’Andrea Doria quando vi accompagnarono i loro amici americani Emily e Donald Pitkin che tornavano a casa (1954) dopo lo studio di Sermoneta. Il menù raffinato, lo champagne, una musichetta in sordina (per lo più canzoni napoletane classiche). Dagli ampi finestroni, loro che erano avvolti da una romantica luce soffusa, potevano ammirare le sinuosità della penisola sorrentina, la verde macchia de Il Pizzo a Piano di Sorrento, il porto di Sorrento, Villa Lauro, la Marina della Lobra a Massa Lubrense (e chi avrebbe potuto immaginare che, dopo sette anni, avrebbero avuta la loro casetta a Punta Lagno?) e, infine, la Punta della Campanella.
Da quel momento, la nave si allontanò sempre più dalla costa e affrontò il mare aperto, non più protetto dal Golfo di Napoli. E lo scenario e la trama cambiarono totalmente; il rullio della nave incalzava sempre più; il rumore dei motori diventava assordante e insopportabile. Gil fu in grado di resistere, non così Emy: per lei, quello che avrebbe dovuto essere un piacevole viaggio si trasformò ben presto in un atroce supplizio. Vomitò per tutta la notte e non desideravamo altro che approdare il più presto a Palermo.
Chi li avesse visti allo sbarco, avrebbe avuta la netta sensazione di trovarsi finalmente al cospetto di due reali fantasmi. Ora, per i nostri due amici, si trattava solo di poter raggiungere l’albergo che era stato prenotato: la stupenda Villa Igea, classica, romantica, accogliente, con un giardino importante e con raffinati affreschi nelle tante sale e interessanti quadri oltre che nelle sale anche nelle eleganti suites cariche di tanti ricordi del passato storico di quella villa. Ma, purtroppo, questo Paradiso era troppo lontano, irraggiungibile nelle condizioni in cui era ridotta Emy. Unica soluzione possibile: affidarsi al primo taxi disponibile per essere accompagnati a un albergo più vicino.
Il tassista di turno non fu affatto lieto di aver trovato questi strani passeggeri. Per cercare di far tornare il sorriso sulle sue labbra, Gil si rivolse al giovane siculo che, fiero della sua auto ancora fiammante, stava faticosamente cercando di ingoiare la delusione patita per la mancata corsa più remunerativa, assicurandogli che non avrebbe pagato solo l’importo segnato dal tassametro. In breve, si sarebbe sicuramente trovata una giusta soluzione, tale da non deludere nessuno dei due. Quasi per miracolo, il tassista tornò a sorridere e, prendendosela con il Dio Nettuno che faceva infuriare il mare tanto da accrescere oltre ogni misura quel senso di essere su un’isola che prendeva tutti i siciliani, si diresse sollecitamente verso il vicinissimo Hotel Jolly.
Anche il volto di Gil fu stranamente illuminato da un particolare sorriso. Il nome di quell’hotel gli aveva fatto tornare alla mente l’altro Jolly, quello di Matera, al quale – mentre faceva la ricerca sui “Sassi” – era finalmente approdato dopo le sofferenze del vecchio Albergo Italia, con camere senza servizi igienici (ve n’era uno solo per ogni piano, alla fine del corridoio!).
Tutto era nuovo di zecca (si venne a sapere ben presto che era stato inaugurato da meno di un mese). Il personale estremamente gentile e pronto, la reception efficientissima; la camera perfetta, comoda, ampia, ben arredata, le pareti color pastello e, soprattutto, ampie vetrate su una veranda affacciata sul mare e, in prospettiva, sul Monte Pellegrino. L’unico neo: proprio l’impossibilità di ignorare il regno di Nettuno, con i suoi sommovimenti. E ciò non agevolò certo il superamento della crisi da parte di Emy: un senso di nausea persistente le rendeva difficile alimentarsi, eppure il Direttore di sala (una felice innovazione voluta dai Marzotto, che erano stati gli ideatori della catena dei Jolly sparsi in tutto il Mezzogiorno) faceva di tutto per venirle incontro. Come era accaduto in precedenza alla reception, tutti si erano perfettamente accorti che erano una coppia di freschi sposini: le fedi ancora lucenti, una particolare cura ed eleganza nell’abbigliamento, gli sguardi dolci e complici tra i due.
Due giorni servirono per prendere contatto con quella misteriosa, complessa e troppo aggressiva città che è Palermo: da via Libertà alla Vuccerìa, a Ballarò, ai Quattro Cantoni e, infine, alla Favorita e al Giardino Botanico. Il terzo giorno, essendo Emy quasi del tutto rimessasi, decisero di far visita a Danilo Dolci, a Partinico.
Oggi, tutti lo conoscono; ma allora era noto solo a pochi. Danilo era un Architetto triestino il cui padre, ferroviere antifascista, era stato confinato alla stazione delle Ferrovie di Stato di Partinico. Dopo la Liberazione e memore della sua infanzia siciliana, Danilo decise di tornarvi, avendo, nel frattempo, condiviso la filosofia di Aldo Capitini, conosciuto a un Convegno in favore di Gandhi e del gandhismo a pieno sostegno dei movimenti contro ogni violenza. Non a caso, dopo, Danilo sarebbe stato individuato come il “Gandhi italiano”! Subito preferì insediarsi nella più povera frazione di Trappeto e vi scrisse il primo saggio (Fare presto (e bene) perché si muore, 1954a) al quale solo due anni dopo seguirono i tre saggi (Banditi a Partinico, 1954b; Inchiesta a Palermo, 1954c; e Processo all’art. 4, 1954d) che più di altri caratterizzarono la sua attività politica e che, per caso, erano tutti stati editi in quell’anno (1956).
Partenza alle ore 8, con un autobus affollatissimo e rumorosissimo. Giunti a destinazione, la prima esigenza da soddisfare fu quella di rimettersi un po’ dallo stress del viaggio e, non meno, informarsi sull’indirizzo della casa di Danilo.
Il bar nella piazzetta in cui si fermavano gli autobus era accogliente, tipico caffè di paese siciliano. Tavolini in marmo sui piedi di ghisa, la vecchia macchina per il caffè in ottone luccicante, in un angolo un rumorosissimo juke-box che non si addiceva affatto all’atmosfera dell’ambiente. Dal soffitto, lungo la catena che sosteneva il lampadario ottocentesco, pendeva una mostruosa e orripilante striscia di carta moschicida, che, a giudicar dai risultati ottenuti, assolveva egregiamente al proprio compito. Solo due i tavolini occupati: a uno, più vicino alla porta, sedevano due giovani trentenni, con baffetti neri, che leggevano la Gazzetta dello sport; all’altro, due anziani che parlavano di prodotti agricoli da vendere e comprare. Gil ed Emy preferirono quello più vicino al bancone, più riparato rispetto ai rumori provenienti dall’esterno e, soprattutto, più vicino alla toilette, se fosse stato necessario servirsene per emergenza.
Ordinarono due cappuccini e chiesero come poter raggiungere la casa di Danilo. Dopo un poco, il giovane barista li portò, ma li accompagnò con un vassoio contenente due cannoli, due graffe e un bel poco di tovagliolini di carta. Gil, sorpreso, pur accettandone l’implicito suggerimento, più che altro per mera curiosità e volendo valutare l’attitudine ad assumere, da parte dei gestori di locali pubblici, comportamenti più adeguati a un turismo moderno, chiese come mai questa offerta di dolci. Senza profferire nemmeno una sillaba, ma con sguardi sempre più espressivi anche se solo ammiccanti e con un indice decisamente puntato sul mucchietto di tovagliolini, il barista silenziosamente impose a Gil di frugare tra essi. Ben presto su uno fu possibile leggere: “Uscite dalla porta posteriore; poi, la terza strada a destra.”
Incuriosito da tutto ciò, fingendo di andare alla toilette, Gil si avvicinò al barista e gli chiese lumi. Era un avvertimento, da parte del barista, di evitare di suscitare l’attenzione dei due giovani avventori che, in realtà, erano agenti di Polizia. La loro prima reazione sarebbe stata l’individuazione e registrazione. Indubbiamente, questo avviso e questa tacita complicità tra il giovane barista e i nostri due protagonisti trasformò la visita al caffè in quella che, sempre più, assunse l’aria di una vera e propria avventura. A Gil ritornarono alla mente situazioni analoghe – ma assai più pericolose – vissute a Bologna durante la resistenza.
Furtivamente, i due uscirono dalla porta posteriore così come era stato loro consigliato. Come previsto, alla terza strada a destra la rivelazione tanto attesa: alla fine, vi era parcheggiata una imprevedibile Chrysler che un gruppo di sostenitori americani aveva donata a Danilo. Già dalla strada si udì la sua voce roboante, che parlava a telefono. Dopo essersi salutati, disse ai nostri amici che, al telefono da Roma, c’era il suo avvocato che lo difendeva nel procedimento legale avviato a suo carico proprio per aver pubblicato il suo ultimo saggio Processo all’art. 4 (Dolci, 1954d) nel quale, appunto secondo quanto stabilito in detto articolo, veniva autorevolmente affermato il diritto per tutti i cittadini al lavoro, l’obbligo per la Repubblica di promuovere le condizioni che rendano effettivo un tale diritto e, conseguentemente, il dovere per ogni cittadino di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società. Lo stesso avvocato, al fine di evitare ulteriori guai, gli consigliava di far allontanare subito, da Partinico, la giornalista svizzera che era rimasta per collaborare con lui, prima che il Commissario di P.S. emanasse un provvedimento di espulsione forzata.
Nonostante questa telefonata lo avesse molto scosso, Danilo fu lieto di riabbracciare il suo amico Gilberto, e a lungo si intrattennero a parlare dello sciopero alla rovescia alla Trazzera (i disoccupati lavorarono gratuitamente alla sistemazione del tracciato stradale di campagna assai dissestato) che, a quel tempo, aveva suscitato molte reazioni. Ricordarono anche il comune amico Rocco Scotellaro, morto tre anni prima, le cui poesie avevano molto colpito Danilo oltre ai Contadini del Sud e al più intimo L’uva puttanella. Insomma, un commovente richiamo alla memoria di eventi, personaggi e situazioni che facevano veramente parte della personalità e del carattere di entrambi.
La scena venne movimentata continuamente, soprattutto dagli interventi dei tre più piccoli figli (Libera, Cielo e Amico) della sua compagna Vincenzina, che ne aveva avuti anche altri due (Chiara e Daniela) dal marito ucciso durante degli scontri con la polizia. Gil non riuscì a controllarsi e manifestò tutta la sua sorpresa per quei tre nomi non certo soliti. La risposta fu lapidaria: “Perché ricordare solo i Santi e non anche le componenti essenziali della nostra Natura (Cielo) e del nostro modo di vivere (in libertà e confortati da una sicura amicizia)?”
Questa imprevedibile e sorprendente risposta risultò ben presto essere totalmente sintonica con altri particolari di quella esperienza a Partinico. Innanzitutto, l’incontro con due volontari, che erano giunti da Torino solo due giorni prima e, quindi, ancora soggetti allo scotto (nausea, diarrea e altri lievi malesseri) che i forestieri – specie se settentrionali – dovevano pagare alla calda estate siciliana. Emy, sempre presente a sé stessa e memore di essere figlia e sorella di medici, propose a Vincenzina di dar loro dei medicinali per attenuare le loro sofferenze. La risposta ottenuta la sorprese: “I contadini non le usano queste medicine: bisogna lasciar fare alla Natura.”
E non fu l’unica occasione per prendere atto di trovarsi in una realtà tanto diversa: eppure, lei era cresciuta nella sua villa di Terzigno, partecipando in tutto e per tutto alla vita di quei contadini (per tutti, il caro vecchio Tommaso, sempre molto saggio). Avrebbe voluto acquistare della carne per contribuire alla preparazione del pranzo, visto che il suo arrivo e quello di Gil non era affatto previsto. Ancora una volta la risposta la colpì: “I contadini mangiano carne solo quando la pecora o il capretto stanno male e devono essere abbattuti. Noi viviamo come loro e, quindi, non mangiamo carne quando non ne abbiamo!”
Al momento del pranzo, tutti – compresi i due volontari appena giunti, quello che era stabile collaboratore di Danilo e, infine, la giornalista svizzera – ci unimmo alla preghiera pronunciata da lui mentre stringeva al petto una scanata di pane paesano per affettarla: a ognuno dei presenti ne fu data un’ampia fetta.
Dopo pranzo vi fu la visita alla frazione di Trappeto quasi per risalire, simbolicamente, all’avvio della sua azione che, poi, aveva dato luogo a un vero e proprio Movimento operante prima solo localmente e, poi, estesosi anche all’estero dando vita a veri e propri Comitati di sostegno.
Verso sera, i nostri due amici furono invitati ad approfittare della famosa Chrysler che avrebbe dovuto accompagnare a Palermo la giornalista svizzera e il volontario (che, forse, nutriva del tenero per la stessa); alla cui guida c’era un giovane siciliano, proveniente da una comunità greco-albanese di cui continuava ancora a usare quel particolare linguaggio. A metà strada, quasi, all’altezza del bivio per Montelepre (il paese di Salvatore Giuliano, morto nel 1950), il motore della macchina cominciò a denunziare qualche difetto, fino a fermarsi del tutto. L’autista scese e cercò di pulirne il carburatore che si era ingolfato; ma tutto, purtroppo, risultò vano sì da suggerirgli di tentarne il riavvio “all’americana”, cioè spingendo l’automobile in direzione opposta lungo la discesa di nuovo verso Partinico.
L’ardita operazione era ancora in corso quando sopraggiunse un’altra auto, diretta a Palermo. Quando i suoi fari centrarono la Chrysler, che sbarrava la strada, ne scese visibilmente spaventato un giovane signore, dell’apparente età di cinquanta anni. Questi, letteralmente atterrito, pregò di non fargli male; disse di essere disposto a tutto purché non prendessero la valigetta che giaceva sul sedile posteriore. Gli occupanti della Chrysler cercarono di rassicurarlo: erano anche loro diretti a Palermo ma avevano avuta una panne al loro mezzo. L’altro, rassicuratosi, per giustificare la sua reazione, dichiarò di essere un rappresentante in gioielleria e che in quella valigetta c’era il suo campionario. Chiarito ogni equivoco, si offrì di prendere a bordo tre dei viaggiatori della Chrysler (purtroppo, non poteva accogliere tutti e quattro).
Non potendosi separare tra loro Gil ed Emy, fu deciso che solo il volontario e la giornalista poterono usufruire del passaggio per Palermo. Contrariati, i nostri due amici ripresero a scendere “in folle” con la Chrysler. Ovviamente, questa marcia si fermò proprio all’altezza della locale Stazione dei Carabinieri di Partinico. Risultato: ai due furono chiesti i documenti di identità e, una volta identificati, furono rilasciati. Dopo una notte niente affatto tranquilla, il mattino successivo, appena possibile, rientrarono a Palermo con la più sicura e tranquilla corriera.
L’avventurosa esperienza di Partinico servì quasi per stimolare le iniziative della coppia. Fu deciso di andare a Catania, visitare le sue bellezze storiche, pranzare ad Aci Castello, pernottarvi prima di raggiungere la favolosa Taormina.
Per non smentire la caratterizzazione di questo viaggio, anche il pernottamento catanese non fu scevro di spiacevoli sorprese. Nell’accogliente ampia camera, elegantemente arredata, il letto aveva alle spalle una imponente specchiera, poggiata su un piano sul quale trionfavano anche alcune delicatissime maioliche ottocentesche, riproducesti dame e cavalieri in costumi dell’epoca. Il guaio fu che, a ogni passaggio degli autobus cittadini e delle auto, queste maioliche oscillavano paurosamente, producendo un rumorino che, se poteva essere addirittura piacevole durante il giorno, diventava un terribile fastidio notturno, insidiando quella pace assoluta che era necessaria per il sonno di Emy. I due decisero subito che l’unica soluzione sarebbe stata di riporre le statuine delicatamente in uno dei cassetti del grande comò.
Superata anche questa nuova emergenza, non rimase da fare altro che raggiungere l’agognata Taormina che, per la coppia, rivestiva un’importanza del tutto particolare. Due anni prima, Emy vi era stata per accompagnare il padre a un convegno di dermatologia: durante quel soggiorno, mentre alloggiavano al San Domenico e stavano per andare a pranzo, un cameriere le consegnò una lettera. Enorme sorpresa in entrambi: lei non poteva immaginare che Gil le avrebbe scritto; il padre, che aveva intuito, ne era ingelosito con commozione. Ecco perché, in questo loro viaggio di nozze, Gil non poteva non prenotare appunto al San Domenico.
Arrivati in albergo verso mezzogiorno, in una stupenda mattinata di pieno giugno siciliano, con una piacevole brezza dal mare e, soprattutto, con la tenerezza suggerita da quell’episodio della lettera di due anni prima, si accinsero finalmente a godersi pienamente quella particolare vacanza. Ma quando il destino è già scritto, nulla può resistervi, putroppo.
Erano simpaticamente attoniti, appena fuori dall’hotel, quando si videro attentamente osservati da una coppia di anziani. Lui, in particolare, si soffermò e rivolto a Gil così l’apostrofò affettuosamente: “Pupotto beddu, Gilbertuzzo, che ce fai a Taormina? Ti sei sposato? Ci presenti tua moglie?”. Superata la prima impressione, Gil si ricordò che nei primi anni di vita, a Caserta, i genitori e i loro amici più intimi lo chiamavano, appunto, “Pupotto”; contemporaneamente, ricordò anche che quel vecchio ed elegante signore che gli stava davanti sembrava rassomigliare al Col. Tajana, anche lui ufficiale di artiglieria e collega di suo padre. Superati i primi attimi di spiegabilissima sorpresa, Gil ed Emy non poterono più sottrarsi alle affettuose premure ben presto tradottesi in un’inevitabile ospitalità. Prima il pranzo a casa loro; poi, una piacevole gita per Taormina e i suoi dintorni, fino ai Giardini Naxos; infine, anche a cena.
È così che, a volte, l’affettuosità può diventare oppressiva, tanto da indurre a ricorrere agli estremi rimedi. Fu così che, il giorno dopo, i nostri eroi decisero di lasciare Taormina e di raggiungere Milazzo ove pernottare per potersi imbarcare il giorno dopo per raggiungere le isole Eolie.
Un’altra pessima esperienza li attese al varco: l’unico alloggio possibile fu trovato in un alberghetto assai più che modesto. Una camera tipo cella, minimamente arredata e, quel che fu peggio, abitata da una folta colonia di blatte domestiche (Blatta communis) che, oltre a essere schifosamente noiose, ricordarono a Gil le sue dolorose esperienze con questo ortottero che tanta influenza avevano avute nel determinare le sue scelte di vita.
Forse, anche per meglio continuare a comprendere più pienamente il valore simbolico di questo viaggio in Sicilia, non sarà del tutto inutile sintetizzare, per quanto possibile e senza entrare in pur interessanti particolari, le circostanze che legarono indissolubilmente Gil alle blatte.
Il primo incontro era avvenuto nel carcere di S. Giovanni in Monte di Bologna, nel novembre del 1944 (lui aveva appena compiuto 16 anni), quando vi era stato rinchiuso dai nazifascisti. Mentre tutti, giustamente, si affrettavano a distruggere questi insetti che infestavano lo stanzone in cui erano ristretti in quindici, solo due li nutrivano con foglie di insalata recuperate dalle razioni alimentari che venivano distribuite quotidianamente. Uno dei due era Massimo Cordero di Montezemolo (che, successivamente, sarebbe stato il padre del più noto Luca della FIAT e della Ferrari), il quale giustificò questo agire con il fatto che doveva prepararsi a sostenere l’esame di Entomologia presso la Facoltà di Agraria dell’Università bolognese ove studiava.
Quando, nel 1946, Gil – fortunosamente salvatosi da una tragica conclusione della sua disavventura bolognese – tornò a Napoli con i suoi genitori e, per una serie di strane coincidenze, gli capitò di andare ad abitare alla Villa Buono alla Riccia a Portici, gli si presentarono di nuovo le blatte come problema. Questa volta in sede del suo esame di Entomologia, con Filippo Silvestri, alla Facoltà di Agraria, conclusosi in modo del tutto inaspettato.
Superata brillantemente la parte dedicata al riconoscimento del materiale verde infestato da insetti e dei barattoli contenenti i diversi insetticidi, seguì anche il riconoscimento del reperto contenuto nel vetrino da osservare al microscopio (per l’esattezza, l’intestino di una cavalletta). Finalmente, si giunse all’esame vero e proprio, procedendo alla descrizione di due insetti per ogni ordine: ciò avvenne soddisfacentemente per tutti gli ordini, compreso quello dei Lepidotteri, il più difficile perché si trattava di insetti conservati da troppo tempo e, quindi, con le elitre (volgarmente, le ali) quasi del tutto irriconoscibili. Ciò indusse il professore a elogiare pubblicamente l’esausto Gil: avendo già meritato un sorprendente (per quella materia) 28/30, si doveva puntare a un meritato riconoscimento en plein della sua preparazione. Ancora una volta gli insetti, di volta in volta proposti, furono indovinati e, finalmente, si giunse all’ordine degli Ortotteri e, per giunta, alla funesta Blatta della quale fu detto tutto il possibile e pensabile: addirittura che il suo intestino aveva delle caratteristiche del tutto peculiari specie in rapporto al contatto con insetticidi. Di nuovo, gli occhi dell’esaminatore brillarono di soddisfazione e questi fu indotto a proporre un’ultima domanda facile (quale il sesso di quel campione di Blatta?) per alleggerire la tensione. Gil, completamente persosi, esitò un poco prima di pronunziare un incomprensibile ‘mmeeeeeee…’ che, naturalmente, Silvestri comprese come “Maschio”. Purtroppo, la Blatta è ermafrodita e il candidato fu bocciato e fu così che Gil, per superare la crisi e accelerare la conclusione dei suoi studi in Facoltà, decise di chiedere subito la tesi di laurea, scegliendo senza alcun indugio l’Economia e politica agraria che, con altre strane coincidenze e sorprese, lo portò, alla fine, a collaborare strettamente con Manlio Rossi-Doria.
Sorse l’alba del nuovo giorno: quello che avrebbe consentito loro di raggiungere le Eolie per potersi godere, finalmente, quella meritata vacanza che si erano ostinati a perseguire con eroica tenacia. Ma, di nuovo, il Dio Nettuno fu loro ostile: anche questa volta il mare non fu benigno. Ben presto, sia pure con modalità del tutto diverse, il mare grosso, sempre più minaccioso, fece soffrire Emy. Impossibile insistere la navigazione verso Stromboli o Panarea: l’unica scelta realizzabile fu quella di fermarsi alla più vicina Vulcano. Ma vi era un’ulteriore non lieve prova da superare da parte di Emy: lo sbarco avveniva a mezzo del trasbordo in una barca che si sarebbe avvicinata alla nave. Per fortuna, tutto andò a buon fine e i nostri due eroi poterono toccare la tanto agognata terra!
Bisognava trovare subito un riparo, possibilmente quello che avrebbe dovuto essere l’alloggio in quell’isola. Un ragazzetto molto vispo, dopo aver lamentato che l’unica soluzione possibile (il Villaggio turistico) era del tutto impraticabile perché da giorni non vi erano più possibilità di essere accolti, propose di raggiungere la Casa Conte, ossia l’abitazione del Sindaco di Vulcano che, in questi casi di emergenza estiva, non esitava a ricevere anche dei turisti.
Dopo una mezz’ora di cammino, sotto il sole, raggiungemmo questa casa, all’altro lato dell’isola. Un tipico esempio dell’architettura isolana, biancheggiante e con una specie di torre che spuntava dall’attico. Al richiamo della giovane guida rispose una donna non più giovane, bassa e con la pelle riarsa dal sole, che parlava uno strettissimo dialetto, del tutto incomprensibile. La faccia del giovinetto non faceva affatto ben sperare: infatti, alla sua richiesta di poter ospitare questi due turisti stanchi e provati dal mare, l’inesorabile donna rispose negativamente. Seguirono attimi densi di tensione e ansia, e più che commovente fu proprio il rammarico di quel ragazzo che, così, dimostrò tutta la generosità del popolo siciliano. Questa sua inattesa reazione finì con il sorprendere e colpire la stessa donna che, mossa a compassione, si rivolse a lui e, carezzandogli i capelli neri e ricciuti, gli sussurrò qualcosa all’orecchio.
Il tutto fu subito chiaro: venerdì 29 luglio, finalmente, era avvenuto il miracolo. I due napoletani furono accolti in casa sì da poter dare inizio alla sospirata e davvero meritata vacanza. Fu destinata loro una camera-veranda che spuntava dal terrazzo come se fosse una torre. Vi si godeva un panorama mozzafiato: da lì il mare non appariva più come nemico minaccioso; ma, piuttosto, come un mantello azzurro che avvolgeva l’isola, mentre il Vulcano continuava a testimoniare la natura ignea di quella terra.
La camera non ampia, ma accogliente, aveva un solo letto e un armadio provvisto di un grande specchio. Non vi erano i servizi igienici, disponibili solo al piano inferiore, al termine di un lungo corridoio; ma ai nuovi ospiti, senza che lo chiedessero, fu fornito un meraviglioso pot de chambre, elegantemente decorato con disegni in marrone. Stranamente – e, forse, proprio per la paura che avevano provata di non trovare alloggio – questa situazione fu accolta con allegria e sonore risate: insomma, il primo assoluto relax dopo tanta tensione provata negli ultimi giorni.
Mentre si spogliavano per indossare abiti più idonei all’ambiente marino, di nuovo si fece sentire la voce della donna, che poi sarebbe risultata essere la cameriera del Sindaco. Poiché ne era difficile la comprensione e, quindi, la comunicazione, la stessa, con molta decisione, prese per mano Emy e con i gesti la pregò di seguirla. Gil si unì alle due donne. Subito apparve chiaro che si trattava dell’invito a scendere al pianterreno per consumare la prima colazione. Ciò avvenne in una vasta sala, con le persiane tutte chiuse per non farvi entrare il sole e, quindi, in un’atmosfera in perfetta e armoniosa ombra: intorno al lungo tavolo ovale, un’altra coppia di giovani e un operaio che, come si scoprì dopo, era solito venire per i periodici interventi di manutenzione agli impianti di casa. Sul tavolo una serie di piatti contenenti più che invitanti manicaretti: i calamari lessi con contorno di maionese, i tocchetti di pesce spada a zuppa, una frittura mista di fragaglia e, su tutto, un ghiacciato vino bianco locale e una brocca piena di succo di arancia appena spremuto. Tutto ciò alle ore 10 di mattina!
Dopo questo riconciliante abbraccio con Vulcano, si azzardarono ad affrontare il caldo mattino, se non altro per dare uno sguardo più attento e mirato a quello che speravano vivamente potesse essere il luogo delle loro vacanze del tutto particolari. A pochi passi si poteva raggiungere una graziosa caletta, che fronteggiava la vicina isola di Lipari. Quella sarebbe stata la base per i loro bagni. Poco più in là, un’altra cala che, invece, aveva acque solfuree e, quindi, vi si poteva fare il bagno caldo. A questa, spesso, venivano anche gli ospiti del vicino Villaggio turistico.
Tra questi piacevoli punti di riferimento (la casa, ormai diventata più che familiare; la camera-torre, che acquisiva sempre più il carattere del guscio in cui ci si poteva sentire sicuri; i cespugli di fichi d’India, rigogliosamente carichi di frutti) si svolsero le loro giornate in un’insospettabile pace ritrovata. Gil ebbe perfino agio di partecipare ai sopralluoghi geologici fatti dal padrone di casa, arricchendo non poco le sue conoscenze in materia che lo riportarono alle esperienze in Basilicata con Felice Ippolito (che gli regalò il Montgomery) ed Enzo Cotecchia, due illustri professori di Geologia.
L’altra nota piacevole era l’incontro, ogni mattina, con un ex diplomatico tedesco (forse era stato nazista?) che lavorava a Lipari presso la Società concessionaria della cava di pietra pomice: questi, ogni mattina verso le ore 10, arrivava alla caletta con la sua barchetta. Il copione era sempre lo stesso: al saluto di Gil (“Guten Tag, Herr Hass !”) faceva riscontro un suo cerimonioso inchino a “Frau Marselli und Herr Gilbert”. Qualche volta, a loro, si univa anche una simpatica vecchietta, facente parte di un gruppo di francesi ospiti del Villaggio turistico. A sera, la cena nella veranda al pianterreno…
Trascorsero, così, sette stupendi giorni fino a che, il sabato 7 luglio, oltre alla barchetta con Herr Hass ne giunse anche un’altra con due Carabinieri. Alla Stazione CC di Lipari era pervenuto un messaggio del Comando Legione CC di Napoli con il quale si invitava il Dott. Marselli a far presto rientro alla propria sede di lavoro (Facoltà di Agraria). Superata la prima più che legittima sorpresa sul come fosse stato possibile il rilevamento della sua presenza a Vulcano, ben presto Gil dovette ricordare che, appena tranquillizzatisi finalmente, aveva inviata una cartolina ai propri genitori: e mai come quella volta il messaggio era stato veramente “galeotto” non già, però, per ragioni sentimentali secondo leggenda; ma, purtroppo, per un ben altro motivo.
Ne conseguì che la coppia fu costretta a partire l’indomani (domenica 8 luglio), sì da poter essere a Milazzo in tempo utile per prendere il treno per Messina: da lì avrebbero proseguito per Napoli e, così, avrebbero dovuto prendere tristemente atto che il loro viaggio di nozze, il “viaggio in Sicilia”, andava definitivamente considerato chiuso e archiviato.
Lunedì 9, a Portici, si venne finalmente a sapere quanto era accaduto. A seguito di un’insistente telefonata, Rossi-Doria aveva, alla fine, convinto il padre di Gil a confidare che era giunta quella maledetta cartolina e, quindi, la coppia era rintracciabile a Vulcano. Dalla Cassa per il Mezzogiorno era stata comunicata l’avvenuta approvazione della ricerca compiuta sulle prospettive e suscettività della bieticoltura nel versante adriatico. Ricerca che era stata coordinata dal nostro Gil e per la quale, dallo stesso, era stata curata anche la relazione finale con le relative proposte.
In sintesi, queste consistevano nei seguenti punti essenziali:
Appena incontrato Rossi-Doria, questi, dopo essersi scusato per l’irrituale procedura di rintracciarlo e invitarlo a rientrare in sede, volle innanzitutto complimentarsi con Marselli per il successo avuto dalla ricerca. Questo – a indicare l’importanza che era stata attribuita a quella ricerca – gli era stato comunicato direttamente dal Presidente della Cassa Gabriele Pescatore. Indorata così la pillola amara successiva, pervenne al sodo: il richiamo a Portici si era reso necessario perché da Pescatore era stata richiesta una nota aggiuntiva da approvarsi da parte del Comitato di coordinamento dei settori Industria ed Agricoltura della Cassa. Questa nota avrebbe dovuto dettagliare le varie fasi da programmare nonché gli strumenti ai quali ricorrere e le modalità innovative da adottare. La riunione di questo Comitato era stata programmata per il 19 luglio (ancora una volta un giovedì!) e, quindi, era urgente mettersi al lavoro per la preparazione di questo ulteriore documento.
Conseguenza: sarebbe stato opportuno che Gil si mettesse subito al lavoro, quasi in atmosfera di assoluto isolamento (e infatti, per i primi due giorni, restò addirittura a dormire in Istituto, sulla brandina che saltuariamente lo stesso Rossi-Doria usava). Questo si concluse domenica 15 in modo da poter inviare a mezzo corriere il tutto sin dal successivo lunedì per dare a quel Comitato la possibilità di esaminarlo e deliberare appunto nella riunione del 19.
Essendosi avuto un esito estremamente positivo con l’unanime approvazione dei contenuti di quella nota aggiuntiva, fu possibile aversi già per il successivo venerdì 20 la firma della Convenzione da parte del Ministro per il Mezzogiorno (Pietro Campilli), dallo stesso Presidente della Cassa e dal Presidente dell’Isveimer (Ferdinando Ventriglia) che ne avrebbe curati gli aspetti finanziari.
Un’altra telefonata di Pescatore riferì, il giorno dopo, dell’avvenuta approvazione della nota aggiuntiva ed elogiò Rossi-Doria per l’efficienza del suo gruppo.
Felice conclusione: sabato 21 luglio, a un mese esatto dall’inizio di questa avventura (21 giugno), fu possibile ripetere il rito del ballo della tarantella alla Casina rossa di Torre del Greco.
Una testimonianza di come si credeva, agiva e lavorava negli anni ’50, quando si nutrivano ancora speranze sul futuro del Mezzogiorno.
Amen.
Footnotes
Editor's note
Forum Italicum ringrazia Gilberto Antonio Marselli per aver affidato al nostro Archivio la pubblicazione di questo inedito “racconto” nel quale egli si ritrova protagonista e narratore; si tratta di un testo dal forte valore storico-documentario che unisce una pervasiva e coinvolgente vena narrativa.
