Abstract

Francesco Ciabattoni e Pier Massimo Forni (a cura di), The Decameron Third Day in Perspective, University of Toronto Press: Toronto, 2014; 268 pp.: 9781442648241, $70.00.
Recensione di: Eugenio Giusti, Vassar College, USA
Con lieve scarto rispetto alla sequenza cronologica decameroniana esce, dopo un primo volume a cura di Elissa Weaver, questa terza collezione di saggi, attentamente curati da Francesco Ciabattoni e Pier Massimo Forni. La collezione è dedicata alle novelle della terza giornata “nella quale si ragiona, sotto il reggimento di Neifile, di chi alcuna cosa molto da lui disiderata con industria acquistasse o la perduta ricoverasse.” In maniera non sorprendente, data la giovane età dei narratori, la “cosa desiderata” è il piacere tanto emotivo quanto fisico. Ed è con il concetto di piacere come monade fisico-emotiva che, nella specificità di ogni narrazione, si confrontano i dieci saggi di questa pubblicazione.
Come già indicato dalla critica, la giornata può essere letta alla stregua di una riflessione boccacciana sulla Commedia dantesca, dove con un percorso inverso si passa dal Paradiso (il giardino edenico della cornice e le parodie di Masetto in III. 1, e Frate Puccio in III. 4) al Purgatorio (III. 8) e all’Inferno (III. 10). Massimo Ciavolella, rileggendo la III. 1 alla luce di testi ecclesiastici e medico-filosofici, propone una mediazione tra la condanna morale e la difesa del piacere sessuale, un hortus deliciarum dove però non si oltrepassa il segno del decoro. Parodica è l’analisi fatta da Jelena Todorović di III. 4. Mettendo a confronto le figure ecclesiastiche di Fra Puccio e Dom Felice, Todorović delinea un mondo dove il vizio, invece della virtù, è premiato. Viene quindi recuperata l’interpretazione di un Boccaccio castigatore dei costumi del suo tempo già espressa da Giovanni Bottari alla fine del Settecento. Con una acuta e chiara analisi della III. 8, Martin Eisner presenta la novella di Ferondo come una rilettura della narratrice Lauretta della famosa descrizione dantesca di Gerione (“quell ver c’ha faccia di menzogna”), e pone la stessa narratrice al centro di un interessante schema narrativo tra le novelle della terza giornata e alcune di quelle da lei raccontate nel Decameron. Eisner conclude sottolineando come per Boccaccio la verità sia insita in ogni atto poetico. Citando ad apertura di saggio l’analisi della storia di Rustico e Alibeck (III. 10) fatta da D. H. Lawrence in Pornography and Obscenity (1929), Steven Grossvogel ripropone il disagio, da secoli manifestato dai lettori della novella, di dover “mettere il diavolo in Inferno”. La naturalità dell’atto sessuale, sostenuta da Lawrence, è rivista alla luce dell’estesa critica degli ultimi decenni, e mentre il giudizio morale sembra esonerare l’ignara Alibeck, si fa invece durissimo nei confronti di Rustico afflitto da superbia, lussuria e accidia. Ma, conclude in maniera rassicurante Grossvogel, per la brigata (e mi domando se anche per noi lettori) queste fantasie è bene che rimangano tali attraverso il filtro della narrazione. Di tensione tra ragione e desiderio tratta anche Myriam Swennen Ruthenberg nell’analizzare il racconto di Ricciardo e Catella (III. 6). Eccesso o dismisura sono i termini conduttori di questa lettura che fa riferimento non solo alla gelosia, ma anche all’ira di Catella, con riferimento al substrato dantesco del termine “cane”, ripetutamente usato dalla protagonista come insulto. L’eccesso può portare a un errore di valutazione e secondo le conclusioni di Swennen Ruthenberg, riduttive rispetto alla potenzialità interpretative del testo, il cognome “Prencipe Galeotto” risulta un avviso contro la dismisura inerente al modello dell’amore cortese. Di desiderio sotto metafora equestre tratta Alessandro Vettori per la novella di Zima (III. 5). Oltre a una analisi del palafreno, l’argomentazione di Vettori si concentra sul rapporto dialogo–silenzio durante l’incontro di Zima con la moglie di Francesco Vergellesi. Non appare però convincente, data la mancanza di riferimenti nel testo, né il definire comico l’atto mimetico di Zima quando parla al posto della donna, né l’attribuire alla donna una totale passività nella dinamica tra i due amanti. Infatti sono i suoi sospiri e i suoi sguardi a far capire la condizione di silenzio forzato in cui lei si trova. Inoltre sarà sua la decisione finale di accettare il piano proposto dall’amante. Sul più esteso dialogo tra gli amanti Tedaldo degli Elisei e madonna Ermellina si incentra la lettura di Susanna Barsella della III. 7. Un dialogo che viene interpretato come sintomatico della crisi della predicazione cristiana medievale e del modello dell’amore cortese, entrambi presenti nel lungo sermocinare di Tedaldo a Ermellina. Convincente è la conclusione di Barsella secondo la quale il trionfo segreto di questa novella (Tedaldo ed Ermellina continueranno ad amarsi segretamente) indica il fallimento del tentativo di stabilire una società mercantile cristiana. Barsella lascia però irrisolto il quesito del “soddisfacente” epilogo della storia. Di mondo mercantile, e in particolare di strumenti del lanaiolo (lucignoli, pettini e scardassi), tratta anche Stefano Gulizia nella lettura di III. 3. Sono questi strumenti produttori di ricchezza materiale a essere messi a confronto/contrasto con i simboli del desiderio (la borsa e la cintola che la donna riesce a fare avere al suo amante). E sono sempre questi strumenti a essere derisi insieme all’avida stupidità del frate confessore. Nell’ultima sezione di questo contributo Gulizia si concentra sul termine “intendere” (“intender alla melanese”), e forse non a caso alcune volte il linguaggio e l’argomentazione di questo saggio risultano di difficile “intendimento”. La lunga ed erudita lezione di Anthony Cassell sulla novella di Giletta (III. 9) pone il quesito del perché dedicare un saggio di oltre cinquanta pagine a un racconto che Cassell medesimo definisce “un’opale tra i diamanti”, estendendo tale opinione anche agli adattamenti della novella stessa, come nel caso di All’s Well that Ends Well di William Shakespeare. L’ipotesi che la III. 9 sia così opaca da permettere alle novelle limitrofe di brillare, sembra particolarmente soggettiva e poco legata alla validità del racconto, ma giustamente, come Boccaccio indica nella “Conclusione dell’autore”, è tempo di lasciare “omai a ciaschedun[o] e dire e credere come [gli] pare.” Il chiaro e interessante contributo di Elsa Filosa ci invita all’azione, a una lettura della novella del re Agilulf (III. 2) come una pièce de théâtre in cui le figure del palafreniere e del re risultano speculari per intelligenza, aspetto fisico e personalità. Ciò che li distingue è solo l’opposto livello sociale mentre la morale, potremmo dire borghese, della novella è che la discrezione è una forma di saggezza, e che non esiste un rapporto diretto tra nobiltà di spirito e rango sociale. In breve, queste letture dei racconti della terza giornata offrono nella loro diversità, complessità e ricchezza un panorama critico e di lettura importanti, e vedono realizzarsi quel messaggio di libertà interpretativa tanto caro al nostro Giovanni Boccaccio.
