Abstract
Può una canzone raccontare, riassumere, esprimere un fatto accaduto realmente e farcelo percepire/rivivere con la stessa intensità e col medesimo impatto di un filmato o di una fotografia coevi? Esiste un rapporto tra musica e vita reale? Come si comporta l’autore, il songwriter, in questo suo lavoro di trasposizione dei fatti reali in parola e suono? Nel corso di questa indagine utilizzerò “Joe Mitraglia”, una delle sei canzoni da me composte tra il 1973 e il 1978 che nel novembre 1978 furono registrate e pubblicate da I Nomadi su un album intitolato Naracauli e altre storie. Cercherò di raccontare l’ambiente in cui sono nate quelle canzoni, le tensioni e le atmosfere che le hanno generate. Proverò a delineare una mappa cronologica che ricostruisca e combini fatti storici e accadimenti autobiografici, e su quella mappa traccerò una rotta che ci condurrà fin dentro alle parole e al racconto della ballata di “Joe Mitraglia”.
Keywords
1. Introduzione
Quando ho accettato l’invito a contribuire al volume monografico Music and Society in Italy, avevo in mente di sostenere e dimostrare che una canzone, anche se riascoltata a distanza di quarant’anni da quando è stata concepita, è ancora in grado di risvegliare gli stati d’animo e le sensazioni dell’epoca.
In realtà mi sono ritrovato a fare i conti con una specie di transfert, un viaggio a ritroso nel tempo che mi ha fatto ricordare – in parte rivivere – i giorni di quegli anni così lontani. Ciò che ne è venuto fuori non è certo un saggio di etnomusicologia, e neppure una indagine sociologica su quei giorni, e del resto non erano quelle le mie intenzioni.
Quello che ho riportato a casa da questa discesa negli abissi del tempo è qualcosa di molto simile agli oggetti che la risacca della bassa marea abbandona, in modo disordinato e spesso incoerente, sull’arenile. Frammenti di ricordi, di immagini, di personaggi e di parole che, abbandonati sulla spiaggia come vecchie lische sbiancate e spolpate dal tempo, hanno ancora dentro di sé la capacità di farci intravvedere il guizzo argenteo del marlin che danza impennandosi tra cielo e mare.
2. Cantare quei giorni
I giorni a cui si fa riferimento sono quelli degli anni ’70. Gli anni che hanno caratterizzato la mia crescita adolescenziale e quella di una generazione che si è trovata tra l’incudine delle rivolte studentesche del ’68 e il martello della lotta armata e degli attentati, culminati con l’uccisione di Aldo Moro del 1978 e con la bomba alla stazione di Bologna del 1980.
In quegli anni ‘70 cominciavo a scrivere canzoni e come tutti, quando si è all’inizio, cercavo ispirazione nei fatti e nelle cose della vita quotidiana, provando a raccontarli con i modi e le tecniche all’epoca in mio possesso.
Avrò avuto sedici anni, gli anni del liceo, quando per la prima volta avvertii quella irrefrenabile spinta a scrivere su un foglio di carta una sequenza di parole secondo uno schema che mi ritmava nella testa. Le prime cose che vennero fuori erano immagini fortemente influenzate dalle parole dei brani di Bob Dylan, che con una certa difficoltà cercavo di tradurre dall’inglese per conto mio, quasi mai soddisfatto dalle traduzioni che circolavano all’epoca e che non sempre rendevano appieno il caleidoscopico immaginario del più grande e sorprendente autore di canzoni di tutti i tempi. All’inizio la mia produzione poetica si limitava a brevi testi, versi sciolti senza rima, ma con un loro ritmo interno ben scandito. L’ispirazione molto spesso era fornita dalla “fanciulla bella e impossibile” del momento, anche se, immancabilmente, la destinataria finale del “poema giovanile” il più delle volte prendeva le sembianze della sua amica cicciotta e bruttina! Erano quegli anni lì: gli anni crudelmente spensierati del liceo, appunto.
Mi ricordo che nella notte dell’ultimo dell’anno del 1972 scrissi una canzone che si intitolava “Capodanno”. La scrissi avendo ben presente il testo delle “Osterie di Fuori Porta” di Francesco Guccini, di cui ricalcai la medesima scansione metrica. Scrissi questo testo in versi sciolti senza fare uso della rima, a differenza dell’originale gucciniano. Quella canzone fu in assoluto il mio primo lavoro, fatto di musica e parole. Ero così orgoglioso di quel primo parto che mi misi in testa di far ascoltare la mia “opera” a Guccini. Sapevo che Francesco abitava a Bologna, e a Modena – dove a quei tempi vivevo – c’era chi poteva mettermi in contatto con lui.
Erano le 14 di un pomeriggio di sole dell’aprile 1973 quando suonai il campanello del numero 43 di via Paolo Fabbri a Bologna e un omone barbuto, con un sorriso grande quanto le sue mani, spalancò la porta di casa sua a me, alla mia chitarra e al mio amico Libero. Quando ci congedammo era passata mezzanotte. Avevamo cantato di tutto, parlato di scrittori, poeti e canzoni, citato versi a memoria, ricordato personaggi bizzarri, bevuto lambrusco, tanto lambrusco, tagliato e gustato pane e salame. Avevamo passato una giornata memorabile assieme, e altre ne sarebbero venute con gli anni.
Me ne tornai a casa portando con me un consiglio garbato, affettuosamente paternalistico, ma fermo: “Ricordati di usare la rima!” Suggerimento che non ho più scordato. Forse perché mi sentivo molto come Dylan quando era andato a trovare Woody Guthrie per cantargli le sue canzoni, o forse perché acquistai dimestichezza con le rime e con le note, sta di fatto che quel giorno lì iniziai a scrivere canzoni.
In quegli stessi anni il vento del cambiamento soffiava molto forte. Le strade erano piene di bandiere rosse, di pietre volanti, di lacrimogeni. Le sirene della polizia ululavano la loro rabbia verso gli slogan degli operai e degli studenti uniti nella lotta contro tutto e tutti, e non volevi credere alla foto di quel ragazzo che da dietro un passamontagna sparava colpi di pistola ad altezza d’uomo durante una manifestazione. La fantasia al potere passò la mano alla lotta armata trasformando le città in campi di battaglia dove, a fine giornata, si contavano i morti, i feriti, i dispersi.
E i dispersi furono parecchi. Dispersi a loro stessi prima che al mondo.
In quel mese di marzo le strade intorno all’Università sono presidiate dai reparti speciali dei carabinieri. Sacchi di sabbia lungo i portici a delimitare un percorso obbligato per arrivare sani e salvi dalla Stazione ferroviaria all’Università. I blindati in sosta lungo via Zamboni, militari in assetto di guerra. Sembra la Praga di Jan Palach e invece è la Bologna del 1977.
Eppure, prima di arrivare alla primavera del ‘77, in Italia la strategia della tensione e gli scontri di piazza avevano scandito lo scorrere dei giorni sul calendario con un crescendo di violenze che non sembrava esaurirsi mai. Sono anni in cui la televisione e i giornali srotolano liste infinite di attentati, sparatorie, agguati, alternando i nomi delle vittime con le lettere che compongono gli acronimi dei vari gruppi che ne rivendicano la paternità. I numeri sono scolpiti a fuoco nel marmo della memoria e non danno tregua neanche dopo tanti anni. 1
Una cronologia dei fatti più salienti accaduti in quegli anni può aiutarci a ricordare meglio le atmosfere e gli stati d’animo di quel periodo.
Attentati più rilevanti
25 aprile 1969: una bomba esplode a Milano provocando 6 feriti; una seconda bomba viene ritrovata inesplosa. È Éinizio della strategia della tensione.
12 dicembre 1969: una bomba esplode a Milano in Piazza Fontana uccidendo 16 persone.
15 dicembre 1969: muore precipitando da una finestra della Questura di Milano Giuseppe Pinelli, durante un interrogatorio relativo alla strage di Piazza Fontana.
22 luglio 1970: il procurato deragliamento del Treno del Sole a Gioia Tauro uccide 6 persone.
31 maggio 1972: a Peteano di Sagrado, militanti di Ordine Nuovo uccidono 3 carabinieri.
17 maggio 1973: un attentato messo in atto da Gianfranco Bertoli alla Questura di Milano provoca 4 morti e 52 feriti.
28 maggio 1974: una bomba esplode a Brescia in Piazza della Loggia uccidendo 8 persone.
4 agosto 1974: una bomba ad alto potenziale esplode a San Benedetto Val di Sambro sul treno Italicus provocando 12 morti e 48 feriti.
16 marzo 1978: a Roma, in Via Fani, Aldo Moro viene rapito dalle Brigate rosse e 5 uomini della scorta vengono uccisi.
9 maggio 1978: le Brigate Rosse uccidono Aldo Moro
28 maggio 1979: le Brigate Rosse uccidono il sindacalista Guido Rossa.
2 agosto 1980: un ordigno esplode nella stazione di Bologna Centrale uccidendo 85 persone e ferendone oltre 200.
Per quanto possa sembrare grottesco, specialmente ora riguardando l’elenco interminabile degli attentati e delle vittime di quel periodo, molti si erano rassegnati a convivere con questa situazione da guerra civile permanente. Chi come me abitava in una piccola città, avvertiva la sensazione di vivere in un acquario, in un certo senso protetto dalle nebbie salvifiche della provincia. Gli echi delle bombe e delle sparatorie entravano nelle nostre case attraverso la televisione, la radio e i giornali, dando origine a discussioni familiari o a qualche scaramuccia di strada, inscenata più per scimmiottare lo scontro politico metropolitano che per anteporre diverse concezioni del mondo. Eppure, sotto quella nebbia pigra e assonnata, nei piccoli circoli culturali sorti spontanei all’ombra dei movimenti studenteschi modenesi, il dibattito prima o poi sarebbe arrivato ad approdare alla fatidica domanda: “Fiancheggiare la lotta armata o no?”, con le conseguenze che sappiamo. Mentre i ciclostili salmodiavano i loro mantra meccanici riempiendo le ore della notte con l’inchiostro delle parole d’ordine e delle indicazioni del movimento per le manifestazioni dei giorni a venire, la voglia di vivere e di ridere e di andare oltre si sedeva con noi sui muretti di quelle infinite periferie consumando la notte fino all’alba, lasciando che la crema appiccicosa dei bomboloni appena sfornati cancellasse le tracce di inchiostro dalle nostre dita.
Sulle riviste e i quotidiani trovavano spazio le schermaglie e i battibecchi animati dagli intellettuali (filosofi, sociologi, psichiatri, politologi), c’erano quelli a favore e quelli contro la lotta armata, e le sciabolate di certe loro affermazioni scavavano solchi profondi nelle coscienze e nel senso di responsabilità in molti di noi. Contemporaneamente, nei palazzi delle istituzioni, la mano fragile e insicura del governo cercava di mantenere, a colpi di bastone e di leggi speciali, il timone su una rotta di illusoria salvezza lottando contro un mare in tempesta continua. In fondo, se si era arrivati a questa situazione, una grossa responsabilità gravava anche sulle teste di molti uomini politici nostalgici e corrotti: c’era chi aveva tentato a più riprese di riportare in auge il pugno di ferro, inscenando colpi di stato più o meno farseschi o fomentando l’adozione di leggi liberticide, 2 e c’era chi aveva avidamente intascato tangenti per favorire l’acquisto di certi aerei militari. 3 Su tutti questi casi si stendeva come una cappa di piombo l’ombra inquietante dei servizi segreti deviati.
In aggiunta, la crisi economica non accennava a mollare la presa e ogni tentativo del sindacato per mantenere aperto un dialogo tra lavoratori e proprietà (tra operai e padroni, come si diceva allora) si frantumava contro le avanguardie operaie dei cortei torinesi, veneziani, milanesi, romani. Nelle strade, nelle scuole e nelle fabbriche, si fa largo un’unica lingua, fatta di fuoco e di pietre, per urlare la sfiducia nelle istituzioni, la rabbia per i diritti calpestati, la paura per le future ritorsioni.
In questa altalena di stati d’animo, anche le prese di posizione nei confronti delle nuove idee e della loro messa in pratica erano mutevoli e influenzate dall’incalzare degli avvenimenti. Le sigle delle fazioni in campo contro lo stato nella lotta armata riecheggiavano gli acronimi delle antiche formazioni partigiane impiegate nella guerra di liberazione: NAR, BR, GAP, ecc., e anche questo contribuiva ad alimentare nuovi dibattiti nelle sedi dei partiti democratici. Chi sono? Cosa vogliono? Nuovi partigiani? Compagni che sbagliano? Ma sbagliano veramente? E se avessero ragione loro … ? Il PCI, proclamatosi erede unico della lotta di liberazione, in virtù di questo suo ruolo chiarì immediatamente la propria posizione prendendo le distanze sia dai movimenti studenteschi di matrice extraparlamentare sia da chi sosteneva, fiancheggiava e perseguiva la lotta armata. Dicevano che i partigiani avevano combattuto per la libertà e la democrazia, mentre questi violenti terroristi volevano solo mettere a repentaglio la democrazia e riportare in auge uno stato forte e autoritario. 4
Molti di noi – più vicini alla sinistra extraparlamentare che a quella riformista e canonizzata – non avevano tanta simpatia per i compagni della FGCI, e anche durante le assemblee studentesche i loro interventi venivano accolti da bordate di fischi e manifestazioni di dissenso. Fondamentalmente i “figicini” venivano fischiati perché erano noiosi, paternalisti, ripetitivi, supponenti e fastidiosi, anche per via di quel linguaggio – forgiato negli incontri in sezione – che a noi sembrava assolutamente astruso, fatto di intercalari tanto retorici quanto vuoti, del tipo: “nella misura in cui … ”, “se è vero come è vero … ”,“a monte … a valle”, “cambia il piatto ma la minestra rimane la stessa … ”, “la parola d’ordine è … ”e così via. C’era nell’aria una forte voglia di cambiamento, gli studenti la sentivano, la sostenevano e la sospingevano verso l’alto. Il piombo dei terroristi inevitabilmente faceva precipitare a terra qualsiasi tentativo di cambiamento, lasciandolo agonizzante sul selciato in una pozza di sangue.
Il giorno in cui rapirono Aldo Moro ero a casa di un mio amico, guardavamo l’edizione speciale del telegiornale e commentavamo il fatto tra incredulità e sconforto. Entrò la madre del mio amico, ex staffetta partigiana e militante nel PCI, e in silenzio si mise a guardare la televisione con noi. Quando il servizio finì, si voltò verso di noi e disse: “È un momento difficile, ragazzi, ma sappiate che noi vecchi partigiani le armi le abbiamo ancora. E all’occorrenza, le sapremo tirar fuori! Ma con quella gentaglia lì non si tratta.”
3. Una storia dal triangolo della morte
In Emilia, dove sono nato io, negli anni della guerra partigiana, dal 1943 fino alla metà del 1949 (quattro anni dopo la fine del secondo conflitto mondiale) alcuni partigiani sbandati, approfittando del caos di quel periodo, commisero una serie di crimini, in parte vendette personali camuffate da esecuzioni sommarie, eliminando persone non sempre coinvolte con il decaduto regime fascista, in nome di una facinorosa giustizia proletaria. Per molti mesi, questi sbandati seminarono morte e terrore nelle campagne, nei villaggi e nelle città del territorio compreso tra Bologna, Modena, Reggio Emilia e Ferrara, facendo guadagnare a quella zona il triste appellativo di “triangolo della morte”. 5
Di tutte queste faccende non si è mai parlato apertamente, anche perché, fino alla fine degli anni ‘80, pochi avevano l’interesse o la voglia di riesumare certi fatti sepolti dal silenzio del tempo o dalle devianti accuse di revisionismo storico. Dopo il crollo del muro di Berlino, poco per volta, su segnalazione di testimoni ancora in vita e per la caparbietà dei famigliari delle vittime, sono venuti alla luce i resti di quelle esecuzioni. A tutt’oggi si contano oltre 4500 vittime accertate.
Ero in terza elementare, quando una delle mie maestre raccontò in classe la storia di un partigiano che, per mesi, anche dopo la fine della guerra di liberazione, continuava a sparare nelle strade e nelle campagne attorno a Modena. Continuava a sparare perché, a suo dire, la città non era ancora del tutto liberata dai fiancheggiatori del fascismo. La maestra ci disse anche che il nome di battaglia di quel partigiano era Joe Mitraglia e in quel periodo, ogni volta che qualcuno scompariva o veniva ritrovato crivellato di colpi nei campi o nelle vie poco illuminate della città vecchia, la gente attribuiva a lui la colpa commentando“ … ed sicur l’è sté Joe Mitraglia.”
Quella sorta di giustiziere solitario era diventato un personaggio scomodo e pericoloso. Una figura tanto imbarazzante quanto ingombrante, sia per gli ex partigiani – che avevano combattuto con lui per la liberazione della città – sia per la gente comune che, dopo tanti anni di terrore e violenza, voleva tornare a una vita quotidiana fatta di normalità e spensieratezza. La storia ci racconta come con un’imboscata notturna si pose fine alle imprese di Joe Mitraglia. Nessuno seppe mai i nomi dei mandanti, anche se molti erano propensi a credere che fossero da ricercare tra quelli che un tempo erano stati i suoi compagni di battaglia.
Naturalmente quel nome era un’invenzione. Probabilmente la mia maestra, non volendo rivelare il vero nome di quel partigiano sbandato, aveva deciso di appioppargli un soprannome di fantasia, prendendo a prestito quello del protagonista di una canzone di Renato Rascel del 1957. In quei primi anni ‘60, a Modena, gli animi non erano affatto sereni, ancora facilmente infiammabili se l’argomento cadeva sulla guerra di liberazione o su vendette private consumate nell’immediato dopoguerra. L’eccidio di alcuni operai davanti alle fonderie di Modena, nel corso degli scioperi del 9 gennaio 1950, aveva riaperto antiche questioni viscerali, per cui la scelta di usare un nome di pura invenzione fu sicuramente, da parte della mia maestra, una decisione prudente e corretta.
La colonna sonora di quegli anni ‘70 era essenzialmente canzone d’autore. Il solco tracciato dai Dylan e dai Cohen agli inizi degli anni ‘60 aveva cominciato a dare frutti in Italia già dalla fine del decennio, scalzando di prepotenza l’eco degli chansonniers che tanto avevano influenzato i cantautori genovesi e milanesi. In quel solco fioriva il folk-beat bolognese, che però aveva profonde radici in quella Modena rock che si agitava nel piazzale antistante il Bar Grande Italia e che pochi anni prima aveva partorito innumerevoli gruppi rock dai nomi fantasiosi come Rags, Onibaba, Carpe Diem, Diavoli Neri, Equipe 84, Johnny e i Marines, Le Scimmie, e – ultimi e quasi mai definitivi – I Nomadi. In quei primi anni ‘70 le osterie di Bologna erano il palcoscenico privilegiato dei cantautori emiliani, oltre a qualche dancing che il giovedì sera apriva le porte ai late show dei cantautori.
Le canzoni che si cantavano con gli amici, o a scuola, durante le occupazioni, erano “Contessa” di Pietrangeli, “La locomotiva” di Guccini, “La guerra di Piero” di De André, e tanto Dylan. Durante una occupazione al Liceo Scientifico Tassoni di Modena, noi del Comitato Studentesco decidemmo di invitare a suonare in palestra gli Stormy Six. Il gruppo milanese all’epoca era fortemente coinvolto nel Movimento Studentesco e si spostava in lungo e in largo per l’Italia tenendo nelle scuole occupate concerti a prezzi – come si diceva allora – decisamente politici. Ricordo che rimasi particolarmente colpito da una canzone degli Stormy Six: “Dante Di Nanni”. 6 La canzone racconta la storia di un partigiano ucciso dai fascisti a Torino nel 1944 e il cui fantasma, secondo gli autori, si aggira ancora oggi per le vie della città: “Trent’anni son passati, da quel giorno che i fascisti / Ci si son messi in cento ad ammazzarlo / E ancora non si sentono tranquilli, perché sanno / Che gira per la città, Dante di Nanni.” 7
Il significato della canzone è piuttosto chiaro, specialmente rispetto a quei tempi. Era un monito ai fascisti affinché stessero attenti a girare per la città, perché nell’ombra si aggira ancora lo spirito di quel vecchio partigiano pronto a vendicare la sua morte.
Un’altra canzone tornata in auge in quegli anni ‘70 era “Per i morti di Reggio Emilia” di Fausto Amodei. Il brano racconta l’eccidio di 6 operai caduti sotto i colpi della polizia del governo Tambroni il 7 luglio 1960 nel corso di una manifestazione a Reggio Emilia.
Il tono solenne della canzone è cadenzato da versi che evidenziano continuamente il legame stretto tra gli operai uccisi durante la manifestazione e i partigiani caduti nella guerra di liberazione: Compagno cittadino fratello partigiano teniamoci per mano in questi giorni tristi Di nuovo a Reggio Emilia di nuovo là in Sicilia son morti dei compagni per mano dei fascisti Di nuovo come un tempo sopra l’Italia intera Fischia il vento e infuria la bufera.
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Oltre al tono solenne, quello che mi aveva colpito era l’utilizzo fatto da Amodei, all’interno del testo della sua canzone, di alcuni versi di “Fischia il vento”, inno della formazione partigiana Brigata Garibaldi scritto da Felice Cascione, durante la guerra di liberazione, sulla melodia di “Katjuša”, una canzone popolare russa.
Sicuramente l’espediente utilizzato da Fausto Amodei mi era ben presente nella stesura del testo di “Joe Mitraglia”, sia per il mio richiamo a Gobetti, sia per altri versi in cui si avverte l’influenza di “Fischia il vento”, ad esempio: la “rossa primavera” del canto partigiano diventa la “nostra primavera” nella mia ballata: “Fischia il vento infuria la bufera / scarpe rotte eppur bisogna andar / a conquistare la rossa primavera / dove sorge il sol dell’avvenir.” 9
4. La ballata di Joe Mitraglia
Dopo questa lunga introduzione è arrivato il momento di leggere il testo della canzone “Joe Mitraglia”: Qui in città non ne senti più parlare troppi anni son passati e troppo tristi son da ricordare giorni neri giorni dannati Ma a qualche vecchio quando sente il nome di Joe Mitraglia il partigiano si tingon strani gli occhi proprio come gli avessi tolto il vino dalla mano Joe Mitraglia era uno dei tanti che aveva detto no ai repubblichini era scappato anche lui sui monti lasciando a casa moglie e bambini Combatteva tra i boschi in Appennino e i sentieri li aveva ricoperti da Benedello a Montefiorino di tedeschi e di fascisti morti Dopo l’inverno vien la primavera ma del ‘45 è la più bella e la liberazion non sembra vera ma da mesi non si usa la padella Manca anche il grano nei granai tutto in vent’anni han fatto fuori anche le lacrime per i morti tuoi quei maledetti dai manganelli neri Ma eran in tanti a uccidere Gobetti e tanti ancora a picchiar di notte ed io li voglio tutti maledetti se non da Dio almen dalle mie botte Così diceva venuto giù dai monti rossi di sangue e rossi di pensiero tenne con sé i suoi fucili pronti per continuar la nostra primavera Così di notte ed anche in pieno giorno Joe Mitraglia sparava senza posa fascisti non voleva più d’attorno da Sant’Eufemia fino alla Pomposa C’era sui muri il sangue di vendetta ma una notte qualcuno il nome grida un’imboscata e giù di baionetta qualcuno ride qualcuno come Giuda Qui in città non ne senti più parlare troppi anni son passati e troppo tristi son da ricordare giorni neri giorni dannati Ma a qualche vecchio quando sente il nome di Joe Mitraglia il partigiano si tingon strani gli occhi proprio come gli avessi tolto il vino dalla mano.
Quella storia e quel personaggio, legati al periodo della mia infanzia, negli anni si erano arricchiti di altre storie e di altri Joe Mitraglia che mi furono raccontati da più voci. Venni a sapere di intere famiglie, composte dai figli o dai nipoti di vecchi gerarchi o di fiancheggiatori del fascismo, – la cui unica colpa era quella di appartenere al medesimo ceppo familiare del presunto colpevole – tenute nascoste nei solai e nei granai del Modenese per sfuggire a rappresaglie o a esecuzioni sommarie. O ancora, di piccoli proprietari terrieri o sacerdoti, rei – agli occhi dei loro aguzzini – di appartenere a una determinata condizione, che erano stati portati via di nascosto per poi scomparire nel nulla. Questi fatti mi avevano colpito nel profondo, anche perché nella mia famiglia (in parte proveniente dalla Dalmazia a seguito dell’esodo del secondo dopoguerra) era ancora vivo il ricordo di violente rappresaglie e di esecuzioni sommarie barbaramente consumate gettando le vittime ancora vive in quelle gole carsiche tristemente note col nome di “foibe”.
Molti quindi erano i motivi che guidavano la mia penna a scrivere la ballata di Joe Mitraglia, non ultima la voglia di dar voce a quei fatti accaduti nel secondo dopoguerra in Emilia, fatti che tanti conoscevano ma su cui molti preferivano tacere. Utilizzare quella storia come allegoria dei tempi che stavamo vivendo mi sembrava il modo migliore per raggiungere entrambi gli scopi.
Nel racconto della canzone convivono due punti di vista ben distinti: quello del narratore onnisciente, che riporta le gesta del partigiano ribelle, e quello del protagonista, il cui flusso dei pensieri è espresso in prima persona. L’intenzione era quella di condurre l’ascoltatore a valutare fatti raccontati nella canzone per mezzo dei due punti di vista. Quello del narratore, che è l’espressione dei pensieri e degli stati d’animo della gente comune, e quello dell’io narrante, che secondo le mie intenzioni doveva rappresentare il pensiero del partigiano e quindi, nella mia trasposizione, il pensiero dei terroristi. Usando questo espediente, volevo dar voce a quanti, e all’epoca erano tanti, non si identificavano né con lo stato né tanto meno con i terroristi, ma avevano la speranza – o la sensazione – che tutto questo alla fine si sarebbe concluso grazie a una crepa nel muro d’omertà, grazie al contributo di qualche pentito o all’azione di qualche infiltrato. Cosa che molti anni dopo, effettivamente, avvenne.
Se analizzassimo il protagonista della canzone utilizzando i criteri della critica letteraria, dovremmo ascrivere la figura del partigiano ribelle alla lunga schiera degli antieroi. E lo troveremmo in compagnia di tanti altri protagonisti di storie assai simili a quella che ho raccontato nella canzone “Joe Mitraglia”. Uno per tutti: il Bube, personaggio principale del romanzo di Carlo Cassola (1960).
Eroi fuori del tempo, ancorati a un’idea fuori del tempo, incuranti dei cambiamenti e impermeabili alle evoluzioni, e per questo relegati al ruolo di antieroi patetici. Un identico destino è riservato anche al nostro Joe Mitraglia, il quale, immobile nella sua caparbia convinzione di portare avanti all’infinito la “rossa primavera”, incapace di rendersi conto che la guerra è finita, consegnerà sé stesso, la sua idea e la sua azione, più ai verbali della questura che ai libri di storia, condannandosi alla schiera dei perdenti.
A beneficio della cronaca dirò che la canzone “Joe Mitraglia” è stata scritta il 25 marzo del 1975 nello studio del mio amico Toto Vandelli (ho ritrovato il manoscritto originale firmato e datato). Lo studio di Toto era una stanzetta che i suoi avevano ricavato da una cantina nel seminterrato della loro abitazione. Nello studio, oltre a un tavolo, a un vecchio divano e ad alcune sedie, c’era l’immancabile Masetti: una chitarra acustica di liuteria modenese.
Quel pomeriggio di marzo i versi vennero fuori di getto, senza doverci pensare più di tanto. Il testo della prima strofa scaturì in due minuti, le altre strofe uscirono nel giro di mezz’ora. Il manoscritto che ho ritrovato non riporta tante correzioni e sovrascritture.
La canzone ha la struttura di certe ballate folk angloamericane di derivazione scoto-irlandese ed è composta da sei strofe, dove la prima e l’ultima si ripetono, riproponendo il medesimo testo. Il verso adottato non è sempre l’endecasillabo, infatti non tutti i versi rispettano questa struttura. Ogni strofa è composta da due stanze di quattro versi, uguali sia per lunghezza che per melodia, con rime alterne secondo lo schema ABABCDCD. Dove non è rispettata la rima ho utilizzato assonanze e consonanze. La canzone è priva di un ritornello vero e proprio e l’ultimo verso di ogni stanza ha la funzione di marcare la cadenza della canzone assumendo quasi un ruolo di refrain.
Nella scrittura del testo della mia canzone avevo ben presente la struttura di alcune ballate americane che raccontano di personaggi al limite tra il reale, il leggendario e il fantastico: personaggi anche stilisticamente assai affini al mio Joe Mitraglia. Mi riferisco in particolare ai Jesse James/Jesus Christ e ai Tom Joad cantati da Woody Guthrie o ai John Wesley Harding scaturiti dalla fantasia di Bob Dylan. Anche nel testo di quelle ballate, strutturalmente privo di un ritornello, il racconto si srotola di strofa in strofa, tenuto insieme dalle rime e dalla ripetitività schematica delle stanze.
Una volta scritto il testo, imbracciai la Masetti di Toto e cominciai a suonare il giro di accordi di “Hey Mister That’s Me Upon the Juke Box” di James Taylor (SOL/FA/DO) e provai a canticchiarci sopra le parole che avevo appena scritto. Gli accordi accompagnavano abbastanza bene la melodia che si stava definendo intorno ai primi tre versi, poi al quarto verso le mie dita scivolarono quasi d’istinto sull’accordo di RE maggiore e quel passaggio segnò il ponte verso la chiusa, mentre il tempo della canzone si andava definendo in 2/4. In poco più di un’ora “Joe Mitraglia” aveva un testo, una melodia e un ritmo. La storia di quel partigiano era diventata una canzone.
Nei giorni a seguire misi a punto una serie di accordi per creare una intro alla canzone. Si trattava di alcuni accordi in sequenza (SOL/FA/DO/DO/RE/SOL/SOL4/SOL) che iniziavano da un SOL un’ottava più in alto rispetto agli accordi canonici (ossia con l’accordo di RE sul settimo fret) e terminavano sul SOL nella sua posizione naturale, ossia al terzo fret, con passaggio obbligato sul DO/SOL 4, come nella migliore tradizione folk americana. Questo giro di accordi, su cui suonavo un motivetto con l’armonica a bocca, nella stesura originale del pezzo, oltre che all’inizio della canzone veniva ripetuto due volte ogni due strofe, fungendo così anche da inciso e, dopo l’ultima strofa, da coda. All’epoca suonavo con un gruppo formato da Mario Grosoli alla chitarra e voce, Marco Costantini al basso, Claudio Gorzanelli alla batteria, Paolo Poggi alle tastiere e agli arrangiamenti. Io suonavo chitarra e armonica. Suonavamo in qualche sagra di paese e ai Festival dell’Unità in provincia di Modena. Il nostro repertorio era composto da canzoni di Jannacci, Bertoli e Dalla alternate con alcune composizioni mie.
Nel 1975 non avevamo ancora una sala prove nostra e ci trovavamo a suonare in alcuni locali della provincia di Modena. Provavamo alla bocciofila Villa d’Oro, in uno stanzone vuoto che il sabato sera diventava una balera. “Joe Mitraglia” piacque subito alla band e la mettemmo immediatamente in repertorio; in breve la canzone divenne un cavallo di battaglia del nostro spettacolo.
A onor del vero, non sono mai stato un grande chitarrista. Chi suonava con me in quegli anni aveva parecchio da tribolare per dare una quadratura alle mie pennate sulla chitarra. Del resto, i miei maestri erano stati Woody Guthrie e Bob Dylan, per cui avevo buone attenuanti! Le mie prime esibizioni in pubblico risalgono al 1972. Ci si trovava il sabato pomeriggio nei locali del Piccolo Eden, una sala da ballo in malora all’ultimo piano di una palazzina littoria che al pianterreno ospitava il primo cinema a luci rosse della città. Nel cuore di Piazza Matteotti, nella penombra del Piccolo Eden, davanti a un pubblico selezionatissimo (pochi amici e qualche raro appassionato), ci ritrovavamo lì, musicisti e cantautori in erba, a condividere il palcoscenico accomunati dalla stessa passione per la musica e dalla medesima voglia di raccontare la propria visione del mondo. Riccardo Bellei, con la sua viscerale passione per Venditti, Massimo Cavazzuti, il geniale inventore dell’Armadiofono (solo lui meriterebbe un capitolo a parte), il “westcoastiano” Bruco Brusoni, il cupo e introverso Franz, e ancora altri di cui ora mi sfuggono i nomi. All’epoca mi esibivo in coppia con Mario Grosoli, due chitarre acustiche e due voci. Io alto e magro con i capelli lunghi, neri e lisci, lui non tanto alto e con in testa un cespuglio di riccioli rossi. Eravamo una sorta di Simon & Garfunkel all’incontrario! Nel nostro repertorio c’era molto Dylan, qualcosa dei Fairport Convention, un paio di pezzi di James Taylor e “Here Comes the Sun” dei Beatles. A volte, in scaletta scivolava anche “Non Credevi”, canzone che avevo appena finito di scrivere in quei giorni. Quando anche questo ultimo avamposto amico chiuse i battenti, le possibilità di suonare dal vivo nei locali della città, per dei giovani non professionisti quali eravamo noi allora, si ridussero a zero.
Nel 1974, con un nutrito gruppo di amici, decidemmo di passare le vacanze estive in Sardegna. La nostra compagnia – molti di noi con un passato da boy scout – aveva la passione per le motociclette, il campeggio libero e la natura incontaminata. A differenza di tanti nostri coetanei, che si sorbettavano gli ingorghi dell’autostrada adriatica per raggiungere le caotiche spiagge romagnole, noi preferivamo le selvagge e avventurose coste della Sardegna, le strade tortuose e insidiose del Supramonte, i silenzi profumati di certe baie solitarie avvolte nella macchia mediterranea, o il crepitio del sole che si spalma rovente sulle dune di Ingurtosu, Naracauli, Piscinas e si stempera nelle acque smeraldine della Costa Verde e di Buggerru. In quelle sere d’estate, nel buio infinito di quei cieli illuminati dai nostri fuochi, e dai bivacchi dei pastori un po’ più in là, ci scambiavamo canti e racconti di vita con gli abitanti delle poche case rimaste in piedi nei villaggi minerari intorno a Naracauli. Minatori senza più mina. I più, spinti a forza sugli aspri e stopposi pascoli sperduti in tanta Barbagia, e tanti altri in coda davanti all’ufficio del lavoro per elemosinare un pugno d’ore o una giornata di lavoro in qualche officina, in qualche cantiere o in fattoria. Le speculazioni e la mancanza di investimenti opportuni avevano condannato quei centri minerari a una lenta e implacabile agonia. Ma questa è già un’altra canzone, è già un’altra storia.
5. Naracauli e altre storie
Nel dicembre del 1977 mi trovavo a Londra col mio inseparabile compagno di studi Toto, per migliorare la conoscenza della lingua inglese. Frequentavamo l’Università di Bologna, Lettere con indirizzo linguistico, e una buona conoscenza della lingua era un dato imprescindibile per continuare gli studi. In realtà ero andato a Londra soprattutto per prendermi un momento di riflessione e di pausa lontano da Modena e dal gruppo di amici e musicisti che frequentavo allora. In quella “piccola città”, per citare Guccini, mi sentivo in gabbia e costretto a vivere secondo una routine fatta di comportamenti prestabiliti e di abitudini ripetitive e noiose. A Londra stava esplodendo il fenomeno punk e la città era in pieno fermento creativo. In quegli anni, la musica che si ascoltava in giro e nei locali londinesi era tanto irriverente quanto stimolante, e ogni quartiere, dal West End a Camden Town, era in grado di offrirti mille occasioni e mille ispirazioni.
Una sera, mentre ancora ero in Inghilterra, ricevetti una telefonata dall’Italia. Era Paolo Poggi, il mio tastierista. Era eccitatissimo. Mi raccontò di aver dato una cassetta con alcuni pezzi miei a Chris Dennis, allora polistrumentista dei Nomadi, il quale li aveva fatti ascoltare a Dodo Veroli, all’epoca produttore artistico del gruppo, e questi gli aveva fatto sapere di essere particolarmente attratto dalle mie canzoni e di volerne ascoltare altre! Sembrava davvero che I Nomadi fossero interessati alle mie canzoni.
Nel dicembre 1978 l’album Naracauli e altre storie, contenente sei dei nove pezzi che avevo consegnato nelle mani di Dodo Veroli, venne pubblicato e distribuito dalla EMI Italiana.
L’album includeva: “Naracauli”, “La mia canzone per gli amici”, “Non Credevi”, “Luisa”, “Rebecca. Un gioco di società” e, ovviamente, “Joe Mitraglia”. Su suggerimento di Davide Benati, il disco uscì con una veste grafica che riecheggiava le copertine verdi stampigliate in oro dei volumi della collana Medusa di Mondadori. L’interno dell’album riportava i testi delle mie canzoni e alcune fotografie scattate da Carlo Savigni.
Molto probabilmente, se quell’album non fosse mai stato realizzato, ben pochi avrebbero avuto la possibilità di conoscere la storia di Joe Mitraglia.
Personalmente non ho mai avuto tante occasioni di frequentare I Nomadi, forse perché con loro non si instaurò mai quella complicità necessaria a mantenere aperto un dialogo. Eppure, quelle rare volte in cui ci si incontrava, Augusto Daolio mi ripeteva sempre di essere particolarmente affezionato a “Joe Mitraglia”. Effettivamente, la canzone è sempre stata presente in scaletta nei concerti dei Nomadi, almeno finché il loro leader storico è rimasto in vita.
In alcune occasioni particolari sono stato anche invitato sul palco da Augusto a cantare assieme a I Nomadi; ne ricordo soprattutto un paio: nel 1983 a Reggio Emilia, per il ventesimo compleanno dei Nomadi, e nel 1988 in Piazza Grande a Modena. Specialmente di quel concerto modenese serbo ancora vivo il ricordo di una bella versione di “Joe Mitraglia” cantata a due voci con Augusto e suonata da Paolo Lancellotti, Dante Pergreffi, Chris Dennis e Beppe Carletti: la formazione con cui il gruppo musicale emiliano, a mio avviso, toccò i vertici artistici più alti. Un anno prima, con quella medesima formazione, I Nomadi avevano realizzato un doppio album registrato dal vivo, pubblicato dalla CGD col titolo Nomadi in concerto. Like a Sea Never Dies. Tra le canzoni incluse nell’album è presente una versione completamente rivisitata di “Joe Mitraglia”. In questo nuovo arrangiamento, Chris Dennis mette da parte il violino – abbandonando quelle sonorità country-blues tipiche dell’album Naracauli e altre storie – per imbracciare una ruvida e distorta Gibson ES 335 Cherry, che donerà al racconto del partigiano ribelle il sound di una ballata rock dal sapore tipicamente Robbie-Robertsoniano.
In questi ultimi anni, un certo numero di cover band dei Nomadi, sorte un po’ dappertutto in Italia, mi hanno fatto sapere di eseguire regolarmente “Joe Mitraglia” nei loro concerti. Recentemente, una di queste band mi ha chiesto il permesso di intervenire sull’arrangiamento. Ovviamente ho acconsentito. Del resto, se dopo tanti anni “Joe Mitraglia” era ancora capace di suscitare interesse e curiosità in un gruppo di giovani musicisti, mi sembrava giusto che questi ragazzi se ne appropriassero, almeno in parte, così da riuscire a interpretarla con la giusta convinzione.
Conclusione
All’inizio di questo percorso mi ero chiesto se una canzone, a distanza di oltre quarant’anni dal suo concepimento, potesse avere la stessa capacità evocativa e narrativa di allora e se i fatti in essa raccontati venissero ancora recepiti, dopo tanto tempo, con la medesima intensità.
Molto probabilmente, riascoltando oggi “Joe Mitraglia”, ognuno di noi avrà una reazione differente, e questa reazione sarà sicuramente influenzata dall’intensità con cui quegli avvenimenti e quegli anni furono vissuti ed elaborati da ciascuno di noi. Per alcuni Joe Mitraglia sarà un perdente, legato a un’idea fallimentare, a una visione comunista del mondo che forse avrebbe anche potuto cambiare le sorti dell’Occidente, ma di cui la storia ha tragicamente dimostrato la consistenza fallace. Per altri invece il nostro protagonista sarà una scintilla che mai non si spegne, un esempio fulgido di convinzione e determinazione. Un eroe individualista che ha intuito la strada da seguire e che la persegue a costo dell’estremo sacrificio. Per altri ancora, invece, il partigiano ribelle sarà un visionario, uno squilibrato esaltato, vendicativo e spietato, messo a tacere dai suoi stessi compagni perché il sangue rappreso sulle sue mani non sporchi la purezza degli ideali che hanno alimentato la lotta di liberazione nel secondo dopoguerra in Italia.
Il fatto però che questa canzone venga ancora eseguita nei concerti da un certo numero di cover band, e non di rado suonata dai Nomadi stessi nei loro spettacoli, mi fa pensare che la forza del racconto, la pateticità del protagonista e le immagini racchiuse dentro alle parole del testo sappiano ancora trasmettere quel senso di inadeguatezza e incapacità di stare al passo con la Storia, che rappresenta l’aspetto più tragico del personaggio Joe Mitraglia. E in questa luce, visti i tempi che stiamo vivendo, la canzone si arricchisce di una nuova interpretazione, guadagnandosi una chiave di lettura ancora più attuale e fino a ieri imprevedibile.
Footnotes
Funding
This research received no specific grant from any funding agency in the public, commercial, or not-for-profit sectors.
Note
Canzoni citate nel testo
Dante Di Nanni (Fiori Leddi). In: Stormy Six, Un biglietto del tram. L' orchestra, 1975.
Fischia il vento (tradiz. Cascione, F) ©SIAE Pubblico dominio.
Hey Mister, That's Me Upon the Jukebox, James Taylor, Warner Bros., 1971.
Jesse James (Guthrie Ledbetter). TRO-Ludlow, Woody Guthrie Pub., 1967.
Joe Mitraglia (Bettelli). In: I Nomadi, Naracauli e altre storie. Emi Songs, 1978.
John Wesley Harding (Dylan). In: Bob Dylan, John Wesley Harding, CBS, 1967.
La locomotiva (Guccini). In: Francesco Guccini, Radici. Emi Songs, 1972.
Per i morti di Reggio, Emilia (Amodei). In: Cantacronache 6, Italia Canta, 1960.
Tom Joad (Guthrie). TRO-Ludlow, Woody Guthrie Pub., 1960.
