Abstract

L’unico viaggio o vacanza che abbia mai fatto con i miei genitori (escludo, ovviamente, le permanenze con loro in appartamenti di loro locazione) fu una tournée al Sud nell’estate del 1965.
Nel 1965, come è noto, l’Italia era stata appena unificata; e comunque, soltanto politicamente. Saranno stati, allora, sì e no un dieci anni che c’erano la televisione, il festival di Sanremo e la Fiat. (La Fiat c’era anche prima, chiedetelo a tutti i soldati della prima guerra mondiale portati al massacro dai camion degli Agnelli; ma finché ci lavoravano soltanto i torinesi, la Fiat poteva anche trovarsi sulla luna che per gli italiani del Sud sarebbe stata la stessa cosa). E poi, sì, Canzonissima. Nonché la Cassonissima del Mezzogiorno.
Altre istituzioni unitarie erano ancora più vergognosamente recenti. Il Disco per l’Estate, per esempio, ci sarà stato da un cinque o sei anni; e quanto al mare, forse da meno ancora.
Mi spiego. L’acqua salata, d’accordo, c’era anche da prima dell’unificazione, fino dai tempi della battaglia delle Egadi. Ma una massa d’acqua salata buttata lì, chi avrebbe il coraggio di chiamarla mare? Sull’acqua salata vengono i saraceni o i normanni a fare scorribande, nell’acqua salata vanno a paciugare con i piedi le vecchiette accaldate dall’essere discese dal villaggio fino al mercato, mentre sollevano pudicamente con le mani le falde della nera veste.
Per fare specificamente il mare, invece, ci vogliono svariati elementi ben precisi:
Una lunga passeggiata in cemento con gelaterie e bar. Numerosi stabilimenti balneari. Almeno uno di questi edificato in mattone, con rotonda pensile o su palafitte in aggetto sulla spiaggia, e con “complesso” (vale a dire, banda) musicale, o almeno un giubòks. Diversi alberghi con, nel parcheggio, veicoli dalle targhe automobilistiche di “fuori”. Automobili, moto e/o altri marchingegni, semoventi o anche no, atti a produrre casino durante la notte. Masse di bagnanti in costumi “moderni”(?) distesi al sole sulla sabbia, o, in quella stessa zona, similmente sfaccendati.
Date queste considerazioni elementari, chiunque potrà rendersi conto che nel 1965, al Sud, di acqua salata ce n’era dappertutto, ma di mare invece ce n’era ancora davvero pochino.
Con entusiasmo, dunque, neounitario, i meridionali accolsero la mia famiglia. E buon per noi: l’autostrada, mi sembra, non c’era ancora tra Firenze e Roma, né, ovviissimamente, a sud di Salerno; per cui, arrivati infine alla mèta dopo un viaggio del genere (Vallo di Lucania e via discorrendo), il ristoro del calore dei locali era un conforto non solo sufficiente ma, soprattutto, necessario.
Non che, quel calore, la famiglia guidata da mio padre durasse fatica a ottenerlo. Le nostre impressioni, infatti, derivavano dal nostro punto di vista particolare (e falsante) d’ambasciatori, appunto, del Mare, dell’Estate, del Nuovo Modello di Sviluppo, della Buona Novella – dei Tempi del Giubòks. Una canzone di mio padre aveva appena vinto il Disco per l’Estate, e a tutte le ore tutte le voci ripetevano la melodia-Simbolo, la melodia-Archetipo, la melodia-Taumaturgia: la formula sacra del Mistero, cantando le cui parole (“Forma del battesimo sono le parole …”) si otteneva la Mistica Unione con l’Estate. 1
Per quell’estate, quantomeno.
Dunque mio padre era, in sostanza, grande sacerdote … in tournée.
Durante il viaggio, la gente si faceva in quattro per proporgli il miglior affittacamere del paese (tutti parenti; canto del gallo sotto casa alle cinque del mattino, gratis), il miglior ristorante (tutti parenti), il miglior terreno di tutta la zona di Capo Vaticano (tutti parenti): terreno che, giuravano, si sarebbe decuplicato di valore nel giro di pochi anni. – A cinquemila lire il metro quadro? A una settimana di viaggio da casa? Ma sì, ma sì: avevano ragione. L’autostrada, un giorno, sarebbe arrivata.
Peccato soltanto che misurassero l’estensione delle strapiombanti balze rocciose secondo la superficie del piano inclinato, e non secondo la proiezione di quelle sulla sfera terrestre sottostante.
Il più a lungo ci fermammo in Calabria. Eravamo a Soverato. Allora in tutta Soverato c’era un solo albergo, il “San Vincenzo”, che era l’albergo della stazione, proprio sopra i binari morti e gli scambi. I miei genitori ne venivano svegliati di soprassalto al far dell’alba.
(Ma nel 1965 dove andavano, sul far dell’alba, i treni di Soverato?)
Io e Fabio invece ronfavamo della grossa sognando la voce di un certo Mozzi, o Pozzi, o Rozzi, o Sozzi, o Zozzi, o non so più che: “È notteee, / ma non dooormo / Penso ai tuoi occhi veeerdi / che non mi guardano piùùùù!” In tal modo, contraddicendo alla grande le parole medesime del cantante da noi coltivato, noi bambini dormivamo come fossimo stati dei giusti; e sentivamo quelle da noi pur inapplicate parole come, in fondo, cosa anche un po’ nostra.
Ma il centro della nostra (mia e di mio fratello) esistenza era ben altrove: ovvero, da “Scalamandré / che dei gelati è il re”. Fu là, e fu allora, che io compresi che cosa sia realmente il gelato. Pochi gusti, cinque o sei (e niente gianduia), più la panna e le granite. Il piacere che ne provavo era assolutamente intrauterino. Voglio dire che non era “un” piacere: ero troppo piccolo, allora, per essere interessato alla varietà mondana degli edonismi. Soltanto, se m’avessero detto che al paese successivo c’era un cugino di Scalamandré che faceva gelati altrettanto buoni, me ne sarei risentito come d’una blasfemia.
E poi incontrammo quell’avvocato di Catanzaro che ci portò in gita tra gli abeti dell’Ampollino, che ci fece assaggiare il vino di Cirò e i fruttini locresi di marmellata d’arancia.
Era PSIUPpino, ma straordinariamente bon vivant.
Poi passammo in Sicilia. Patti, Termini, Cefalù, Mondello … A Mondello l’acqua … (Ma i miei, da pessimi turisti, giravano a casaccio: prendevano il miglior albergo, e basta. Purché non avesse galli).
Da Palermo, il ritorno a Napoli si faceva in nave.
Al porto di Palermo, dispiegarono sul molo un’immensa rete di funi robustissime. Ci guidarono sopra la Fiat 2300 di mio padre. Poi l’argano cominciò a ergersi, a tendere a poco a poco i cavi …
Calarono la macchina nella stiva, mentre noi, dal molo, guardavamo in su a naso all’aria. Poi salimmo anche noi sulla nave.
Fu quello il mio primo viaggio in Italia.
