Abstract
Si analizza la capacità di Carlo Levi di impiegare, all’interno dei suoi scritti di carattere più marcatamente politico, alcune espressioni peculiari al fine di risvegliarne la memoria storica, da un lato, e dall’altro di considerarne la piena attualità. È il caso, ad esempio, dei concetti di fascismo e antifascismo, di autonomia e resistenza, di coscienza e umanesimo, tutti utilissimi per fissare, prima di tutto con se stesso e molti anni prima di Eboli, le coordinate della sua dimensione morale e civile. Dimensione che non passa dalle secche dei codici e dei programmi usati dalla politica in quanto sistema di pratiche, perché carica, invece, di uno spirito che, finanche su un piano lessicale, rivede, approfondisce e modifica continuamente il suo livello di comprensione e di interpretazione. Nella riflessione dello scrittore piemontese, anche a distanza di decenni, il ruolo della coscienza, dell’autonomia e della resistenza permane immutato perché immutato è, purtroppo, il mondo senza vita dell’amministrazione, del moralismo e dell’ideologia fascista cui egli si oppose sempre con decisione.
Keywords
[…] la maturità degli uomini veri non contraddice la loro giovinezza.
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“Il testimone della presenza d’un altro tempo all’interno del nostro tempo” (Calvino, 1967: x). Era stata questa la definizione che Italo Calvino diede di Carlo Levi, in un intervento molto conosciuto, significativamente intitolato “La compresenza dei tempi”, dedicato a Cristo si è fermato a Eboli e originariamente pubblicato nel 1967 su Galleria. Calvino alludeva, come è noto, a un uomo “impegnato nella storia che viene a trovarsi nel cuore d’un Sud stregonesco, magico” (Calvino, 1967: x) e che avrebbe poi curato il passaggio nella storia di quel mondo senza tempo. Proprio partendo dall’indubbia efficacia dell’intuizione di Calvino, suffragata dal ripetuto uso che Levi fa del concetto in questione, si vuole qui saggiare la capacità dello scrittore piemontese di impiegare alcune espressioni peculiari al fine di risvegliarne la memoria storica, da un lato, e dall’altro di considerarne la piena attualità. È il caso, ad esempio, dei concetti di fascismo e antifascismo, di autonomia e resistenza, di coscienza e umanesimo, tutti utilissimi per fissare, prima di tutto con se stesso e molti anni prima di Eboli, 2 le coordinate della sua dimensione morale e civile. Dimensione che non passa dalle secche dei codici e dei programmi usati dalla politica in quanto sistema di pratiche perché carica, invece, di uno spirito che, finanche su un piano lessicale, rivede, approfondisce e modifica continuamente il suo livello di comprensione e di interpretazione.
Sarà tardivo e, a detta dello stesso Levi, casuale il suo incontro con la politica propriamente detta, assecondando più che altro, e a malincuore, un dovere imposto dai tempi. 3 Tuttavia, egli inizierà a raccogliere i frutti del lavoro di graduale precisazione semantica di alcune formule già tra la seconda metà degli anni Venti e l’inizio del decennio successivo, allorché saranno ormai ricorrenti nel suo linguaggio i riferimenti al magistero di Gramsci, di Salvemini, di Cattaneo e di Marx, contaminato dagli incontri con Piero Gobetti, certamente, ma anche da quelli con Aldo Garosci, Leone Ginzburg e i fratelli Rosselli. 4 In particolare, si può considerare il 1932 come l’anno in cui Levi, nel pieno della sua maturità intellettuale, farà i conti con il rinnovato peso di taluni concetti: primo tra tutti quello, gravosissimo, di fascismo, avendo cura di inserirlo all’interno dell’evoluzione psicologico-antropologica della civiltà europea e desumendo, e contrario, dalla sua precisazione la propria visione. “Noi − dirà − non sappiamo farci del fascismo un’idea schematica e fissata, né ci avviene di sopravalutare l’azione come tale, come fosse una tecnica” (“Seconda lettera dall’Italia”, in Levi, 2005: 16), 5 e chiarirà così con forza la necessità di penetrare nel corpo di un’espressione che, sin da quegli anni, rimanda indiscutibilmente a un male quotidiano e profondo dal quale però, con mezzi adeguati, sembra ancora che sia possibile guarire.
Con il delitto Matteotti, nel 1924, nasce, secondo Levi, un nuovo fascismo che, dacché era espressione degli interessi di una classe economica, diventa “realtà […] di psicologia e di carattere” (“Seconda lettera dall’Italia”, Levi, 2005: 17) la cui affermazione è ormai pervenuta a livello di coscienza. Si tratta di una realtà, gobettianamente fatta dell’incapacità di essere liberi, di debolezza morale e di paura della passione e della responsabilità, che, a mano a mano, si cristallizza “come totale negazione della politica” (“Seconda lettera dall’Italia”, Levi, 2005: 18; il corsivo è nel testo). 6 Ovviamente il riferimento non è alla politica intesa come gestione di affari − nell’accezione che Levi stesso ne darà in un altro articolo, ma sempre sui Quaderni di Giustizia e Libertà, nel 1932 −, come semplice tecnica “attuabile in qualunque condizione e da qualunque governo” (“Il concetto di autonomia nel programma di G. L.”, in Levi, 2005: 23); 7 bensì alla politica intesa come affermazione di un’autonomia che si opponga al fascismo e al disinteresse diffuso, alla rinuncia intellettuale e, dunque, alla schiavitù, favoriti dai suoi costumi. Il movimento di Giustizia e Libertà avrebbe incarnato alla perfezione questa affermazione, perorando un antifascismo rivoluzionario che va ben oltre la mera adesione al comunismo e preparando il campo a quella che, soprattutto negli ambienti rosselliani, era nota come rivoluzione liberale.
L’autonomia di Levi prevede un’adesione creatrice al Partito Comunista che sia in grado di superarne l’ortodossia, dando la stura − e di ciò si avrà una consapevolezza ancor superiore dalla fine degli anni trenta in avanti, appresi gli esiti internazionali del patto Molotov-Ribbentrop − ad atteggiamenti maggiormente critici nei confronti di esso e, dunque, più liberi. Il senso creativo adottato dalla coscienza, come si vedrà più avanti, tornerà utile a Levi allorché, nel 1960 (ma assecondando una direzione intrapresa in precedenza), ribadirà l’importanza di esso nella resistenza che il popolo dovrà opporre ai gruppi di potere che continuavano a dominare il dopoguerra italiano (cfr. “La Nuova Resistenza”, 1960, in Levi, 2005: 195–205). È per questa strada, fatta di autogoverno e di decentramento, che tale tipo di autonomia diventerà una morale laica della libertà (oltre che della politica) che, dando maggior ampiezza alla coscienza etica e storica di ciascun individuo, si tramuterà presto nello strumento di un vero e proprio rinnovamento di spirito, prima ancora che di civiltà.
Come è facile notare, nella riflessione di Levi il principio di autonomia tende risolutamente verso quello di libertà, ma non tarda ad arrivare un’ulteriore precisazione del concetto che consente un rimando immediato a quelli, considerati equivalenti, di rivoluzione, di democrazia, “di azione spontanea delle masse operaie e contadine”: la libertà, per superare le secche di un anarchismo inoffensivo e di un liberalismo elementare, deve trovare, e si tratta di un passaggio chiave, “le sue istituzioni storiche” (“Il concetto di autonomia nel programma di G.L.”, 1932, in Levi, 2005: 26), mediante un accordo − o, per meglio dire, un’alleanza − tra le forze che cooperano a un fine, a suggerire un indirizzo comune, in un contesto, quello italiano, difficilissimo, perché privo di credibili eredità politiche. Per “creare uno Stato con i mezzi dell’anarchia” bisogna, secondo Levi, avversare il fascismo suscitando uno spirito libertario e, allo stesso tempo, negarlo “dandogli una forma” (2Il concetto di autonomia nel programma di G.L.”, in Levi, 2005: 27). A questa forma non possono contribuire in alcun modo i partiti, qualche mese prima definiti da Levi “rappresentanti di una coscienza politica immatura” (“Seconda lettera dall’Italia”, Levi, 2005: 17), che, sin dal primo dopoguerra, hanno fallito il loro mandato e messo in crisi il sistema di rappresentanza, il parlamento e quindi, in un paese in cui questo si è rivelato presto l’unico modo di espressione politica, la democrazia medesima. Ecco allora che, nel discorso di Levi, si affacciano altre due importanti espressioni dell’autonomia la quale, tutto sommato, non è altro che originalità di vita politica: il comune, “organismo indipendente di resistenza al prepotere dell’autorità centrale” (“Il concetto di autonomia nel programma di G.L.”, in Levi, 2005: 28), e il consiglio, vero e proprio parlamento locale, momento vivo di organizzazione autonoma.
A distanza di circa un decennio, nel settembre del 1944, il protrarsi della crisi indotta dal fascismo, impone a Levi di tornare a considerare la correlazione tra antifascismo e rivoluzione: l’uno in quanto “posizione necessaria di lotta”, l’altra come rinnovata e costruttiva esigenza di equilibrio. Per il Levi autore di un breve ma significativo intervento pubblicato sulla Nazione del Popolo − organo del Comitato Toscano di Liberazione Nazionale dalle cui ceneri, poi, nacque La Nazione − antifascismo e rivoluzione diventano fondamentali per evitare che all’interno della civiltà che sta risorgendo dalle ceneri lasciate dal secondo conflitto mondiale si creino le basi “di un nuovo e peggiore fascismo” (“Crisi di civiltà”, in Levi, 2005: 60). 8 Qualche giorno prima, sulle stesse pagine − rispondendo al messaggio che il primo Ministro del Regno Unito, Winston Churchill, aveva rivolto al popolo italiano − Levi fornisce una definizione esemplare del fascismo, della sua irresistibile trasformazione da regime tirannico a male universale: “il fascismo − afferma − non è semplicemente un organismo gerarchico, ma un male profondo di tutta la compagine sociale, sempre pronto a risorgere in forme nuove, e siano pure quelle apparentemente democratiche” (“Una prova pratica di libertà”, in Levi, 2005: 53). 9 È proprio il pericolo di ripiombare in una condizione simile a quella che aveva favorito l’ascesa del regime fascista, caduto ufficialmente il 25 luglio 1943 con l’arresto di Mussolini, che indusse Levi, a un anno dall’armistizio siglato da Badoglio a Cassibile, vicino a Siracusa, a individuare nell’8 settembre 1943 “la data della fine, nella politica italiana, delle vecchie forze reazionarie”, quelle monarchico-militari marcatamente fasciste che non erano mai state in grado di “associarsi alla vita reale del Paese” (“8 settembre”, 1944, in Levi, 2005: 59). 10 Insomma, il Regime, la massa anonima dei fascisti e i residui del prefascismo, anche dopo il 25 luglio, continuavano a ostacolare con ogni mezzo tanto quella rivoluzione italiana che Levi sentiva necessaria come non mai, quanto la intuizione stessa della realtà, e non soltanto quella politica.
Tale esigenza di memoria e di rinnovamento della lotta emerge con evidenza ancor più marcata, un anno dopo, il 27 settembre 1945 − all’indomani del discorso pronunciato dal Presidente del Consiglio, Ferruccio Parri, davanti all’Assemblea Plenaria della Consulta Nazionale 11 – allorché Levi insistette nel caldeggiare un prolungamento di quello sforzo di resistenza che aveva portato l’Italia alla liberazione, opponendosi recisamente ai tentativi di restaurazione operati dalle vecchie forze reazionarie e dallo spirito totalitario che ancora aleggiava sulla Nazione (cfr. “Vita politica”, in Levi 2005: 94–95). L’auspicio di Levi era quello di passare “dalla rivoluzione antifascista alla rivoluzione democratica” (“Rivoluzione democratica”, in Levi, 2005: 102), 12 evitando gli errori del passato e tirandosi fuori dalla faziosità incarnata da quei regimi che Parri, nel suo discorso, aveva definito “di letargo”, perché privi di libertà e di giustizia, ma in qualche modo ancora particolarmente influenti per i destini del Paese. Poco dopo, nel dicembre del 1945, cadrà, sciaguratamente, il governo presieduto da Parri (gli succederà Alcide De Gasperi); è stato notato come tale accidente, insieme alla chiusura di Italia Libera, avvenuta l’anno successivo, facesse crollare definitivamente la speranza, non coltivata soltanto da Levi, di dare vita a una grande rivoluzione democratica. 13
A distanza di circa vent’anni, lo scrittore torinese, divenuto senatore della Sinistra Indipendente, nel corso della discussione in aula sul nuovo disegno di legge in materia di pubblica sicurezza, indica, con grande efficacia, ciò che può definirsi democratico: “Democratico è ciò che nasce dal popolo o che esprime la sua volontà, il suo costume, i suoi bisogni, e che va nel senso del suo movimento storico, anticipando il futuro” (Levi, 2003: 176). È evidente come il popolo, nell’idea di Levi, sia dotato di una disposizione utopistica e vivace per la politica che è in grado, con tutto ciò, di accordare concretezza, efficacia o, per meglio dire, realtà a quella utopia.
Sempre nel 1967 − riesaminando un appello ai valori comuni della sinistra e della Resistenza, patrocinato sempre da Parri − Levi dovrà prendere atto del fallimento degli ideali di unità e di coesione, sepolti per “il prevalere degli interessi padronali e di classe” (“L’appello di Parri”, in Levi, 2005: 320). Pur tuttavia, egli troverà ancora una volta un appiglio al principio di autonomia, “inteso come democrazia popolare diretta, capace di darsi, per opera propria, gli organismi nuovi della sua libertà, e di rinnovare e far vivi gli istituti dello Stato”: “quel principio” − puntualizzava − “che solo ci parve tale da giustificare la politica in senso rivoluzionario e creatore di nuova cultura” (“L’appello di Parri”, in Levi, 2005: 321). All’autonomia, spiegava Levi, è necessaria l’unità di quelle forze che sappiano arrivare “a coloro che si affacciano alla storia e alla coscienza” (“L’appello di Parri”, in Levi, 2005: 321) e, dunque, soprattutto ai giovani e agli uomini semplici, ancora in grado di affermarsi all’esistenza e alla libertà. 14 Nello stesso interessantissimo articolo uscito su l’Unità, Levi contrappone questo principio, che diventa spirito vero e proprio, alle nefandezze di un’Italia già allora fiaccata da “un regime neocapitalista e feudale” (“L’appello di Parri”, in Levi, 2005: 321). 15 Lo fa esemplarmente, non in funzione di un recupero meramente nostalgico degli ideali della Resistenza, ma sottolineando la forte indicazione politica che veniva dall’appello di Parri e che superava i fatti contingenti che lo avevano generato.
Non è un caso che Levi accordi, anche all’interno di scritti dedicati ad altri argomenti, 16 una centralità così pronunciata al valore di unità, verificandone con assiduità il peso che esso detiene per un uomo ormai polverizzato − che tenta disperatamente di riappropriarsi di se stesso e della sua libertà attraverso le vicende della guerra, della Resistenza e del movimento contadino − e per una civiltà, che quel valore lo ha progressivamente perso, chiudendosi inevitabilmente in uno stato di crisi. Le caratteristiche economiche, politiche e sociali di questa crisi consentiranno presto a Levi di comprendere la sua organicità in seno alla struttura neocapitalistica e liberista acquisita dal Paese già a quell’altezza.
Del resto, a Levi, ormai da tempo, risulta ben chiara la funzione che dovrebbero detenere gli uomini di cultura 17 nel guidare le masse sottoborghesi e sottoproletarie del popolo attraverso quel processo di recupero di consapevolezza e di speranza che si è rivelato deficitario soprattutto nel Mezzogiorno, ma che appare minato in tutta la civiltà occidentale. 18 A ogni buon conto, è proprio nel meridione (e non soltanto quello italiano) che la disperazione e l’ignoranza spingono uomini individualmente dotati e vivi a recuperare la “dubbia strada del fascismo” (“Saggio sul neofascismo”, in Levi, 2005: 148). Levi lo aveva spiegato correttamente, nel 1952, all’interno del suo ben conosciuto e attualissimo “Saggio sul neofascismo”: in questa occasione, Levi parla di una forza che non ha nulla a che vedere con il movimento originario, ma che mira, grazie al cospicuo supporto anche economico del Vaticano e dell’Azione Cattolica, a spostare in senso reazionario tutta la politica italiana. Si perverrebbe, per questa via, a una sorta di clericofascismo i cui imponenti e oscuri mezzi “possono influenzare l’opinione pubblica e l’amministrazione dello Stato” (“Saggio sul neofascismo”, in Levi, 2005: 148). A esso bisogna opporre un fermento di critica che, con sentimento e intelligenza, persegua l’educazione intellettuale e morale, nonché un senso largo di umanità e che si ponga la questione politica in maniera più profonda e operante. Far ciò richiede, così negli anni venti come negli anni cinquanta e sessanta (e come anche, dopo il 1975, nel pieno della deriva ultima del capitalismo), “una coscienza che vada […] al di là dei problemi particolari” (“Il lavoro, misura di libertà”, 1957, in Levi, 2005: 171), 19 frutto di una volontà chiara, come chiara deve essere la visione della realtà, e di una capacità, si è detto creativa, di rinnovamento che accomuni popolo e uomini dotati di una formazione e di una intelligenza viva, moderna e libera. In particolare, Levi continua indefessamente a fare affidamento sul senso creativo dell’iniziativa popolare, vera e propria ragione di quella nuova forma di resistenza universale e autonomistica che egli vedeva incarnata in Gobetti e che, a un certo punto, finirà per ritrovare nelle intuizioni e nella scrittura di Rocco Scotellaro, poeta e sindaco socialista di Tricarico. 20 Quell’ideale, concreto e poetico al contempo, cui Levi non smetterà mai di riferirsi, perseguendolo attraverso la conoscenza e l’amore per le cose reali, comprendendone la natura disarmonica, molteplice, ingiusta, ma anche ribadendo con continuità il proprio profondissimo atto di fiducia nell’uomo e nella politica o, ma è la medesima cosa, nella libertà.
Si tratta di un atto libero, dunque autonomo e politico, che considera i diversi piani di ciascuna civiltà, che risponde al continuo ritorno delle cose morte e che è costretto, cioè, a dover combattere sempre la stessa battaglia: “Dopo un quarto di secolo” − ammette Levi nello stesso discorso tenuto in Senato citato prima, servendosi della malinconia e della profondità di un sonetto di Petrarca − “siamo ancora là, ‘mutati i volti l’una e l’altra coma’; siamo ancora là, l’Italia vera e l’Italia perduta, l’Italia moderna e libera e popolare, e l’Italia moralistica dei privilegi, del sonno, del bastone e della miseria secolare” (Levi, 2003: 182). In Italia, insomma, il ruolo della coscienza, dell’autonomia e della resistenza permane immutato a distanza di decenni perché immutato è, purtroppo, il mondo senza vita, fascista e capitalista a un tempo, dell’amministrazione, del moralismo e dell’ideologia borghese.
