Abstract
Il saggio svolge una lettura delle pagine di Levi e Scotellaro che richiamano il brigantaggio postunitario con metodologia che, da aggiornate tematiche storiografiche e dalla letteratura sui due scrittori, va all’analisi testuale. Significativi sviluppi storiografici mettono in luce le complessità del conflitto legittimista che insanguinò ampi territori meridionali lungo l’unificazione nazionale, affiancando alle vie già battute sulla questione sociale una rinnovata attenzione agli aspetti di guerra civile, ricorrenti nelle fonti coeve, di cui è interessante studiare la memoria sociale rintracciabile lungo la storia italiana. La memoria intermedia restituita da Levi risulta ricca, nell’affiancare voci paesane frastagliate sull’antica tragica vicenda, alla personale propensione interpretativa relativista, che fa del Cristo si è fermato a Eboli un’originale prova fuori disciplina del campo antropologico writing culture. I lunghi interventi d’autore restituiscono peraltro al contesto politico resistenziale-azionista il discorso astraente sul brigantaggio come guerra contadina antistatalista. Un deposito memoriale diverso viene nel dopoguerra nella celebre poesia di Scotellaro Sempre nuova è l’alba, che include un richiamo simbolico all’antico brigante solitario e perdente, da lasciare ormai al passato. L’evocazione di enigmatica bellezza è particolarmente significativa nel far precedere, alla chiusura ottimista, le tensioni tra incertezze politiche e inquietudini esistenziali, che segnano a tutto tondo la figura di Scotellaro.
Keywords
Introduzione
L’antirisorgimento che il centocinquantenario dell’Unità ha diffuso, con inedita capacità di divulgazione in particolare nel Sud Italia, tra altri aspetti ha enfatizzato nel “grande brigantaggio” una presunta storia eroica della nazione duosiciliana. La prospettiva storiografica, pur variamente orientata circa gli aspetti divisivi intrinseci nell’unificazione italiana, vede chiaramente come la forte guerriglia risulti vicenda immersa nella congiuntura politica, e necessariamente nelle relazioni sociali (Lupo, 2011), senza per questo perdere la sua natura spiccatamente delinquenziale. Pur artefatto, con il “ritorno dei briganti” deve fare i conti il tapis roulant dei luoghi della memoria nella bella metafora di Pierre Nora e Mario Isnenghi (Isnenghi, 1996). Quale percorso ha dunque avuto, nella memoria sociale effettiva del Sud, il brigantaggio legittimista sconfitto lungo l’unificazione nazionale? L’interrogativo giunge dalla stessa pratica storiografica, poiché intorno alla complessa vicenda nei successivi cicli politici e sociali attraversati dal Paese si sono svolte acquisizioni e letture diverse, da rintracciare nei depositi più o meno significativi trasmessi anche da rielaborazioni letterarie e divulgative (Marmo, 2011).
Nel grande libro di Carlo Levi sul confino scritto com’è noto lungo la Resistenza, la diversità di quel “mondo altro” trova spazi espressivi specificamente politici nella lettura del brigantaggio post-unitario come epocale resistenza antistatalista. Può sorprendere peraltro che sui siti neoborbonici il ritorno del briganti passi anche attraverso qualche sommario richiamo reverenziale a Cristo si è fermato a Eboli, perfino associato a un film di Pasquale Squitieri del 1999, Li chiamavano …briganti, che è un’agiografia del famoso Crocco a mo’ di western all’italiana, e come controstoria dei vinti ha avuto qualche presa neo-identitaria nella crisi odierna del Mezzogiorno (Marmo, 2011). Da sinistra, una lettura peraltro forzata in senso classista delle pagine leviane sul brigantaggio viene inserita nei percorsi letterari sul tema che girano sul web (Nigro, 1999). Le citazioni del Cristo come prototipo della civiltà contadina più arcaica e immobile nel medio Novecento non mancano del resto nella sociologia storica di primo livello (Marmo, 2015: 38). Viceversa, il libro è da leggere anche nelle tensioni interne al racconto di un mondo per più aspetti inserito nelle dinamiche contemporanee, con significative oscillazioni dell’intellettuale antifascista tra una sensibilità relativista di tipo antropologico verso la civiltà arcaica in cui il confino lo ha catapultato, e un approccio alla canonica questione meridionale, che vede piuttosto i tanti aspetti di arretratezza di paesi immersi nella miseria, e conseguenti complessi di inferiorità (“noi non siamo cristiani …” Marmo, 2015: 36–39; Remotti, 1997).
Attraverso una lettura del testo attenta tanto all’interpretazione leviana quanto alle voci che vengono dalla società locale, in questo saggio mi propongo di ripercorrere le numerose e diverse pagine dedicate al brigantaggio in Cristo si è fermato a Eboli come memoria intermedia tra la vicenda ottocentesca e gli appuntamenti politico-culturali con quella vicenda, che lo svolgersi della storia italiana ha via via comportato. A fronte dei numerosi passaggi del Cristo in cui del brigantaggio scrive l’autore ovvero parlano diversi soggetti sociali ̶ tra il 1935 e il 1945 ̶ dalla celebre poesia Sempre nuova è l’alba di Rocco Scotellaro riceviamo una breve ma incisiva citazione dell’antico brigante da lasciare ormai al passato: memoria diversa alla svolta del dopoguerra. Per entrare nei testi di Levi e Scotellaro su Gagliano/Aliano e Tricarico (paesi entrambi di brigantaggio storico pur senza studi locali; Varuolo, 1985), è utile inquadrare preliminarmente gli sviluppi storiografici sulla tematica.
Il brigantaggio tra memoria sociale e storiografia: Protesta di classe, guerra civile?
Quale che sia la prospettiva del 2011 pro o contro l’unificazione “piemontese”, la guerriglia legittimista mobilitata dai perdenti Borboni nel 1861–65 si è progressivamente liberata delle letture post-gramsciane in chiave di sollevazione contadina, già guidate dalla prima consistente ricerca di Franco Molfese (Molfese, 1964). Vent’anni dopo un ampio convegno poté portare avanti un bilancio degli studi che alla lettura classista di un brigantaggio sorretto dalla protesta contadina sostituì accorte aperture alle fratture presenti nelle stesse élite terriere (Colapietra, 1983), nonché ai meccanismi verticali del “binomio barone-bandito”, messo a fuoco dall’ antropologo Anton Blok in un incisivo confronto con il “banditismo sociale” di Erik Hobsbawm (Blok, 1972; Galasso, 1983; Hobsbawm, 1969, 1972). Un ricco esempio del doppio paradigma è emerso di recente dagli epistolari di Giustino Fortunato, che avendo ̶ da primo meridionalista ̶ parlato sempre della irrisolta questione demaniale come causa del sostegno contadino a un brigantaggio spiccatamente delinquenziale, da anziano confessò all’amico Ciasca della bufera familiare del 1863, quando lo zio fu colpito dalla legge Pica per ospitare Crocco e la sua banda nei propri territori (Lupo, 2011: 112–115).
L’abbandono di una lettura classista per conflitti orizzontali, e la valutazione invece essenzialmente politica e verticale della mobilitazione del brigantaggio lungo l’unificazione, non semplificano peraltro la prospettiva odierna e la arricchiscono anzi di complessità. Per un verso, una valida istanza di revisione storiografica ne ha messo al centro la natura di guerra civile: categoria tabù nella storia delle nazioni, e particolarmente da censurare in una storia quale quella italiana attraversata da divisioni, che la vulgata risorgimentale sostanzialmente condivisa lungo la storia unitaria ha occultato nella “liberazione del Mezzogiorno”, e incanalato quindi nella “questione meridionale”. Già sdoganata in riferimento alla Resistenza lungo la crisi della Prima Repubblica a fine Novecento, la guerra civile è risultata categoria adeguata a qualificare il cospicuo impegno militare del neonato Stato italiano nella repressione della guerriglia nel Sud; ma anche a guardare dentro la lunga conflittualità propriamente meridionale, che divise le élite a partire dalla repubblica napoletana del 1799 e fino al 1860, in un contesto internazionale significativo di alternative epocali (Manchon, 2011; Pinto, 2013). Conflittualità insanguinata per l’appunto in età napoleonica, e di nuovo in quella post-unitaria, dalla mobilitazione sanfedista di un banditismo intriso di marginalità sociale, a partire dalla pena del bando per gravi reati di sangue e conseguente economia di rapina risalenti dal Basso Medioevo; ma che nel sud Italia si inserì più che altrove nella configurazione di poteri territoriali, con livelli e forme di violenza che dallo scontro politico rimbalzavano nel corpo sociale, richiamando dure repressioni in età assolutista (Galasso, 1983).
Tra la sociologia già di antico regime e l’esplosiva crescita politica nella congiuntura del primo liberalismo, le complessità del grande brigantaggio post-unitario si leggono bene nell’identificazione articolata che se ne diede in medias res, lungo la pur caotica resa dei conti tra tradizione e rivoluzione. A ripercorrere gli interventi coevi è rilevante osservare come da ognuno si parli di un fenomeno che presenta un ventaglio di qualità: sicuramente legittimista, però anche sociale, nonché criminale, e altrettanto guerra civile; salvo a privilegiare uno di questi versanti all’interno dell’orientamento politico o ideologico del discorso (De Jaco, 1969; Palazzo, 2014).
Negli scritti che si allontanano dagli aspri eventi si può dire che la guerra civile si ritiri, sostituita dagli odi e dalle lotte per il potere locale, nella versione addomesticata della questione meridionale. A mezza strada tra l’unificazione e il confino leviano, alla svolta delle trasformazioni percepibili a fine secolo, con dinamiche quali l’emigrazione che verranno a fuoco anche nel Cristo, si fa ben riprendere come testo di memoria intermedia un denso scritto del 1899 di Francesco Saverio Nitti, Eroi e briganti (Nitti, 1899). Nelle colloquiali riflessioni svolte in occasione di conferenze in Italia e all’estero, l’economista e politico lucano fonde notazioni storiche con ricche tracce di memoria sociale e con aperture fluide sugli aspetti polimorfi del grande brigantaggio. La famiglia Nitti aveva subito repressioni giudiziarie dopo il ‘48 e l’omicidio di uno zio nell’assalto di Crocco a Venosa del 1861. La percezione della guerra civile, pur solo per allusione, si avverte nell’enfasi sulle ragioni politiche e valoriali profonde della congiuntura lunga di confitto tradizione/rivoluzione. Ma altrettanto la schiva memoria privata anima il racconto della violenza politica nella particolare messa a fuoco degli odi e vendette che insanguinavano con il brigantaggio le lotte per il potere locale, allargandosi l’area del manutengolismo a élite e ruoli istituzionali (le relazioni verticali del citato binomio barone-bandito, che troveremo anche nella drammatica narrazione dei conflitti locali fatta a Levi dal tenente Decunto).
Il bel testo di Nitti si presenta peraltro arioso nel prestare precisa attenzione a ogni aspetto del contesto nello sviluppo degli eventi: i fatti militari manovrati dal legittimismo e la natura impervia dei luoghi, i risalenti contrasti tra la borghesia agraria e le plebi rurali a tratti in rivolta. La violenza radicata nella cultura locale (da quella sessuale al malandrinaggio) ha uno spazio adeguato nella lettura aperta pure alla costruzione simbolica del mito, da Nitti peraltro de-eroicizzata; questo stesso snodo tornerà nelle diverse letture e depositi di memoria rintracciabili in Levi e Scotellaro. Il percorso del Lucano va peraltro ad alcuni preziosi giudizi sul mutamento culturale che in età liberale coinvolge anche le classi popolari del Sud, grazie ai pur lenti effetti delle politiche progressiste/nazionalizzanti (ferrovie, leva, istruzione), all’incrocio a fine secolo con le fondamentali dinamiche innestate dall’emigrazione. Tematica questa forte anche in Levi, che agli “americani” dedicherà importanti racconti in contrasto con la dominante immagine del paese immobile fuori della storia, spingendosi per esempio a dire, a proposito dei molti illegittimi di madri rimaste sole, che nei costumi sessuali “l’emigrazione ha cambiato tutto” (Levi, 1990: 89–90; Marmo, 2015: 44). Già a proposito della leva nazionale, Nitti aveva scritto in Eroi e briganti: “Centinaia di migliaia dei nostri contadini sono usciti dai loro paesi, hanno visto nuove città, hanno sopratutto dimenticato” (Nitti, 1899: 66).
Teniamo dunque presente l’ispirazione modernista che accompagna il discorso storico-sociale di Nitti, pure non lontano dai cruciali eventi ottocenteschi, nell’avvicinarci alla memoria diversamente articolata quarant’anni dopo nel Cristo di Levi, nei numerosi passaggi in cui briganti e brigantaggio vengono in scena, con modalità di scrittura peraltro frastagliate tra l’approccio ideologico-politico dello scrittore del 1943–45 e il racconto sociale che rimbalza dai paesi del confino del 1935–36.
La memoria nei paesi del confino leviano: Spazi, tempi, soggetti sociali
Il richiamo ai briganti arriva già nelle pagine di ingresso del Cristo, sul viaggio in sé gradevole da Grassano a Gagliano, tra la visuale sui luoghi e alcuni racconti degli accompagnatori. Proseguirà in molti passaggi del libro con l’efficacia narrativa di lasciar correre storie e percezioni locali, aperte alcune ora alla memoria politica, ora a fantasie di magismo. Il tema decolla poi in alcuni elevati interventi d’autore sul brigantaggio come plurimillenaria resistenza ai successivi domini esterni, di una civiltà contadina immersa in tempi e cultura arcaici. Riprendiamo dunque innanzitutto i richiami lungo le prime sequenze del Cristo.
Nell’iniziale giornata di viaggio del confinato tra i due paesi si susseguono diverse narrazioni suggerite dai luoghi di passaggio ai due ̶ pur “inespressivi” ̶ carabinieri che lo tengono in custodia (Levi, 1990: 6–9). Così in un burrone l’anno prima era precipitata la banda di Grassano (e da allora i morti suonatori si ritrovano a mezzanotte a suonare le loro trombe, etc.). All’ingresso in San Mauro Forte, sono ancora visibili i pali su cui furono infissi per anni le teste dei briganti. Ad Accettura avanza l’antico bosco della terra lucana, lucus a non lucendo: era questo “il regno dei banditi, e ancora oggi, per il solo e lontano ricordo, lo si attraversa con curioso timore, ma è un regno assai piccolo”, rassicura l’ironia del narratore (Levi, 1990: 6), e si sale presto a Stigliano, dove il racconto folclorico trasmette al confinato di passaggio la gloria locale di un vecchissimo corvo. Scendendo nella valle del Sauro un ricordo preciso va sullo sterminio dei bersaglieri intorno all’uliveto del Principe Colonna ad opera dei briganti di Borjes che marciavano su Potenza (nota forte avanzata del brigantaggio, autunno 1861). Con richiami dunque ora circostanziati ora tendenti al magico, in questa prima sequenza tre dei cinque spunti di racconto portano un flash su banditi/briganti, che si accende lungo gli aspri luoghi della storica guerriglia, evidentemente presente nell’identità locale a partire dagli spazi del proprio mondo.
Nella seconda sequenza, entrando nella piazza dove lo attende il podestà, Levi richiama velocemente la scenografica Fossa del bersagliere, il soldato piemontese sperdutosi nei boschi e per l’appunto gettato nel precipizio dai briganti (Levi, 1990: 11). Segue il ricchissimo ingresso del confinato nel paese dei galantuomini, con lo straordinario ritratto di gruppo dove si riversano altrettante volgari biografie. Un personaggio diverso e sorprendente il narratore verrà a incontrare nella terza sequenza, il capo della milizia di Grassano. Con attenzione alla nostra tematica, di primo interesse nella narrazione fiume del tenente Decunto è la memoria vivissima di lunghi odi paesani che alludono a una guerra civile e includono propriamente nemici i quali intorno al Sessanta avrebbero protetto e armato i briganti (bene si individuano i Collefusco: “sono stati i veri capi del brigantaggio da queste parti nel ‘60”; Levi, 1990: 22). Con un barone Collefusco appunto si svolse il tragico conflitto ai tempi della vendita carbonara, riportato in un lungo discorso diretto che scandisce ogni passaggio di quegli eventi su cui insiste la stessa identità di Decunto, in una forte storia peraltro di gruppo. Il racconto irruente, “gli occhietti azzurri scintillavano d’odio”, sale anche qui dal luogo dell’omicidio indelebile nella memoria, percorre nomi e movimenti concitati del conflitto tra i solidali carbonari e il barone traditore, che viene infine sparato (proprio lì dove Levi si siede sulla panchina, il tiratore sorteggiato fu così abile da salvare il bambino in braccio al nonno …). Il racconto altamente drammatico del conflitto carbonaro di primo Ottocento, su cui a quanto sembra si polarizzarono a Grassano i fronti parentali faziosi più che secolari, prosegue nella catena degli odi con la classica sequenza delle contrapposizioni politiche: liberali e borbonici, per i briganti e contro i briganti, i figli dei galantuomini e i figli dei briganti, giolittiani nittiani e salandrini; fino alle analoghe fazioni mascherate nel regime (i finti liberali grassanesi già protettori dei briganti sono ora a Roma, da dove dirigono la banda locale ; Levi, 1990: 21–25).
Levi stacca infine l’ossessivo discorso diretto, poi indiretto libero, del giovane di famiglia già patriottica e poi nittiana, con la ragionevole considerazione che in paese le stesse accuse arrivavano ribaltate dal fronte opposto (ma gli epiteti briganteschi che inflazionano il racconto di Decunto corrispondono all’effettiva mobilitazione da destra del brigantaggio contro le rivoluzioni politiche). Seguendo anche altre confidenze biografiche ricevute dai futuri “luigini”, l’intervento d’autore si allarga a una sociologia degli odi paesani, che viene dal fallimento di tanta piccola borghesia nelle dinamiche di mobilità e qualificazione socio-professionale pur svoltesi in altri spazi meridionali tra Otto e Novecento; fallimento che tanto più obbliga alla lotta acerrima per le magre risorse del potere locale e all’indefesso sfruttamento del contadini (Levi, 1990: 24). La memoria lucida del canonico perdente porta dunque queste fitte pagine del Cristo tutte nella questione meridionale, l’arretratezza delle élite che si riversa nella lotta politica; il citato Eroi e briganti di Nitti collocava analogamente gli aspetti verticali del brigantaggio negli odi paesani tra ceti medi, che verranno al centro in Salvemini e Gramsci, nella nota definizione del Mezzogiorno come grande disgregazione sociale.
In chiusura Levi cesella questa sociologia con un certo gioco tra la biografia dell’interlocutore ̶ che ha già presentato come personaggio segnato da un pessimismo tragico, non privo di un “lume di coscienza” ovvero di una “elementare disperazione” (Levi, 1990: 25) ̶ e un ultimo richiamo simbolico al brigantaggio. Decunto parla ancora di sé, dentro un noi: come uscire da un mondo in cui “non si può più vivere”; “ora andiamo in Africa, è la nostra ultima carta” (Levi, 1990: 25). Nelle ultime righe il discorso indiretto libero slitta in un veloce intervento d’autore: “Se andava male che cosa importava? Il mondo intero poteva andare in rovina per seppellire anche il ricordo di Grassano, bianco sul colle e immobile, con i signori e i briganti” (Levi, 1990: 26). Le dense pagine sul tenente Decunto si congedano dunque con l’evocativa rappresentazione del paese arcaico bianco sul colle (vedi il dipinto Grassano come Gerusalemme; Sacerdoti, 2015). Tale chiusura corrisponde a una ricorrente procedura del Cristo, che riserva spesso alle ultime righe delle sequenze lo scenario corale dei contadini che ritornano a sera in paese, figure piccole alla distanza, sfondo paesaggistico consono all’interpretazione di un mondo fuori della storia (Marmo, 2005a: 40). Si può dire che, in questo passaggio finale del capitolo di cui è protagonista Decunto, la fuga dello sguardo proprio del pittore sul paesello immobile di signori e briganti affievolisca la percezione di dinamiche politiche importanti svoltesi nel corpo sociale intermedio di Grassano, giunta al lettore dalla stessa personalità ben individualizzata del giovane perdente. Il quale ̶nella stessa disperazione squisitamente politica insieme personale e di parte ̶conserva memoria precisa di una guerra civile risalente, parla con chiarezza di tre generazioni di famiglia portate a impegnarsi in una politica paesana aspra ma che ha di volta in volta avuto punti di riferimento sovralocali, mentre i nemici erano con i briganti.
Negli altri passaggi sulla nebulosa brigantaggio la scrittura torna a una storia variamente di area contadina. Incontriamo una pur diversa individuazione nell’imprevista comparsa di Ninco Nanco e della sua compagna, due nomi storici del brigantaggio lucano, ai margini delle straordinarie narrazioni magico-fiabesche del guardiano del cimitero. Il becchino custode delle ossa sotterrate e incantatore di serpenti per lunghe pagine ha portato il racconto leviano nel “paese del tempo” ̶ sempre a più dimensioni (Fabre 1990, Fabre 1999) ̶ ai margini del reale, verso il confine più arcaico con l’immenso ossario del sottosuolo dove regnano gli spiriti (Levi, 1990: 61–62). L’affabulazione si modifica nelle ultime pagine della sequenza, con lo zoom sulla già mitica coppia della banda di Crocco, che entra nel racconto a proposito dell’età del vecchio affossatore: “così vecchio che al tempo dei briganti era già un giovanotto” (Levi, 1990: 62). Il registro favolistico della biografia sospesa nel tempo si sposta verso quello storico effettivo dei briganti: “Non potei mai sapere con certezza né fargli dire precisamente, se anch’egli fosse, com’è probabile, uno dei loro”, ma certo li aveva conosciuti (Levi, 1990: 62–63). Il narratore d’eccezione afferra qualcosa di un racconto meno vago dei più fantastici discorsi del becchino già ascoltati, che evoca ora passaggi memoriali realistici, dai territori alle comparse dei briganti in carne e ossa. I flash illuminano precisamente le fattezze e la personalità della storica brigantessa, contadina bellissima di Pisticci (come il becchino), attiva con il suo amante nella banda più crudele e ardita della regione: […] partecipava a tutte le azioni, agli assalti alle cascine e ai paesi, alle imboscate, alle taglie alle vendette. Quando Ninco Nanco strappava con le sue mani il cuore dal petto dei bersaglieri che aveva catturato, Maria ‘a Pastora gli porgeva il coltello. (Dopo la morte di Ninco Nanco) […] non l’avevano presa […] era stata vista a Pisticci, tutta vestita di nero; poi era scomparsa, col suo cavallo nel bosco, e non s’era mai più saputo niente di lei (Levi, 1990: 63).
Parole a quanto sembra ascoltate più di una volta dai gaglianesi in riferimento a una memoria sociale lontana ma non immaginaria, il tempo dei briganti è dunque locuzione adattabile a varie scansioni arcaizzanti che il confinato vuole esplorare nel “mondo altro” in cui si trova a vivere. Grazie alla libertà narrativa leviana, in diversi altri racconti contadini accolti nel Cristo pur solo per accenni, la vicenda brigantesca passata nella generazione dei trisavoli ricorre invece in contesti discorsivi razionali. Sui quali a sua volta l’autore vorrà misurare una propria interpretazione.
La “quarta guerra contadina” antistatalista tra memoria locale, ideologia resistenziale, costruzione simbolica
Numerosi richiami di effettiva memoria sociale del brigantaggio vengono inseriti da Levi nella sequenza che apre sull’adunata per la guerra di Abissinia, per costruire via via il discorso arcaizzante sul brigantaggio come guerra contadina di resistenza a fronte delle due guerre contemporanee, il conflitto mondiale di vent’anni prima e l’avventura africana in corso nel 1935.
Il capitolo apre magistralmente con la panoramica risibile della piazza dove, contro il muro sottostante al balcone del podestà, una ventina di contadini commentano negativamente la guerra presunta per la terra che vogliono quelli di Roma, ascoltano imbambolati i discorsi del podestà e Giovinezza, a fianco della lapide bianca con i numerosi morti della prima guerra mondiale (Levi, 1990: 116–118). Lo sguardo sui nomi paesani del rito nazionale di Rimembranza permette allo scrittore di spostare il discorso dalla politica contemporanea alla memoria risalente del paese sulla Grande Guerra: “subita […] come se l’avessero dimenticata”, nessun racconto veniva dai contadini, nonostante i morti in ogni famiglia. Il discorso d’autore va quindi avanti per diverse pagine sulla dotta storia locale di Melfi infeudata di Aristide Del Zio, incrociando le guerre napoleoniche analogamente non comprensibili al popolo contadino, come tutte le glorie di Eserciti, Teocrazie e Stati lontani. L’indifferenza memoriale per le guerre lontane porta dunque il discorso sulla guerra per eccellenza vicina, se non nel tempo nella dimensione sentimentale: quella del brigantaggio già sconfitto nel 1865 “era in cima ai cuori di tutti, e su tutte le bocche”, “trasformata già in leggenda, in racconto epico, in mito […] tutti, vecchi e giovani, ne parlavano come di una cosa di ieri, con una passione presente e viva” (Levi, 1990: 121).
Il forte interesse di Levi a recuperare i racconti locali trasmette le importanti informazioni che erano gli stessi contadini a proporre con insistenza al confinato eccellente la memoria paesana (“Quando conversavo con i contadini, potevo esser certo che, qualunque fosse l’argomento del discorso, saremmo presto scivolati in qualche modo a parlare dei briganti”); e che il campo di questa memoria era innanzitutto sui luoghi (“Tutto li ricorda”: monte, burrone, bosco, pietra, fontana o grotta; luogo di rifugio o di appuntamento per i riscatti …; Levi, 1990: 121). Accanto alle identità territoriali che il racconto esibito a Levi colloca negli spazi dei briganti contigui al paese ̶ dove la piccola storia ha incrociato la grande storia ̶ un deposito di memoria viene sulle identità sociali coinvolte nei forti conflitti: Non c’è famiglia che non abbia parteggiato, allora, per i briganti o contro i briganti; che non abbia avuto qualcuno con loro alla macchia, che non ne abbia ospitato o nascosto, o che non abbai avuto qualche parente massacrato o qualche raccolto incendiato da loro. A quel tempo risalgono gli odi che dividono il paese, tramandati per le generazioni, e sempre attuali (Levi, 1990: 121) Del resto, neanche i contadini lo giudicano e lo difendono, e quando ne parlano con tanta passione, non se ne gloriano. I suoi motivi storici, e gli interessi dei Borboni e del papa o dei feudatari, essi non li conoscono. Anche per loro essa è una guerra triste, desolata e raccapricciante. Soltanto, sta ad essi nel cuore, fa parte della loro vita […] è la loro cupa, disperata, nera epopea (Levi, 1990: 122).
Il discorso d’autore svolge ancora, attraverso lo sguardo del pittore/scrittore, un ritratto di gruppo che è di somiglianza: i contadini vestiti di nero, oscuri cupi solitari …, come l’immagine antica del brigante (Levi, 1990: 122); e all’indietro i “visi, e le forme: piccoli, neri, con le teste rotonde, i grandi occhi e le labbra sottili” delle “figure italiche antichissime”. La diversità antropologia che riempie le lettere del confinato torinese del 1935 (De Donato e D’Amaro, 2001: 125–128), nelle pagine del 1943–45 si fa guidare dall’humilis Italia del grande Virgilio, verso una ricercata etnologia visuale che può avvicinare agevolmente le permanenze fisiognomiche e culturali all’ideologia di una civiltà contadina plurimillenaria senza Stato né Eserciti, la quale con il brigantaggio combatte la sua quarta guerra nazionale di resistenza. Una mitologia erede di mitologia a partire dall’Enea di Virgilio, avverte Levi, come storia che paradossalmente non può svolgersi, in quanto mitologica, che fuori del tempo (Levi, 1990: 123).
La costruzione astraente del discorso leviano ha la sua chiara corrispondenza con la scrittura politicamente orientata del Cristo, che espliciterà la prospettiva autonomista del Partito d’Azione nella penultima sequenza, là dove, mentre si prepara il congedo da Gagliano, viene al centro il Comune rurale autonomo in programma per il post-fascismo, che bene recupera il discorso a spirale sul brigantaggio come quarta guerra “nazionale contadina”. La vena resistenziale del libro del 1943–45 non risulti peraltro lettura riduttiva della forza della scrittura leviana, che intorno al tema intrigante del brigantaggio, a latere della resistenza plurimillenaria, ha saputo restituire anche una memoria paesana intermedia che gioca tra gruppi sociali, grande storia e piccola storia.
La fuga nel discorso politico non conclude del resto la lunga complessa sequenza, cui Levi riserva in chiusura alcuni richiami effettivi al passato brigantaggio (da voci correnti su qualche brigante ancora vivente, alle memorie parallele dei feroci sequestri e delle teste impalate); e infine ancora un inciso pregevole di antropologia culturale. Nell’ultimo capoverso il fuoco torna sui luoghi dove propriamente dei briganti circolava la memoria, per agganciare la leggenda dei tesori nascosti lungo la guerriglia. Da non perdere la qualità di writing culture (Marmo, 2015: 34), nella tensione antropologica che corre dallo sguardo sui territori ai fatti concreti dei nascondigli, all’appropriazione magico-simbolica dei lasciti favolosi: Il terreno su questi monti d’argilla è tutto scavato di buche e di grotte naturali. Qui si riparavano i briganti e qui, negli alberi cavi delle foreste, nascondevano i denari delle taglie e quelli rapinati nelle case dei ricchi. Quando le bande furono disperse […] questi tesori nascosti rimasero nella terra e nei boschi. Questo è uno dei punti dove la storia dei briganti diventa leggenda e si lega a credenze antichissime. I briganti misero dei tesori reali dove la fantasia contadina amava sempre favoleggiare la loro esistenza: così i briganti divennero tutt’uno con le oscure potenze sotterranee. (Levi, 1990: 127)
I sentieri del passato e l’alba nuova di Scotellaro
A fronte dei ricchi materiali di cultura popolare confluiti nella scrittura letteraria di Scotellaro, a prima lettura risultano ben pochi i richiami al brigantaggio. Prima di dedicarci alla suggestiva evocazione dell’antico brigante nella ben famosa Sempre nuova è l’alba, riprendiamo rapidamente qualche altro passaggio che può interessare per differentiam il nostro percorso nei depositi di memoria. La toponomastica di un paese del potentino conserva in una Taverna arsa il ricordo di un incendio appiccato dai briganti, ma a quanto sembra in età medievale (breve racconto de L’uva puttanella su una famiglia sfollata a Tito; Scotellaro, 1964: 51). Nello stesso “memoriale”, è bello il breve canto del contrabbandiere Brancaccio, compagno di prigione nel 1950, Oi comme songo allere li banditi / oi quanne vanne dritte ‘e schiuppetate, che viene a commento dei tristi arresti di contadini in lotta per le quote. “Uccelli frenetici” nelle mura del carcere, commenta la vena esistenziale di Scotellaro: ben invidiabile è la supremazia militare dei fuorilegge, per i contadini ora inermi e spauriti, incapaci come il sindaco di pensare pratiche efficaci di lotta.
Mancano analogie o riferimenti di sorta al brigantaggio storico anche nella biografia anarchica/qualunquista del piccolo contadino-artigiano Mulieri, protagonista di maniacali proteste contro la burocrazia nemica e l’Ente Riforma, che ritiene di fondare una Repubblica Indipendente intorno alla sua casa rurale sotto Grassano: ribellismo in buona misura caratteriale, per quel che emerge dalla lunga trattazione in Contadini del Sud di questa biografia sospesa tra passato e futuro negli anni incerti della riforma agraria (Scotellaro, 1964: 119–166; arbitraria l’assimilazione a un post-brigantaggio di De Stradis, 2010). Ci avvicina alla sensibilità poetica di Scotellaro la chiusura della lunga nota all’autobiografia di Mulieri, il quale in una sua declamazione esprimeva la filosofia che “la vita è una storia, ma da farla, il mondo è un passaggio. Passando per il mondo bisogna lasciare la propria traccia […] può darsi che dopo morto il male può diventare bene” (Scotellaro, 1964: 135). Il sociologo già poeta fa slittare questa filosofia sulle possibilità che la legge di riforma apre alle terre povere: “Il male può veramente diventare bene […] Nelle terre confinanti con il fondo di Mulieri, espropriate dall’Ente riforma, i motori, molto tardi, hanno appena cominciato a ronzare” (Scotellaro, 1964: 135).
Valgano questi brevi passaggi di scrittura attraversata da sentimenti d’incertezza in tempi di mutamento, per richiamare come la tensione tra immobilità e movimento regga l’intera (peraltro così breve) biografia di Scotellaro. Tensione intrinseca per il versante letterario ispirato alla politica nel tornante del secondo dopoguerra, già al centro dell’attenzione nei primi decenni degli studi e delle rievocazioni particolarmente impegnate appunto sul versante politico; ma snodo centrale anche nei più recenti approcci al filo rosso squisitamente esistenziale della personalità “spaesata” già prima di Portici, e dunque dell’intera ispirazione poetica del Nostro (Cucchi, 2004; Reccia, 2011; Vitelli, 2004). Di tale apertura tra esistenziale e politico si giova bene il percorso di queste pagine nelle memoria intermedia del brigantaggio, che incontra un’evocazione ad hoc in Sempre nuova è l’alba, da decifrare nella densa articolazione della poesia politica per eccellenza, ma altrettanto lirica.
La poesia sull’alba nuova viene da Scotellaro stesso inserita fin dal primo progetto di edizione del 1952 delle poesie politiche forti del 1947–48, E’ fatto giorno, che com’è noto sarà Carlo Levi a condurre in porto postumo, con una prefazione che valorizza in particolare questa Marsigliese contadina sorprendente per prospettiva politica e insieme forza poetica. La definizione ̶ ben enfatica per i movimenti di lotta di quegli anni ̶ fu presto oggetto di critiche di parte marxista e non solo, sicuramente a loro volta datate, prive oggi d’interesse nei pretesi giudizi che la poesia potesse essere, o meno, guida per la rivoluzione a venire ̶ necessariamente operaia. L’accesa querelle sembra peraltro da tenere in qualche conto, se in quegli anni cruciali di avvio della democrazia di massa in Italia, mentre si avvicina non prevista la fin des paysans (Villani, 1989: 126–130), la storia di Scotellaro e di questa poesia, e del resto la storia di Levi, ruotano intorno a un rapporto intellettuali/popolo particolarmente nevralgico (Asor Rosa, 1972; Isnenghi, 2003). Questo snodo ha un versante ideologico ma altrettanto esistenziale in particolare per gli intellettuali non marxisti: che gli obiettivi politici e le vie della rivoluzione se li devono inventare al di là di ideologie e indirizzi di partito, e possono talvolta valorizzare qualità comunicative in senso lato artistiche, che “aiutano ad ampliare il campo semico della politica”, è stato scritto di Levi (Bidussa, 2002: XI). La prefazione leviana del 1954 a È fatto giorno mette ben a fuoco l’intreccio intrinseco tra la biografia del giovane lentigginoso che sarà sindaco carismatico, e il mondo in movimento del dopoguerra che nel suo stesso germogliare riconosce questo compaesano che scrive poesie come fiore di quella terra pur solitaria. “Poiché Rocco Scotellaro, scrive Levi, è una di quelle nature per cui l’espressione poetica (il linguaggio del verso, del ritmo …) è la prima forma d’espressione, la più vicina al sentimento e al moto profondo della vita […]”; e “questa forma immediata […] intrisa di senso dell’esistenza e così identica alla persona […] è essa stessa una conquista, una scoperta […] Rocco Scotellaro deve farsi da sé, deve inventare se stesso, e la forma del proprio mondo poetico […]” (Levi, 1954: 147). La personale maturazione e la liberazione nell’azione politica ̶ intrinsecamente poetica nella teoria leviana ̶vanno dunque insieme a creare le poesie che Levi dice contadine, “bellissime, eccezionali nella nostra letteratura”, in primis Sempre nuova è l’alba, “questa Marsigliese del movimento contadino” (Levi, 1954: 148).
Di là dalle retoriche del risveglio contadino, nel suo accurato lavoro critico sulla produzione di Scotellaro Franco Vitelli analogamente vede l’inquietudine esistenziale in tensione con l’impegno politico, svolgendo due osservazioni essenziali: che in buona misura tale tensione nasceva dallo stesso modo di rapportarsi con i contadini (Vitelli, 2004: 340); e che viene a fuoco una coscienza esitante per la “interna contraddizione tra l’abbracciare tutta intera la causa degli oppressi e il rinunciare a se stesso” (Vitelli, 2004: 341). Né solo dal 1950 il sindaco dimissionario si sentirà così estraneo al suo paese, e scriverà poi di amore e disamore, di Portici come “liberazione ed esilio” (Vitelli, 2004: 341). Corre qui un possibile confronto con la diversa esperienza politica effettiva dei due intellettuali politici ̶ pur legati da una relazione amicale che vivono reciprocamente come “amore della propria somiglianza” ̶ nel contesto avventuroso del risveglio meridionale. Come intellettuale antifascista torinese/europeo, si può dire più felicemente spaesato, Carlo Levi venne a vivere nei confronti dei contadini del confino - e vent’anni dopo verso gli intellettuali di quel mondo, e ancora verso “tutte le Lucanie del mondo” ̶una comunicazione empatica che trovava una barriera all’abbraccio populista (Asor Rosa, 1972: 184–194 ) nella profonda percezione di una propria autonomia psicoanalitica-filosofica (fondata sulla teoria dell’individuazione contro la ricaduta nella massa di Paura della libertà; d’altra parte contigua alla categoria politica azionista da Levi prediletta; Cormio et al., 2005). Prescindendo certo dalle diverse qualità culturali e artistiche di Levi e Scotellaro che passano nel rapporto con il mondo contadino tra tradizione e risveglio, evidentemente il giovane sindaco di Tricarico si trova a svolgere un’esperienza non facile di”politica del mestiere” (Leogrande, 2014). Inevitabili le incertezze nella leadership di movimenti rivendicativi e di emancipazione che avrebbero avuto una curvatura inferiore alle attese del 1946–48, in sé dirompenti, esaltate dalla stessa valorizzazione leviana del mondo contadino come civiltà che poteva rivendicare autonomia nei processi di mutamento in corso.
La tensione appunto tra attese e prospettive di mutamento, dunque nella comunicazione corrente tra i contadini e il sindaco-intellettuale, regge la costruzione a spirale di Sempre nuova è l’alba, tra sentimenti urgenti nella dimensione esistenziale, e pensieri che si levano verso la politica, e che pulsano a loro volta di sentimenti ̶inclusa l’evocazione enigmatica degli antichi briganti. Andando al testo:
Sempre nuova è l’alba
Non gridatemi più dentro, non soffiatemi in cuore i vostri fiati caldi, contadini. Beviamoci insieme una tazza colma di vino! Che all’ilare tempo della sera s’acquieti il nostro vento disperato. Spuntano ai pali ancora le teste dei briganti, e la caverna – l’oasi verde della triste speranza – lindo conserva un guanciale di pietra … Ma nei sentieri non si torna indietro. Altre ali fuggiranno dalle paglie della cova, perché lungo il perire dei tempi l’alba è nuova, è nuova.
La mia lettura riceve un’impressione forse diversa, di un’ispirazione poetica non ancora toccata dal trauma. Il comporsi essenzialmente lirico dei versi, i sentimenti come in sospensione nel susseguirsi di ossimori tra disperazione e speranza, trasmettono piuttosto le più lunghe tensioni tra inquietudine esistenziale e politica di cui si è parlato, intrinseche alle sfide affrontate dal giovane Scotellaro. Nelle informazioni biografiche correntemente utilizzate negli studi letterari, data già dal ‘46–’47 quella fatica del sindaco a rispondere alle varie richieste popolari (Vitelli, 2004: 340–41), che appunto dice la repulsione dell’abbraccio contadino nell’esordio di Sempre nuova è l’alba. Il sindaco-poeta salva bensì il rapporto inscindibile io/noi nella socialità del bicchiere di vino insieme (v. 4), e magistralmente dice nei due versi seguenti (5–6) come il paese nelle ore più serene della sera possa contenere l’angoscia turbinosa condivisa (“all’ilare tempo della sera / s’acqueti il nostro vento disperato”).
A seguire quindi (nella nostra quartina 7–10) lo stacco che sposta gli spazi e il tempo del paese verso quelli lontani dei briganti, fa ancora da guida un passaggio essenziale della prefazione di Levi a L’uva puttanella nella prima edizione del 1955. Riprendendo la querelle con i marxisti, il lungo testo spiega come la metafora non vada riferita alla decadente percezione di incompiuto, ma piuttosto a un “effettivo punto di partenza” del mondo contadino, di padri e di santi ovvero “senza storia”, che tuttavia “per la prima volta si muove […] prende coscienza di sé (pur) sentendo l’angoscia e la disperazione per la sua nuova lotta” (Levi, 1955: 221). La dissonanza viene nel vortice di fiducia e sfiducia, svolge Levi accostando nodi già lucidi nel Cristo alle parole care a Rocco: “fiducia limitata e disamore” riportano alla “inesistenza, alla morte, alla chiusura in sé, al ritorno alle difese magiche, al paese sul monte inaccessibile, al sasso, alla caverna del brigante”. Levi può quindi commentare le ultime quartine di Sempre nuova è l’alba come gioco vitale tra il “punto di partenza”, ̶la lugubre evocazione delle teste impalate dei briganti, “l’oasi verde della triste speranza, che pure perdura in questo momento storico in fondo alla coscienza” ̶e “il movimento che non torna indietro ma cammina sui sentieri della nuova alba” (Levi, 1955: 224).
Il richiamo al deposito culturale dell’antico brigante vuol essere da Levi ulteriormente commentato sotto il profilo politico. Nella caverna oasi di “triste speranza” l’autore del Cristo può collocare la “antichissima tradizione” antistatalista intravista nel paese del confino, tuttora “punto di partenza” perché “diventi rovesciandosi necessità di rinnovamento totale dello Stato; capacità rivoluzionaria” (Levi, 1955: 225). Tali strutture di discorso ideologico– politico sul risveglio del Sud sono ricorrenti nell’intellettuale impegnato degli anni Cinquanta, e basti qui osservare come i citati passaggi linguistici risultino privi della forza della scrittura sempre alta del Cristo.
Lasciando da parte la caverna come speranza antistatalista, possiamo forse meglio restituire al giovane insicuro sindaco di Tricarico la suggestiva quartina sui briganti proponendoci di decifrarne le qualità come memoria intermedia del cospicuo conflitto passato nel Sud. Per un verso il lirismo cui si impronta il componimento apre a un richiamo dell’antico brigante che non reca traccia di un racconto sociale (quale arriva di continuo dal confino di Levi, ma non sembra esserci dieci anni dopo a Tricarico). Muscetta colse facilmente l’ambivalenza del richiamo mitico, attribuendolo alle suggestive immagini leviane del brigantaggio, “che vengono a tentare la fantasia anarchica del mondo contadino […] insieme respinte e accarezzate” (Reccia, 2011; Muscetta, 2010: 21). Di là da eventuali effettive fantasie anarchiche dei contadini di Tricarico e dalle derivazioni leviane del poeta, si può dire che Scotellaro dedichi a questo campo di memoria (presumibilmente non azzerato nei tricaricesi di metà ‘900), se non un racconto, un deposito di sentimenti stilizzati sulle sofferenze attraversate dalla vita comunitaria ̶le paure personali e collettive così intensamente raccontate dal sindaco/poeta (Vitelli, 2004: 350). Se lo scenario delle teste impalate è topos risalente almeno all’età napoleonica e va verso l’epica del ribellismo sconfitto, l’ossimoro di speranza e tristezza che abitano la vita solitaria nella caverna, pur potendo echeggiare a sua volta tipologie folcloriche o letterarie, giunge ̶al lettore che ami i giri sentimentali nella scrittura di Scotellaro ̶ come empatia insieme esistenziale e sociale verso la caverna e il lindo guanciale di pietra: la ribellione antica è da lasciare al passato in quanto orfana di comunità.
(Sulla comunità tradizionale diversamente coesa o sulla soglia della crisi, quali emergono Gagliano e Tricarico nei due forti scrittori del mondo lucano di medio Novecento, potrebbe ulteriormente approfondirsi la riflessione qui partita dalla memoria dell’antico brigantaggio: riccamente raccontato e interpretato da Levi nel paese fermo tra le due guerre, riferimento simbolico alla distanza nel paese di riforma agraria che si percepisce come “vento disperato”).
