Abstract

Levi 1902, Scotellaro 1923. La distanza tra le date di nascita non permette di poter parlare di fratello maggiore e fratello minore, ma non è neanche tale da poter parlare di un legame di tipo paterno. Probabilmente nei loro rapporti le due cose si confondevano, ma Levi non mi pare avesse atteggiamenti paterni con nessuno, mentre li aveva fortemente fraterni, bensì da fratello maggiore (anche nei confronti di qualche suo coetaneo…), e Scotellaro un padre ce l’aveva da cui qualcosa ha pure appreso, se non altro una dimensione del vivere e una comunione con l’ambiente. Ma se è dai padri che ci viene (o ci veniva un tempo) quel super-io che ci obbligava al confronto col mondo e con noi stessi in termini morali e civili (anche quando negativi), è dei fratelli maggiori, veri o ideali, che si ha più bisogno per crescere (o degli zii, dei nonni) perché al padre era un tempo doveroso ribellarsi – per affermare se stessi, per definire le scelte fondamentali. E per appoggiarcisi, per averne sostegno.
I fratelli maggiori naturali contano molto, ma possono contare molto di più quelli elettivi. Scotellaro ha avuto la fortuna di avere un fratello maggiore tricaricese, Rocco Mazzarone, l’altro Rocco, di dieci anni più giovane di Levi e di dieci più vecchio di Scotellaro, ma quello che l’altro Rocco poteva dargli non era quel che poteva dargli Levi: una dimensione che gli permettesse il confronto con il meglio della cultura italiana, anzi europea, dell’antifascismo e del dopoguerra. Avere radici è importante, diceva De Martino, anzi indispensabile per essere ma uno sfondo non locale è altrettanto indispensabile per agire, pena una mancanza d’aria, di paragone e riscontro. Lo sfondo del sud aveva bisogno di uno sfondo più ampio anche per poter comprendere il sud stesso, e la “questione meridionale”.
Ai nomi di Levi e Mazzarone bisognerà poi aggiungere quello di Rossi-Doria, della generazione di Levi, anche lui dentro un’orbita di esperienza e pensiero internazionali, anche lui concretamente legato a un territorio e alla sua emancipazione, alla “civiltà contadina” bensì nel segno del movimento, del mutamento.
A ripensarli oggi, gli anni della nascente Repubblica e dell’affermazione, per quanto faticosa, della democrazia furono davvero anni di Liberazione, gli anni della speranza per un paese uscito da vent’anni di dittatura, sette di guerra mondiale, due di guerra civile, e dentro un processo di ricostruzione che significava anzitutto la costruzione di una società che si voleva nuova, secondo le norme della Costituzione che la generazione dei Levi e dei Rossi-Doria era riuscita a darsi e a darci. Scotellaro viene subito dopo, ha poco più di vent’anni alla fine della guerra, in una parte del paese abbandonata dal regime fascista alla prepotenza degli agrari e a una burocrazia d’impronta poliziesca. Abbandonata alla fame. Rocco incarna, come tanti, la possibilità di un mondo nuovo e di una nuova giustizia. Ma nessuno ti dà niente per niente, o così si dice, e la giustizia bisogna conquistarla. Come? Con le lotte, e con l’organizzazione. Con la solidarietà tra gli oppressi e, secondo le sante convinzioni del socialismo dell’Ottocento ancora vitali: con l’organizzazione, con la solidarietà tra gli intellettuali e gli oppressi.
Levi e Rossi-Doria, dal centro ma proiettandosi nelle periferie più abbandonate, e Mazzarone concretamente sul posto, sono state le figure di cui Rocco Scotellaro ha avuto bisogno per trovare il proprio ruolo nella storia del socialismo e nella storia della cultura – senza contraddizioni tra le due cose, mentre la contraddizione fu enorme per coloro che, pur dentro le lotte e lottando per la giustizia, ebbero riferimenti più rigidi, legandosi a ideologie del potere decisamente autoritarie nonostante il sangue della guerra. E’ paradossale, ma a ben vedere non troppo, l’ostilità comunista nei confronti di Scotellaro dopo la sua morte, e nei confronti di chi lo considerava come l’incarnazione più pura dell’ideale gramsciano dell’ “intellettuale organico”.
Grazie all’amicizia di Levi – e certamente anche al confronto con Amelia Rosselli, di sette anni più giovane di lui – Scotellaro ha saputo collocarsi nella storia di una cultura che si voleva nuova: dire il vero e la speranza, ma dirli con la poesia e non solo con l’azione politica. Con la pienezza di un’esperienza in cui la parola usata per chiarire e convincere, per portare gli altri alla lotta e a un metodo sano della lotta, era anche la parola dei versi.
Il passaggio dalla parola parlata, il dialetto, alla lingua veniva naturalmente, senza sforzo, ed esigeva una nuova lingua; e grazie anche al vissuto di cui era portatrice, la poesia era novità. Del modo in cui Rocco seppe affrontare questi problemi Levi si compiacque, vedendovi giustamente anche il frutto della sua influenza, o meglio: dell’avere assunto scientemente nei confronti di Scotellaro un ruolo di fratello maggiore, senza fatica e senza mai profittare di una posizione nella cultura italiana che gli era ormai quasi unanimemente riconosciuta, della sua fama.
La scomparsa prematura di Rocco fu per Levi drammatica, ma gli permise con perfetta chiarezza di mettere Rocco al posto che ormai gli apparteneva di diritto, di figura esemplare di una cultura nuova che allora pensavamo non solo italiana, ma, considerando le lotte di liberazione che attraversavano il “terzo mondo”, internazionale. Il suo rimpianto per quello che Scotellaro avrebbe potuto ancora dare si lega oggi al nostro, di chi ha visto come le speranze del dopoguerra incarnate da tempre intellettuali e morali fortemente individuali e tuttavia espressione di un contesto in cui, nelle loro convinzioni, la vita del proletario non valeva meno della loro, siano state vanificate dalle retoriche e dalle pratiche di uno sviluppo arido di attenzioni, manipolatore, violento, fruttuoso per pochissimi.
Si è interrotta ormai da tempo una tradizione che sembrava inerente all’umano, e segno della Storia: quella della trasmissione di valori da una generazione all’altra. Non ci sono più fratelli maggiori e tanto meno padri attendibili e rispettabili, tutti gabbati da un’economia nemica dell’uomo e della natura. Levi e Scotellaro sono cose di ieri, ma è importante chiedersi se non possano essere ancora figure e prospettive ripetibili.
