Abstract
Il confino al quale Carlo Levi fu condannato nei territori della Lucania, in particolare ad Aliano, gli diede occasione di conoscere molto da vicino le mentalità e i costumi della piccola borghesia meridionale del Ventennio fascista. Attraverso la descrizione dei personaggi più rilevanti del Cristo si è fermato a Eboli, come per esempio il podestà Don Luigi, il dottor Gibilisco e il dottor Milillo per citarne alcuni, Levi opererà una denuncia acre del ruolo della piccola borghesia, una denuncia che si protrarrà con l’Orologio e susciterà scandalo nella cultura comunista del secondo dopoguerra. L’orientamento di Levi affonda le sue radici nella posizione in particolare di Gaetano Salvemini e di Piero Gobetti.
Il contributo critico che si propone affronta queste tematiche attraversando le pagine iniziali del Cristo.
Il 21 settembre del 1935, inviando una cartolina postale alla madre, Carlo Levi le dava notizia, con toni alquanto sconsolati, dei luoghi del suo confino in Lucania: Eccomi dunque a Aliano, trasferito improvvisamente. Ti confesso che sono rimasto molto male per questo trasloco impreveduto, che mi costa molto caro come spesa, che rende inutili tutti i lavori e le spese di adattamento del mio studio di Grassano, che mi ha obbligato a lasciare incompiuti dei quadri importanti, e soprattutto che mi lascia nell’incertezza se qui potrò o no sistemarmi e rimettermi a lavorare. A Grassano vivevo ormai tutto e unicamente dedicato alla mia pittura, e andavo ritrovando la mia serenità e il mio stile artistico […]. Non mi sono mai occupato di politica né di null’altro che di pittura in tutta la mia vita, e poiché mi è capitata questa immeritata disgrazia del confino non chiedevo che di essere lasciato tranquillo a lavorare (Levi, 1998: 110).
Intanto, l’explicit della lettera alla madre – redatto su una cartolina postale che doveva passare al vaglio della censura e anche per questo dichiarava la distanza dello scrivente da ogni impegno politico – così recitava: Ma non voglio lamentarmi, e cerco di prendere anche questa avventura per il meglio: anche Aliano avrà le sue bellezze, e cercherò di viverci nel modo migliore (Levi, 1998: 110). Sono arrivato a Gagliano un pomeriggio di agosto, portato in una piccola automobile sgangherata. […] Ci venivo malvolentieri, preparato a veder tutto brutto, perché avevo dovuto lasciare, per un ordine improvviso, Grassano, dove abitavo prima, e dove avevo imparato a conoscere la Lucania. […] Mi pareva di aver intuita l’oscura virtù di questa terra spoglia, e avevo cominciato ad amarla; e mi dispiaceva di cambiare. È nella mia natura sentire dolorosi i distacchi, perciò ero maldisposto verso il nuovo paese dove dovevo acconciarmi a vivere (Levi, 1990: 5).
La terribile visione percepita da Levi all’arrivo nel nuovo paese si incentra invece sul colore del lutto: Le porte di quasi tutte le case, che parevano in bilico sull’abisso, pronte a crollare e piene di fenditure, erano curiosamente incorniciate di stendardi neri, […] sì che tutto il paese sembrava a lutto, o imbandierato per una festa della Morte. Seppi poi che è usanza porre questi stendardi sulle porte delle case dove qualcuno muore, e che non si usa toglierli fino a che il tempo non li abbia sbiancati (Levi, 1990: 7).
Senonché, sempre nel secondo capitolo, verso la fine, l’autore racconta di essere stato chiamato – in quanto era corsa voce nel paese che era un medico – a prestare le sue cure a un malato di malaria, per il quale “non c’era più nulla da fare: l’uomo stava morendo” (Levi, 1990: 9). Si ricorderà che Levi aveva espresso l’auspicio di poter catturare e dipingere a Gagliano nuove luci, ma il luogo in cui il contadino sta morendo è invece segnato dall’oscurità: Il malato era sdraiato in terra, vicino all’uscio, su una specie di barella, tutto vestito, con le scarpe e il cappello. La stanza era buia, a malapena potevo discernere, nella penombra, delle contadine che si lamentavano e piangevano (Levi, 1990: 9). Entrammo in un buio dove si soffocava. Era buio e fumo: eppure le voci degli invisibili parlarono calme […]. Anche la voce di mia madre parlò turbata dal fumo (Vittorini, 1977: 91). E di nuovo entrammo in un buio, di nuovo mia madre divenne invisibile, parlò invisibile. […] Poi parlò di fialette e di ago, fece la iniezione a una fiamma di fiammifero che le rischiarò un momento le mani. Poi chiese se il malato avesse mangiato, e le fu risposto che qualcosa avrebbe mangiato, quella sera o domani (Vittorini, 1977: 92).
Poco dopo il contadino del Cristo muore e la piccola folla di uomini, di donne e bambini che circonda il morto fa largo al medico. Questi si congeda volgendo, uomo solo, “sulla piazza, donde la vista si allarga per i burroni e le valli”. La morte del contadino è avvenuta in una particolare ora del giorno. Non resta che assumere la rappresentazione leviana dello spazio (una piazza) e del tempo (il crepuscolo): La piazza non è veramente che uno slargo dell’unica strada del paese, in un punto più piano […]. La piazza ha case da una parte sola; dall’altra c’è un muretto basso sopra un precipizio, la Fossa del Bersagliere, così chiamata per esservi stato buttato un bersagliere piemontese, sperdutosi in questi monti al tempo del brigantaggio e fatto prigioniero dei briganti (Levi, 1990: 11). Era il crepuscolo, nel cielo volavano i corvi, e nella piazza arrivavano per la conversazione serale i signori del paese. Essi passeggiano qui ogni sera, si fermano a sedere sul muretto, e voltando la schiena all’ultimo sole, aspettano il fresco accendendo le loro sigarette economiche. Dall’altra parte, addossati alle case, stanno i contadini, tornati dai campi, e non si sentono le loro voci (Levi, 1990: 11). Il podestà mi riconosce e mi chiama. È un giovanotto alto, grosso e grasso, con un ciuffo di capelli neri e unti che gli piovono in disordine sulla fronte, un viso giallo e imberbe da luna piena, e degli occhietti neri e maligni, pieni di falsità e di soddisfazione. Porta gli stivaloni, un paio di brache a quadretti da cavallerizzo, una giacchetta corta, e giocherella con un frustino (Levi, 1990: 11). É il professor Magalone Luigi: ma non è professore. È il maestro delle scuole elementari di Gagliano; ma il suo compito principale è quello di sorvegliare i confinati del paese. In quest’opera egli pone (avrò modo di constatarlo) tutta la sua attività e il suo zelo. Non è egli forse stato definito da S.E. il Prefetto, come subito trova modo di dirmi con una vocetta acuta da castrato, che esce sottile compiaciuta da quel suo corpaccione, il più giovane e il più fascista fra i podestà della provincia di Matera? (Levi, 1990: 11-12). Andate in un pomeriggio d’estate in uno di quei «circoli di civili», in cui si raccoglie il fior fiore della poltroneria paesana; ascoltate per qualche ora conversare quella gente corpulenta, dagli occhi spenti, dalla voce fessa […] grossolana e volgare nelle parole e negli atti […] (Salvemini, 1955: 415). Donde nasca questa profonda differenza di capacità intellettuale fra la popolazione «civile» e la popolazione “campagnuola” del Mezzogiorno, io non so. Forse il lavoro materiale e la vita all’aria aperta preservano i contadini dalla degenerazione, che s’impadronisce ben presto delle famiglie fannullona in quel clima molle e infestato in gran parte dalla malaria. Questo è certo: che fra i “galantuomini” e i “cafoni” meridionali esistono non solo differenze profonde e visibilissime nel modo di vestire, nel dialetto, nella vita di ogni giorno, ma anche vere e proprie differenze somatiche (Salvemini, 1955: 415-416). Il contadino è magro, asciutto, tenacissimo al lavoro: non diverso doveva essere il mile quadratus del tempo romano. Il “civile” è pingue, flaccido, inerte, buono a nulla. Il “civile”, quando burla il contadino, cerca di contraffarne la voce, rendendo bassa e maschia la propria, che normalmente è femminea e in falsetto: crede di far la satira al contadino, mentre documenta la degenerazione propria (Salvemini, 1955: 415-416). stava benissimo. Se non si conti un certo squilibrio ormonico che si manifestava più che altro nel carattere, insieme infantile e sadico, e che non gli portava altro inconveniente fisico che la voce di falsetto e una certa tendenza alla pinguedine […]. Ma, per mia fortuna, egli era continuamente in preda alla fobia di essere malato: […] ogni volta che m’incontrava, aveva bisogno di essere rassicurato. Il malato immaginario aveva finalmente un medico a sua disposizione (Levi, 1990: 65).
È bastato poco, dunque, a Levi – poche battute di discorso – per conoscere il mondo dei signori di Gagliano. Non già che lo scrittore piemontese non avesse già delle sue idee, fortemente critiche, nei confronti della piccola borghesia: ma l’incontro galianese, la visione di quella piazza di paese, i primi discorsi non fanno altro che confermare in lui una sommersa e tacita avversione di fondo nei confronti di quella classe sociale, avversione dissimulata da una solo apparente bonomia nell’arte della descriptio. Nel Cristo Levi verrà fuori con una denuncia acre del ruolo della piccola borghesia che susciterà scandalo nella cultura comunista del secondo dopoguerra, ed è una denuncia che affonda la sua ragion d’essere nella posizione di Salvemini prima e di Gobetti poi. Si legga il seguente passaggio testuale del Cristo, particolarmente emblematico: Si usa dire che il grande nemico è il latifondo, il grande proprietario; e certamente, là dove il latifondo esiste, esso è tutt’altro che una istituzione benefica. Ma se il grande proprietario, che sta a Napoli, a Roma, a Palermo, è un nemico dei contadini, non è tuttavia il maggiore né il più gravoso. Egli almeno è lontano, e non pesa quotidianamente sulla vita di tutti (Levi, 1990: 221-222). i latifondisti numericamente sono una infima minoranza, e per tenersi su hanno bisogno […] della piccola borghesia. Si ha così un’associazione fra i latifondisti e piccoli borghesi, che è la chiave di volta di tutta la vita pubblica meridionale. I due alleati si distribuiscono da buoni amici il terreno da sfruttare: «i latifondisti si prendono il Parlamento, e la piccola borghesia lavora nei Consigli comunali (Salvemini, 1955: 45). Il vero nemico, quello che impedisce ogni libertà e ogni possibilità di esistenza civile ai contadini, è la piccola borghesia dei paesi. È una classe degenerata, fisicamente e moralmente: incapace di adempiere la sua funzione, e che solo vive di piccole rapine e della tradizione imbastardita di un diritto feudale (Levi, 1990: 222). É chiaro che egli non è molto lieto del mio arrivo: ma io cerco di rassicurarlo. […] Il dottore è contento di sentirmi parlare così, e anch’egli, come il nipote, si sente obbligato a mostrarmi la sua cultura, cercando negli angoli bui della memoria qualche antiquato termine tecnico rimasto là dagli anni dell’Università […] Ma attraverso il suo balbettio capisco una cosa sola: che egli di medicina non sa più nulla, se pure ne ha mai saputo qualcosa (Levi, 1990: 13).
Intanto, con le ombre della sera, la piazza “è ormai piena di tutti i signori del luogo” e l’altro medico, il nemico del podestà, mostra una gran curiosità di conoscere il nuovo confinato. Comincia a girare intorno disegnando cerchi sempre più stretti, “come un nero can barbone diabolico” (Levi, 1990: 14). Anche in questo caso la scrittura di Levi si dipana seguendo dapprima la procedura di un ritratto fisico, successivamente quella del ritratto professionale. Leggiamo del primo: É un uomo anziano, grosso, panciuto, impettito, con una barba grigia a punta e dei baffi che piovono su una bocca larghissima, piena zeppa di denti gialli e irregolari. L’espressione del suo viso è quella di una diffidenza astiosa, e di un’ira continua e mal repressa. Porta gli occhiali, una specie di cilindro nero in capo, una redingote nera spelacchiata, e dei vecchi pantaloni neri, lisi e consumati (Levi, 1990: 14). Il dottor Gibilisco è furente. La sua autorità, ahimè, pare assai scossa. “I contadini non ci danno retta. Non ci chiamano quando sono malati, – mi dice con l’aria velenosa e collerica di un pontefice che stigmatizzi un’eresia. – Pure non vogliono pagare. Vogliono essere curati, ma pagare, niente” (Levi, 1990: 14). Anche Gibilisco, come Milillo, ci tiene a mostrarmi la sua sapienza. Ma mi accorgo presto che la sua ignoranza è molto peggiore di quella del vecchio. Egli non sa assolutamente nulla, e parla a caso. Una sola cosa egli sa, che i contadini esistono unicamente perché Gibilisco li visiti, e si faccia dare denaro e cibo per le visite (Levi, 1990: 15).
Il personaggio salveminiano a Napoli – come il personaggio leviano a Bologna – finalmente arriva stentatamente a una laurea e – scrive in proposito Salvemini – “tornato a casa analfabeta e laureato, si avvede ben presto di essere inetto a vincere un concorso per la magistratura o per le prefetture o per i ministeri, se è avvocato” (Salvemini, 1955: 268). Dunque in quale modo il nostro giovane e allegro avvocato lucano, ritornato al suo paese “senz’arte né parte” e avendo sposato “una donna più vecchia di lui”, potrebbe “passare tutte le ore del giorno, tutti i giorni dell’anno” a Gagliano? (Levi, 1990: 17) Il modo in cui l’“eterno” goliarda meridionale trascorre le sue giornate è raccontato da Levi di scorcio, ma con sottile e deformante ironia: La passatella, il gioco delle carte, qualche chiacchierata sulla piazza; e le sere trascinate qua e là nelle grotte del vino […]: ora i poderi erano tutti ipotecati, le entrate erano magre, la famiglia cresceva. Ma il buon ragazzo era pur sempre uno studente di Bologna, allegro e scapigliato (Levi, 1990: 17). Quello che fa tanto chiasso dall’altra parte della piazza, è un suo compagno di bevute e di passatella, maestro supplente alla scuola elementare. È ubriaco questa sera, come quasi sempre fin dal mattino. Ma ha il viso cattivo, e diventa feroce, collerico, rissoso. I suoi urli, quando fa scuola, si sentono fino in fondo al paese (Levi, 1990: 17-18). I maestri di scuola pongono poca cura a studiare l’urbanità e l’aria nobile, piena di verecondia, e de’ tratti d’onore: sovente i loro modi, gesti, tuono di voce, e tutto il loro volto, che suol essere specchio de’ ragazzi, spira tutt’altra cosa che gentilezza […]. Si adirano anche spesso, gridano, e fanno de’ schiamazzi in testa a’ loro allievi, e gli trattano più da servi, che da figli: tutte cose più atte a fare o stupidi, o villani, zotici e feroci i ragazzi che ad allevargli nel sapere, nella virtù, nella nobiltà (Genovesi, 2010: 43)
L’ultimo personaggio – che Levi vede arrivare zoppicante – è “piccolo e magro” e non avrà modo di conversare con nessuno sulla piazza e nessuno lo saluterà. Sarà tra quelli che, al pari di don Cosimino, mostrerà un’autentica stima e affetto nei confronti dello scrittore: pur essendo un autentico misantropo.
Ma questi ultimi due personaggi sembrano rappresentare una eccezione alla regola della piazza, la regola che impone solo la ebollizione di “passioni paesane” e di odi.
“Questo è dunque un paese di galantuomini” è la desolata prima esperienza di Levi al termine della giornata. Prima esperienza: “in quanto – scrive Levi – non potevo ancora precisare le mie impressioni, né penetrare ancora tutti i segreti della politica e delle passioni paesane” (Levi, 1990: 19). Ma un certo “non so che” lo aveva negativamente colpito, riconducibile al “sussiego” e alle “maniere” dei signori sulla piazza. Soprattutto lo aveva profondamente colpito, in senso del tutto negativo: il tono generale di astio, disprezzo e diffidenza reciproca nella conversazione a cui avevo assistito, la facilità con cui si manifestavano degli odi elementari, senza il naturale ritegno, verso un forestiero appena arrivato, che aveva fatto sì che io fossi messo subito al corrente da ciascuno dei vizi o delle debolezze degli altri (Levi, 1990: 19). La voce di Donna Caterina era ad un tratto arrivata al massimo dell’acutezza e dell’esasperazione: la passione sotterranea, e che non riusciva a nascondersi, non c’era dubbio, era l’odio; un odio concentrato, continuo come una fissazione, e, nell’ozio di ogni altro sentimento, e nell’animo di una donna, pratico, creativo, combinatorio. Donna Caterina odiava quelle “donnacce” della farmacia, odiava il loro zio, il dottor Concetto Gibilisco, odiava tutto il partito di parenti e di compari di San Giovanni che faceva il capo a lui, odiava quelli che a Matera lo proteggevano (Levi, 1990: 48-49). […] cento cani intorno a un osso si lacerano furiosamente per strapparlo l’uno all’altro. Quelli che sono fuori dagli impieghi, cercano di mettersi al posto di quelli che son dentro; questi si difendono senza scrupoli come meglio possono. […] e la guerra dura anni, ed è condotta avanti con la calunnia, con la lettera anonima, con la delazione, col tradimento (Salvemini, 1955: 46).
