Abstract

Recensione di: Gandolfo Cascio, Utrecht University, Paesi Bassi
Girolamo Savonarola (1452–1498), Giordano Bruno (1548–1600), Tommaso Campanella (1568–1639), Galileo Galilei (1564–1642) e Pietro Giannone (1676–1748) rappresentano nell’immaginario collettivo il gruppo di italiani più influente e noto di riformatori e pensatori perseguitati. Tanta celebrità da una parte ha giovato alla loro permanenza all’interno del dibattito culturale ma ha altresì agevolato la costruzione d’una mitografia spiccia che ha fatto di questi uomini dei personaggi da fiction. Tanta e tale curiosità, ça va sans dire, ha svantaggiato una lettura serena dei loro lavori filosofici, scientifici e letterarî. Di questa falsificazione hanno responsabilità in molti, a destra come a manca, ed è per questo che va accolta magno cum gaudio quest’ultima edizione delle Rime savonaroliane curata da Giona Tuccini. La pubblicazione ha almeno due meriti: il primo è d’ordine pratico, perché ha rimesso in circolazione l’opera; l’altro è d’ordine qualitativo, visto che quello che abbiamo tra le mani è un documento storico e letterario trattato in modo eccellente, a prova che “le rime di Girolamo costituiscono una delle testimonianze più alte e transcreative della poesia tardo-quattrocentesca di area settentrionale (non fiorentina), a dispetto di chi – nel quadro delle sue opere – le derubrichi, con sospetto, a mediocri esercizi sporadici, rispetto all’intensa produzione omiletica e alla trattatistica teologica” (p. 14). Il corpus è formato da 14 testi, scritti tra il 1470 e il 1485 a Bologna e a Firenze, la città che in quel momento è governata da Lorenzo, è resa potente dai banchieri e dai commercianti ed è celebre per i circoli di poeti, filosofi e artisti che hanno pensato e concretizzato il Rinascimento. La tematica dominante è la Fede o, per meglio dire, le speculazioni teologiche sulla relazione tra la collettività e le istituzioni religiose in cui si delinea “un disegno morale secondo cui il potere politico serve a garantire la vita ordinata della città, mentre l’apporto religioso è funzionale alla salute spirituale del cittadino; due poteri ben distinti – gli interessi temporali e i destini extramondani – che possono amalgamarsi solamente nella religione civica della congregatio hominum, l’unico popolo di Dio” (pp. 40–41); ma altrettanto discusso è il rapporto tra l’individuo e il Divino “giacché nella cultura spirituale del Quattrocento il tema profetico è posto in contatto con il concetto di homo ad bivium, dell’uomo armato di libero arbitrio a cui è data l’opzione di vivere o meno nelle cose di Dio, in prospettiva dell’eterno (o del suo rovescio)” (p. 44). Tuccini rimette a posto molte delle stravaganze sul conto di Girolamo, frate domenicano e, ora, servo di Dio. Lo fa all’inizio del volume con l’introduzione, intitolata ‘Fuoco vivo in carne dolorosa’ (pp. 5–73), e alla fine con l’utilissima ‘Cronologia della vita’ (pp. 213–245). Questi apparati posti alla periferia pongono altrettanto scrupolo alla biografia sia dello scrittore sia delle Rime, informandoci sulle edizioni precedenti, la loro ricezione e lo status quæstionis. Erudite sono le ampie e scrupolose chiose (ognuna d’una decina di pagine), poste a margine dei singoli componimenti. Tanto peritesto offre sia le informazioni che facilitano la comprensione di elementi contestuali, come sono quelli storici, sia dei ragguagli culturali e dottrinarî. Tali elementi, insomma, spingono a verificare la giustezza delle diverse questioni esposte nelle Rime e portano a riflettere sull’attualità di parecchie delle ‘tesi’ esposte. Tra gli approfondimenti proposti, quello che più mi ha interessato e che qui intendo evidenziare è quello che riguarda gli aspetti stilistici e retorici che a me sono parse affatto originali. Qui, però, è necessario aprire una breve parentesi. Gianfranco Contini aveva ragione quando nel suo celebre saggio intitolato Preliminari sulla lingua del Petrarca (1951) individuò e distinse nella nostra letteratura due strade maestre: la cosiddetta ‘linea dantesca’, che si distingue per un certo dinamismo che corrompe l’integrità dei generi e per il carattere stilistico inconfondibilmente espressionista e plurilinguista, e una ‘linea petrarchesca’ che, al contrario, è iperselettiva e, in sostanza, naturalmente snobistica. Ora, sulla base di questo schema – che pure ha resistito agli urti del tempo e agli scossoni della varie scuole, metodologie, approcci, prospettive – Savonarola non appartiene con certezza né all’uno né all’altro schieramento e, semmai, va incluso tra i pochi casi ambigui, insieme ad Ariosto, Vico, Verga, Morante: opzione che tra l’altro conferma la bontà del discrimine continiano, giacché l’immediata ambivalenza pone davanti a una scelta in cui s’invera supremamente l’atto critico. Tuccini prima di tutto fa i conti con chi accusò di “antiumanesimo” (p. 21), e “per lungo tempo, bollò Savonarola come nemico della poesia” (p. 21). Per farlo, illustra passo dopo passo l’intricata griglia di riscontri intertestuali che dimostrano quanto sofisticato sia il substrato letterario e quanto intimo sia il rapporto di Savonarola con altri scrittori. Se, difatti, nelle Rime non stupiscono i vibranti accenti paolini (soprattutto per quanto riguarda il tema della Grazia, i.e. “la vita divina partecipata all’uomo” (p. 56)), le eroiche esclamazioni del contemptu mundi e i mistici richiami giovannei – elementi imprescindibili nelle strategie retoriche del comizio moraleggiante e riformatore – o la scintillante eco ciceroniana – conveniente all’argomentazione e, dunque, a persuadere chi legge –, altrettanto sostanziali risultano essere i riferimenti ai poeti “della tradizione laudistica e dell’ispirazione petrarchesca” (p. 35), tant’è che “molti emistichi appartenuti al codice lirico-amoroso [vengono] riassemblati e inoculati nel contesto dottrinale” (p. 28), dove un ruolo privilegiato verrà svolto, per l’appunto, da Petrarca e in particolare dal Canzoniere. In nota ad ogni poesia si dà notizia di tali ‘Innesti e recuperi’, così s’intitola il secondo paragrafo dell’introduzione (pp. 21–38), cioè le prove che: “Savonarola fabbricava le sue mappe erudite pescando contestualmente nella sapienza teologal-filosofica e in quella umanistica, se è vero che il poeta mutuò da Petrarca gli stilemi e le forme dei suoi versi, mentre il predicatore adottò dal Doctor Angelicus le idee-martello delle omelie” (pp. 17–18). Si leggano, a riprova di quello che dico, almeno questi due versi: “L’amor che la traporta, | Fiamma è da ciel, che l’ha ripiena.” (XIII, Pro itinerantibus, vv. 35–36, p. 194) che, come fa notare il curatore, riprendono i RVF CXXXVI, 1 (p. 200). Tuccini insiste sulla presenza di Petrarca, del resto condivisa con altri poeti coevi, tant’è che pure in “sede tematica, i topoi petrarcheschi della dulcedo e del planctus sono soltanto due degli innumeri loci paralleli riqualificati e promossi insistentemente non solo negli scritti del ferrarese, ma anche dai poeti piagnoni come Girolamo Benivieni e Giovanni Nesi” (p. 34). Aggiungo che questi accostamenti nella loro brillantezza arricchiscono la conoscenza su Savonarola ma, indirettamente sollecitano interessanti riflessioni riguardo alla Rezeptionsästhetik del poeta trecentesco. Tuttavia, sarebbe inutile negarlo, Savonarola ancora oggi lo si vuole leggere perché è stato quel santo fustigatore dei costumi corrotti della Chiesa e della società dei suoi tempi. Questo brano ne è un esempio: “Felice or mai chi vive di rapina, | E chi de l’altrui sangue più se pasce, | Chi vedoe spoglia e soi pupilli in fasce | E chi di povri corre a la ruina! | Quella anima è gentil e peregrina, | Che per fraude o per forza fa più acquisto” (I, De ruina mundi, vv. 34–39, p. 80). Sono versi duri come la pietra, violenti come una tempesta e lucidi come un ghiacciaio che hanno all’inizio ispirato solo alcuni Piagnoni ma che poi hanno portato all’istituzione della Repubblica di Savonarola (1494–1498). Si capisce, dunque, perché da lì a breve sia stato messo a tacere e sia “Finito nel macero della Chiesa” (p. 73) che pure aveva tanto amato.
