Abstract

Recensione di: Giusy Di Filippo, University of New Hampshire, USA
Il volume è il frutto di incontri distinti avvenuti negli Stati Uniti e in Italia e sponsorizzati da ILICA (Italian Language Inter-Cultural Alliance) e include nove saggi di cui i primi quattro in lingua italiana e i secondi quattro in lingua inglese. I due gruppi di contributi sono divisi da un saggio di Anthony Tamburri in italiano che funge da “Intermezzo.” Le meditazioni, come indicato dal titolo, riguardano la tematica dell’identità.
Nel primo saggio, intitolato “Identità,” (pp. 3–12) Pino Aprile affronta la questione complessa della dimensione identitaria italo-americana focalizzandosi in primo luogo sugli esempi dell’ identità multipla dello scrittore Carmine Abate e dell’ identità mutilata del musicista italo-canadese Tony Nardi. Aprile definisce l’identità come una dimensione che si accresce grazie all'incontro e alla contaminazione con altre identità diventando “un valore di scambio” che “si arricchisce ricevendo e interpretando e andando ad aumentare le altre” (p. 8). In tal senso, chi vive tra due culture, come gli italo-americani appunto, è un ponte tra due culture: “Ne è la sintesi e l’incontro” (p. 5). Inoltre, l’identità è, secondo l’autore di Terroni, genetica e “memetica,” si trasmette cioè “in modo epidermico […] una volta acquisita è per sempre” (p. 11). Questo spiega la motivazione di molti studiosi italo-americani che sono tornati a studiare le loro radici come momento di riappropriazione di un’identità fino ad allora “camuffata” e dimenticata nell’ansia assimilatoria.
Lorenzo del Boca in “L’Italia dai mille campanili” (pp. 13–24) individua nell’immagine del campanile, inteso come elemento di identità strettamente locale e localistica degli italiani, il punto di partenza del suo breve excursus storico. Ripercorrendo le tappe dell’unificazione d’Italia, del Boca mette in evidenza come un’identità monolitica italiana non sia mai esistita e propone di ricominciare dalle identità locali per costruire un senso comune d’identità nazionale.
Nel saggio intitolato “Esiste ancora un’identità italiana?” (pp. 25–34) Giuseppe Novero prende in esame l'evoluzione del concetto d'identità nel corso del tempo. Lo studioso tiene conto di una serie di fattori, non ultimo quello della scuola che ha svolto in passato il ruolo di ascensore sociale e quello del lavoro, inteso non solo come entità economica ma, soprattutto, come mezzo di identificazione culturale. Nella parte finale del saggio, Novero nota come il concetto di identità si sia affievolito nel corso del tempo. In tale direzione, lo studioso introduce il tema di una nuova identità “annacquata” e sovranazionale degli italiani espatriati recentemente rispetto agli immigrati del secolo precedente e l’invito a lavorare sui comportamenti e sui modelli culturali. In tal modo, un’identità italiana semplificata e stereotipata e in quanto tale “percepita” da chi osserva, non si candida a modello d’identità cui attingere.
Massimo Vedovelli, in “Lingua italiana e migrazioni: nuovi scenari” (pp. 35–50), dopo aver preso in esame l’alterna fortuna degli studi linguistici sull’emigrazione italiana nel mondo, analizza in modo diacronico i motivi della ripresa di attenzione per la questione della lingua della migrazione italiana. Nella parte finale del proprio saggio, sulla scorta delle considerazioni di De Mauro riguardo al ruolo fondamentale dell’emigrazione italiana come potente fattore di italianizzazione, Vedovelli propone come modo di rafforzare il senso d’identità, anche linguistica, “uno spazio linguistico italiano globale.” (p. 44) Tale spazio linguistico è caratterizzato dalla consapevolezza da parte degli italiani della loro plurima storia linguistica e culturale e dal rispetto per coloro che si avvicinano alla lingua italiana.
Nell’intermezzo, Anthony Tamburri in ““Identità italiana” ovvero lo scrittore italiana all’estero” (pp. 51–64) invita alla distinzione tra identità emotiva ed identità effettiva. Ciò che Tamburri rimprovera agli studi d’italianistica è la mancanza di apertura, per esempio, verso la produzione letteraria italo-americana e propone non soltanto un’apertura del canone letterario e del concetto stesso di identità italiana, ma anche di prendere in considerazione quella che definisce l’ “identità effettiva” che si indentifica in un’identità che non tiene conto dei confini territoriali in senso stretto, ma “riconosce la qualità delle attività quotidiane in cui l’individuo svolge la vita di ogni giorno […], quell’effettivo italiano è quell’insieme di caratteristiche italiane e/o italianeggianti della sua indole” (p. 59).
Donna Chirico, nel saggio “Italian Identity in the Third Millenium: how to claim an Italian American Identity” (pp. 65–76), indaga i diversi fattori che permettono agli individui di formare una propria indentità. Partendo dalle considerazioni che si riferiscono a un’idea di identità narrativa, la studiosa indaga la formazione dell’identità in quanti sono immigrati negli USA nel secondo dopoguerra, mettendo in rilievo quello che Rushdie definirebbe un discorso di “patrie immaginarie.” Nella seconda parte del saggio, la studiosa affronta la questione dei gradi di assimilazione della comunità italo-americana.
Louisa Ermellino in “Musing on Italian Identity” (pp. 77–90) racconta la storia della sua famiglia, mettendo in evidenza la questione dell’identità.
Fred Gardaphé in “Columbus: forget about him; remember the future!” (pp. 91–102), partendo dalle polemiche generate dalle celebrazioni per il Columbus Day, accosta la sostanziale inattingibilità –in termini identitari– della narrativa relativa all’esploratore genovese a quella dell’epopea della migrazione da parte delle giovani generazioni italo-americane. Lo studioso sottolinea la necessità che i giovani siano esposti a modelli storici, ma anche a modelli contemporanei nell’arte, nell’istruzione e nell’economia. Gardaphé sostiene l’importanza degli studi italoamericani, i quali devono contribuire a creare una solida base per continuare a mantenere un senso di identità e appartenenza per le giovani generazioni italo-americane.
Robert Viscusi, nel capitolo conclusivo intitolato “Il dispatrio” (pp. 103–110), introduce la tematica del dispatrio. Viscusi prende in prestito la parola da Luigi Meneghello il quale l’ha usata come titolo del suo romanzo: il racconto dei suoi quaranta anni nel Regno Unito, lontano dall’Italia. La parola indica “disconnection from one’s territorial identity” (p. 103) e porta alla luce i molti paradossi della questione identitaria. Viscusi mette in evidenza eminentemente tre circostanze di dispatrio: quella “burocratica” che sancisce l’importanza di un foglio rispetto a un’identità che in alcuni casi per gli italo-americani è solamente ereditata (per l’impossibilità di reperire documenti in Italia); quella “economica” che ha storicamente funto da motore principale all’intera vicenda migratoria e, infine, quella “tra amici” che costituisce una condizione comune a molte persone che sono unite da amicizia e sono connazionali.
Questa collezione di saggi propone spunti che arriscono il dibattito su quel concetto d’identità italiana e italiana-americana e americana-italiana che dovrebbe superare barriere, territori fisici e mentali per diventare uno momento di arricchimento continuo di plurime identità, eredità e memorie.
