Abstract

Recensione di: Emma Grimaldi, Università di Salerno, Italy
Prima di tutto, un avviso al lettore: di questa recensione e soprattutto del bel libro di Mirko Tavoni. L’avviso, o meglio, l’invito, a non lasciarsi fuorviare dalla vaga leggerezza del titolo. Le idee su Dante di cui si parla in queste pagine non sono affatto poche, come l’aggettivo indefinito iniziale vorrebbe, con qualche modestia, lasciar supporre. Soprattutto, sono idee che danno accesso a nuovi orizzonti interpretativi, a inedite e impensate possibilità di lettura. Meno che mai, a contenerle una per una, è la suggestione rapsodica della pura ipotesi virtuale, delegante, a chi ne abbia tempo e voglia, l’onere del riscontro dimostrativo. Anche quando, con cordiale affabilità, Tavoni le introduce usando un “io penso”, un “mi sembra”, o altre minime didascalie rinvianti a toni distesamente colloquiali, si sente benissimo che la soggettività dell’elocutio non si fonda affatto sull’impressione o sulla pur ammirevole intelligenza di una prima lettura intuitiva, ma sempre si elabora a partire da una capillare documentazione scientifica che, per altro, dando prova di grande onestà intellettuale, Tavoni non esita, ogni volta, a dichiarare. Dell’arte d’interpretare Tavoni possiede tutti gli strumenti che “’l lungo studio e ‘l grande amore” gli hanno permesso d’acquisire, e di essi sa fare un uso di raffinata intelligenza.
Strumenti privilegiati sono per lui, innanzi tutto, quelli della linguistica e della filologia: in questo caso, al primo posto, per sua esplicita dichiarazione, le concordanze elettroniche delle opere di Dante volgari e latine, DanteSearch. Quanto mai appropriato, a tale proposito, suona l’invito che Tavoni rivolge, a chi si occupa di argomenti medievali, a un’abituale frequentazione del TLIO (Tesoro della Lingua Italiana delle Origini) essendo indispensabile, per ogni ipotesi di lettura e/o commento, la conoscenza della precisa valenza semantica di ogni voce, locuzione, espressione, nel milieu storico/culturale in cui ricorre.
Si potrebbe osservare che, almeno sino a questo punto, Tavoni gioca in casa. In realtà, pur essendo evidente che la ricostruzione filologica e l’analisi linguistica costituiscono per il suo discorso la solida base di partenza, altro è, a mio parere, il pregio di questo libro. Anche, direi, al di là dell’argomento che esso affronta.
La chiave ermeneutica linguistico/filologica non diventa mai, sulla pagina di Tavoni, la gabbia metodologica oltre la quale non è consentito o non si vuole sconfinare. Da essa è doveroso partire per una corretta decodifica o decifrazione del testo, ma nel caso in cui, pur impeccabilmente decifrato, il testo mantenga qualche zona d’ombra, opponga un’anche minima resistenza ad un’interpretazione convincente, è giusto ricorrere ad altri metodi di lettura, servirsi di altre chiavi esegetiche. Sempre che, ma lo si dovrebbe dare per scontato, leggere e correttamente interpretare un testo letterario – e non il mostrarsi tenaci assertori di un metodo a senso unico, snobbando ogni altro eventuale tipo di lettura – sia il vero fine essenziale per cui, con maggiore o minore capacità, raggiungendo risultati più o meno soddisfacenti, ognuno di noi si affanna a mettere nero su bianco. Ma, senza concedermi inutili divagazioni, passo a qualche esempio concreto.
Particolarmente brillante è l’idea che Tavoni sviluppa nel capitolo II,V, “Papi simoniaci e Dante profeta (Inferno XIX)”. Entro la terza bolgia, Dante s’accorge di come il fondo e le pareti sono cosparse di fori rotondi, tutti d’uguale larghezza, il che gli consente una similitudine rammemorante analoghi fori “nel mio bel San Giovanni/fatti per loco d’i battezzatori/l’un de li quali, ancor non è molt’anni,/rupp’io per un che dentro v’annegava:/e questo sia suggel ch’ogn’omo sganni” (v. 17/21). Se l’ultimo verso citato suona come perentoria affermazione del personaggio/poeta sull’essere stata la necessità di un salvataggio tempestivo l’unica ragione del gesto artatamente dichiarato sacrilego dai suoi denigratori, non v’è dubbio che il senso del frammento di racconto rimanga oscuro. Battezzatori, potrebbero essere i sacerdoti, ministri del sacramento, come i fonti battesimali in pietra o marmo, la cui rottura tempestiva, dettata da ragioni d’urgenza, è decisamente poco credibile, mentre, a complicare il tutto, è l’uso della formula “per loco di”. Non sto ora a cimentarmi in una ripetizione del percorso logico/ermeneutico compiuto da Tavoni, fondandosi in larga parte su materiali iconografici inerenti soprattutto il coevo battistero di Pistoia – essendo stato quello fiorentino distrutto e ricostruito con maggior sfarzo intorno al 1577, in occasione del battesimo di un rampollo mediceo – come sulle miniature dei primi codici danteschi. Le conclusion ultime, di cui lascio al lettore tutto il piacere della scoperta, conducono felicemente alla messa a fuoco di un Dante profeta, nell’atto di replicare, nel canto XIX dell’Inferno, il gesto implicante una sacra ammonizione, compiuto da Geremia, come si legge nella Bibbia, in Ier., XIX, 1–13 ; e la coincidenza della collocazione numerica non è certo casuale.
L’uso intelligente delle fonti storiografiche quale fondamentale supporto dell’interpretazione testuale si replica con risultati altrettanto brillanti nel capitolo II, VII, “Guido da Montefeltro dal Convivio a Malebolge (Inferno, XXVII). Preliminare non certo trascurabile del discorso è la precisazione della grande notorietà caratterizzante all’epoca il condottiero ghibellino, tale da fare di lui, per il lettore contemporaneo, l’adeguato pendant di Ulisse, protagonista del canto precedente. Un dato di fatto che avvalora la scelta dantesca, in Convivio,IV, per cui Guido è ascritto a chiaro exemplum di nobile probità, proprio per la decisione, dopo aver condotto una vita attiva e tempestosa, di ritirarsi, in età più avanzata, nella contemplazione e nella preghiera, senza per questo – Tavoni ci tiene a precisarlo – aver nulla, nel suo passato, di cui doversi pentire. Rispetto alla propria fonte, Dante realizza in Inf., XXVII, un’evidente palinodia, facendo dire al personaggio “ Io fui uom d’arme, e poi fui cordigliero,/credendomi, sì cinto, fare ammenda”. E se diventa il rimorso per la vita precedente, la prima ragione dell’essersi fatto tardivamente francescano, è posta la giusta premessa per la sua ultima mutazione in consigliere fraudolento, stante la blasfema promessa d’assoluzione da parte di Bonifacio VIII, “principe de’ novi Farisei”. Più precisamente, sulla formulazione del consiglio nel racconto di Guido, “lunga promessa con l’attender corto/ti farà triunfar nell’alto seggio”, non propriamente riducibile al senso comunemente attribuitole del prometter molto e mantenere poco, Tavoni vede aprirsi il contenzioso con le fonti storiografiche, da Matteo e Filippo Villani a Riccobaldo da Ferrara, e da qui il suo discorso si allarga a considerazioni sull’atteggiamento ideologico di Dante nei confronti delle nascenti signorie romagnole.
Sono così arrivata, senza volerlo, a sfiorare una componente del libro di Tavoni che ho scelto d’illustrare in ultima istanza, proprio per l’importanza che mi sento di attribuirle. Precisamente, il modo in cui il dialogo da lui proficuamente instaurato con le fonti, storiografiche e storico/artistiche, si coniuga, con vivacità e intelligenza, al campo d’indagine offerto dalla biografia di Dante, nei suoi molteplici aspetti umani e politici, come è possibile ricostruirli a partire dal 1302, seguendolo nel suo lungo vagabondare e nelle ragioni che lo determinano. Penso soprattutto alle tante pagine dedicate alla progettazionestesura (parziale) interruzione del Convivio e del De vulgari eloquentia, alla parentesi di vita estesa fra gli anni 1303/1306, in cui dismessa la prima identità di poeta d’amore, Dante prova ad assumere quella del filosofo laico e del teorico del linguaggio. Ogni lettore, credo, ammirerà la perspicacia con cui Tavoni ravvisa il nesso di stretta analogia fra disordine politico e Babele dei tanti volgari municipali, il primo formularsi di un’idea “imperiale”, nel progetto di condividere il cibo della sapienza non con chierici e letterati, ma con una futura classe dirigente laica, e parimenti nella tensione a individuare e codificare, nel disordine linguistico, lo strumento privilegiato di un Volgare finalmente illustre, cardinale, aulico e curiale. Ma non è neppure questo indizio di una sapiente intelligenza di lettura ad avermi principalmente colpito. Più ancora lo è il modo in cui, in queste pagine, tante volte, Tavoni si sofferma sui momenti più dolorosi e traumatici dell’esperienza di vita di Dante, si concede riflessioni sui suoi alterni stati d’animo, sul senso di dolente precarietà che tante volte deve averlo pervaso, ne ricostruisce la mobilità del quadro emotivo in termini di solidale umanità. Sempre, sdoganando il tutto dall’ipoteca del facile impressionismo, dimostrando come si può fare critica, e farla bene, senza ridurla a bozzetto, anche fuori dalla camera sterile di un asettico laboratorio. Sempre, purché a sostenere la simpatia umana, sia la solidità dell’informazione e della documentazione scientifica. E visto che sono arrivata a parlare di umanità, ancora, da ultimo, mi piace sottolineare il rapporto di dialogica cordialità che Tavoni instaura con le sue fonti; idealmente parlando con gli autori che cita, lodandoli quando il loro contributo gli appare decisivo, muovendo loro garbate obiezioni quando qualcosa non lo convince. Il dialogo che instaura con Umberto Carpi, e la sua idea di un Inferno guelfo, è splendida esemplificazione di come un intenso sodalizio di vita e di studio possa continuare a distanza, essere davvero imperituro.
Ancora qualche riga per concludere, coerentemente con quanto detto da ultimo, con la formulazione dell’augurio (utopia), che possa un giorno davvero realizzarsi tutto ciò che, chiudendo la sua Introduzione, Tavoni dichiara essere il suo convincimento: “… che discutere fra studiosi senza preconcetti, con mente aperta, col massimo impegno e senza sterili polemiche, ricercando la verità, sia il modo giusto per onorare, e anzitutto per vivere, la nostra privilegiata condizione di studiosi”.
