Abstract
La storia di Malta è spesso caratterizzata dai suoi rapporti con le forze politiche e culturali di altri paesi. Nei primi sessanta anni dell’Ottocento l’isola si era trasformata in una specie di estensione della vicina Italia, un paese con cui Malta ha mantenuto intimi contatti in vari campi per vari secoli. Entro questi limiti viene valutata l’accoglienza mostrata dai maltesi nei confronti dei numerosi esuli italiani, tra cui Francesco Crispi. La loro attività giornalistica e letteraria, sempre ispirata agli ideali del Risorgimento, ha influito molto sulla coscienza maltese, alla fine pronta anche essa a impegnarsi in una lotta a favore dei suoi diritti nazionali. Il riconoscimento del maltese come lingua di cultura, il rapido sviluppo di una letteratura in maltese e la nascita dei primi gruppi politici sono aspetti dell’influenza dello spirito risorgimentale su Malta. Questo saggio cerca di illustrare la continuità tra storia italiana e storia maltese in un periodo di grande importanza per i due paesi, mettendo in evidenza l’efficacia dell’attività letteraria svolta come impegno politico.
Una causa analoga
Malta, la piccola isola in mezzo al Mediterraneo, tanto vicina alla Sicilia quanto all’Africa del Nord, ha attirato l’attenzione di alcuni degli autori italiani e dei ribelli politici più importanti durante il periodo risorgimentale, cioè nei primi sessanta anni dell’Ottocento. Questi italiani prominenti nel campo delle lettere e della politica, incluso colui che sarebbe addirittura diventato il capo di Stato italiano (Francesco Crispi), hanno preso una parte attiva nella vita culturale e sociale dell’isola, allora colonia inglese, e hanno contribuito fortemente alla genesi di una coscienza nazionale, di natura politica e culturale, presso la comunità maltese, ancora in cerca di modelli per quanto riguardava la sua causa di libertà. Entro questa cornice di carattere italiano, è sorto un movimento che favoriva il riconoscimento e la coltivazione della lingua maltese, la nascita di una nuova letteratura maltese in maltese, nonché la graduale formazione di gruppi politici intesi a ottenere tutti i diritti costituzionali che gli stessi esuli italiani cercavano di ottenere per l’Italia. Attività sia letterarie sia culturali e partecipazione al movimento politico italiano hanno dato vita a un solo complesso movimento a favore del riconoscimento della nazionalità.
Premessa storica maltese
Il 2 settembre 1798 i maltesi insorsero contro i loro dominatori francesi e formarono un’assemblea nazionale composta di vari cittadini da ogni villaggio. Si era deciso di proclamare il Re delle Due Sicilie sovrano dell’isola ma, allo stesso tempo, anche di chiedere l’aiuto di Lord Nelson che godeva dell’amicizia del Re Ferdinando. Nel gennaio 1799 un gruppo di ribelli maltesi, fra i quali Dun Mikiel Xerri (Librino, 1939: 257), furono fucilati pubblicamente dai dominatori. Napoli fu presa dai francesi e il Re e la famiglia reale dovettero fuggire verso Palermo. I maltesi si rivolgevano all’Inghilterra; una vasta maggioranza della popolazione desiderava vedere l’isola retta dagli inglesi. Con la pace di Amiens (27 marzo 1802), imposta dalla vittoria napoleonica di Marengo, in virtù dell’articolo X del trattato Malta doveva essere restituita all’Ordine Gerosolimitano di San Giovanni e messa in uno stato di totale indipendenza, sotto “la protezione e la garanzia della Gran Bretagna, della Francia, dell’Austria, della Russia, della Spagna e della Prussia.” Con la pace di Parigi (30 maggio 1814), Malta entrava ufficialmente a far parte dell’impero inglese. L’articolo 7 del Trattato di Parigi sanciva la sovranità britannica (Julyan, 1879; Keenan, 1879).
Sotto la dominazione dell’Inghilterra, iniziata nei primi anni dell’Ottocento e finita definitivamente nel 1964 con l’acquisto dell’indipendenza, l’isola di Malta non solo rimase sempre intimamente legata alla Sicilia per vincoli di lingua, di famiglia e di costumi, ma anche partecipò alla rigenerazione della penisola (Patti, 1972: 4). Nonostante ciò l’isola, pur avendo una lunga tradizione italiana affidata nelle mani della classe borghese, non possedeva in sé le qualità di direzione e di coraggio che avrebbero potuto avviarla a formare una coscienza nazionale capace di realizzare una trasformazione politica e culturale. Il basso livello dell’educazione delle masse (Mangion, 1970: 50–51, 60–61), il divario sociale tra la classe colta e la classe dei lavoratori, nonché l’incuranza in cui si trovava da secoli l’idioma maltese come strumento di unificazione e di incivilimento, sono alcune delle cause della rassegnazione e della indolenza quasi naturale che caratterizzavano il popolo. Quando, poi, questa insularità tradizionale cominciava a essere rotta, ebbe inizio una profonda riforma in sede politica e culturale. Mentre continuava a svolgersi la cultura italiana locale, si cominciavano a seminare i primi germi per una nuova cultura locale, scritta in maltese, benché identificabile con le caratteristiche dell’antica cultura che era considerata da molto tempo come l’unica dell’isola. Il movimento a favore del maltese diede inizio anche a una presa di coscienza patriottica a proposito della situazione costituzionale.
Il parallelismo tra cultura italiana in Italia e la sua modificazione a Malta si svolgeva su due piani: continuazione e adattamento nuovo a livello letterario, e imitazione e conseguimento a livello politico. A causa del rapporto che il secolo XIX stabiliva tra espressione letteraria e attività patriottica, il principio fondamentale del nazionalismo romantico coincise del tutto con la visione di una letteratura d’impegno comunitario. Scrivere cominciava a significare anche combattere, politicizzare la parola.
L’arrivo dei primi esuli
Sono diversi i motivi che costringevano gli esuli liberali italiani a stabilirsi a Malta durante il periodo 1804-1860 e poco dopo, fra i quali il fatto che l’arcipelago maltese offriva un sicuro rifugio sotto il dominio dell’Inghilterra liberale. Da Malta potevano osservare da vicino lo svolgimento delle vicende, ricevere comunicazioni e notizie, e mantenere un vivo contatto con le famiglie e gli amici in patria, essendo anche in grado di ritornare di tanto in tanto (Cellini, 1935: 61). C’era anche l’identità di cultura, di lingua e di costumi, come attestano diversi documenti della Chiesa e del governo britannico a Malta, ad esempio una lettera dell’arcivescovo Pubblio Mario de’ Conti Sant al Governatore O’Ferrall (1848) e un dispaccio che Sant inviò al ministro inglese delle Colonie Grey il 29 novembre 1849 (Mangion, 1970: 50–51, 60–61).
L’emigrazione politica del Risorgimento ebbe inizio durante il periodo napoleonico. Il primo esule si ritiene fosse Vittorio Barzoni che, dopo essere stato sfrattato da Vienna da Napoleone (Fiorentini, 1966: 32–33; Schiavone, 1963: 159), arrivò a Malta nel 1804 e vi svolse una vasta attività giornalistica per circa dieci anni. Era uno degli emigrati antifrancesi e a favore degli inglesi, ma aveva anche le sue idee liberali intorno all’insurrezione italiana, di cui diede prova nei suoi scritti pubblicati sul Giornale di Malta (1813). Barzoni iniziò anche il foglio L’Argo e lo utilizzò nella propaganda contro la supremazia napoleonica. Tra il 1804 e il 1810 pubblicò I1 Cartaginese–Giornale politico in cui, fra altre cose, predicava la necessità di un’Italia unita. Nel 1813 iniziò la pubblicazione di un foglio governativo, la Gazzetta del Governo di Malta, che poi nel 1816 assunse un nome inglese, Malta Government Gazette. Durante il suo soggiorno nell’isola Barzoni scrisse due libri, Operette (1808) e Dissertazione politica (1811).
Altri ribelli si rifugiarono a Malta nel 1815, a causa della Restaurazione. Il primo gruppo di rilievo, importante per l’effetto che lasciò, è quello che vi giunse in seguito alle insurrezioni piemontesi del 1820–1821. Dopo il crollo del regime napoleonico in Europa e gli insuccessi delle rivolte dei Carbonari a Napoli nel 1820, in Piemonte nel 1821, e negli stati papali nel 1830, si iniziò un lungo periodo di governo poliziesco durato quasi fino al 1860. Entro questo lasso di tempo avvenne il primo grande esodo verso Malta. Erano scrittori e professionisti o rivoluzionari attivi. Fra i nomi più importanti figurano Michele Carascosa, Raffaele Poerio, Gabriele Rossetti e altri. Rossetti fuggì a Malta il 20 aprile 1821. Fu entusiasticamente accolto dal pubblico, in particolare negli ambienti letterari. Fin dal principio apparve chiaro che la sua presenza nell’isola si appoggiava alla fama poetica. Si dice che il suo arrivo nel porto richiamò una folla commossa e plaudente, e a un tratto “da una agil feluca, gremita di donne leggiadre, sentì sciogliersi… quel suo canto già tristemente famoso”: Sei pur bella cogli astri sul crine Che scintillan quai vivi zaffiri, è pur dolce quel fiato che spiri porporiera foriera del dì. (Sautto, 1930: 322)
Intorno alla sua attività poetica nell’ambiente dei letterati maltesi e degli esuli, Rossetti così scrisse in una lettera del 28 marzo 1822 a Giacomo Ferretti: Accademie di poesia estemporanea e scuole di lingua e letteratura sono state il mio ricovero qui; e colà vì aggiungerò stampa di mie opere non poche, e così faremo schermo contro i colpi del Fato. Di molti canti che ho improvvisato, e che hanno trascritto, le cure dell’amicizia ospitale han dato (me inscio) alla stampa il canto che a te spedisco. (Sautto, 1930: 323)
Il primo esule irpino fu D. Pietro De Luca di Montefusco, arrivato il 24 febbraio 1823. Fra gli amici con i quali si incontrava trovò Rossetti, occupato nell’insegnamento della lingua e della letteratura italiane. Il 29 ottobre 1924 se ne andò verso il Levante (Rossetti, 1822: 1). Rossetti dedica tutta la settima parte (strofe 210–243) del poema La vita mia a una elaborata narrazione delle sue esperienze nell’isola, così descritta nella sestina che introduce l’intero canto: A te si volse in pria l’anglica prora, florida Malta, piccola ma bella; fra l’inquieto mar questa dimora, d’italo genio e d’araba favella. Fra le menzogne meditando il vero, in te trascorsi un mezzo lustro intero. (Rossetti, 1910: 169)
A Malta Gabriele Rossetti probabilmente scrisse Memoires historiques politiques et militaires sur la revolution du Royaume de Naples en 1820 et 1821, che pubblicò a Londra nel 1823 (Schiavone, 1963: 128). Questa non fu l’unica volta che Rossetti prese uno spunto da avvenimenti politici e sociali maltesi; per l’occasione delle nozze di due personaggi inglesi, membri dell’alta classe, compose una lunga ode che, nel suo allontanare il fatto dalle condizioni reali, nell’atmosfera mitica riallacciata al gusto neoclassico, e nell’onda melodiosa dei settenari piani e sdruccioli, ricorda le due odi A Luigia Pallavicini caduta da cavallo e All’amica risanata che Foscolo aveva pubblicato circa venti anni prima. Da una circostanza particolare che mostra come il poeta non si ritenesse distaccato dallo svolgersi della vita sociale dell’isola, Rossetti creò una visione universale: Scendi, e l’aurato talamo Del lume tuo rischiara; ve’ che le Grazie a gara t’infioran il sentier; Pubero Dio tedifero cui brilla il gaudio in viso; il cui divin sorriso santifica il piacer. (Rossi, 1929: 57)
Nel gruppo di messinesi che giunsero a Malta nel 1822 c’era Giuseppe Cesareo, il padre del poeta maltese Paolo, nato in Floriana nel 1844. Paolo conseguì i suoi studi a Siracusa sotto la direzione del poeta Emanuele Giaracà; e fu amico degli scrittori Sebastiano Macaluso ed Emilio M. Di Natale, che ha pubblicato parecchi scritti letterari su riviste maltesi (Mifsud Bonnici, 1960: 127).
L’attivìtà politica degli esuli nell’isola andava di pari passo con la loro partecipazione letteraria. Molti di essi fondarono scuole private e tennero diverse accademie di poesia e di critica dantesca. Gli scrittori si dedicarono alla stesura di opere creative che spesso servirono a diffondere la cultura generale e a rendere fra i maltesi il sentimento della nazionalità. A opera dei primi profughi fiorirono le accademie di poesia estemporanea, tradizionalmente cara al pubblico locale che si divertiva a suggerire un tema, normalmente attinente a importanti eventi sulla base dei quali il poeta era invitato a comporre versi. Il poeta quasi sempre esprimeva le pene dell’esilio e la speranza in un avvenire libero. Tali composizioni diventavano poi oggetto di vivaci commenti. Molti giovani si appassionarono a raccoglierle, e alcune di esse furono pubblicate come fogli e libretti (Fiorentini, 1966: 102). Uno di questi poeti fu Giovanni Giustiniani, da Imola. In L’esule cerca di eccitare un senso di ammirazione per i cittadini che vanno in fuga di paese in paese, rievocando la speranza in un futuro vittorioso: Non vedete la livida nube sovra il capo de’ vostri nemici, non udite de’ Bardi le tube fra le libere insegne vittrici? Chi non spera la gloria primiera, non è degno dell’ italo onor. (Mapei, 1841: 3) Camillo Mapei, nome conosciuto nelle più celebri accademie d’Italia, la sera del 26 giugno improvvisava in questo real teatro di Malta esercendo la prima volta per necessità quella professione che solo per diletto aver altrove esercitato… Noi, si come è nostro costume, raccogliamo i colui versi. (Mapei, 1841: 3) Udite, udite o secoli I’Italia è schiava ancora, Perchè intestina e indomita la fiamma la divora, ma se congiunti insorgono tutti cadranno i re. (Mapei, 1841: 3)
Emilio Usiglio, da Modena, giunse a Malta nel 1836, quando I’isola era già nota quale centro di propaganda mazziniana, come risulta da una lettera di Mazzini del 1° gennaio 1837 all’amico Melegari. Usiglio lasciò il paese nel 1842, e la sua missione fu continuata dal modenese Nicola Fabrizi che nel 1837 aveva progettato una spedizione armata per 1’Italia. Fabrizi, membro attivissimo della “Giovine Italia”, che abitava al n. 183 di Strada San Paolo (Valletta), una delle strade principali della capitale, si manteneva in diretto contatto con Mazzini e con altri esuli italiani in Spagna, a Montevideo, New York e in altri paesi (Zauli-Sajani, 1912: 17–22). Da Malta dirigeva anche vari complotti di cospirazione nella penisola. Tornato in Italia nel 1848–1849, riprese la via dell’esilio, fermandosi a Malta più a lungo. Nel 1860 sollecitò da Garibaldi la spedizione in Sicilia e sbarcò a Pozzallo nel giugno 1860 con venticinque compagni e mille fucili, unendosi poi a Garibaldi. Fra quelli che parteciparono a questa spedizione ci furono due maltesi, Giuseppe Camenzuli e Giorgio Balbi. Il primo divenne più tardi colonnello nell’esercito italiano e morì nel terremoto messinese, il secondo si ritirò a Malta dopo aver sposato una donna di Messina (Zauli-Sajani, 1847: 6).
Il caso Zauli-Sajani
Tomaso Zauli-Sajani, da Forlì, scrittore prolifico, avendo preso parte alle insurrezioni del 1831–1832 e partecipato alle attività della “Giovine Italia”, fondò a Malta Il Mediterraneo – Gazzetta di Malta, organo della società mazziniana, e si inserì completamente nella vita culturale dell’isola (1836–1846). Zauli-Sajani, oltre a essere stato un collaboratore del Mediterraneo (1838–1845) e autore degli articoli nella sezione “Malta”, fu anche fondatore e direttore della rivista letteraria La speranza (1846–1847), la cui pubblicazione finì in seguito all’amnistia concessa da Pio IX, quando potè ritornare in patria. Fra le opere che scrisse e pubblicò a Malta ci sono: Quadri storici dell’incivilimento moderno (1846), Intorno all’attuale condizione politica dello stato della Chiesa (1846), Intorno allo stato attuale delle lettere in Italia (1846), La Valette o i Turchi a Malta nel 1565 (1850), Dizionario corografico (1840), Leggenda in quattro canti – La Grotta d’Assano (Zauli-Sajani, 1912: 17–22).
L’opera poetica che mostra maggiormente il suo interesse a integrare la propria esperienza di esule con la vita di poeta è Il trionfo della grazia, ossia l’ultimo degli arabi in Malta (1847), dove dichiara d’aver preso l’argomento dalle tradizioni storiche legate a monumenti che si trovano a Malta (Zaul-Sajani, 1847: 6). Non riesce a velare i suoi interessi nazionalistici, inclusa l’amalgamazione di Malta con la penisola: Bianca rosa dell’italo oriente, Melita, che ti specchi in mezzo al mare, esce da tuo candor pallido un lume cui dalla mia terra natal ricorda il sorriso che muor sotto il profano prepotente desio dello straniero che la bacia e tormenta … Un giorno, ricongiunta alla tua madre sarai, la più misera sempre e la più bella fra le figlie del sol. (Zaul-Sajani, 1847: 6) Questo fuoruscito forestiere è un tal Zauli-Sajani da Forlì, sedicente avvocato, il quale per rendere debite grazie ai maltesi che l’hanno raccolto, molto meglio di quello si meritava, ha spalancato quivi bottega, ove va spacciando come un cerretano le sue letterarie fanfaluche cui, per nostra sventura, si è aggiunta anche la sua mogliera … Una parola su questa femmina autrice pseudo-romantica di quell’ammasso di scempiaggini, siccome sono Gli ultimi giorni de’ Cavalieri … Ma lasciamo star da banda questo libraccio che il S. Offizio vuol mettere nel ruolo de’ condannati: questo sciocco romanzo, che è un insulto il più impertinente, fatto all’onore nazionale dei maltesi ed al senso comune. (Anonimo, 1842a: 1)
L’attacco è tipico della spietatezza giornalistica dell’epoca e denota il duplice fatto che la presenza degli esuli non suscitò soltanto simpatia, ma anche un contegno di controversia e di avversione. Il tragedia venne pubblicato a puntate su II Mediterraneo dall’edizione del 10 ottobre 1838, offrendo così un’altra indicazione dell’assidua collaborazione tra gli esuli e i giornalisti e i politici maltesi. L’attacco contro “questo scrittabolo… briaco scrittore” continua con il negare ogni valore estetico alla tragedia: Questa supposta tragedia non ha nessuna di quelle qualificazioni e doti per cui le si potrebbe dare titolo siffatto: quindi non essendo né poema né molto meno lirica si deve confessare che è un vero pasticcio ed un vero caos indigesto … È antistorica e contraria a tutti i documenti che ci vengono forniti dagli annali della vita di Lisleadamo e dalla serie di quei tempi. (Anonimo, 1842a: 9) Memorie atroci! Che non patimmo sotto il ferreo giogo di vassalli superbi, avari, crudi, rotti ad ogni libidine? Venduti, e rivenduti, in ludibrio fatti ora di ladri, ora d’impure voglie, da Pilato passando a Caifasso. (Zauli-Sajani, 1842: 9)
L’autore forlivese reagì e aprì una causa legale contro l’editore del giornale, ma la manovra legale fallì e l’editore trovò una seconda occasione a identificare la causa del critico letterario con quella del moralista: L’ultima prosecuzione mossaci contro dal Dott. Pantalone Bruno ad istanza del così detto avvocato Zauli-Sajani ha contribuito a vieppiù legar noi colla causa de’ buoni maltesi, colla causa di tutti i cattolici e di ogni cittadino, il quale aborre di vedere calpestato nel fango l’onore dell’Ordine Gerosolimitano e il santo nome della Religione. Noi siamo stati … denunziati, trascinati dinnanzi a una corte criminale e vessati da due, Bruno e Sajani, e perché? … Noi perciò siamo gettati in un mare di amarezze, dopo di aver difesa la religione dei nostri padri, e i sacramenti della nostra fede, dopo di aver svelata la sfacciataggine dello scrittore della tragedia, che ha trattato le nostre donne come sgualdrine, e i nostri preti come gl’infrattori del suggello della confessione, il venerabile anzi beato Lisleadamo come un adultero, un incestuoso, un fratricida, un tiranno; noi, sì noi siamo stati tradotti in giudizio, per aver amata la nostra patria, e la nostra religione … Tutto il popolo, tutto il pubblico, tutta Malta stava da lato nostro nel giorno della causa. (Anonimo, 1842b)
Beatrice Alighieri è costruito su una visione emotiva e si svolge in un’atmosfera di delicatezze e di forti azioni. Più impegnato è Il ritorno dell’emigrato in cui la Zauli-Sajani trasferisce la propria esperienza di esule e la colloca su un livello analogo: un personaggio maschile, maltese, costretto ad andare in esilio in Italia. Fedele alla tradizione dei romanzieri storici che nascondevano il loro intento politico nel complesso di caratteri e di situazioni, la scrittrice fa il parallelismo tra la propria esperienza e quella di un giovane maltese pieno di coraggio di fronte alla sfida nazionale. II racconto si scioglie in un’elegia dell’esilio in cui lamenti e idealità patriottiche si intrecciano insieme. Il suo duplice scopo diviene evidente fin dal primo paragrafo del racconto: Correva il di 6 di ottobre del 1839 – il di che io doveva lasciar Malta mia patria per recarmi, secondo che voleva un destino fatto a me da me medesimo, alla classica terra d’Italia. Io tremava all’idea di dovermi distaccare dal luogo delle mie prime, delle mie care affezioni … (Zauli-Sajani I, 1842: 9) Malta, prediletta figlia del Mediterraneo, ultimo e sacro sasso d’Italia, io ti saluto. Riposa, riposa, ancora poche ore – se già non ti turba il sogno dello spavento. Verrà domani il sole ad illuminare la tua marina, i tuoi porti, le tue città … (Zauli-Sajani, 1842: 9) Quanto a te, soldato dei cavalieri, io ti compiango; tu hai mangiato del loro pane, ed hai giurato di combattere i loro nemici; la tua vita è venduta, tu non puoi fuggire la faccia di traditore; ma questo popolo è libero perche Dio lo ha fatto libero, e distrutto l’Ordine, in questo popolo, in questo popolo solo è il diritto di scegliere il suo re. Figli di Malta, io veggo che non sono da voi lontani tempi di felicità, tempi di gloria. (Zauli-Sajani, 1842: 9)
La posizione presa dall’Osservatore Maltese rispecchia soltanto la mentalità di una parte della popolazione. L’influsso degli esuli cresceva, e si comprendeva meglio la loro causa e la sua rassomiglianza alla condizione attuale della colonia maltese, così che cominciavano a manifestarsi di più sia la simpatia che 1’adesione. Il giornale rimase il portavoce degli antiliberali. La poesia anonima che segue indica da quale punto di vista erano giudicati gli esuli dai direttori della pubblicazione:
Capri barbati eroi, de il volgo ignaro dice talor che nulla avete fatto, la storia ha pronto penna e calamaro, e lascierà di voi giusto ritratto. Dirà che avete in pochi giorni sfatto quel che secoli molti edificaro; e proveran le chiose al volgo matto che sfugger tutto è un operar preclaro. Dirà le lingue in bestemmiar valenti, dirà le mani agli assassini pronte, dirà le gambe allo scappar correnti. No, non v’ha studio, non et à che’ basti a cancellar dall’onorata fronte questa e mill’altri gloriosi fasti. Può ella, la Chiesa, guardar con occhio tranquillo la distruzione non che del Cattolicesimo e del Cristianesimo, ma perfino d’ogni religione ancorché naturale? Può egli, lo stato, restare indolente al vedersi minare sordamente ogni principio di ordine e di dipendenza? E parlando particolarmente di noi maltesi, che siamo cattolici, vogliamo noi distruggere quel governo che noi stessi abbiamo scelto? Che abbiamo noi che fare colla ‘Giovine Italia’? Perdere forse la fede ed il costume … Dal consorzio di cotesti signori della ‘Giovine Italia’ non apprendiam’ altro, se non che l’impietà, la scostumatezza, la fellonia ed il disprezzo d’ogni legge umana e divina. Purtroppo lo sanno quelle famiglie, le quali piangono di aver aperte le proprie case, e peggio d’aver affidato i propri figli … (Anonimo, 1843c; cfr. anche Anonimo, 1843d)
La libertà di stampa
L’avvenimento maltese più importante della prima metà dell’Ottocento fu la concessione dal governo inglese della libertà di stampa nel 1839. Sotto il governo britannico, la stampa fu rigidamente regolata e le richieste dei maltesi per impiantare tipografie furono respinte. L’unica tipografia esistente era quella del governo. Un permesso, negato ai cittadini locali, era concesso solamente ad alcune associazioni religiose e alla società missionaria della chiesa anglicana che pubblicava libri religiosi destinati a essere distribuiti nel Mediterraneo, nell’Adriatico e nel Medio Oriente (Sant, 1975: 10). È da sottolineare particolarmente l’importanza degli interventi del patriota maltese Gorg Mitrovich che ai primi del 1835 si recò a Londra a difendere la causa di Malta e a mettersi in contatto diretto con il Gabinetto britannico. Mitrovich racconta la sua esperienza in The claims of the Maltese founded upon the principles of justice by George Mitrovich, a native of Malta and a faithful subject of the Crown and Great Britain. L’opposizione dei governi stranieri, del tutto contrari alla diffusione della parola stampata nell’isola, esprimeva una preoccupazione realmente fondata. Il vivo nucleo di esuli italiani era determinato a servirsi della stampa, mentre la scontentezza del popolo poteva facilmente trovare il veicolo adatto ad organizzarsi contro il governo straniero.
Gli ambasciatori di governo di varie nazioni che non volevano concedere una costituzione liberale, quale l’Austria e le Due Sicilie, insistevano ripetutamente con il governo britannico a non acconsentire alla volontà popolare, soprattutto perché temevano che i ribelli potessero utilizzare la stampa maltese per divulgare i loro ideali. Il Vaticano scrisse anche al vescovo Francesco Saverio Caruana invitandolo a combattere la libertà di stampa, vedendo la probabilità che i profughi italiani, molti dei quali erano anticlericali, potessero infiltrarsi nell’isola e oltre. L’opposizione venne anche dal Piemonte, governato dalla Casa Savoia, ove si temevava che la stampa cadesse nelle mani degli italiani repubblicani a Malta (Ganado, 1974: 112–113). Come effetto della ricerca svolta dalla Commissione Reale costituita dal Governo inglese nel 1836, furono inviati nell’isola i commissari John Austin e George C. Lewis, allo scopo di condurre un’inchiesta generale e far diminuire la tensione politica. Nel 1838 i due presentarono un rapporto dettagliato al Governo di Londra che finalmente concesse la richiesta libertà, con una ordinanza del 15 marzo 1839.
L’agitazione politica toccò un vertice e l’informazione fornita dalle inchieste dei commissari Austin e Lewis mise in chiara luce la situazione critica in cui si dibatteva la vita dell’isola (Austin e Lewis, 1938). I due funzionari dovevano anche esporre il loro giudizio intorno alla possibilità che la stampa venisse sfruttata dagli stranieri con scopi sovversivi. Questo diritto fu concesso dopo vari appelli dai maltesi, come documentato dal Report on the expediency of introducing into Malta a liberty of printing and publishing (Anonimo, 1838).
Da un Real Rescritto, comunicato al ministro degli affari esteri del Re di Napoli al ministero della polizia il 16 aprile 1839, affiora il disappunto del Re di fronte a questa concessione, e anche la piena consapevolezza del movimento liberale che si stava svolgendo nel paese: Appena ne fummo informati non ne dissimulammo le tristi conseguenze per I’Italia e massime per i Reali domini, ove mai la funesta concessione avesse avuto effetto. E, rilevandole all’Inghilterra, impiegammo tutti i possibili mezzi per dissuaderla a divenirvi, ma le nostre speranze andarono fallite. Questa spiacevole e pericolosa occorrenza ha richiamato la seria attenzione del Re signor nostro. Sua maestà ha considerato potere essere la stampa libera accordata ai maltesi perniciosissima a questo regno, per la sua vicinanza a quella isola, quando gli scritti che colà vengono in luce s’introducessero. Ha riflettuto il Re che, quantunque pene vengano minacciate nella notificazione all’uopo dal Governo locale emanata contro gli abusi della stampa, queste però, oltre ad essere assai miti, non prevengono il male che si teme, né sono dirette ad impedire che massime sovversive e liberali compariscano nei fogli maltesi. E non è meno da attendersi che aumentate le stamperie, vi si pubblichino articoli perniciosi, i quali attacchino i giornali monarchici sotto date di altri paesi … La Maestà Sua quindi nel Consiglio ordinario di Stato del 13 del corrente mese di aprile, uniformandosi al mio parere, ha ordinato di esercitarsi la più severa e rigorosa sorveglianza su tutte le provenienze da Malta, affin d’impedirsi la introduzione nel Regno degli scritti che si stampano in quell’isola, e particolarmente sui vapori. (Gentile, 1940: 244–245)
Nell’aprile 1839 prendeva dimora nell’isola Salvatore Costanzo, spedito dal Governo di Napoli come emissario incaricato di far uso della stampa con 1’intento di costringere l’Inghilterra a revocarne la concessione. Ma appena arrivato, Costanzo, insieme con Salvatore Tornabene, fondò un foglio, II Corriere maltese, che, a causa degli attacchi scagliati contro il Re di Napoli e la sua famiglia, svelò in poco tempo lo scopo reale dei due scrittori (Fiorentini, 1966: 47). Costanzo, scrittore teatrale, si dedicò attivamente al giornalismo e fondò un secondo giornale, l’Aristide. La sua convinzione rivoluzionaria è evidente dalla definizione che dà di Lamennais: “Lamennais nella Schiavitù moderna, nel Libro del popolo e in altre sue opere, sempre difende i diritti dei meschini dispotizzati, e grida contro l’arbitrarietà de’ tempi” (Costanzo, 1841: 4). Costanzo, anzitutto, cercò di propagare a Malta il sentimento ribelle di cui era animato quando nel 1841 pubblicò il libro Ragioni che mi spinsero ad emigrare dal proprio paese.
Erano numerose le gazzette, scritte prevalentemente in italiano, ma anche in inglese e in maltese (Bonello et al., 1963: 30–110). Il giornalismo era destinato a far crescere l’interesse culturale e politico, e l’antico legame tra Italia e Malta poteva assumere nuove dimensioni. Gli scrittori e i giornalisti si trovavano in grado di collaborare agli stessi ideali che, con il passar del tempo e con l’aggravarsi della situazione prima in Italia e poi nell’isola, andavano prendendo la forma di causa ed effetto. Il tono, il coraggio e il grido appassionato del patriota Gorg Mitrovich risentono dell’ansia del messaggio mazziniano: Il tempo della persecuzione è passato. Levate dalla vostra mente ogni minima ombra di timore, perchè si tratta di ricorrere ad un’assemblea di un popolo libero, che vi dà piena facoltà di parlare apertamente, domandare e ripetere. Ora è il momento, miei cari fratelli, e non dovete perderlo … Siate certi che verrà un giorno che il popolo maltese sarà reso felice, sarà liberato dalla sua schiavitù, ben trattato e accarezzato. II tempo della nostra rigenerazione si avvicina. (Mitrovich, 1835a: 14–15)
I maggiori esuli letterati
Francesco Orioli, professore di fisica all’università di Bologna che nel 1831 era entrato a far parte del Governo Provvisorio della città, arrivò a Malta verso il 1840 e aspirò a insegnare la lingua italiana all’università, ma la sua candidatura non ebbe successo, probabilmente a causa dell’opposizione della fazione antiliberale (Schiavone, 1963: 149–150). Nel 1840 pubblicò Versi, una raccolta di memorie di un poeta esule che trova il suo rifugio o nella confessione pacifica delle proprie sofferenze o nell’esortazione appassionata all’impegno patriottico. I due poli estremi, entrambi stati d’animo assai tipici della poesia d’esilio, si fondono in un unico insieme a far emergere la visione di un poeta e di un combattente, dimensioni inseparabili di una sola identità: Caduto in su la polvere il serto raccogliete, 1’antico acciar di Romolo Itali, in man prendete sangue di mille bravi, la sua ruggine lavi, sorgete! vi scuotete! (Orioli, 1840: 33) lo pur d’amore immenso amo il natal mio loco, sento, quando vi penso, nascermi in petto un fuoco. Mentre vi reco il piede, dice ognun che mi vede: ecco una rondinella. Vuol cosi la mia stella. (Orioli, 1840: 33) Prima si nasce uomo, e poi si diventa cittadino. E chi non sa esser uomo è degno di abitar tra le fiere, a cui la patria è un nome vuoto di senso. Amare prima Dio, e poi la patria – ecco la scala … Ogni altro ordine è anarchia, ogni altro sistema è caricatura. (Anonimo, 1848a)
Gli esuli cominciavano ad affluire in grandi gruppi dopo la Restaurazione, e particolarmente dal 1849 in poi. Tra il 1848 e il 1860 Malta diventò un centro importante per i rifugiati che, falliti i moti nella penisola, cercavano scampo nel paese vicino. Benché nei primi decenni dell’esodo arrivassero vari personaggi di rilievo, fra i quali Luigi, Nicola e Paolo Fabrizi, i fratelli Bandiera, il loro apporto non fu grande come lo fu più tardi. Nel secondo periodo, il numero aumentò enormemente, e spesso si trattava di gente che aveva varie possibilità di partecipare allo lotta nazionale. Per conseguenza, la loro influenza sulla piccola comunità maltese fu più profonda. A volte i profughi, arrivati nel porto, non erano ammessi nell’isola, e tale decisione suscitava malcontento e proteste. Nel presente periodo arrivarono Pasquale Calvi, Matteo Reali, Ruggero Settimo, Francesco De Sanctis, Adriano Lemmi, Francesco Crispi, ancora Nicola Fabrizi, Daniele Manin, Guglielmo Pepe, Rosalino Pilo e la principessa Trivulzio Belgiojoso (Cellini, 1935: 62–63).
Nel gennaio 1848 giunse sull’isola Luigi Settembrini. La data del suo arrivo risulta da quello che scrisse nelle Ricordanze, ma questa deve riferirsi a un suo secondo soggiorno. Stando a quanto afferma Lodovico Manzi nell’articolo I senatori Agostino e Antonino Plutino profughi a Malta nella rivoluzione del 1847 a Reggio Calabria (1932), Settembrini era a Malta alla fine del 1847, e fu presente a un pranzo dato in onore dei fuggiaschi. Settembrini è noto per varie opere come Protesta del popolo delle Due Sicilie (1847), Lezioni di letteratura italiana (1866–1872), Scritti vari (1879), traduzioni di Lucano e soprattutto Ricordanze della mia vita (1879), in cui parla del suo soggiorno a Malta: La prima cosa che mi colpì in Malta fu leggere per tutte le cantonate grandi avvisi di vendita di mobili di Don Carlo di Borbone principe di Capua. Mi fece pena anzi dolore a vedere uno dei reali di Napoli così vituperato, e ne domandai al dottore, il quale mi rispose: Muore di fame, e non può uscire di casa, se no i creditori l’arrestano … Subito mi trovai in mezzo agli esuli, e li conobbi tutti. Agostino ed Antonio Plutino di Reggio, Carlo Gemelli di Messina con altri messinesi che avevano fatto a le schippettate il primo settembre … e tra molti altri di cui non ricordo i nomi, Lorenzo Borsini, toscano, che era piacevole poeta, ed aveva fatto il prete, il tabaccaio, il cantante, e in Malta faceva l’occhialaio, e aveva due figliuoli, e io andava sempre a la sua bottega per udirlo parlare … Talora andava dal Gemelli che era un colto e gentile uomo di lettere, ed era in letto per malattia, e gli venivano intorno gli altri siciliani che gridavano come ossessi e tempestavano parlando della rivoluzione di Palermo. (Settembrini, 1955: 202–203)
Luigi Fabrizi è noto soprattutto per la poesia A generosi maltesi – gli esuli, pubblicata nel 1848. La canzonetta, avendo vari versi ripetuti come ritornello, ha un’impostazione musicale e si svolge su melodiosità ritmiche che s’intrecciano alle ripetizioni, ai parallelismi, al ritmo danzante dei settenari. Il poeta esprime la sua soddisfazione per trovarsi nell’isola, “terra d’Italia”, dove il pensiero è fraterno e cessa l’esilio. Malta è figlia d’Italia e fra poco si unirà con la “madre patria”. È evidente anche l’esortazione di Fabrizi ai maltesi perché si ribellino e combattino per i loro diritti fondamentali.
Nello stesso periodo partirono per la Sicilia i fratelli Agostino e Antonino Plutino, che erano fra i responsabili più importanti dell’insurrezione di Reggio nel settembre 1847 e che si salvarono dalla condanna di morte con il rifugiarsi nell’isola. Nel febbraio 1848 tre esuli siciliani, Mirone, Fatta e Piazza, arrivarono con l’intento, dato loro dal Comitato Rivoluzionario Palermitano, di acquistare 2000 fucili inglesi. Approdarono anche altri ben noti reazionari napoletani, costretti a fuggire dalla rabbia del popolo, fra i quali il maresciallo Del Carretto, Mons. Celestino Cocle, arcivescovo titolare di Patrasso e confessore del Re Ferdinando. Pochi giorni dopo giunsero a Malta 49 gesuiti, la cui presenza fu la causa di una grande lotta fra liberali e conservatori. C’erano nel gruppo padre Carlo Maria Curci, noto come letterato, e padre Matteo Liberatore, professore di filosofia. Il 25 maggio 1848 arrivò un altro gruppo di esuli napoletani, tutti profughi della rivoluzione, deputati calabresi che avevano preso una parte preminente nell’insurrezione avvenuta a Napoli dieci giorno prima (Mangion, 1970: 22–30).
L’inizio del movimento liberale maltese
Il 1° luglio 1848 il Governatore O’Ferrall mostrò la sua preoccupazione circa la presenza degli esuli e inviò un dispaccio all’Ufficio Coloniale di Londra (Mangion, 1970: 31). Mentre a Malta si progettavano diverse riforme fondamentali, l’elemento radicale sparso nelle varie sezioni della popolazione apparve pericoloso. Tanto i maltesi quanto l’amministrazione inglese cominciavano a sentire finalmente il bisogno di formulare una costituzione migliore; l’insoddisfazione pubblica si andava manifestando più chiara e insofferente. Lo scetticismo dei liberali italiani e dei patrioti e dei simpatizzanti maltesi si faceva sentire sempre di più sulle colonne del Mediterraneo, e la critica lanciata contro il Governatore si faceva più severa, come si può constatare dall’edizione del 25 ottobre 1848. La presenza degli esuli continuava a mettere in rilievo noti personaggi. Tra giugno e luglio 1848 ci fu il cardinale Gabriele Ferretti, segretario dello Stato pontificio, arcivescovo di Napoli. Negli stessi mesi dimorò nel paese il principe Ferdinando Carlo di Borbone, duca di Lucca e di Parma. Contemporaneamente lasciò l’isola il principe Carlo di Capua e nel settembre 1848, dopo il bombardamento di Messina, giunse un gruppo di messinesi. Secondo Il Mediterraneo del 4 ottobre 1848, in quel mese moriva a Malta Paolo Lo Uzzo dopo aver subito gravi ferite nella resistenza di Messina.
Il 10 ottobre 1848 si fondò una società letteraria nota come il “Circolo maltese” (Zarb, 1848), composto di circa un centinaio di persone, maltesi e residenti stranieri; il loro scopo era “coltivare le lettere in quanto esse tendono a produrre un miglioramento nelle bisogne intellettuali, morali ed economiche del popolo.” Fu fondato su proposta di Nicola Fabrizi (Fiorentini, 1966: 148), uomo di cultura, ma la stampa antiliberale lo chiamò subito “fredda, meschina e pigmea copia de’ circoli italiani” (L’Ordine, 31 maggio 1851, 735). Aveva il suo centro al numero 157 di Strada Mercanti a Valletta (Il Mediterraneo, 4 ottobre 1848, 13), frequentato anche da molti politici emigrati. Il circolo dava una spinta anche alla composizione di poesie estemporanee e organizzava accademie letterarie durante le quali alcuni poeti, italiani e maltesi, improvvisavano versi d’occasione (L’Avvenire, 23 febbraio 1850, 104). Questo rapporto fra comitati rivoluzionari maltesi e altri gruppi italiani seguitò a svolgersi per interi decenni. Ad esempio, nel 1854 G. Vollaro, da Tunisi, venne a Malta per organizzare una spedizione a Palermo. Alcuni esuli mazziniani lasciarono l’isola con una speronara maltese e sbarcarono a Roccalumera, a sud di Messina, con lo scopo di sollevare la popolazione. Oltre ai fratelli Sceberras, assistevano gli esuli anche Vincenzo Fenech, G. Balbi e G. Camenzuli (Rossi, 1929: 59–60).
L’elemento rivoluzionario cominciò a identificarsi anche con associazioni create dai maltesi e frequentate dagli esuli. Si potevano vedere, affissi qua e là, manifesti a favore delle scuole per l’infanzia. Le vetrine dei negozi erano piene di diverse opere pubblicate a Livorno, di Dante, Manzoni, Nota, Pellico, e del padre Soave alcune traduzioni dall’italiano (Bonifacio, 1941: 147). Gaetano Fil. Baruffi, il piemontese di cui scrive Bonifacio, probabilmente si riferisce alle scuole private aperte nell’isola dagli esuli. In Conversations and journals in Egypt and Malta (1882), Nassau W. Senior presenta una simile descrizione di Malta, particolarmente riguardo ai piani ideati dai ribelli maltesi per una costituzione liberale. Silvio Pellico suscitò simpatia con Le mie prigioni, e le tragedie di Guerrazzi e di Nicolini divulgavano lo spirito di libertà e di odio contro la tirannide, mentre il Primato, i Prolegomeni e il Gesuita moderno di Gioberti, le Speranze d’Italia di Balbo, la Protesta del popolo delle Due Sicilie di Settembrini e altre opere furono lette da molti, suscitando un vivo interesse nella loro causa (Laferla, 1938: 200–201).
Lo sbarco a Malta di qualche poeta risorgimentale italiano era sempre un’occasione per mettere in risalto l’aderenza al concetto di relazione reciproca tra letteratura e politica. Ad esempio, l’arrivo di Giuseppe Regaldi fu un’opportunità simile per il Portafoglio Maltese. Il poeta sbarcò il 15 novembre 1849 e il giornale scrisse: Abbiamo il piacere di annunciare l’arrivo, in questa isola, del poeta estemporaneo Giuseppe Regaldi, scampato da Napoli alle persecuzioni di quel Governo… Noi speriamo che il celebre poeta non ci negherà l’opportunità di sentirlo ed ammirarlo, come 1’hanno sentito ed ammirato le prime città d’Italia e di Francia. (Portfoglio Maltese, 1849: 5268).
Nell’ottobre 1849, con l’iniziativa di un gruppo di esuli, si fondò l’“Associazione per una mensile sovvenienza a Venezia”. Il Mediterraneo del 4 aprile 1849 conferma che un gruppo di maltesi, fra i quali G. Grech-Delicata, Enrico Naudi e Filippo Pullicino, organizzarono una commissione allo scopo di raccogliere donazioni ad aiutare i ribelli. Era appena fallito il tentativo del Piemonte per l’indipendenza nazionale. A Napoli il Re Ferdinando riuscì ad avvantaggiarsi della situazione e riacquistò il suo potere. Nel maggio 1849, in seguito al bombardamento sulle città siciliane, cadde anche la Sicilia. Il Papa rinnovò il proprio potere nel luglio 1849, e fallirono anche i moti di Napoli, Roma, Venezia e la Lombardia.
I siciliani che avevano preso parte alla ribellione erano costretti a fuggire dal paese; oltre seicento patrioti sbarcarono a Valletta insieme con i loro dirigenti, fra i quali Ruggero Settimo, il presidente dell’antico Governo. L’amnistia concessa dal Re di Napoli nel maggio 1849 invitava i rifugiati a ritornare in Sicilia, ma alcuni dei capi dovevano rimanere nell’isola (Zammit, 1971: 301). Ruggero Settimo, principe di Fetalia, abitava in Valletta. Era stato un tempo ammiraglio della Sicilia e durante la rivoluzione del 1848 era presidente del governo provvisorio. Nel 1861 fu eletto presidente della Camera Superiore del parlamento italiano, ma morì a Valletta nel 1863 (Zammit, 1971: 323).
Tra i rifugiati che giunsero a Malta il 2 maggio 1849 c’erano lo storiografo Michele Amari e lo scrittore Michelangelo Bottari. Quest’ultimo era in contatto con il giovane liberale maltese G.B. Naudi, che tentava di introdurre manifesti rivoluzionari pubblicati da Mazzini e lettere di rifugiati siciliani a Malta e fu espulso dal paese (Fiorentini, 1966: 152). Recatosi in Egitto, Bottari ritornò poi a Malta e continuò la sua attività letteraria e politica. Compilò con Guglielmo Finotti Il Corriere mercantile di Malta, ma è noto soprattutto come autore di vari romanzi: Giorgio il pilota (tradotto in maltese e pubblicato da Anton Muscat Fenech nel 1880), Il Gran Maestro La Cassiere, La sposa della Musta nonché Giammaria, ovvero l’ultimo dei baroni Cassia, pubblicato nel 1857. Bottari scrisse quest’ultimo romanzo dopo aver condotto una lunga ricerca su documenti conservati nell’isola. Il romanzo ebbe grande successo tra il pubblico maltese, così che fu pubblicato per la prima volta a puntate sul giornale Malta e poi tradotto da Anton Muscat Fenech per Il-Habbar Malti. Piú tardi fu pubblicato di nuovo sia in maltese che in inglese (Muscat Fenech, 1890; Price, 1923).
Il Mediterraneo, Malta Mail, Malta Times e più tardi L’Avvenire non vedevano altro che ingiustizia nell’amministrazione del Governo civile. Le restrizioni di O’Ferrall e la direzione generale trovarono un’insoddisfazione su larga scala (Zammit, 1971: 301–332). Il Governatore si oppose alla concessione immediata di maggiori poteri alla popolazione. In una lettera al Segretario di Stato scrisse che “qualunque sia l’argomento sul vantaggio di una riforma in altri paesi, nessuna considerazione che influisce su quell’argomento in maniera avversa è applicabile ai maltesi” (Laferla, 1938: 214–215).
Ma l’entusiasmo patriottico che invase l’Europa ebbe una eco a Malta, e la desiderata riforma fu parzialmente concessa con Lettere Patenti dell’11 maggio 1849; per esse fu istituito un nuovo “Consiglio di Governo”. Le prime elezioni ebbero luogo nell’agosto 1849. Questa costituzione rimase in vigore fino al 1887, quando il popolo maltese ottenne maggiori concessioni (Rossi, 1929: 56). Ma la scontentezza popolare assumeva più ampie dimensioni grazie alla collaborazione fra i maltesi e i loro amici stranieri (Laferla, 1938: 214–215).
Il 12 maggio 1849 il Governo annunciò che intendeva adottare nuove misure per controllare l’emigrazione politica. Presto si diffuse la notizia dell’espulsione di Luigi Zuppetta, affiliato alla “Giovine Italia”, notevolmente stimato come scrittore dai maltesi (Il Mediterraneo, 31 luglio 1844, 13). Nel 1845 Zuppetta aveva dato inizio a L’Unione – Gazzetta di Malta, compilata da Nicola Zammit (Mifsud Bonnici, 1960: 557), G. Grech Delicata ed Enrico Naudi, e in poco tempo si era manifestato favorevole alla “rappresentanza popolare” dei maltesi. Nello stesso anno aveva fondato II vagheggiatore delle scienze e delle lettere, includendo articoli contro il Re di Napoli. Un anno dopo cominciava la pubblicazione di Giù la tirannide – Voce di paese libero. Una vasta raccolta dei suoi scritti era uscita sotto il nome di Raccolta de’ migliori articoli legali e letterari (Mangion, 1970: 55–68). A causa del modo in cui influì sul pensiero dei maltesi, dovette lasciare il paese nell’agosto 1846 e andare a Londra, dove fu accolto da Mazzini, ma ritornò nel 1847 dopo essere stato eletto deputato del Parlamento napoletano per Capitanata (Mangion, 1970: 37–39).
Il 15 luglio 1848 entrarono in porto 124 esuli romani. L’indomani un vapore greco arrivò con un gruppo di 53 da Civitavecchia. Giorni dopo un altro gruppo di 87 profughi chiese il permesso di entrare, ma il Governatore rimase inflessibile nella decisione. II 21 luglio fu presentata una protesta collettiva, firmata da 48 maltesi, ma non servì a niente. Le proteste pubbliche aumentavano, e certe reazioni venivano anche dall’estero, ad esempio dall’autore inglese Charles Dickens. Nel maggio 1849 si richiese il permesso per lo sbarco di 238 esuli, quasi tutti soldati napoletani che avevano lasciato l’esercito del Re, e siciliani che presero parte alla rivoluzione. Il governo britannico, su istruzioni del Governatore O’Ferrall, negò lo sbarco e l’opinione pubblica reagì aspramente. L’arcivescovo Pubblio Maria de’ Conti Sant esercitò la sua influenza per ostacolare lo sbarco e pubblicò una lettera pastorale; dal canto suo, Il Mediterraneo scagliò un feroce attacco contro gli elementi antiliberali del paese (Mangion, 1970: 40–52).
Questo cambiamento radicale nella mentalità maltese fu probabilmente la causa per cui dentro il “Circolo maltese” si crearono due fazioni l’una contro l’altra. Il gruppo radicale si staccò dal “Circolo maltese” per poter agire in libertà e formò una nuova società, l’“Associazione patriottica maltese” (Mangion, 1970: 56–68). L’opinione conservatrice continuava ad ammonire contro i pericoli dei rapporti fra esuli e liberali maltesi. L’Ordine, contrario alla presenza degli italiani, li considerò come nemici dell’ordine costituito nell’isola e li accusò di avere lo scopo di istigare la popolazione a insorgere contro la dominazione inglese (L’Ordine, 21 luglio 1849, 11–12). L’“Associazione patriottica maltese” pubblicò il suo programma nella prima edizione del suo nuovo giornale, L’Avvenire, in cui parlò del “debito che ha ogni cittadino verso la patria” (1 dicembre 1849, 1). Il legame stabilito fra ribelli maltesi ed esuli italiani, in un periodo nel quale Malta sembrava “una seconda Italia” (Corbelli, 1929: 44), è evidenziato anche dal fatto che alle adunanze segrete dell’“Associazione” presero parte attiva Giorgio Tamajo di Palermo, Ignazio Calona di Palermo, G. A. Nesci di Messina, Raffaele Lenza di Siracusa, Michele Orlando di Messina, Saverio Vollaro di Reggio, Giuseppe Oddo di Palermo, Raffaele Imbellone di Napoli e altri italiani (Mangion, 1970: 44).
Probabilmente, essendo affiliata all’“Unità italiana” di Palermo, l’“Associazione patriottica maltese” era in contatto con i comitati siciliani e, per mezzo di Tamajo e Vollaro, svolgeva corrispondenza con patrioti italiani come Angelo Brofferio e Casimiro De Lieto (Fiorentini, 1966: 149). Lo stesso nome dell’“Associazione” ricorda altre simili esistenti in Italia. In quel tempo c’erano, ad esempio, l’“Associazione patriottica” di Roma, di Reggio, di Modena, di Genova, di Cagliari e di Napoli (L’Ordine, 11 gennaio 1851, 568–569). L’Ordine accusava ripetutamente l’“Associazione” di essere in continuo contatto con i gruppi rivoluzionari, a Malta e all’estero. Il sonetto anonimo che segue dimostra come il giornale giudicava l’“Associazione” maltese a causa dei suoi ideali antibritannici e dei contatti che svolgeva: Ciurma di saltimbanchi democratica, pitocca, miserabile, frenetica, ignorante, bestial, sciocca, salvatica, di un sucido avvenir pseudo profetica. Truppa di disperati empia, scismatica, irreligiosa, scellerata, eretica, più pestilente della lue asiatica, e puzzolente più della zaffetica. Setta che chiesa e papa sprezza e critica, invidiosa, livida, malotica, piena il petto di bile antegesuitica. Vile generazion, schiatta scriotica, ciurmaglia anticristiana, antipolitica; ecco l’Associazione patriottica.
L’Avvenire, parlando spesso dei diritti fondamentali del popolo maltese, definisce l’epoca come una specie di attesa attiva: Il governare troppo fu d’ostacolo delle genti … fu il maggior nemico dei popoli, come non meno dei governanti medesimi … Pare che tutta Europa debba risorgere dalla ben lunga malattia che ne fiaccava le forze – sembra che generalmente oramai si riconosca quanto illegittimamente siansi intervenuti i governi a danno della liberta dei sudditi. (L’Avvenire, 12 gennaio 1850, 49) Il popolo è ora risvegliato, e nulla lo potrà trattenere a farlo desistere, dal domandare ciò che ogni suddito britannico ha diritto d’avere – cioè una voce libera nell’amministrazione de’ suoi propri affari. La gran cosa di cui si ha bisogno è la direzione. (Anonimo, 1848b)
Enrico Poerio, poeta drammatico, arrivò nel 1855. Tre anni dopo cominciò a scrivere articoli per alcuni giornali liberali e fece pubblicare il Saggio di teatro italiano (1858). È noto in modo particolare come l’autore della cosiddetta “tragedia patriottica”. In Beatrice Dalesmanno, scritta e pubblicata a Malta, esorta il popolo a ricordarsi della sottomissione nel passato e, prendendo piena coscienza di sé, a insorgere contro la tirannide.
Le vicende italiane del 1859–1860, specialmente le vittorie di Garibaldi in Sicilia e nell’Italia meridionale, causarono un mutamento considerevole nell’emigrazione politica a Malta. Quasi tutti gli esuli partirono verso la patria, mentre arrivarono a Malta molti funzionari borbonici. A un certo punto non furono molti, e rimasero inattivi, sperando nell’intervento delle potenze europee, ma quando si accorsero che tutto questo non era possibile, si agitarono e fondarono un partito con l’aiuto di alcuni maltesi. I rifugiati borbonici continuarono a fare propaganda per le loro rivendicazioni e a diffondere scritti contro il governo italiano, pubblicando articoli reazionari sui giornali locali, ad esempio sul Portafoglio Maltese e sul Corriere maltese. Ma nel 1863 il loro numero si riduceva, e la loro attività andava sempre più limitandosi (Michel, 1936).
La visita di Garibaldi a Malta
Il piroscafo “Valletta” portò Giuseppe Garibaldi nell’isola i1 23 marzo 1864; c’erano con lui otto persone, fra i quali i figli Menotti e Ricciotti. Quattro anni prima Garibaldi e i Mille erano giunti a Marsala, avevano preso Palermo e sconfitto i Borboni in tutte le parti della Sicilia, all’infuori di Messina. Poi avevano attraversato lo stretto di Messina ed erano entrati in Napoli con grande successo. Tutto questo era ben noto al pubblico maltese. Le accoglienze che furono date al Generale avevano una dimensione nazionale. Nelle manifestazioni tenute nei due giorni della sua visita a Malta presero una parte di rilievo vari intellettuali maltesi, fra i quali gli scrittori in lingua italiana Ramiro Barbaro di San Giorgio e Zaccaria Roncali. Nello stesso anno Barbaro pubblicò una relazione piena di ardore intorno alla visita (Barbaro di San Giorgio, 1864). Ruggiero Sciortino, consigliere di Governo, fece un discorso al quale Garibaldi rispose cosi: “I maltesi dovrebbero molto amarmi, perché molto li ho sempre amati, per la loro ospitalità a pro dei fratelli italiani e per il loro eroismo storico” (Laurenza, 1932: 148). Il popolo accorse numeroso e il generale salutò la grande folla che lo applaudì al grido di “Viva Garibaldi! Viva l’Italia!” Agenti borbonici tentarono, senza successo, di organizzare una controdimostrazione.
Ramiro Barbaro di San Giorgio dettò un indirizzo e lo fece sottoscrivere a centinaia di maltesi. Garibaldi rispose con le seguenti parole: “Mando una parola d’addio e di riconoscenza alla brava popolazione maltese, e l’accerto che giammai nella mia vita oblierò la fraterna accoglienza di cui volle onorarmi” (Laurenza, 1932: 152). Innumerevoli maltesi distinti visitarono il Generale e furono presentati a lui da Nicola Fabrizi e dal ribelle maltese Emilio Sceberras, amico di Mazzini. Un’ultima grande acclamazione gli fu data quando lasciò l’isola a bordo del “Ripon”, il 24 marzo.
Gli ultimi esuli
Caduta la monarchia borbonica in seguito alla spedizione dei Mille, sudditi siciliani e napoletani, nobili legittimisti e altri abbandonarono il loro paese ed emigrarono negli stati piú vicini. Malta ne attirò una grande parte. Nel primo periodo, dopo la presa di Palermo da parte delle falangi garibaldine, vi giunsero molti legittimisti che appartenevano alla nobiltà siciliana. Dopo il 1860, gli emigrati siciliani a Malta si riducevano a pochi, e nell’estate 1864 i legittimisti erano circa venti (Michel, 1931). Fra gli esuli che cercavano rifugio dopo la formazione del Regno d’Italia, c’era Gaetano Corleo, scrittore e poeta. Nel 1868 gli fu affidata la cattedra di lingua e letteratura all’università fino al 1905. Scrisse odi e canzoni, fra le quali una In morte del prof. G.A. Vassallo, il poeta maltese (Schiavone, 1963: 131–132).
Un caso molto interessante a proposito dei rapporti fra esuli e maltesi, e anche tra letteratura in italiano e letteratura in maltese, è quello di Giuseppe Folliero de Luna, poeta, che fece molte volte apparizione nell’isola prima di decidere di prendere stabile dimora, e infatti vi morì nel 1894. Legittimista e sostenitore del potere temporale del Papa (Folliero de Luna, 1849), verso il 1850 ricevette a Malta la carica di Vice Console e poi di Console Generale delle Due Sicilie, ma dopo la caduta borbonica partì in esilio. L’esilio è argomento di una sua opera poetica intitolata L’Italiade – canto di un esule napoletano alla patria sperante. La sua opera più significativa è un romanzo in lingua maltese, Elvira jew imhabba ta’ tirann.
La difesa dell’italianità
Al principio del termine d’ufficio del Governatore Sir Arthur Borton (1878–1884), il governo britannico decise di inviare a Malta Sir Penrose Julyan e Patrick Keenan, il primo per investigare gli stabilimenti civili, e l’altro per analizzare il sistema educativo. Penrose Julyan studiò anche la possibilità di promuovere l’uso dell’inglese come lingua ufficiale dell’isola. A suo parere, l’incoraggiamento dato all’italiano si era trasformato in mezzo con cui gli agitatori politici avevano più facilità “a guadagnare adepti alla loro teoria che i maltesi, quantunque di razza e di temperamento differenti, sono più affini agli italiani, e dovrebbero desiderare di essere uniti all’Italia, piuttosto che alla Gran Bretagna” (Julyan, 1879: 56–57). Patrick Keenan, pur riconoscendo la diffusione dell’italiano nell’isola, condannò tutto, in modo particolare il sistema educativo e, mentre concesse una minima importanza al maltese, mantenne fermo che tutti dovevano sforzarsi di imparare 1’inglese, e che questo doveva essere adottato come la lingua principale del paese, specialmente nell’educazione (Keenan, 1879: 91–94).
Il movimento politico maltese, diretto da uomini che credevano nell’antichità della tradizione italiana (Scicluna Sorge, 1931), non poteva accettare le nuove misure. Nella commemorazione della vittoria dei maltesi contro i turchi (1565), tenuta l’8 settembre 1882, un oratore gridava in piazza San Giorgio, a Valletta: “Malta è dei maltesi – fuori lo straniero!” (Rossi, 1929: 71) Fu il grido, tante volte ripetuto dai ribelli della penisola, che era destinato ora a dirigere i politici maltesi.
Nel 1887 Fortunato Mizzi e Gerald Strickland, i maggiori politici maltesi dell’epoca, si recarono a Londra per ottenere una serie di riforme costituzionali. La costituzione, promulgata nel dicembre 1887, concedeva maggiori libertà ai rappresentanti del popolo nel Consiglio (Laferla, 1938: 65). Quando i membri eletti non approvarono il voto dell’educazione, il Governo britannico ritirò la costituzione e poi la sostituì con quella del 1903. Come misura di protesta, i membri eletti ricorrevano ripetutamente alla politica dell’astensionismo. Nel 1910, ad esempio, occorreva fare cinque elezioni generali (Ganado, 1974: 195). I giornali di quei decenni sono saturi di confessioni di italianismo, e furono anche scritti vari libri da maltesi e da italiani, tutti partendo dalla premessa storica (Cini, 1901; Cellini, 1931; Fedele e Valentini, 1940; Gray, 1940; Scicluna Sorge, 1932; Andreucci, 1935; Zammit, 1900).
Il 19 dicembre 1901 un gruppo di intellettuali maltesi fondarono una nuova lega, la “Giovine Malta”, a imitazione della società mazziniana (Ganado 1974: 196). La maggior parte dei membri erano sostenitori di Fortunato Mizzi, fondatore del partito antiriformista (Ganado, 1974: 205). L’entusiasmo che si associa alla vita degli esuli italiani nell’immediato passato risale alla superficie nella descrizione che La Gazzetta di Malta presentò della radunanza inaugurale (Ganado, 1974: 112–113).
Lo spirito risorgimentale italiano, espresso maggiormente nel discorso di Arturo Mercieca, un letterato romantico, si fa vedere sotto vari aspetti del pensiero e del linguaggio tipici della “Giovine Malta”: la visione dei moti politici e culturali maltesi come un “nostro risorgimento”; la ribellione contro il dominio coloniale e l’ansia per la “santa” liberazione della patria; l’intimo legame tra tradizione culturale, particolarmente letteraria, e movimento di emancipazione politica; la fiducia nei giovani liberali; la consapevolezza dell’attività dei patrioti all’estero e il desiderio che il movimento locale vada avanti sulle loro orme; il riconoscimento della necessità di trovare il duplice metodo, di ascendenza mazziniana, di istruzione popolare e di pianificazione matura; la concezione della patria come il colmo di ogni idealità. Tutti questi motivi continuavano a essere espressi nella poesia italiana di vari poeti maltesi: Lorenzo De Caro (1817–1853), Paolo Cesareo (1844–1928), Antonio Dalli (1864–1948), Salvatore Castaldi (1856–1904), Giuseppe Mizzi (1873–1937), Luigi Arnaldo Randon (1876–1928), Vincenzo Frendo Azzopardi (1895–1955), Carmelo Mifsud Bonnici (1897–1948), Filippo Nicolò Buttigieg (1881–1969). Si tuffarono tutti nel mare della lotta nazionale, traducendo la parola in arma politica.
Le manifestazioni di adesione all’italianità non mancarono. Ad esempio, nel 1901 una comitiva di 700 maltesi si recò a Noto, in Sicilia, e fu accolta cordialmente; il capo del gruppo dichiarò in un suo discorso: Siamo italiani, e italiani vogliamo rimanere a costo di perdere tutto, anche la vita. Il diritto e la ragione ci assistono … Siamo italiani. Ce lo dice la Religione che professiamo e soprattutto ce lo dice la lingua che parliamo e che vorrebbero togliere dalle nostre labbra. (Rossi, 1929: 80–81).
Le conclusioni politico-culturali
Nel 1905 si costitui l’“Associazione politica maltese”, diretta da Ignazio Panzavecchia, che cinque anni dopo fu chiamata “Comitato patriottico maltese”, sempre con lo scopo di ottenere per il popolo una costituzione che concedesse maggiori poteri ai membri eletti. Il 30 aprile 1921 fu inaugurato il primo parlamento maltese. L’acquisto dell’autonomia costituzionale era la prima vittoria importante dei maltesi nella loro marcia verso l’indipendenza conseguita nel 1964. Dal 1921 in poi la nazione continuò a cercare la propria fisionomia, organizzando meglio il sistema dei partiti e superando la polemica linguistica nel 1934 allorché il maltese, insieme con l’inglese, divenne lingua ufficiale.
Per interi secoli Malta svolgeva una vasta letteratura in italiano, il frutto di intelletti educati “italianamente”. Quando poi ebbe inizio lo sviluppo di una letteratura in maltese, lo scrittore era in grado di interpretare fedelmente il sentimento proprio e collettivo, aderendo così al principio fondamentale ereditato dall’Italia romantica dell’Ottocento.
Durante l’Ottocento e la prima metà del Novecento, lo scrittore in lingua maltese doveva fare fronte alla duplice sfida di esprimersi e di elevare con dignità un veicolo non curato al livello di lingua letteraria (Ganado, 1974: 196). Ciò significa che la polemica tra l’italiano, come la lingua della classe colta, e il maltese, come la lingua parlata più antica dell’isola (Ganado, 1974: 198), pur dividendo il popolo per vari decenni (Gauci, 1919) non doveva influire gravemente sul procedimento del maltese come nuovo mezzo letterario.
È importante, ad esempio, ricordare che la lingua maltese, nonostante abbia una sottostruttura semitica, è scritta nell’alfabeto latino. La sua poesia tradizionale non si costruisce secondo le regole prosodiche di qualche dialetto di origine semitica, o secondo la struttura del canto ebraico oppure di quello che si compone nel Medio Oriente, ma secondo la metrica italiana (Vassallo, 1942). Più sostanziale di queste qualità elementari è ancora l’unità di spiriti e di tendenze che distingue la letteratura maltese da quella di altre nazioni le quali hanno anche esse una lingua di base semitica. Si tratta di un risultato complesso di una tradizione italo-maltese formata ininterrottamente durante vari secoli, e poi di un rinnovamento, romantico, a cui conseguentemente Malta era pronta a partecipare.
Footnotes
Funding
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