Abstract

Recensione di: Paolo Cherchi, University of Chicago, USA
Benedetti siano i curatori di questo volume per aver rinunciato alla formula rituale degli “Studi in onore di” a favore di quella di “Studi scelti di”. La prima formula, ormai tanto diffusa da essere screditata, offre un tributo alla persona che si vuole omaggiare, ma poi la lascia in penombra per ricordarla soltanto nella consueta “lista dei suoi lavori”; la seconda, invece, mantiene vivi e ripropone almeno alcuni di questi lavori. Per i lettori, i pregi della seconda formula sono infinitamente maggiori. Ad esempio: riusciremmo mai a leggere insieme e in sequenza i tre splendidi studi su Montale apparsi in varie Festschriften e in atti di convegni e ora qui riuniti? E che dire degli illuminanti saggi sulla letteratura legata al mondo francescano, prima dispersi e ora qui raccolti in modo tale da far capire l’impatto che essi ebbero nella storia della letteratura italiana? E che piacere trovare raccolti in questo volume saggi che sono ormai lontani nel tempo. Si pensi, ad esempio, al primo scritto di Bruni su Sperone Speroni: apparve nel 1967, quando l’autore era poco più che ventenne; a rileggerlo si rimane sbalorditi per il sapere che vi si dispiega e per l’intelligenza con cui si individua il problema del distanziarsi dal “sapere umanistico” promosso attorno al terzo decennio del Cinquecento. È un saggio che il tempo non ha invecchiato. E ancora, che piacere leggere tanta varietà di studi uniti da una linea di ricerca e soprattutto da quell’intelligenza critica e da quel rigore scientifico che si trovano accoppiati solo nei lavori dei grandi studiosi. Francesco Bruni è questo tipo di studioso, notissimo per i suoi numerosi studi e che questo volume consacra a vero maestro. Sono sempre stato convinto che il criterio che distingue uno studioso autentico è l’immaginazione critica, ossia quell’ingegno di “trovare” bei problemi, così diverso dalla normale capacità di “cercarli”. Gli studi qui raccolti risolvono problemi “trovati”, e questa è anche la ragione per cui in generale rimangono freschi e non mostrano segno di “invecchiamento” neppure quando sono ormai lontani dal punto di vista metodologico.
Data per scontata l’omogeneità di livello nei 32 studi compresi in questa raccolta, i curatori hanno pensato di raggrupparli per temi o forse meglio per aree: I – L’Italiano letterario; II – Testi autori e lettori del Medioevo; III – Movimenti religiosi, lingua e cultura; IV – Questioni di lingua; V – Questioni di metodo; VI – Lingua italiana e storia politica dell’Italia. Nessun criterio cronologico, dunque; semmai il lettore può ricostruirselo rifacendosi all’elenco delle pubblicazioni che costituisce un’appendice a cura di Francesca Malagnini (pp. 879–904).
La varietà dei saggi—alcuni dei quali hanno proporzioni da vere “monografie” (ad esempio, La cultura e la prosa volgare in Sicilia, nel ‘300 e nel ‘400 è di ben 110 pagine, 267–378)—non consente un’analisi singulatim, che offrirebbe senz’altro una campionatura della qualità, ma creerebbe anche una gerarchia dettata esclusivamente dalle preferenze del lettore, il quale, in tal caso, dovrebbe disporre di uno spazio sufficiente per giustificare la propria scelta. In effetti privilegiare alcuni saggi fra i tanti che coprono argomenti disparatissimi—da Guittone agli autori catalani di poetriae, da Flavio Biondo a Guicciardini, dalle questioni della lingua all’ecdotica e ai problemi dell’insegnamento attuale della lingua italiana—è ingiusto perché la loro qualità li pone tutti ad un livello altissimo. Inoltre solo un vero atleta che sia pratico di tante palestre del sapere potrebbe assolvere un compito così arduo da poter seguire gli affascinanti peripli di Bruni, il quale si muove ovunque da signore della cultura.
Tuttavia i curatori del volume gli danno un titolo che ci aiuta a cogliere il motivo conduttore, o almeno uno dei vari possibili, della raccolta. Perché “tra popolo e patrizi”? Il sottotitolo spiega in parte quella diade. Il trait d’union è l’“italiano”, da intendere nell’arco più ampio delle sue accezioni: una volta come idioma, un’altra come stile, un’altra come cultura e altre ancora come collante nazionale, una volta come filone centrale nella storia di un’idea. Il tema della lingua in tutte queste vesti è dominante, e del resto Bruni si identifica professionalmente come uno storico della lingua italiana, anche se numerosi sono i suoi studi di “critica letteraria” (chi non ricorda il suo Boccaccio. L’invenzione della letteratura mezzana?). Ma il motivo che emerge un po’ ovunque e più o meno esplicitamente è la co-presenza nella cultura italiana di due livelli o tendenze che si sono mostrati ora in concorrenza, ora estranei, ora aspiranti ad un’unità. È la stessa dialettica fra “popolo” e “patrizi”, fra tradizione “comunale” e linea umanistico–aristocratica che ha guidato la cultura italiana. Perché, infatti, tanto interesse per la letteratura francescana e religiosa se non per rilevare e capire quanto il “volgare” debba la sua sopravvivenza e perfino il trionfo cinquecentesco a quel filone religioso che ha alimentato la cultura italiana con il culto, con la predicazione, con il suo bisogno di parlare al popolo? E perché tanta attenzione al tema dei dialetti e delle culture regionali se non per capire lo stesso fenomeno da un’altra angolatura? E perché altrettanta attenzione ai problemi dello stile dietro il quale sta la preoccupazione di riconoscersi eredi di una tradizione “culta” o classica, preoccupazione che può essere la causa del limite “retorico” che caratterizza la cultura italiana, ma che in ultima analisi è anche la componente che ne costituisce un fattore unitario e tradizionale. È interessante vedere come nell’attenzione a tale dialettica si trovi la matrice di alcune opere epocali di Bruni, quali L’italiano. Elementi di storia della lingua e della cultura e La città divisa e Italia. Vita e avventure d’una idea, che sono impiantate su questo essere italiani, coartati fra una tradizione aristocratica o latina e una tradizione popolare. Non sono, ovviamente, delle strettoie, ma una sorta di canone che guida l’intelligenza storica di Bruni nel dissodare fenomeni culturali, nel capire cosa davvero determini la “questione della lingua” dai tempi del De vulgari eloquentia, alle Prose del Bembo, al dibattito Manzoni–Ascoli, con l’inclusione di personaggi rilevanti ma dimenticati quali Francesco D’Ovidio. Non è un capire senza ulteriori conseguenze: una sezione della raccolta presenta una serie di considerazioni sull’insegnamento dell’italiano nelle scuole odierne. Bruni è un intellettuale impegnato che si muove sempre da constatazioni e da osservazioni documentate, cercando di portare un po’ di luce in un periodo in cui la tradizione sta perdendo il suo peso e la disintegrazione culturale sta portando ad un nuovo medioevo.
Lo studio è bisogno di capire e di chiarire. E talvolta è inevitabile lo scontro con i luoghi comuni nei quali gli studiosi si adagiano. Un esempio luminoso è il modo in cui viene smontata l’immagine di un Guicciardini attento al suo “particulare”, interpretato da De Sanctis come “interesse privato”, con il risultato di impoverire la figura morale di Guicciardini fino al punto da farne un simbolo dell’Italiano incompatibile con ogni impegno civile. Con una splendida lettura filologica Bruni restituisce a quel “particulare” un valore positivo, e orienta in direzione nuova gli studi su Guicciardini. Il suo senso “storico–culturale” della lingua lo porta a valutare la tendenza oggi dominante nella filologia, la quale si mostra rigorosissima nelle ricostruzioni genetiche, ma poi è così poco attenta al bisogno di “leggere” (Bruni è anche editore autorevole di testi medievali) o di interpretare. Illuminanti risultano gli studi che vedono la storia a campate di vari secoli, perché la longue durée fa capire la vitalità e l’importanza di certi fenomeni culturali: sono i casi in cui Bruni usa l’italiano per ricostruire la storia di un’idea.
Tutta questa “immaginazione critica” andrebbe persa se non la sostenesse una sorvegliatissima serietà scientifica e un vigile rigore filologico. Mai un dato rilevante che rimanga semplicemente alluso e non documentato, mai una digressione superflua, mai una tesi non approfondita. E quanta dovizia di sapere e a tutto raggio, dai classici ai moderni, dal mondo romanzo a quello anglo-germanico!
Purtroppo lo spazio non ci consente di documentare i motivi di questa nostra ammirazione; ma il lettore che apra questo volume in qualsiasi punto condividerà immediatamente il nostro entusiasmo. In primo luogo rimarrà avvinto dalla chiarezza elegante della prosa, e cogliendo la profondità delle analisi, non riuscirà a sottrarsi alla tentazione di leggere l’intero libro. Scoprirà non solo il maestro che già conosce, ma rimarrà ammirato dalla vastità delle sue conoscenze. Contrariamente a quanto si pensa, il molto sapere nutre quell’immaginazione critica di cui parlavamo, e non la mortifica mai in discorsi pedanteschi. Salutiamo anche noi un autentico faro della filologia intesa nel senso più ampio di storia della cultura e della creazione letteraria vista con la lente della lingua.
L’unico appunto che muoverei a questa raccolta è la mancanza di un indice dei nomi: il volume dell’opera è notevole e proprio per questo la consultazione ne sarebbe facilitata.
