Abstract
L’articolo presenta il volgarizzamento cinquecentesco inedito dell’epillio di Museo ad opera di Pietro Angèli Bargeo, tradotto in un Manoscritto della Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia risalente alla seconda metà del XVI secolo; presenta, inoltre, un excursus sulla circolazione latina e volgare del testo greco fino alla fine del Cinquecento. La traduzione è parte della feconda attività del Bargèo di divulgatore di testi classici ed ulteriore conferma dell’interesse che autori coevi, Bernardo Tasso, Giovanni Falgano e Bernardino Baldi, hanno mostrato nei confronti di Museo e della lirica amorosa greca e latina pervenuta nel tardo Medioevo grazie anche ad Ovidio e diffusasi in Italia e in Europa nel corso del pieno e tardo Rinascimento.
La novella d’amore di Ero e Leandro, 1 narrata da Ovidio 2 e già nota in precedenza, si è diffusa nel tempo grazie a Museo, 3 autore di un epillio sulla storia dei due. Nella letteratura antica e in quella mediolatina numerosi autori ne attestano la conoscenza. 4 Nel Purgatorio, Dante, incontrando Matelda che è al di là di un corso d’acqua, è indispettito per non potersi avvicinare a lei, allo stesso modo – egli dice – di Leandro impossibilitato a raggiungere Ero a causa delle condizioni proibitive del mare; 5 Petrarca pone l’amore dei due giovani a confronto con altri amori di diversa fede; 6 Fiammetta di Boccaccio evoca la vicenda dei due giovani con empatia. 7 La fortuna della favola di Ero e Leandro crebbe a partire dalla prima metà del ’300 e fino alla metà del secolo successivo grazie alla diffusione di Ovidio: il fiorentino Filippo Ceffi 8 volgarizzò le Heroides; il veneziano Giovan Girolamo Nadal 9 nell’ultimo quarto del ’300 compose la Leandreide, lungo poema in terzine in cui rielaborava la vicenda dei due amanti; il senese Domenico di Monticchiello 10 rese il volgarizzamento di Ceffi in ottave.
Decisiva per la divulgazione della favola antica in età umanistica fu la stampa dell’idillio di Museo nel 1495 ad opera di Aldo Manuzio cui seguì, per cura dello stesso, la traduzione latina con testo a fronte tra il 1495 e il 1497; 11 le edizioni aldine ebbero duratura fortuna, furono ristampate più volte con pochi ritocchi e costituirono un testo di riferimento per edizioni successive, come quella fuori d’Italia per cura di Johann Froben pubblicata a Basilea nel 1518. 12 Tradussero l’epillio di Museo in latino gli italiani Benedetto Giovio, 13 Giovan Battista Da Monte 14 e Fabio Paolini. 15 Poco si sa di una traduzione di Girolamo Pallantieri. 16
L’avventura amorosa di Ero e Leandro, il topos del mare che impedisce agli amanti l’assidua frequentazione, l’amore contrastato, ispirarono in toni molto meno romantici anche la novellistica volgare che si orientò a mostrare come la passione talvolta possa risolversi in un viatico di morte: Le Piacevoli notti di Giovan Francesco Straparola 17 del 1550 presentano una novella i cui protagonisti svolgono un ruolo invertito rispetto alla favola di Museo: Malgherita di notte a nuoto si recava presso l’amante Teodoro guidata da una fiaccola posta sugli scogli. Una notte i fratelli della donna, per ostacolare la relazione tra i due, con uno stratagemma le fecero perdere l’orientamento mentre nuotava; ella annegò e il suo corpo, spinto dalle onde sulla scogliera, fu sepolto da Teodoro. Anche Francesco Sansovino 18 nelle Cento novelle più volte pubblicate a partire dal 1561, ripropone con altri personaggi la vicenda narrata da Straparola, mentre più aderente al racconto di Museo è Paolo Regio nella Siracusa pescatoria. 19
Bernardo Tasso 20 nel 1537 riscrisse liberamente in 679 endecasillabi sciolti 21 l’antica favola che, per ammissione del suo stesso autore, era stata mediata da una traduzione latina 22 ed era frutto di una particolare simbiosi con il testo di partenza. Nel corso della seconda metà del ’500 il testo greco fu volgarizzato, con esiti diversi e secondo i canoni delle tecniche traduttive del tempo, 23 da Pietro Angèli, 24 da Giovanni Falgano, 25 fecondo traduttore di testi greci e latini, e dall’abate poeta e poligrafo Bernardino Baldi. 26
***
La traduzione inedita dell’epillio di Museo di Pietro Angèli è nel Ms Reggiani, F 177 (antica segnatura CXIX E 39b) della Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia.
Misc., sec XVII [cfr. Kristeller, Iter Italicum, II, 84a], mm.197x147, piatti della legatura in cartapecora con lacci in pelle; 41 carte di cui 13 bianche; manca la numerazione che per quanto riguarda la traduzione di Museo ho inserito tra parentesi quadre; le carte formano quattro quaderni cuciti con filo bianco; non si notano segni di rimaneggiamenti in epoche successive; non vi sono note di possesso. Il primo quaderno è di 12 cc., il secondo di 13, il terzo di 12, il quarto di 4. Sulla costola è la marca a stampa con l’attuale segnatura. [c.1]: Petri Angelij Bargaei de pisce quam tincam vocant fabula ad Angelum Niccolinum. [c.5]: Chloris Petr Angelii Bargaei ecloga ad Laelium Taurellum. [cc.10r–25r]: Museo, del amor di Leandro et di Hero tradotto dal greco nel verso toscano da P.A.B. [c.26r]: Pasquino a M. Giovan Castro. Inc. Hor che creato sei dottor indegno. [c.27r]: Dieci donne più belle, assai ch’il sole. [c.28r]: Sig Laura Estensi della Castellina. Inc. Vive là n’ ter l’Aurora in piume d’oro. [c.29r]: La Sig Veronica Canossa. Inc. Poco più inanzi in forma d’Angel nero. [c.30r]: La Sig Virginia Scaruffi. Inc. Mansueta natura è dolce vista. [c.31r]: La Sig Isota Messora. Inc. Se non convien ch’a pianger mi condani. [c.32r]: La Sig. Giulia Pagana. Inc. Dal dì ch’in for d’altrui mi spinse amore. [c.33r]: La Sig Giulia Nigromenti. Inc. E ben se gli rendeva al primo assalto. [c.34r]: La Sig Diana Fontanelli. Inc. Sopra un cerchio di fiamme altiera e bella. [c.35r]: La Sig Antonia Zoboli. Inc. Con detti serati in questa pietra. [c.36r]: La Sig. Laura Vicedomina. Inc. Ma fra tante bellezze in terra sole. [c.37r, senza titolo]: Inc. Al fin per trarmi fuor di tanta pena. [c.40r]: Inc. Canzon se ti domanda alcuno il nome. [c.41]: In morte della Sig Giulia Pratonieri. 27 Inc. Alma che dal bel nodo ignuda e sciolta. La scrittura dei testi in lode di donne reggiane sembra di mano diversa rispetto alle altre. Il testo relativo a Leandro ed Ero ̶ 489 endecasillabi sciolti ̶ occupa parte del secondo quaderno, per intero il terzo e termina in due fogli del quarto. La scrittura è continua. Non è presente alcuna rigatura. Sul margine destro in senso verticale sono i segni di una marginatura a punzone a fronte della quale è stata tracciata una linea che si unisce ad un’altra orizzontale; entrambe delimitano l’ampiezza della scrittura; lo specchio è mm. 150x130; le righe oscillano tra 16 e 18 per carta. La scrittura è corsiva, piuttosto omogenea, con qualche svolazzo in fine riga; alcune aggiunte in interlinea sono rese con modulo più piccolo ma con lo stesso inchiostro; poche le correzioni; in fine pagina è la parola di richiamo; a c. 12 è presente prova di penna. I versi della traduzione di Angèli 1–445 corrispondono ai vv. 1–271 del testo greco; i vv. dal 446 alla fine corrispondono ai vv. 314–343; manca la traduzione dei vv. 272–313 i quali, invece, sono nelle edizioni circolanti all’epoca e nelle traduzioni coeve in latino; ne danno conto i volgarizzamenti di Falgano e di Baldi. La c. 23v, che dovrebbe recare la parte mancante nella traduzione, non presenta discontinuità nella scrittura. Non è stato possibile stabilire la provenienza del codice né la data dell’acquisizione da parte della Biblioteca. Si sa che il fondo Reggiani comprende manoscritti di argomento reggiano o di autori reggiani provenienti dall’Archivio Comunale e da lasciti di possessori di biblioteche private, come informa Bruno Fava in Elenco descrittivo di 30 codici quattrocenteschi della Biblioteca Municipale di Reggio Emilia, Deputazione di Storia Patria per le antiche Provincie Modenesi, Atti e Memorie, serie VIII, vol. VII, Aedes Muratoriana, Modena, 1955, p. 157.
Nota al testo
Criteri di trascrizione:
distinzione tra u e v; espunzione della h etimologica e pseudoetimologica in posizione iniziale di parola e al suo interno (habitava>abitava, anchora>ancora; allhora/alhora>allora, ecc.); sua conservazione in posizione iniziale in Hero, Helesponto, forma alternata con Hellesponto, Hespero e in posizione intermedia in Thessaglia, Thalia; normalizzazione dell’unica occorrenza della forma à al v. 159, terza persona singolare del verbo avere (indicativo presente); resa con –z– del gruppo ti+vocale; normalizzazione a favore di –i dell'alternanza j/i; resa del digramma finale –ij nel plurale delle parole in –io con –ii, quindi disij > disii v. 18 ecc.; conservazione del raddoppiamento della labiale b in dubbiva v. 257, dubbio v. 334 oscillante con dubiosa v. 475; conservazione dell’oscillazione aqua v. 405 acque v. 446; conservazione di scempiamenti e raddoppiamenti riconducibili a fattori etimologici; adozione della forma analitica per le preposizioni articolate oscillanti in forma analitica (es.: a gli, a i, da i ecc.) in serie prevalente e in forma sintetica (degli, agli, ai ecc.); segnalazione di due occorrenze di preposizione articolata delle (v. 364 e v. 398) rese in forma sintetica; rispetto della forma analitica della congiunzione subordinante consecutiva tal che vv. 108 e 395 oscillante con la forma sintetica talche v. 454 che viene normalizzata; le forme fuor che v. 385 ecc., fin che v. 421 restano in forma analitica, come in contro v. 416, e l’aggettivo indefinito qual si voglia v. 128; rispetto dell’alternanza giovaneto v. 24, giovenetto vv. 169 e 427 e al plurale giovenetti v. 315; resa della congiunzione et con e livellando sulle occorrenze e, vv. 8, 113, 292; et è conservata davanti ad ella v. 187 e nel titolo; adozione dell’apostrofo in caso di elisione, di apocope, di aferesi e di aferesi ricorrente più volte nel manoscritto oscillante con el, che ’l, e ’n; livellamento sulle forme di apocope postvocalica delle preposizioni articolate; pertanto: de’ v. 16, a’ v. 23, ne’, v. 99, po’ v. 101 ecc.; adeguamento alla norma attuale dell’uso dell’accento e sua introduzione nei monosillabi (né, sì); in sì come; nel pronome personale sé e nella forma un dì; adeguamento alla norma attuale per i nomi propri e per gli aggettivi sostantivati delle maiuscole e delle minuscole oscillanti nel manoscritto; eliminazione della maiuscola di rispetto; riduzione all’uso attuale delle maiuscole e delle minuscole ad inizio verso rese nel manoscritto sempre con la lettera maiuscola; scioglimento delle abbreviazioni senza segnalazione: nō>non, cētro>centro, amâdo>amando ecc.; conservazione delle parentesi tonde che sono nel testo; adozione delle parentesi quadre per rari interventi senza apposita giustificazione.
Punteggiatura
Nel testo sono adoperati la virgola, il punto e virgola, i due punti (che non introducono sempre il discorso diretto e pertanto non hanno funzione esplicativa, ma in alcuni casi indicano una pausa più marcata rispetto alla virgola), il punto, il punto interrogativo, il punto esclamativo. Al punto non sempre segue la lettera maiuscola. Al fine di rendere leggibile ad un lettore moderno un testo le cui esigenze interpuntive sono diverse dalle attuali, con cautela, è stata introdotta la punteggiatura laddove la mancanza ne inficiava la comprensione o poteva renderne ambigua l’interpretazione.
Correzioni
Ripristino della concordanza sostantivo/aggettivo sacrate>sacrato v. 68; vaga>vago v. 93; interno>interne v. 141; smisurate>smisurato; v. 280; nominato>nominata v. 306; snello>snelle v. 468; morte>morto v. 483. Ripristino delle forme verbali posto>posti v. 27; ardesso>ardesse v. 169; temea>tenea v. 262; maveresti>moveresti v. 288; discendo>discende v. 347; correzione di ragguardavo>ragguardarò v. 356; pasar>posar v. 444, per>par v. 448, combatan >combaton v. 451. L’avverbio soveente è reso sovente v. 96; il sostantivo volti è reso volto v. 282. La sillaba relativa a tali cambiamenti è segnalata nel testo in corsivo.
MUSEO, DE L’AMOR DI LEANDRO ET DI HERO
Tradotto dal Greco nel verso toscano
DA
P. A. B. 28
[c.10r]
Cantiamo, o santa Dea, l’accesa face
già testimon de gli amorosi furti
e ’l notator ch[e] ne l’oscura notte
il mar varcava al nuncial 29 diletto
u’ mai nol 30 vide l’immortal Aurora; [5]
cantiamo, o santa Dea, Sesto e Abido 31
ove fur gli imenei 32 d’Hero notturni.
Già sento in mar Leandro e a la finestra
veggo già insieme la lucerna, il segno
de’ soavi amorosi lor piaceri [10]
che sola fu de le notturne nozze
pronuba fida d’Hero e di Leandro
[c.10v]
e d’amor simulacro, onde l’eterno
Giove devea tra le supreme faci
dopo il notturno ufficio in ciel locarla[15]
e stella guida de’ novelli amanti;
quindi chiamarla poi ch’ella fu in terra
d’amorosi disii fida ministra, 33
fida nonzia 34 d’amor, pria che soffiando
al volar l’ale disciogliesse il vento. [20]
Dunque, o Diva immortal, mentre io qui canto,
narrami il fin di quella face estinta,
di quella face onde nel mezzo a’ flutti
restò Leandro il giovaneto morto.
Del rapido Hellesponto 35 in su le rive [25]
che tra sé non luntane istringni 36 l’onde,
a l’incontro son posti Abido e Sesto
là ’ve drizzando Amor 37 l’arco e gli strali
[c.11r]
d’Hero insieme arse e di Leandro il cuore.
Quella Sesto abitava e questo Abido, [30]
d’amendue le città due chiare stelle,
coppia d’etate e di bellezza eguale.
Or s’a caso giamai 38 di là passando
per lo mar che sovente irato freme
gli occhi a Sesto volgessi, ivi la torre 39 [35]
vedrai donde Hero con la face in mane 40
al disiato ben scorgea Leandro;
vedrai del vecchio Abido il tempestoso
seno che ancor il suo Leandro piagne
che, troppo amando altrui, morte riceve. [40]
Ma come fu ch’abitando Abido
infiammasse d’amor Hero e se stesso?
Hero leggiadra, che d’alto lignaggio
traeva il sangue suo, né pur ancora
[c.11v]
aveva i frutti d’imenei sentiti, [45]
vergine valorosa e a la dea
che Pafo e Gnido 41 regge consecrata,
l’alta rocca abitava che gli antichi
progenitori suoi non lunge al mare
per propria abitazion le consegnaro. [50]
Sì vaga e sì gentil che un’altra in terra
Ciprigna 42 ella parea, ma casta e pura
come giovane e bella; de altre donne,
che sovente a danzar si ritrovaro,
il commerzio 43 fuggì lontan mai sempre, 44 [55]
de le amorose giovani schivando
l’astio e l’invidia ch’a l’altrui beltate
soglion naturalmente invidia avere.
Ma porgendo ella e sacrifizi e prieghi
ora a la dea Ciprigna, or a Cupido, [60]
[c.12r]
temendo la infiammata aspra faretra,
si sforcava 45 placar umile e pia
con la celeste genitrice Amore,
ma non poteo 46 però gli ardenti strali
del faretrato iniquo arcier fuggiere. 47 [65]
Era di già venuto il giorno altero
che dal popolo in Sesto si celebra
a Vener e ad Adon 48 sacrato e santo, 49
vengonvi a gara quei che ne l’estreme
parti abitan de l’isole marine, [70]
quanti n’ha la Thessaglia 50 e quanti Cipro, 51
quante donne Citero 52 in seno accoglie,
quante Libano 53 il culto ne nutrica. 54
De’propi 55 abitator nissuni 56 rimane
ch’a dì sì lieto e sì celebre manchi. [75]
[c.12v]
Vengon di Frigia 57 e da la più vicina
Abido i cittadini, non restano anco
giovani amanti ch’a quei luoghi vanno
ove la fama a festiggiar 58 gli invinta, 59
trati 60 più dal disio [di] vaghe 61 donne, [80]
che dal voler gl’incensi e voti loro
porger al nome de gli eterni dei.
Nel tempio di Ciprigna or quinci or quindi
sen giva Hero la vergine leggiadra
dal cui celeste viso un raggio uscìa [85]
qual da la luna allor che piena in terra
del puro aer seren suo splendor vibra.
Quindi le guance come nieve bianche
de un purpureo splendor duo vaghi cerchi
monstravan fuor, qual ben nutrita rosa [90]
che dal gruppo spuntando in duo colori
[c.13r]
s’aviva ogni or; anzi creduto averesti 62
vago prato fiorir ne le sue membra
tal la neve era in lei, tal in lei l’ostro. 63
Onde alor che vestìa candida gonna [95]
sovente le surgean sotto le piante
or rose, or gigli, or mamole viole.
Oh quanto s’ingannar gli antichi! Oh quanto
si trovaron mentir ne’detti loro
che altre non fusser che tre Grazie 64 sole, [100]
che infinite apparir vider po’ in Hero
mentre in mezzo a un soave e dolce riso
piovonle in ciascuno occhio a mille a mille!
Oh come degna, oh come a te simìle
Venere ancella ritrovato avei 65 [105]
che vincendo in beltà qual più si stima,
parea che transformata 66 ivi ti fussi
[c.13v]
tal che, infiamando il cuor de’ vaghi amanti,
d’averla disiò seco congiunta
al giogo marital chiunque in sorte [110]
di poterla veder ebbe dal cielo!
Dunque, mentre ella per l’altero tempio
in queste parte 67 e ’n quella gìa vagando,
fisso mirava ogni uom tanta bellezza
volgendo gli occhi ove ella il pie’ volgeva, [115]
onde alcun stupefatto disse: “In Sparta,
u’ di beltate il fior esser sì dico,
sì vaga e sì gentil unqua non vidi;
ma forse sotto a sì leggiadro viso
Vener nutrica 68 , Eufrosine o Thalia, [120]
o la terza soror ridente Agalia 69
che l’ingordo disio d’ogni or mirarla,
come ch’io stanco sia, saziar non posso.
Deh! S’a tanto m’alzasse il destin mio
[c.14r]
che in queste braccia la vedessi ancora, [125]
non temerei cangiar con morte vita,
non bramerei cangiar mio stato altero
con qual si voglia in ciel nume beato
ché mal s’aguaglia 70 il ben del paradiso
al fortunato letto ove Hero giace. [130]
Ma tu, felice Citerea, se questa
fida ministra tua bramar non lice,
fa ch’altra a lei simil sortisca almeno”.
Tale 71 parole fra sé ciascuno dicea
mentre ch’or questo, or quel celando in petto, [135]
l’alta piaga mortale ardea d’amore.
Ma tu, Leandro, o sfortunato amante,
come mirasti la fanciulla altera,
come gli occhi ne gli occhi a lei volgesti,
ti sforzasti schivar l’interno ardore, [140]
l’interne punte che trafiggon l’alma.
[c.14v]
Ma vinto poi da gl’infiammati strali
quando men tel pensavi, avresti eletto
pria di morir che pur viverne senza.
Or nei raggi divin de li occhi d’Hero [145]
l’alte fiamme d’amor crescea[n] mai sempre
acendendo Leandro in petto il cuore,
ché una illustra 72 beltà d’onesta donna
via più veloce che saetta o strale
sovente suol intrar ne l’alma altrui [150]
e la strada per mezzo a gli occhi aperta,
onde gli strali, dentro al cuor varcando,
d’alta piaga mortal fan l’alma ancella.
Dunque Leandro, colmo il nuovo amante
di desio ardente, di ghiacciata tema, [155]
di vergogna gentil, d’audace speme,
vergognando 73 talor tremava in cuore
[c.15r]
d’esser ne le amorose reti avvolto.
Ma quindi pien di maraviglia posto
giù l’onesto rossor che l’ impedìa [160]
per la beltà che a null’altra ha seconda
cagion d’amor, d’ardir tutto s’empìa.
Poscia, movendo il passo tardo e lento
si fermò incontra 74 a la fanciulla altera,
donde gli occhi d’inganno e di duol pieni [165]
torcendo in lei, con più lascivi cenni
negli intrichi d’amor queto la trasse.
Quinci accorgendosi ella in quai desiri,
in quanto fuoco il giovenetto ardesse,
di sua grazia immortal sen giva altera. [170]
Quinci sovente il desiato viso
dolce or celando, or iscoprendo, 75 dava
segni occulti amorosi al nuovo amante
[c.15v]
ch’egual incendio lo struggeva il cuore.
Oh quanto egli fu allegro alor che vide [175]
ch’ella non si mostrò d’amarlo schiva,
dunque il tempo aspetando in che lontano
dagli occhi altrui potesse aprirle quanto
era l’ardor in cui per lei vivea!
Venne il giorno a l’occaso e incontro apparve [180]
Hespero, stella 76 che la notte apporta.
Come vide ei de le tenebre sparso
l’ombroso manto, a la fanciulla ardit’ardita
accostandosi, pon l’audace mano
sopra la bianca man lieve stringendo [185]
e traendo dal cuor sospiri ardenti,
et ella, quasi sdegnosetta e schiva,
tacitamente a sé la tira; onde egli
che qual fosse di lei la mente avea
[c.16r]
compreso ben dagli inconstanti segni, [190]
la prende audace nella bella vesta
e la trae seco ne le parti estreme
de l’alto tempio e penetrali oscuri,
là ’ve ella alquanto ritrosetta e lenta
quasi a forza seguìa l’audace amante [195]
cui, con sembiante feminil la lingua,
minacciando, in tal guisa al parlare sciolse:
“Qual pazzia nuova, o forestier, t’ha preso?
Ove, o infelice, trai me verginella?
Deh, vanne altrunde 77 e la mia vesta lascia [200]
de’ ricchi padri miei l’ira schivando;
lasciami, priego, omai, ché non ti lice
tentar d’immortal dea devota ancella,
oltra che un letto verginal e casto
debbe esser a ciascun servato e santo, [205]
[c.16v]
convenienti a giovenetta donna”.
Le quali udendo il buon Leandro accorto
tosto conobbe a i non dubiosi segni
Hero a’diletti suoi già fatta amica,
ché le minacce feminili sono [210]
d’amorosi piacere non dubbi invito.
Onde, il bel collo ch’alabastro e neve
di bianchezza vincea spargendo intorno
mille sovavi 78 odor, basciando79, disse[215]
da pungente disio trafitto l’alma:
“O dopo Citerea maga ciprigna,
dopo Minerva o Pallade novella,
degna vin più 80 d’esser a dea immortale
ch’a qual si sia mortal donna aguagliata,
beato il padre tuo! Beata quella [220]
che poi ti partorì! Beato il ventre
[c.17r]
donde sì bella luce al mondo uscìo, 81
odi le mie preghiere: abbi pietade
di quel disìo che facilmente m’arde;
e s’a Venere servi, non far ch’ora [225]
quel ch’è a tal dea immortal più grato sprezzi,
a le cui nunzziali 82 e sante leggi,
ch’a lei mal si convien vergine ancella,
la tua fiorita età consacra omai.
Odia Vener colei che da i diletti [230]
che suol dona[r] Amor vive lontana.
Ma se le leggi sacrosante e ’l fido
rito d’aministrarle e i sacrificii
vorrai imparar, ecco le nozze e ’l letto,
eccoti d’Imeneo la vera gioia. [235]
Amando dunque tu la immortal dea
a le leggi d’amor renditi ancella
[c.17v]
che sgombran l’alma altrui d’ogni aspra cura.
E me che servo tuo son pur fa degno,
s’a te piace così, tuo sposo i’sia [240]
ché con gli acuti suoi pungenti dardi,
qual fiera in caccia mi t’ha preso Amore.
Già l’audace campion di Giove nato 83
dal veloce figliol de l’alma Maia, 84
ch’un’aurea verga in man sovente porta, [245]
fu condotto a servir iardania ninfa. 85
Ahi, lasso me, che non Mercurio il savio, 86
ma Citerea ne l’amor tuo m’ha spinto!
Ben sai che già la vergine Atalanta,
Milanion amante suo sprezzando, [250]
fu da l’irata dea condotta a tal
che più dell’odio in lei poi crebbe amore. 87
Dunque, deh, non voler, dolce una vita,
[c.18r]
chi ti brama schivare, né di Ciprigna
infiamar contra te lo sdegno e l’ira”. [255]
Con tai parole persuase a pieno
de la dubbiva 88 giovane la mente;
con tai parole che pareva usando,
proprio formar con la sua bocca amore,
le fe’ di vago error la mente ancella. [260]
Onde rimase senza voce e gli occhi
fissi in terra tenea celando il viso
che d’un vago rossor infiammato era
qual veggiam spesso in bella donna acceso;
or livienmente 89 il pie’ tenero e snello [265]
pulìa movendo de la terra il volto,
or vergognando ritraeva la bella
sopra gli omeri suoi candida vesta,
chiari indizii di cor ch’arda d’amore
[c.18v]
che a supremo gioir ne invinta 90 quella [270]
vergin che nulla risponde, tace.
Già dunque ella sentìa nel mezzo al petto
l’amare punte che trafitta l’alma
dolcemente le aveano, onde nel cuore
d’ardentissimo fuoco era infiammata [275]
che nel mezzo al stupor di tal beltate,
ch’era in Leandro, ogni or forze prendeva.
Adunque, mentre che la notte oscura
facea con le grande 91 ali ombra a la terra, 92
da smisurato amor Leandro vinto, [280]
stanco non si sentìa di mirar fiso
or il tenero collo, or il bel volto;
onde, vago rossor piovendo fuori,
dopo un lungo tardar, Hero in tal guisa,
come amor le dettò, la lingua sciolse: [285]
[c.19r]
“Donde hai tu, furastier, compreso e quanto
sì soave parlar con cui nel mezzo
moveresti del mar gli orridi scogli?
(Misera me!), chi t’ha condotto in Sesto?
Ma indarno hai sparse tue parole al vento, [290]
ch’essendo forestier ch’ogni or vagando
in questa parte e in quella ti trasporti,
onde col mutar luogo fede muti,
come sia ch’io di me ti faccia donno? 93
Né de’santi imenei l’antiche leggi [295]
publicamente celebrar possiamo,
ch’a’genitori miei ciò non è a grado,
né sotto scusa ancor d’essiglio in questa
città potresti dimorando meco
ritrovarti in secreto, ché la lingua [300]
[c.19v]
ne’biasmi altrui ciascun ha pronta e quindi
ciò che occulto si fa, publico s’ode.
Ma dimmi il nome tuo, dimmi il paese
ove pria nato ambe le luci apristi;
ch’io per nol 94 ti celar, dei saper come [305]
son dai genitori miei nominata Hero.
La bella torre che vicina al cielo
s’erge dinanzi a la città di Sesto,
sopra il lido che l’onde irate frange,
è il mio riposo e la mia casa altera, [310]
là dove in compagnia di sola ancella
non lontana dal mar piacove 95 agli iniqui
miei genitori che io solitaria fossi.
Quivi non io tra le compagne fide
de’giovenetti amanti i balli veggio, [315]
[c.20r]
ma notte e giorno il tempestoso suono
del procelloso mar, degli asperi venti
ambe 96 l’orecchie mi percote e fiede”. 97
Così disse ella e, vergognando, 98 il bianco
viso sotto la bella vesta ascose, [320]
seco accusando ciò che detto avea.
Ma il giovene Leandro, che nel cuore
d’infiammato disio tutto acceso era,
stava sospeso discorrendo come
via ritrovar potesse che secreto [325]
a battaglia amorosa il conducesse.
Dunque il sagace Amor, che con saette
suol domar chi da lui vive ribello 99
e risanar con le medesim’arme
l’altrui piaga mortal che ei donato ave, [330]
[c.20v]
che di chiunque egli si fa tiranno
subito fido consiglier diviene,
a l’amante Leandro aiuto pose. 100
Lo qual, dopo il penar che in dubbio il teme,
lunghi e gravi sospir traendo fuori, [335]
dolce parlando, in tal guisa rispose:
“Oi leggiadra, o gentil vergine bella,
come ch’ 101 el mar, che qui profondo giace,
fusse sol fuoco onde avvampando tutto
negasse il varco, passerò notando [340]
per amor tuo, né mi fia chiuso il guado
alor che l’onda più crucciosa freme;
ché, venendo a giacer ne le tue braccia
gioioso amante a sì leggiadra sposa,
non l’irate procelle, orrido orgoglio, [345]
temo del mar, non l’Hellesponto il fiero 102
[c.21r]
lo qual in sen d’Egeo ratto discende,
né da la patria mia vicina Abido
Sesto è guari lontan ché incontro giace.
Sospendi adunque alor che è notte oscura [350]
da l’alta torre tua lucida face,
che mi fia fida stella in mezzo a l’onde,
cui drizzando il mio corso, non Boote 103
mentre a l’occaso il pendo 104 veloce affretta,
non del fiero Orion 105 l’orrida stella [355]
ragguardarò, 106 né mi sia scorta o guida
per transportarmi al disiato porto
l’arido solco del celeste Carro.
Ma tu, mia speme, attendi non dai venti
ch’impetuosi soffian spenta sia [360]
l’accesa face del mio viver guida,
ché stinto 107 insieme i’ rimarrei sommerso;
[c.21v]
e io, se questo pur d’intender brami,
Leandro son de la bell’Hero sposo”.
Tal, dunque, occultamente i nuovi amanti [365]
ai lor furti amorosi ordine diero: 108
lui di passar notando le salse onde,
d’essergli lei con face accesa scorta,
stabile segno al sommo lor diletto.
Or, poscia ch’ebber ritrovato il modo [370]
ch’ a’ notturni imenei fusse lor mezzo,
l’un da l’altro penando si partivo, 109
Hero a la torre, egli per l’onde oscure,
posti pria i segni al non fallar ministri.
Mentre la Notte il Carro a cerco 110 mena, 111 [375]
navigando in Abido fe’ ritorno.
Quinci d’alto disio l’alme infiammate
de’ secreti amorosi almi piaceri,
[c.22r]
bramaron spesso che venisse l’ora
che suol di stelle il ciel rendere adorno, [380]
fida ministra a gli amorosi furti.
Già le tenebre oscure aveano il velo
sul duro volto della terra sparso,
onde vinto dal sonno ogni om giacea,
fuor che l’amante giovene Leandro, [385]
che desto e sol sopra ’l deserto lido
là ’ve rotte dai venti piangon l’onde
il testimon de la funesta face,
non ria fidel de le bramate nozze,
di secreti piacer ministra e guida, [390]
fissi in Sesto tennea 112 gl’occhi aspettando.
Dunque Hero bella, poi che vide il giorno
cader ne l’onde e dar luogo a la notte,
l’accesa face da la torre altera
[c.22v]
verso Abido mostrò, tal che a Leandro, [395]
cui parea troppo ogni dimora lunga,
arse con mille fiamme il petto Amore.
Or sentendo egli il tempestoso e fiero
orrido suon de’procellosi flutti,
da gelato timor fu nel cuor punto; [400]
poi ripigliando ardir, con tai parole
tali a se stesso egli porgea conforti:
“Quanto è grave d’amor l’imperio? E quanto
aspro e fiero è del mar l’orgoglio e l’ira?
Ma che? Fuor ch’aqua in lui null’altro veggio [405]
e nel mio petto inestinguibil fiamma.
Àrmati, o cuor, di questo ardente fuoco,
né ti curar de le sals’onde irate,
porgemi 113 aiuto omai; ché temi il mare?
[c.23r]
Non sa’tu che del mar Ciprigna nacque [410]
non men del nostro ardor che di lui donna?” 114
Egli parlando si dispoglia nudo
e con ambe le man la vesta in capo
si stringe e lieve in mezzo a l’onde salta
avanzandosi ogni or là ’ve la face [415]
sopra l’altera torre in contro ardeva,
egli istesso nochier, rèmige 115 e barca.
Hero opponendo onde soffia il vento
la tenerella man, la bella vesta,
da l’aura difendea l’acceso lume[420]
fin che ’l suo amante, affaticato e stanco,
giunto disteso al disiato lido,
quindi gioiosa a l’alta rocca trasse.
Oh quanti abbracciamenti, 116 oh quanti basci, 117
mentre ch’ancor gli spirti ei raccoglieva, [425]
[c.23v]
mentre ch’ancor da l’auree crespe chiome
stillava l’onde il giovenetto audace,
senza scioglier parola ella gli diede
nel soglio istesso de l’occulta porta!
Poi tutta lieta ne le parti estreme [430]
a la virginal camera il condusse
e, sciugandolo ben, d’oglio soave
tutto lo sparge, onde al noioso odore
de le sals’onde odor nobil succede.
Quindi, al collo avvingendogli le braccia, [435]
con lui si corca nel felice letto,
onde a queste parole, testimoni
de l’alta gioia sua, la lingua sciolse:
“Qual sposo, o mio sposo, egual travaglio,
egual disagio ha sopportato un quanto, 118 [440]
qual sposo, o mio sposo, a tal periglio,
[c.24r]
da pungente disio trafitto, l’alma
colmo di speme, in mezzo a l’ onde salse
per in grembo posar d’Hero leggiadra,
giva de l’ Hellesponto il mar varcando?”. [445]
[…]* 119
Già s’alzavan de l’acque i monti alteri, 120
già l’onde eran sì spesse che sovente
l’una l’altra spingea, già par il mare
trema la terra, mentre in aria i venti [450]
che con le stelle si confonda e meschi, 121
combaton pieni d’orgoglioso sdegno,
contra Zefiro l’ale spiegav’Euro,
minacciava Aquilone il Noto 122 audace,
tal che Leandro, affaticato e lasso,
nel mezzo a l’onde, a gli implacabil flutti, [455]
or a Venere, dea che del mar nacque,
ora a Nettuno, dio de le sals’onde,
[c.24v]
umilmente i prieghi suoi porgeva;
non lasciò d’invocar per nome amato
de la bella Orizia Borea feroce, [460]
ma nissun l’aiutò, nissun la mano
gli porse: (ahi lasso!) non Amor poteo 123
raffrenar il destin, ma dal grave impeto
de le procelle, ahi sfortunato amante,
in questa parte e ’n quella era portato, [465]
onde sbattuti finalmente e stanchi
i piedi gli mancar, mancar le mani
che poco avanti eran gagliarde e snelle.
Dunque omai [senza] resistenza, in petto
de l’orgoglioso mar ricevve 124 i flutti, [470]
così ’l vento crudel la infida face
con la vita in un punto e con l’amore
del giovencel Leandro insieme estinse.
[c.25r]
Ma la bell’Hero con le luci deste
tra mille aspri pensier dubiosa stava [475]
e già l’Aurora il dì portato avea.
Né vedendo apparir l’amato sposo,
drizzava intenta in ogni parta gl’occhi
s’a caso errando per l’estinta face
sopra ’l dorso del mar veduto avesse. [480]
Or, raguardando a pie’ de l’alta torre,
dagli scogli smembrato il vid’ ̶ ahi lassa! ̶̶
morto giacer. Onde la bella vesta
che ’l bianco petto le copria, stracciando
e alzando le grida fin al cielo, [485]
da l’alta torre si gettò nel lido,
u’ per lo morto sposo ella morìo. 125
Così nel fin de la lor vita estremo
si godevan tra lor amenduo insieme.
IL FINE
Footnotes
Riconoscimenti
Per questo lavoro il mio debito di riconoscenza va a due amici di antica data: a Sebastiano Martelli, che ne ha favorito la pubblicazione in tempi brevi, e a Francesco Sica che con pazienza e competenzaè stato prodigo di consigli.
