Abstract

Recensione di: Roberta Attanasio, Università degli Studi di Napoli “Federico II”, Italia.
I contributi del volume L’io felice. Tra filosofia e letteratura ruotano intorno ad uno stesso tema, ma indagato sotto molteplici aspetti: la felicità. I discorsi si dipanano su diversi fili di uno stesso intreccio, offrendo così riflessioni che toccano la letteratura e la filosofia con uno sguardo attento alla politica, alla psicologia, alla teologia e all’antropologia.
La raccolta si apre con lo scritto di Giuseppe Cacciatore, Divagazioni filosofiche (e non) sulla felicità, in cui si mette in luce il carattere polisemico di questo sentimento: “La felicità è un’idea, un concetto, una costruzione mentale, un archetipo, una finalità, un godimento estetico, l’effetto di un desiderio, l’esplicarsi di una passione, un’utopia, un sogno, un valore? Essa può essere tutte queste cose ed appartenere così al molteplice ventaglio dei saperi umani” (p. 15). Il saggio di Cacciatore riflette, quindi, sul carattere polisemico di tale sentimento, il quale è sviscerato poi nei singoli contributi del volume.
L’idea di coincidenza fra la felicità e la filosofia, in termini di beatitudo animi, è indagata ampiamente negli scritti di Anna Motta (Gli ultimi esercizi filosofici di Socrate nell’atopia della morte felice), Valeria Sorge (Per una topica della felicità nell’averroismo bolognese), Annalisa Castellitti (Pellegrinatio animi. La ricerca della somma felicità in Marsilio Ficino), Fabio Seller (Grazia, beatitudine e felicità nel De anima di Girolamo Fracastoro) e Domenico Giorgio (“Gioia, gioia, gioia, lacrime di gioia” nella mistica secentesca). Il contributo di Anna Motta si sofferma sulla figura di Socrate, proposta da Platone nei suoi testi, e sul nesso fra serenità, sapienza, felicità: “Eὐδαίμων (“felice”) è letteralmente colui che è accompagnato da un buon dèmone, e cioè chi, coltivando la parte razionale e divina dell’anima, ha pensieri immortali” (p. 29). Da uno studio intorno all’averroismo bolognese, Valeria Sorge riflette sulle figure di Taddeo da Parma e di Matteo da Gubbio, mediate dall’aristotelismo cristiano e dal pensiero di Jean de Jandun: “le direzioni di ricerca relative al tema della felicità – si evidenzia – vedono incrociarsi alcuni fondamentali snodi problematici […]: la felicità si costituisce contemporaneamente come il telos […], ma assume allo stesso tempo […] una plurivocità di accezioni”. Con lo scritto di Annalisa Castellitti, che si sofferma in particolare sulla Theologia platonica de immortalitate animorum, si sottolinea come il fine a cui tende la filosofia di Marsilio Ficino sia la felicità, punto d’arrivo della “teoria della conoscenza di Dio” (p. 53). Partendo da una riflessione sul De anima di Girolamo Fracastoro, Fabio Seller propone una lettura della questio de anima e ricorda come per Fracastoro la felicità sia “considerata come risultato di una praxis che all’unio intellectualis della tradizione peripatetica preferisce l’imitatio della vita spirituale esemplata in Cristo” (p. 66). La beatitudo, quindi, e la felicità coincidono con il modello della imitatio Christi. Uno sguardo “altro” sulla felicità si rintraccia nel contributo di Domenico Giorgio, “Gioia, gioia, gioia, lacrime di gioia” nella mistica secentesca, in cui è delineato un quadro per il quale la beatitudine intrattiene legami col senso del patimento: “la condizione di inesprimibile felicità è indissolubilmente legata alla sofferenza fisica e spirituale” (p. 98).
Su un aspetto particolare del concetto moderno di felicità si basa il contributo di Vincenzo Caputo, “Dignità” e “felicità”. Note su Bernardino Baldi e Torquato Tasso che evidenzia una relazione fra il dialogo Della dignità di Tasso e l’omonimo testo di Baldi, soffermandosi anche sul rapporto fra questo testo e L’Arciero overo della felicità del Principe dello stesso Baldi. Si ricorda come “lo scritto del primo non risulta un semplice descriptus del secondo” (p. 89) e, nel contempo, si evidenziano comunque i forti debiti di Baldi nei confronti del pensiero tassiano. Da questo saggio si comprende quanto la felicità possa avere una dimensione civile. In tal senso può essere letto anche il contributo di Marcello Sabbatino (“Né vogliamo sì tosto rinunziare alla parola”. La difesa di innocenti infelici condannati come rei dall’Appendice alla Storia della Colonna infame), il quale ruota intorno ai concetti di morale umana, del singolo, e di giustizia, di un popolo, intrecciandosi alla genesi della manzoniana “storia-inchiesta” dalla Appendice storica, del Fermo e Lucia, alla Storia della Colonna infame, nella Quarantana de I Promessi sposi.
Il dittico felicità-infelicità, quasi come inevitabile conditio sine qua non dell’esistenza dell’uomo moderno e contemporaneo, è ampiamente indagato dai contributi di Noemi Corcione (Confessioni di un impenitente. Gli Amori di Carlo Dossi), Giuseppina Scognamiglio (Il bisogno di essere felici. Sulla funzione della seduzione, della religione e della reticenza nel teatro di Dario Niccodemi), Daniela De Liso (Il mistero della felicità nella scrittura di Cesare Pavese. Tra prosa e poesia) e Sara Laudiero (L’ingannevole felicità della modernità nella Dichiarazione poetica di Paolo Ricci). Noemi Corcione si sofferma su un aspetto tutto personale e individuale, quale il ricordo e il vagheggiamento, una felicità che è solo ripiegamento verso un tempo andato e irrimediabilmente perduto fra sogno, affetto e illusione. Il contributo di Giuseppina Scognamiglio si sofferma sulla drammaturgia di Niccodemi, “incline allo scandaglio psicologico dei sentimenti” (p. 168) e ricorda come nella coscienza teatrale dello stesso autore la “felicità è fatta solo di momenti, sempre parziale e sempre da individuare anche in una situazione che, transitoriamente, può essere considerata felice” (p. 173). E ancora sul tema della felicità come condizione temporanea, legata alla giovinezza, si sviluppa il contributo di Daniela De Liso, che, soffermandosi sulla produzione pavesiana, traccia, per il poeta, un’idea per cui una “ineluttabile ἀνακύκλωσις regola la vita e stabilisce che la felicità è nel tempo della giovinezza e delle risate rumorose” (p. 193). Una felicità effimera, che scopre solitudini e inappagamenti, è il centro del contributo di Sara Laudiero. Alla “contraddizione della modernità che illude l’uomo di una felicità apparente” (p. 207) si rivolge la sua analisi, ricordando come Ricci si concentri sull’insolvibile scontro fra la “felicità dell’arte” e il consumismo capitalista.
Emerge chiaramente, a questo punto, come “un discorso sulla “felicità” nel moderno” sia “itinerario complesso” e come ci si interroghi sulla felicità, “perché è un ideale complicato nel disordinato mondo umano”. Lo sottolinea Fabrizio Lomonaco nel saggio L’infelicità “disperata” del Vico poeta, dove lo studio dei componimenti del filosofo napoletano prende appunto avvio da riflessioni più generali, che ci sembrano restituire pienamente il senso del volume: “Nel lento e traumatico divenire della “crisi della coscienza europea” di hazardiana memoria la declinazione della condizione di felicità non si dà solo nei registri pacificati della positiva conquista di un bene individuale rassicurante”.
