Abstract

Recensione di: Srecko Jurisic, Università di Spalato, Croatia.
Nella sua ottava edizione (2016) il manuale MLA definisce i volumi come questo dei “contenitori” e la difficoltà maggiore, e quindi anche la conseguente bravura dei tre curatori, dovrebbe risiedere proprio in questo: riuscire a contenere il Futurismo, con la molteplicità di vettori interpretativi che da esso s’irradiano senza tralasciarne alcun aspetto importante. Se la “history of the history of Futurism is long and winding” (p. 236), come dicono i curatori, prona a revisioni accomodanti, agiografie e tendenze sia demitizzanti sia a quelle di segno opposto, azzardarne una microstoria implica un livello di competenza tale da permettere quella certa disinvoltura scientifica che consente di muoversi tra mitemi, ipotesi e punti oscuri senza eccessiva circospezione.
Bru, Somigli e Van den Bossche nell’impostare il volume partono dal concetto di microstoria che da quasi un decennio sembra rivelarsi utile negli studi sul Futurismo. Nel 2009 Christine Poggi (Inventing Futurism: The Art and Politics of Artificial Optimism. Princeton: Princeton University Press, 2009) approccia lo studio del Futurismo senza seguire una particolare cronologia quanto piuttosto affrontando l’opera di ogni artista come una costellazione di frammenti culturali e materiali utili alla comprensione del Futurismo nel suo insieme. Si parte cioè da una “series of microhistories” (Poggi p. xi) per gettare una luce nuova sull’avanguardia nel suo complesso. Nella medesima scia prosegue la Senior Curator del Guggenheim Museum, Vivien Greene, che nel 2014 allestisce la grande mostra sul Futurismo, Italian Futurism, 1909–1944: Reconstructing the Universe; con l’impressionante e omonimo catalogo apparso quello stesso anno nelle edizioni del Guggenheim, a cura della stessa Greene e con contributi di alcuni tra i maggiori studiosi del Futurismo tra cui Schnapp, Lista, Salaris e Berghaus, per citare soltanto alcuni nomi.
Proprio il nome di Günther Berghaus sembra rappresentare il trait d’union tra il menzionato catalogo e il volume qui recensito. Una conversazione con lo studioso del futurismo e storico del teatro (“An Afterword with Günther Berghaus”, pp. 234–249) “sigilla” infatti idealmente il “contenitore”, di cui i curatori nell’introduzione spiegano lucidamente gli intenti, il loro punto di vista “dal basso” e i quesiti da cui ha preso le mosse la loro idea di ricerca (“Futurism from Below: By Way of Introduction”, pp. 1–13). Spiegano anche, infine, il curioso collegamento tra Carlo Ginzburg e un quadro di Boccioni. È proprio quest’ultimo dettaglio ad essere indicativo della strada che percorre chi intende “ridurre la scala di osservazione, [chi vuole] trasformare in un libro quella che, per un altro studioso, avrebbe potuto essere una semplice nota a piè di pagina” [Carlo Ginzburg, Microstoria: due o tre cose che so di lei, ora raccolto in Il filo e le tracce (Milano: Feltrinelli, 2006)].
I capitoli si susseguono indicando nel titolo quasi sempre un dettaglio, un qualcosa che potrebbe finire con l’essere considerato un’inezia al vaglio dell’esegesi canonica ma che nell’economia dell’avanguardia non lo è affatto. Basti in tal senso ricordare capitoli come quelli sul calcio (“Football”, di Przemysław Strożek, pp. 130–142) e sul letto (“The Bed”, di Silvia Contarini, pp. 223–234); quest’ultimo trova il suo pendant nel capitolo sulla seduzione (“Seduction”, pp. 183–192) di Barbara Meazzi che apre ad altre “visioni simultanee” di questa disamina del futurismo. I capitoli deputati alle tematiche storicamente e criticamente più complesse, come quella del rapporto, alquanto contraddittorio, tra i futuristi e la Chiesa (“The Church”, di Monica Jansen e Luca Somigli, pp. 29–48) oppure le riflessioni sull’uomo (“The New Man”, di Roger Griffin, pp. 13–29), sul doppio (“Doubles”, di Simona Cigliana, pp. 192–213), la programmatica automobile (“The Automobile”, di Samuel Pardini, pp. 48–59) e les poupées che concernono, in fondo, il confine tra l’umano e il non-umano (“Puppets”, di Shirley Vinall, pp. 213–223) non fanno altro che confermare l’eccellente livello del volume.
I curatori e contributori hanno dimostrato ampiamente la loro bravura giocando costantemente su due tavoli, dialogando cioè proficuamente con fonti storiografiche e storico-artistiche da una parte e con il lettore dall’altra, sempre tenendo vivo l’interesse di quest’ultimo grazie alla chiarezza delle conclusioni tratte intorno ad un campo d’indagine estremamente vasto nei suoi molteplici aspetti artistici e politico-culturali.
Nonostante i dubbi che, inevitabilmente, permangono sulle possibilità di scrivere una storia “definitiva” del movimento futurista, i capitoli raccolti in Futurism: A Microhistory confermano l’eccezionale salute di cui gode la critica sull’argomento, la sua caparbietà, l’ampiezza delle sue strategie interpretative e degli approcci dispiegati per guardare “dal basso” i percorsi del futurismo.
