Abstract
Dopo una rapida carrellata sulle principali teorie che hanno meditato, da alcuni decenni a questa parte, il rapporto fra diritto e letteratura, ritenute non sufficienti, il saggio si sofferma ad argomentare come fra queste due dimensioni non si instauri alcun rapporto – come invece quello che è possibile registrare fra diritto ed informatica, fra diritto e psicologia, fra diritto ed economia – ma sia necessario cogliere una solidarietà profonda e originaria. In questa prospettiva, è possibile affermare che la letteratura altro non è che una dimensione costitutiva del diritto e, alla fine, della stessa coscienza giuridica del giurista. Per questa ragione, il giurista va in cerca di una letteratura che sia capace di svolgere nei confronti del diritto una funzione autenticamente palingenetica. Così, attraverso la letteratura, il diritto rinasce dalle ceneri a cui lo avevano relegato i riduzionismi contemporanei: il formalismo, il funzionalismo, il post-moderno … Due esempi emblematici e di sicuro pregio possono servire ad intendere questa funzione insostituibile della letteratura: un racconto di Stefan Zweig e uno, brevissimo, di Antòn Cechov. Da entrambe le narrazioni, il giurista può cogliere esigenze profonde della coesistenza umana, che lo inducono a fare i conti con la giustizia, che, del diritto, è la piena verità.
Tutta la vita dello Stato e della società è fondata sul tacito presupposto che l’uomo non pensi. Una testa che non si offra in qualsiasi tipo di situazione come un capace spazio vuoto non avrà vita facile nel mondo.
Karl Kraus, Detti e contraddetti ( 98).
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Ho ritenuto di utilizzare una domanda quale titolo del presente contributo – Cosa cercano i giuristi nella letteratura ? – consapevole di violare in questo modo ben due prassi abbastanza consolidate fra i saggisti.
La prima consiste nell’astenersi, per quanto possibile, dal confezionare titoli in forma di domanda. A volte, ciò viene ritenuto una sorta di provocazione, a volte un artificio retorico di taglio strettamente giornalistico, altre volte semplicemente non elegante.
La seconda prassi consiste invece nella circostanza – nota a chi scrive per professione – che il titolo sopravviene soltanto alla fine del discorso, molto di rado e forse mai all’origine, come invece mi è capitato in questo caso (Chartrand, 2010). Ritrovarlo all’inizio e subito equivale per molti autori a cacciarsi in una sorta di vicolo cieco dal quale sarà difficile fuoriuscire con sufficiente disinvoltura e perciò è meglio evitare (Murialdi, 2006).
Ebbene, ho trasgredito consapevolmente la prima prassi, perché ho ritenuto che appunto non fosse possibile – dal punto di vista di una onesta speculazione intellettuale – rifugiarsi in un titolo di taglio tradizionale, puramente affermativo o illustrativo e perciò tranquillizzante per il lettore. Qui invece la domanda si impone e si pone come necessaria scaturigine di un autentico territorio semisconosciuto da perlustrare con la necessaria pazienza.
Ho invece trasgredito la seconda prassi … per la stessa ragione. Perché le domande precedono logicamente le risposte e non le seguono. Non potevo fare altrimenti.
Si tratta infatti di una domanda così radicale – tale cioè da non ammettere elusioni di alcun tipo – che bisogna prenderla sul serio, impiegando perciò adeguate risorse per esplorarne le varie articolazioni.
E dunque: cosa cercano i giuristi nella letteratura?
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Nel tentativo di rispondere convenientemente a questa domanda, suggerisco di esaminare rapidamente alcune posizioni fra loro complementari e che probabilmente rispondono a diverse sensibilità culturali se non contrapposte, certo non omologabili.
A) La prima posizione è quella che si potrebbe definire del pensiero edificante, vale a dire di quel pensiero che ritiene, dispensando buoni consigli, di poter sufficientemente dissipare le nebbie che oggi avvolgono il ruolo del giurista.
Emblematico esempio la celebre lettera con la quale il giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti – Felix Frankfurter – impartisce ad un adolescente intenzionato a diventare avvocato quella che potremmo definire una lezione di breve pedagogia per il futuro giurista: Mio caro Paul, nessuno può considerarsi un giurista veramente competente se non è un uomo di cultura. Se fossi in te, dimenticherei qualsiasi preparazione tecnica per quanto concerne il diritto. Il miglior modo di studiare il diritto è quello di giungere a tale studio come una persona già bene istruita. Solo così si può acquisire la capacità di usare la lingua inglese, scritta e orale, ed avere un metodo di pensiero chiaro, che solo una educazione genuinamente liberale può conferire. Per un giurista non è meno importante coltivare le facoltà immaginative leggendo poesie, ammirando grandi quadri, nell’originale o in riproduzioni facilmente accessibili, ascoltando grande musica. Rifornisci la tua mente di tanta buona lettura ed amplia e approfondisci i tuoi sentimenti sperimentando indirettamente e il più possibile i magnifici misteri dell’universo e dimenticati della tua futura carriera … (Pozzo, 2010: IX)
Si potrebbe dissentire? Ovviamente, no. E tuttavia, si tratta di inviti assolutamente insufficienti per garantire che il giurista sia messo davvero in grado di avvantaggiarsi del sapere letterario in modo acconcio e soprattutto aderente a ciò che esso per lui rappresenta.
Si tratta infatti, appunto, di null’altro se non di un pensiero edificante, il quale – secondo il severo ammonimento di Hegel – è il peggior nemico della riflessione filosofica compiuta, la quale invece, per rimanere fino in fondo se stessa, “può dispensarsi dal dare buoni consigli” (Hegel, 1996).
Insomma, muovendo verso la letteratura, il giurista non cerca evidentemente soltanto di dar retta a generici – benché corretti – consigli di carattere pedagogico attinenti alla sua professione, ma cerca di sicuro qualcosa di più e diverso.
Cerca forse una dimensione che lo aiuti in modo determinante a preservare la propria identità.
B) Da un secondo punto di vista, non si può non prendere le mosse dalla perspicacia – tutta americana – con cui eminenti pensatori hanno proposto di adottare la prospettiva del Law as Literature, quale via privilegiata per fornire un fruttuoso contributo alle esigenze proprie dei giuristi.
Il principale esponente di questa corrente di pensiero, come è noto, è Ronald Dworkin, il quale, considerando la narrazione giuridica al pari di uno dei tanti generi letterari, ritiene che ad essa si possano applicare le medesime categorie interpretative usate in letteratura, in quanto letteratura e diritto sarebbero solidalmente vincolati da una autentica e inscindibile unità ermeneutica.
Per questo, Dworkin annota: I giuristi non devono assolutamente trattare l’interpretazione giuridica come una attività sui generis. Dobbiamo studiare l’interpretazione come una attività generale, come una forma di conoscenza, prestando attenzione agli altri contesti in cui si svolge questa attività. I giuristi farebbero bene a studiare l’interpretazione letteraria e le altre forme di interpretazione artistica. (Dworkin, 1990: 182)
Con questa locuzione, Dworkin intende immaginare che il lavoro dei giuristi possa essere assimilato a quello di alcuni scrittori, allorché uno provveda a scrivere il primo capitolo di una narrazione, per lasciare spazio a un altro scrittore che redigerà il secondo e poi a un altro ancora che aggiungerà un altro capitolo e così via di questo passo. Molto simile – rileva il filosofo americano – l’attività concreta del giurista, che deve di continuo partire da alcuni testi predisposti da altri – sia che si tratti di un testo di legge, di un contratto o di un verbale di polizia – con l’intento di dar vita ad un nuovo testo che dei precedenti sia come la ricapitolazione, la sintesi e infine lo sbocco giuridicamente rilevante.
Ogni giudice, per Dworkin, da un certo punto di vista, non è che un romanziere in incognito, incaricato professionalmente di conferire linfa vitale alla narrazione attraverso la quale darà vita ad un ulteriore testo, probabilmente quello definitivo che sarà idoneo a concludere la storia.
Sintetizzato in questo modo – della cui necessaria approssimazione chiedo venia – il pensiero di Dworkin, mi pare che esso si presti per un verso ad un encomio, ma per altro verso, ad una critica da prendere sul serio.
Dal primo punto di vista, è un indubbio merito della sua riflessione aver posto l’accento sulla omogeneità ravvisabile fra diritto e letteratura, il che ne permette una lettura in controluce, consentendo di scorgere dimensioni nuove e perfino sconosciute che possono illuminare il senso di entrambe.
Dal secondo punto di vista, invece, sia pure a malincuore, va stigmatizzato come la lezione di Dworkin, circa la portata universale della interpretazione non si lasci cogliere né come nuova né come particolarmente utile.
Non è nuova, in quanto, a partire dalla valenza universale della ermeneutica come teorizzata dal “circolo ermeneutico” di Schleiermacher, passando attraverso lo storicismo di Dilthey, per giungere alla lezione di Gadamer (2000) e ancor prima, in Italia, a quella di Pareyson (1971), il sapere filosofico ha ben sperimentato, frequentandolo anche assiduamente, il ruolo della scienza ermeneutica come via di accesso privilegiata ed insostituibile alla conoscenza propria delle Geisteswissenschaften. Dworkin, insomma, non dice nulla che la coscienza filosofica contemporanea non abbia da tempo già metabolizzato e fatto proprio quale normale strumento euristico, capace di manifestare la propria fecondità in tutti i campi del sapere umanistico.
Ma la lezione di Dworkin – ed è questo l’aspetto forse più importante – non è neppure particolarmente utile per il giurista. Infatti, non credo proprio che, per quanto possa essere suggestiva e feconda la prospettiva da lui suggerita, il giurista sia in grado di cavarne in concreto qualcosa di significativo nell’ambito della propria attività o in quello della formazione della propria coscienza critica.
Certo, abituarsi a frequentare i metodi interpretativi delle scienze umane in generale, prendere le mosse da una fondamentale omogeneità esistente fra diritto e letteratura, abbandonare il criterio della intenzione dell’autore del testo quale via privilegiata per intenderne il senso ultimo, sono tutte indicazioni importanti per il lavoro quotidiano del giurista.
Tuttavia, credo anche che i giuristi cerchino nella letteratura qualcosa di più e di sostanzialmente diverso rispetto alle prospettive accennate le quali, anche se dotate di un portato di verità, alla fine – in quanto alquanto generiche e riferibili ad ogni e qualunque espressione artistica dell’uomo – non appaiono determinanti allo scopo di individuare lo specifico letterario di cui i giuristi vanno in cerca.
E dunque, la domanda di partenza mi pare rimanga in larga misura ancora aperta, senza risposta.
C) Una prospettiva ulteriore viene offerta da Michaels, il quale, partendo dalla considerazione secondo cui diritto e letteratura si avvalgono del linguaggio (normativo il primo, narrativo la seconda), propone di analizzarlo in modo comparativo, verificando le rispettive strutture linguistiche e retoriche, nella chiave di una compiuta ermeneutica linguistica (Michaels, 1979: 23).
Eccellente idea questa, ma palesemente (e pericolosamente) riduttiva sia della letteratura che del diritto, col rischio concreto di misconoscerli entrambi.
Infatti, dopo che i fasti celebrati dalla filosofia analitica si son mostrati per quello che davvero erano – vale a dire tentativi encomiabili, ma purtroppo in larga misura sterili per la comprensione del mondo – sappiamo tutti che il linguaggio concerne il mondo, lo descrive, a volte perfino lo costituisce (con le performative utterances), ma non lo esaurisce.
Al di là del linguaggio, il mondo mostra sempre una eccedenza che non è mai linguisticamente spiegabile o riducibile. Ed è proprio nel solco tracciato da questa eccedenza, che il giurista si trova il più delle volte ad operare.
Possiamo perciò escludere che i giuristi vadano in cerca di una semplice analitica comparatistica del linguaggio letterario e di quello giuridico.
Essi pretendono molto di più.
D) Altra visuale cui brevemente accennare è quella di cui è esponente Weisberg. Secondo questo studioso, bisogna porre al centro dell’attenzione la stilistica giuridica, vale a dire l’analisi delle regole che disciplinano il modo di esprimersi dei testi giuridici e l’uso che degli istituti processuali e dei codici sappiano fare i personaggi dei romanzi di ambiente giudiziario (Weisberg, 1990).
Opinione, questa, non solo rispettabilissima, ma anche intrigante, dal momento che sollecita un’attenzione particolare sull’uso che i romanzieri – attraverso i personaggi partoriti dalla loro fantasia – siano capaci di approntare sia a livello linguistico, sia operativamente, nel destreggiarsi di quei personaggi fra le maglie delle procedure e dei codici.
Tuttavia, anche in questo caso, per il giurista, permane qualcosa di irrisolto, dal momento che verificare in che modo Raskolnikov potesse essere punito dal codice penale zarista oppure saggiare i prevalenti usi lessicali dei fratelli Karamazov, nel corso dello svolgimento del processo cui fu sottoposto Dmitrij, accusato dell’ omicidio del vecchio e dissoluto padre Fiodor Pavlovic, potrà pure sollecitare un interesse curiosistico, al più filologico: ma nulla di più.
Ben altro, e di ben altro significato per il giurista, ci dice la pagina di Delitto e castigo o quella de I Fratelli Karamazov.
La letteratura, infatti, apre la via per i giuristi, non in virtù della rappresentazione offerta di processi e udienze in Tribunale – nella quale a volte i letterati indulgono anche ad errori o a ingenuità abbastanza grossolane ed evidenti, semplicemente in quanto poco o nulla sanno di giurisprudenza – ma in forza della potenza e della profondità della narrazione considerata in se stessa quale strumento privilegiato di conoscenza delle asperità e delle contraddizioni della esistenza umana, fino ai suoi più minuscoli interstizi: e in questa regione, processi e Tribunali possono esserci o non esserci, nulla ciò importando. Ma ci deve sempre essere la rappresentazione dell’esistenza umana in tutte le sue più inquietanti articolazioni e che perciò reclama la giustizia come sua stessa condizione di possibilità.
Per questa ragione, ritengo che la prospettiva qui offerta, pur vera e interessante, non riesca a soddisfare pienamente le aspettative dei giuristi.
E) È stato invece Francois Ost – uno dei primi studiosi europei a tematizzare il rapporto fra diritto e letteratura – a sottolineare, passando in rassegna alcune delle pagine più note della letteratura occidentale (Antigone, Orestea, Pentateuco …), come essa sia foriera di una autentica fantasia costituente, vale a dire della capacità di elaborare dei veri e propri miti fondatori della comunità politica, i quali, proponendo una narrazione archetipica, sono destinati a propiziare la nascita del legame sociale (Ost, 2007).
Ost coglie di sicuro nel segno, mettendo in luce la innegabile capacità aggregatrice delle grandi narrazioni archetipiche nel processo di formazione comunitario e in quello di civilizzazione, offrendo preziosi spunti agli studiosi di storia delle istituzioni politiche o a quelli di storia della civiltà, i quali potranno attingere a piene mani alle sue elaborazioni culturali allo scopo di meglio raggiungere le mete proprie delle loro rispettive discipline.
E i giuristi? I giuristi credo non potranno che prenderne atto, alimentando la propria formazione culturale dal punto di vista storico e istituzionale, ma nulla di più.
In particolare, essi non potranno in alcun modo profittare delle conoscenze così acquisite, se non per meglio lumeggiare le origini ancestrali dalle quali prese vita l’attività ch’essi svolgono.
Potrà bastare? Credo di no. Occorre probabilmente qualcosa di più specifico e penetrante.
F) Occorre forse la prospettiva offerta da Richard Posner, anch’egli ovviamente americano, perché gli U.S.A. sono stati la culla di questo genere di studi.
Secondo la prospettiva da questo pensatore elaborata – nota come Law in Literature – gli studiosi di letteratura e di diritto debbono uscire dalle loro torri d’avorio (their ivory towers), prestandosi a vicenda più attenzione. In particolare, i giuristi debbono studiare la retorica dei pareri giudiziali, le novelle quali paradigmi di tali pareri e in genere la letteratura quale retroterra culturale in relazione a questioni che lanciano nuove sfide alla politica del diritto ed infine debbono soffermarsi sulle conseguenze della disciplina in tema di diritto d’autore, di diffamazione e di altre dottrine legali che possano interessare i letterati, indirizzandoli nelle loro scelte (Posner, 2009: 550).
Questa posizione vanta l’indubbio merito di mettere in luce la poliedricità dei versanti da cui è possibile valutare i rapporti fra diritto e letteratura. Non solo. Vanta pure l’altro non indifferente pregio di chiarire quale sia la corretta direzione di questi studi, vale a dire quella che vede come determinanti le modalità attraverso le quali i giuristi possano prendere contezza dei problemi giuridici come sollevati e direi perfino denudati dalla rappresentazione letteraria.
Insomma, Posner mostra – rispetto alle altre teorie precedentemente esposte – quale debba essere la direzione da assumere e ciò è naturalmente fondamentale.
Tuttavia, pur segnalando il cammino corretto, egli evita di percorrerlo sino in fondo, dando l’impressione di essersi fermato appena sulla soglia di un varco che invece va sorpassato e lasciato alle spalle, ma che egli non supera, probabilmente perché vi osta la sostanziale disomogeneità che egli ravvisa esistente fra diritto e letteratura.
Per questo motivo forse, i giuristi, che si attendevano qualcosa di più, non possono dirsi del tutto soddisfatti da ciò che loro offre Posner.
Non basta evocare il retroterra culturale offerto dalla letteratura o riflettere sul diritto d’autore o sugli schemi retorici utilizzati dai narratori. Occorre invece guardare alla letteratura quale bacino potenzialmente illimitato dal quale attingere la parte del giurista, ma con il necessario coraggio di perlustrarlo senza remore, di sviscerarlo nelle più nascoste pieghe, insomma di “sporcarsi le mani”, per dir così: di farlo proprio.
L’impasto umano e professionale del giurista è fatto anche – e soprattutto – di letteratura.
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È allora giunto il momento di fare un passo avanti nel tentativo di rispondere alla domanda da cui abbiamo preso le mosse, attraverso una breve digressione che appare tuttavia necessaria allo scopo di mettere a fuoco quale sia oggi il rischio che incombe sulla letteratura e anche per evitare che il giurista – orientato verso il pieno recupero e utilizzo della sua ricchezza – ne possa restare deluso.
Colui che forse lo ha con maggior chiarezza denunciato è stato Tzvetan Todorov. Il pensatore bulgaro ha infatti stigmatizzato con assoluta precisione come da alcuni anni a questa parte la letteratura rischi di divenire pericolosamente autoreferenziale.
In proposito, egli scrive: L’opera letteraria viene ormai rappresentata come un oggetto linguistico chiuso, autosufficiente, assoluto … queste generalizzazioni vengono presentate nelle Università francesi come postulati intoccabili. Senza stupore alcuno, i liceali apprendono il dogma secondo cui la letteratura non ha alcun rapporto con il resto del mondo e studiano soltanto le relazioni che intercorrono tra gli elementi dell’opera … ma perché studiare letteratura, se non è altro che l’illustrazione dei mezzi necessari alla sua analisi? La corrente della ‘decostruzione’ non porta in altra direzione … il testo può trasmettere una sola verità, cioè che la verità non esiste o che resterà sempre inaccessibile. (Todorov, 2007: 30)
Esempio probante ne è un saggio critico di Rota, il quale, esaminando una celebre lirica leopardiana – A se stesso – dedica molta attenzione alla registrazione dei punti, delle virgole e dei punti e virgola presenti nel testo, ma ne disperde come sabbia fra le dita, disinteressandosene del tutto, la profonda verità poetica (Rota, 1996).
Cosa fare allora per rimediare a questa “letteratura ridotta all’assurdo”? (Todorov, 2007). Ovviamente, nulla se non riaffermare e difendere la vocazione per la verità del mondo e dei rapporti umani, che, della letteratura, costituisce la cifra propria ed insostituibile.
Non a caso Leonardo Sciascia annota: E allora: che cosa è la letteratura? Forse è un sistema di ‘oggetti eterni’ (e uso con impertinenza questa espressione del professor Whitehead) che variamente, alternativamente, imprevedibilmente splendono, si eclissano, tornano a splendere e ad eclissarsi – e così via – alla luce della verità. Come dire: un sistema solare. (Sciascia, 2003)
Ecco allora a cosa davvero serve la letteratura: a comprendere la vita in tutte le sue più nascoste pieghe, nessuna esclusa, perfino quelle più inconfessabili ed insospettate, ed infine a comprendere perciò la condizione umana (Bauman e Mazzeo, 2017).
Di questa letteratura – e soltanto di questa – ha bisogno il giurista: e perciò ne va in cerca.
Vediamo perché ed in che senso.
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Credo vada innanzitutto sgombrato il campo da un equivoco tanto ricorrente quanto privo di fondamento, vale a dire quello di ritenere che diritto e letteratura – come quasi tutti non mancano di ribadire – siano in un qualche rapporto fra loro.
Certo, il diritto può entrare in rapporto con la psicologia, con l’informatica o con l’economia, ma con la letteratura è invece possibile registrare qualcosa di molto diverso.
È lecito infatti affermare che la letteratura rappresenta una dimensione costitutiva della coscienza giuridica del giurista come non è dato registrare con nessun’altra esperienza umana.
Limitarsi a scorgere fra diritto e letteratura un semplice rapporto equivale ad assumere di entrambi una concezione dichiaratamente riduzionista, rendendo il diritto un sapere banalmente tributario della fantasia narrativa e la letteratura un sapere quasi privo di contenuti propri, come se i giuristi aspettassero di esser imbeccati dai letterati e questi si rivolgessero invece, per necessità, agli aspetti giuridici della esistenza, non trovando altra fonte di ispirazione.
Le cose infatti sono più complesse, nel senso che la letteratura non si lascia cogliere come una delle tante forme del sapere che possa rivestire un interesse per il diritto, ma ne rappresenta un elemento imprescindibile, al punto da potersi legittimamente affermare che un giurista che non faccia seriamente i conti con le narrazioni dei letterati non sarà mai capace – o lo sarà, ma con un grado di gran lunga maggiore di difficoltà e sempre in modo parziale – di costruire in modo autentico la propria coscienza giuridica, chiamata a misurarsi con la vocazione alla giustizia che, del diritto, è la piena verità (Vitale, 2012).
In questa prospettiva, è lecito affermare che la letteratura svolge, nei confronti del diritto, una autentica funzione palingenetica, dal momento che essa è chiamata a promuovere ogni giorno la rinascita del diritto dalle ceneri alle quali i diversi riduzionismi del post-moderno sembrano volerlo condannare: il diritto tutto risolto nel linguaggio; identificato senza residui nella norma positivamente posta dal legislatore; consacrato per intero nella forma che lo sostiene e lo giustifica; decostruito nei frammenti residuali di una malferma ed incerta giurisprudenza; del tutto avulso, insomma, dalla vita e di conseguenza da ogni esigenza di giustizia, e perciò fatalmente dimentico di se stesso, perché dimentico della propria origine, del proprio destino, della propria ragione.
Orbene, tale funzione palingenetica si lascia cogliere da tre prospettive fra loro complementari.
La prima è quella maieutica.
In virtù sua, la letteratura fa propriamente da levatrice al diritto, inducendolo a portare alla luce la sua specifica verità, vale a dire la giustizia.
Per far ciò, la letteratura è naturalmente del tutto libera di adottare gli accorgimenti che ritenga più opportuni, di sbizzarrirsi come creda, continuando tranquillamente il proprio lavoro e mettendo sul palcoscenico del mondo le vicende e i personaggi che in modo diretto, in modo indiretto o perfino in modo misteriosamente allusivo possano consentire e propiziare la nascita della giustizia – o, a volte, della sua semplice esigenza – come maturo frutto del diritto.
Da questo punto di vista, appare ovvio che la letteratura non abbia nulla da imparare dal diritto, dovendo limitarsi a fare ciò che essa da sempre fa, vale a dire a rappresentare l’esistenza umana in tutti gli aspetti che la costituiscono, anche i meno noti o i più sgradevoli, e rimettendo alla sensibilità del giurista il significato giuridico che sia possibile cavarne.
La seconda prospettiva è quella rivelativa.
In virtù sua, la letteratura non fa che rivelare il diritto a se stesso, ricordandogli che qualunque sia l’oggetto che essa tratti, essa parla sempre e comunque della condizione umana, che è quella medesima condizione da cui il diritto deve necessariamente prendere le mosse allo scopo di ripartire le ragioni dai torti in termini di giustizia.
Tuttavia, questa rivelazione risponde alla stessa dinamica della rivelazione di tipo religioso – sapientemente chiarita in sede teologica da Karl Rahner – in forza della quale ogni ri-velazione si muove sempre in modo dialettico, in quanto se dapprima s-vela, poi ri-vela (Rahner, 1977): nel solco di questo doppio movimento di s-velamento e ri-velamento, tendenzialmente infinito, messo in opera dalla letteratura, il giurista ritrova la medesima dinamica della giustizia, alla cui asintotica ricerca egli è destinato.
E di ciò, nessuna sorpresa, in quanto la giustizia partecipa della stessa dimensione ontologica della verità teologica o artistica, le quali appunto svelano per rivelare e rivelano allo scopo di svelare, in tal modo sollecitando l’uomo a porsi davanti all’infinito.
E di questo infinito, forse troppo presto dimenticato, il giurista di oggi sembra nutrire un’inguaribile nostalgia (Steiner, 1996).
La terza ed ultima prospettiva è quella anamnestica (o, se si preferisce un termine meno aulico, quella della rammemorazione).
In virtù sua, la letteratura rammenta al diritto ciò che esso sa da tempo immemorabile, ma che a volte dimentica e perciò occorre che gli venga ricordato: vale a dire che la giustizia non si trova nei codici, nelle leggi, nelle norme, per quanto numerose e ben conformate, ma vada invece preliminarmente ricercata in una dimensione ad essi precedente, misteriosamente consegnata non al detto dei testi normativi, ma al non-detto della loro primigenia origine.
Così facendo, la letteratura non ha la pretesa di insegnare nulla al diritto, ma semplicemente di ricordargli che occorre sempre leggere fra le righe di articoli e commi, per orientarsi a cogliere prima che le risposte – da essi fornite – le domande, urgentemente poste dalla vita stessa, dalla vita come appare proprio attraverso la letteratura.
Mai il giurista sarà in grado di ritrovare la risposta giusta – che da lui ci si attende – se non a partire dalla domanda che va da lui individuata in modo vero e corretto. E questa silenziosa domanda è proprio la letteratura a permettergli di coglierla, muovendo dalla vita e dalle sue infinite rappresentazioni, ricordandogli che la vita è prima delle leggi e che queste sono per quella e non viceversa (Vitale, 2018a, 2018b).
In conclusione, va specificato come le tre prospettive, sopra brevemente esaminate per spiegare la funzione palingenetica della letteratura nei confronti del diritto, non vadano considerate separatamente, ma anzi rappresentino una inscindibile unità, sia pure nominabile e rappresentabile secondo tre diverse declinazioni.
Sicché, come la maieutica opera la rivelazione attraverso la rammemorazione; così la rivelazione porta a compimento la maieutica nel solco della rammemorazione; e infine, la rammemorazione identifica e conferma la rivelazione a partire dalla maieutica.
Chi ne nomina una, le contempla tutte.
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È giunto ora il momento di saggiare con alcuni esempi concreti in che modo la letteratura, così intesa, possa confermare la propria vocazione palingenetica e costitutiva del diritto.
Ne illustro, per brevità, soltanto due, ma assai significativi della tesi da me sostenuta, dal punto di vista del giurista.
A) Propongo dapprima di accostarsi ad un racconto di Stefan Zweig, dal titolo abbastanza criptico: Gli occhi dell’eterno fratello, che però ricalca quasi esattamente l’originale titolo tedesco.
La trama – per quanto possibile – in breve.
Nel regno del Re Rajputa, il Birwagha, viveva un uomo integro e da tutti stimato, di nome Virata. Egli, devoto al Re, era denominato “Lampo della Spada”, perché quale comandante supremo dell’esercito, aveva sempre dato prova di grande capacità e coraggio al servizio del regno.
Un giorno il Re, dopo aver appreso che il fratello della moglie, al quale aveva affidato il governo di metà del suo territorio, stava per scendere in armi contro di lui per impossessarsi della corona, chiede aiuto a Virata, perché intervenga a difesa del regno.
Questi prontamente e con abili sotterfugi riesce a debellare del tutto il nemico, ma vagando per il terreno cosparso di cadaveri dei nemici, si accorge con raccapriccio di aver ucciso di propria mano addirittura il proprio fratello primogenito Belangur, gli occhi del quale, benché morto, sembrano fissarlo con ostinazione anche dall’al di là.
Inorridito, Virata comprende di aver ricevuto un messaggio al quale non si può sfuggire: ogni uomo che agli abbia ucciso in battaglia o ucciderà, sarà un suo fratello, che lo scruterà con i medesimi occhi ed egli rischierà così di commettere una grave violenza, causa di ingiustizia.
Ottiene allora dal Re, non senza difficoltà, di abbandonare il proprio ruolo che non gli avrebbe mai più permesso di essere “giusto”. Il Re gli affida allora il compito di giudice supremo del Regno, mansione che egli svolge per anni con assoluto equilibrio e grande saggezza, al punto da essere denominato “Fonte della giustizia”.
Senonché, un giorno, gli conducono, per giudicarlo, un giovane, accusato di aver ucciso molti uomini per vendicarsi di un rifiuto a lui opposto da parte del padre di una fanciulla da lui chiesta in sposa. Virata lo condanna ad undici anni di prigionia nelle profondità delle grotte e a venir fustigato per undici volte all’anno, esattamente il numero delle sue vittime.
Ma il giorno dopo, ricorda le parole che il giovane gli aveva rivolto prima della condanna: “… solo chi ha sofferto può misurare la sofferenza … guai all’insipiente che crede di conoscere il diritto …”. Sentendosene potentemente interpellato, decide, dopo essersi opportunamente camuffato, di prendere per un mese il posto del giovane condannato, allo scopo di provare davvero cosa sia la sofferenza della prigionia nelle profondità della terra e delle sferzate sulla propria pelle.
Edotto da questa terribile prova, chiede al Re di esentarlo dal compito di giudicare che gli si presentava ormai come impossibile, perché “A Dio spetta punire, non agli uomini”: e ciò nonostante egli mai avesse irrogato la pena di morte, ritenendo che nessuno possa disporre della vita di un altro uomo.
Si ritira così a vita privata, fra la sua famiglia e i suoi servi ad amministrare i propri beni, dispensando ai familiari ed ai vicini consigli a tal punto dotati di saggezza da essere denominato “Campo del Consiglio”: riteneva di poter solo così rimanere un uomo giusto.
Ma anche in questo contesto apparentemente neutro, la violenza dell’ingiustizia è in agguato. In forza di una punizione inflitta dai suoi due figli ad un servo, reo di una lieve mancanza, capisce che anche comandare gli uomini – chiamandoli e considerandoli servi – rappresenta una grave forma di violenza, incompatibile con la giustizia.
Virata abbandona così la sua casa e la sua famiglia, ritirandosi a vivere da eremita in un luogo deserto ed irraggiungibile, nutrendosi di frutti della terra e bevendo acqua dai fiumi.
Ben presto, tuttavia, la sua fama cresce e si afferma, al punto che molti lo appellano “Stella della solitudine”, lodando il suo coraggio e la sua devozione alla giustizia, la quale, essendo lui ormai lontano dagli uomini, non avrebbe più potuto da lui essere offesa.
E tuttavia, ancora non basta.
Per caso, incrocia lo sguardo di una donna carico di odio verso di lui. Stupito, viene da lei a sapere che il marito, attratto in modo irresistibile dal modo di vivere ascetico di Virata, aveva voluto imitarlo e si era perciò ritirato in eremitaggio, abbandonando la moglie e i figli i quali, privi di alcun sostentamento, erano morti di stenti e di inedia. La donna perciò odiava Virata, causa prima del suo dolore e della sua rovina.
Virata comprende così che anche in quell’eremitaggio, non aveva potuto evitare la colpa – causa di ingiustizia – di danneggiare altri, da lui indotti a seguire il suo esempio, anche a costo di produrre la rovina della moglie e dei figli.
Tornato dal Re, lo supplica di affidargli un compito qualsiasi al solo scopo di poter servire, perché, afferma, “… l’uomo libero non è libero e nemmeno chi si astiene dall’agire è senza colpa”.
Virata finisce così i suoi giorni in miseria quale guardiano del canile del Re, dimenticato da tutti ed evitato dai suoi figli che di lui provavano solo vergogna.
Quando Virata muore, guaiscono i cani. Nessun altro si ricorderà di lui.
Cosa potrà mai il giurista cavare da questo racconto, a volte quasi enigmatico? Diverse indicazioni e non di poco conto. Innanzitutto, la contezza che amministrare la giustizia è cosa sommamente difficile, al limite della impraticabilità. E ciò da almeno due punti di vista.
Per un verso, in quanto pur se il giudizio sia svolto in modo imparziale ed equilibrato, nessuna procedura potrà mai garantire la realizzazione della giustizia, occorrendo sempre qualche cosa d’altro.
Per altro verso, in quanto occorre appunto (ed ecco il qualcosa d’altro) che chi sia chiamato a giudicare i propri simili sia dotato – tendenzialmente – di un senso di giustizia personale che possa renderlo idoneo a ripartire i torti e le ragioni degli altri.
Insomma, il giudice deve innanzitutto preoccuparsi di essere un uomo, per quanto possibile, “giusto”, altrimenti – si rammenti qui la lezione platonica – non potrà mai rendere davvero giustizia.
Sia detto per inciso, ciò a differenza di quanto invece accade nella esperienza della teologia sacramentale, ove la più perversa indegnità del celebrante non potrà mai impedire all’effetto del sacramento di concretizzarsi, perché esso – per definizione – dipende direttamente dall’opera di Dio e il sacerdote ne è soltanto uno strumento.
Non così nella amministrazione della giustizia dei Tribunali, che non proviene certo da Dio: un giudice indegno non dispenserà che indegnità.
Ecco l’ossessione che – al di là della ovvia enfatizzazione letteraria – assilla Virata, fin dalla prima pagina della narrazione.
Tutto il racconto non è infatti che una dolorosa sequenza di scelte esistenziali, il più delle volte assai dure e pericolose da affrontare, allo scopo di ritrovare quella giustizia interiore, quella purificazione spirituale che soltanto potranno legittimare Virata a decidere della vita degli altri o comunque ad influenzarla anche indirettamente.
Si badi. Non deve ritenersi che chi sia chiamato a giudicare debba preliminarmente rifugiarsi in una dimensione ascetica o ricercare una impossibile e inarrivabile purezza, agli esseri umani fatalmente preclusa, in quanto propria soltanto di Dio.
Nessuno può pretendere che il giudice debba preliminarmente santificarsi, emendandosi da ogni colpa personale. Pensarlo sarebbe assurdo e irrealistico.
Tuttavia, egli deve sapere che il suo delicatissimo compito si gioca tutto fra una assoluta necessità – quella di giudicare – ed una impossibilità parimenti assoluta – quella di giudicare secondo perfetta giustizia.
Ebbene, l’unico modo di affrontare l’impasse che ne deriva, senza restare condannato ad una sterile paralisi, è proprio quello di assumere questa difficoltà con tutta la serietà possibile e, per questo, di giudicare con timore e tremore.
Il giudice, insomma, deve preoccuparsi di se, prima che degli altri; giudicare se stesso, per poter giudicare gli altri; arrivare a condannare se stesso, prima di valutare il comportamento altrui: questo il senso ultimo, probabilmente, dell’evengelico nolite iudicare!
Lo nota con molta precisione Elias Canetti: “Solo apparentemente il giudice sta nel mezzo, sul confine che separa il bene dal male. In ogni caso, infatti, egli si annovera tra i buoni. La legittimazione del suo ufficio si fonda soprattutto sul fatto che egli appartiene inalterabilmente al regno del bene, come se vi fosse nato. Egli sentenzia in continuazione …” (Canetti, 1987: 359).
Da qui il pensatore bulgaro deduce quella che sembra aver assunto i contorni di una malattia psicologica del nostro tempo, da lui definita il piacere di condannare: si condanna gli altri, allo scopo preminente di assolvere se stessi.
Per quanto Zweig sia ebreo, egli sembra qui far risuonare l’eco del monito di S. Paolo nella Lettera ai Romani: “Chiunque tu sia, o uomo che giudichi, non hai alcun motivo di scusa perché, mentre giudichi l’altro, condanni te stesso” (Romani, 2:1–11).
Il rovello narrativo di Virata, infatti, non è tanto rappresentato dal possibile errore nel giudicare – vale a dire dalla possibilità della ingiustizia (sempre presente nella esperienza) – ma, prima ancora, dalla indegnità personale di chi sia chiamato a farlo – vale a dire dalla impossibilità della giustizia (sempre da bandire nella esperienza).
Per questa ragione, egli prende il posto di colui che poco prima aveva condannato ad anni di prigionia in una tetra e profonda grotta, scegliendo di patirne le medesime sofferenze allo scopo di riguadagnare, per questo impervio e doloroso sentiero, quella personale “giustizia” interiore che egli teme di non possedere.
E infatti, dopo questa esperienza, abbandona l’ufficio di giudice, sentendosi non in grado di assolverlo in modo degno e poi perfino qualunque forma di esistenza che possa anche indirettamente condizionare la vita altrui.
Una indicazione questa non inutile oggi – al di là di ogni polemica – e che dovrebbe far riflettere soprattutto quei giovani che intraprendono la professione giudicante, attratti da figure di magistrati – peraltro inquirenti e non giudicanti – che della lotta contro le organizzazioni criminali hanno fatto la loro ragione di vita, peraltro pagandone un prezzo altissimo, vale a dire perdendo la vita stessa.
A chi volesse imitarne le gesta, va dunque ricordato che il giudizio va sempre circondato da cautela e prudenza e che comunque giudicare è legittimo soltanto, come sopra accennato, con timore e tremore; mai con spregiudicatezza, superficialità o, peggio, con sicumera.
Sicché non parrebbe eccessivo – sulla scorta di questa profonda pagina di Zweig – adattare ai giudici quelle cautele espresse al principio del suo Pontificato da Papa Francesco, quando dichiarò che avrebbe nominato Vescovi soltanto coloro che, non mettendosi in mostra, non ambissero a divenirlo, mentre avrebbe scartato coloro che sgomitassero per diventarlo.
Non sarebbe male se venissero chiamati a giudicare i propri simili proprio coloro che – al pari di Virata – fossero rosi dal dubbio e dal timore di non essere all’altezza del compito; mentre, invece, fossero scartati tutti coloro che – e sono purtroppo i più numerosi – fremono dal desiderio e dall’ansia di assidersi sull’alto sgabello dei Tribunali per sentenziare sulla vita degli uomini: c’è da scommettere che i primi sarebbero ottimi giudici; assai di meno i secondi.
Questo (ma non solo questo), attraverso la pagina di Zweig, la letteratura ricorda ai giuristi. Non solo non è poco, ma se non ci fosse la letteratura (inascoltata?) a ricordarlo loro, nessuno lo farebbe. Ecco dunque il ruolo costitutivo della pagina letteraria per il giurista e per la formazione della sua coscienza giuridica. Un ruolo insostituibile, perché qui si discute non del possibile perfezionamento dell’attività giurisdicente, ma della sua stessa condizione di possibilità. Si discute della possibilità o della impossibilità della giustizia. Ne va, insomma, di ciascuno di noi.
B) Un secondo e breve esempio (e qui entrano in gioco i luoghi della giustizia), tratto dal racconto di Antòn Cechov, dal significativo titolo In Tribunale, di appena otto paginette.
Innanzitutto, la maestria dell’ambientazione. Una fosca giornata autunnale, un edificio color cannella che, con le parole del grande scrittore russo: Colpisce e opprime la persona sana, non burocratica, per il suo triste aspetto di caserma, la decrepitezza e la totale mancanza di comodità sia all’esterno sia all’interno. Perfino nelle più luminose giornate primaverili esso sembra coperto da un’ombra fitta e, nelle chiare notti di luna … esso solo si eleva, in certo qual modo sgraziatamente e a sproposito, come un opprimente macigno sul modesto paesaggio, guasta la generale armonia e non dorme, come se non potesse liberarsi dai penosi ricordi degli scorsi, non perdonati falli. All’interno tutto sa di rimessa ed è sommamente privo d’attrattiva. È strano vedere come tutti quegli eleganti procuratori, consiglieri, marescialli della nobiltà, che a casa propria fan delle scene per un po’ di fumo o una macchiolina sul pavimento, qui facilmente si adattano ai ronzanti ventilatori, all’antipatico odore dei carboncini per suffumigi e alle pareti sporche, eternamente sudate. (Cechov, )
Questo, dunque, il tribunale.
Cosa vi accade? Vi accade che un contadino più che cinquantenne – Nikolài Charlamov – viene portato alla sbarra per rispondere dell’accusa di uxoricidio.
Ma in questo Tribunale tutto procede frettolosamente e in modo insieme distratto e annoiato. Il pubblico ministero legge – forse non a caso – Caino di Byron, i giudici sonnecchiano o conversano fra di loro, l’avvocato d’ufficio non vede l’ora di ripetere le sue trite richieste e scappar via, il cancelliere snocciola i capi di imputazione con la monotonia di una litania. Tutto concorre insomma a mostrare indifferenza o, peggio, insofferenza per il processo che tuttavia va celebrato: meglio, allora, fare alla svelta.
In questo contesto di indifferente insofferenza e di insipiente sbrigatività, perfino l’accusato rimane vittima di una sorta di untuoso sentimento di noia che tutto e tutti pervade. Fra noia e indifferenza, si comprende tuttavia che l’istruttoria svolta si palesa gravemente carente; alcuni testimoni, necessari per la difesa, non sono stati interrogati e alcune verifiche, parimenti necessarie, non effettuate. Si passa all’interrogatorio dell’imputato, il quale confessa di essere fuggito dopo l’omicidio per timore di essere accusato.
Ma la domanda più importante, peraltro formulata con la medesima indifferenza che regna in aula, riguarda la scure del contadino, secondo il pubblico ministero strumento da lui usato per l’efferato delitto. L’imputato afferma risolutamente che quella scure egli non la possedeva più da circa due anni, da quando cioè il figlio l’aveva portata con se una volta che si era recato nel bosco con alcuni amici, senza più riportarla indietro: era stata perciò da tempo dispersa. Detto questo, Charlamov si gira prontamente per chiedere al figlio Prochor, presente in aula, la conferma della sua dichiarazione. Ma il figlio, paradossalmente, era proprio il soldato che lo aveva incatenato per condurlo in Tribunale; perciò questi fugge a gambe levate, non appena il padre comincia a narrare quale fosse stata la fine della scure, arma del delitto. Prochor, così, non è più in aula, mentre un sordo rumore di stivali, proveniente dalla sala accanto, fa intendere al pubblico, ai giudici, ai testimoni – tutti inorriditi – che un altro soldato sta per prendere il suo posto.
Il racconto si chiude così, con lo stupore e l’orrore dipinto sul volto dei presenti, i quali hanno improvvisamente compreso la verità: questa la grandezza di Cechov, che riesce a dire, tacendo, meglio e di più che se avesse narrato i particolari successivi della vicenda.
Quale verità era stata da tutti compresa? Quella che nessuno in quell’aula sospettava, ma che sarebbe stata subito chiara se l’istruttoria del processo fosse stata condotta in modo corretto. Non si trattava di uxoricidio, essendo il povero contadino del tutto estraneo ai fatti. Era stato invece consumato un matricidio dal giovane Prochor, il quale, inoltre, per stornare da se ogni possibile sospetto, si era adoperato par far accusare del delitto il padre, provvedendo personalmente ad incatenarlo per condurlo in Tribunale.
Un duplice orrore, dunque.
Da un lato, un matricidio, forse il più efferato dei delitti, consumato da Prochor, con la scure da contadino.
Dall’altro, un parricidio, delitto di pari efferatezza, soltanto tentato, per fortuna, da Prochor, attraverso l’insipienza colpevole del Tribunale.
Nel mezzo, un innocente – Charlamov – accusato e ad un passo dalla impiccagione; e un colpevole – Prochor – di nulla sospettato, neppure di esser figlio dell’imputato e capace, in un colpo solo, di liberarsi di entrambi genitori, da lui – è lecito supporre – odiati (non si sa perché, ma non importa ai nostri fini: i figli possono odiare i genitori per motivi che questi neppure immaginano).
Che cosa può cavarne il giurista? Diverse e preziose indicazioni.
In prima battuta, ha da cogliere la garbata ironia con cui Cechov denuncia l’assoluto squallore dei luoghi in cui si amministra la giustizia – in alcun modo rilevato dai protagonisti del racconto, peraltro assai schizzinosi in casa propria – quasi che il luogo circostante non sia che il preludio ambientale della mollezza ed della indifferenza che giudici e avvocati useranno nel trattare un caso addirittura di omicidio.
Ciascuno lavora nel luogo che si merita, verrebbe di chiosare. E se si pone mente ai luoghi in cui oggi – in alcune sedi – si amministra la giustizia in Italia, non occorrono altre parole.
Ma non occorre enfatizzare oltre misura l’aspetto ambientale, in quanto questo, come accennato, non è, nel racconto, che lo specchio fedele dell’anima dei protagonisti: indifferenti, insofferenti, disinteressati, impastati di noia.
Insomma, l’esatto opposto dei giudici o degli avvocati attenti e scrupolosi – oltre che timorosi di errare – che invece dovrebbero essere.
Ed essi lo sono a tal punto – improvvidi e avulsi – che rischiano per sbadataggine e superficialità di mandare al patibolo un innocente, non avvedendosi che il vero colpevole stava strumentalizzando l’apparato giudiziario per salvare se stesso e per condannare l’innocente padre.
Soltanto per un caso fortuito, per via della domanda rivolta dal padre al figlio circa la sorte della scure, la verità viene a galla: inaspettatamente, improvvisamente.
Il giurista è perciò avvertito che i delitti possono anche consumarsi utilizzando in modo subdolo il medesimo apparato giudiziario che invece dovrebbe scoprirli e punirli.
Il giurista deve perciò sapere che un tale apparato non è mai neutro né di semplice utilizzo, ma che invece si lascia cogliere come pericoloso per i suoi stessi utilizzatori, a volte un sentiero privilegiato che conduce verso l’errore.
Un errore tanto più rovinoso, quanto più frutto di un errare, di un girovagare senza meta, tipico del disorientamento che coglie il giurista quando sembra dimenticare che la giustizia – e solo la giustizia – rappresenta l’alfa e l’omega del diritto, il suo fine e il suo cominciamento.
Basti pensare, in proposito, come a volte, alcuni “collaboratori di giustizia” siano di recente riusciti astutamente, ingannando i giudici, a piegare il percorso processuale ad interessi di parte, tanto inconfessabili quanto pericolosi.
Le spinte nel senso di un tale pernicioso oblio della giustizia oggi sono molte e potenti: il riduzionismo giuridico, l’utilitarismo, la frammentazione del postmoderno, il normativismo formalista, il funzionalismo processuale, la sciatteria intellettuale … E invece – sembra dirci Cechov – il giurista deve navigare questo procelloso mare, correndo il rischio che esso conduca alla triviale indifferenza dei suoi personaggi, ma sempre cercando di percepire la flebile voce della giustizia, che può apparire in ogni dove, anche sul limitare del baratro (come era baratro l’impiccagione di Charlamov).
È soltanto questa pericolosa navigazione che salva il giurista, perché – come Giacomo Leopardi fa dire a Cristoforo Colombo, rivolto ad un suo ormai sfiduciato compagno di navigazione – “gli fa cara la vita” ( ).
6
Poche battute per concludere non certo il discorso su cosa cerchino i giuristi nella letteratura, ma soltanto questo testo.
Credo fermamente che nel contesto culturale contemporaneo, caratterizzato da notevole disorientamento anche per il giurista, la letteratura possa rappresentare un argine di non indifferente portata.
E ciò non perché essa possa cogliersi come un’ancora di salvezza alla quale aggrapparsi per evitare un naufragio, altrimenti inevitabile per il giurista; ma, più semplicemente, perché, come accennato in precedenza, rappresenta un elemento costitutivo del diritto e, in definitiva, della coscienza giuridica nel suo problematico e faticoso costruirsi.
In questa prospettiva, la sola funzione che la letteratura mi pare possa utilmente svolgere per il giurista è proprio questa, ben lontana dalle altre assegnatele dagli studiosi brevemente censiti all’inizio di queste pagine.
Non una letteratura confinata nei polverosi scaffali di oscure e dimenticate biblioteche, dunque; né una letteratura esangue, perché oggetto di improbabili autopsie da parte di intellettuali votati alla dissezione analitica dei testi; ma, al contrario, una letteratura viva, capace di parlare al giurista una lingua comprensibile e soprattutto in grado di trasformarlo in un esperto d’umanità, quale ogni giurista non può non conservarsi, pena la sua definitiva eclissi.
Di questa letteratura vanno in cerca i giuristi. Ad essa chiedono di aiutarli in modo determinante e tendenzialmente esclusivo a conservare intatta la loro identità, divenendo parte integrante della loro coscienza morale e professionale.
Solo se intesa in questo modo la letteratura non si limiterà ad entrare sterilmente “in rapporto” con il diritto – al pari dell’informatica o della psicologia – ma lo alimenterà dall’interno, vivificandolo tutte le volte che rischierà di appassire, e noi con lui.
E non sono poche.
