Abstract

Franco Betti non è più tra noi. Lo è stato per oltre quarant’anni tutti trascorsi a UCLA come membro del Department of Italian. Era uno degli italianisti “anziani”, non molto visibile nel campo nazionale ma molto attivo nel suo campus dal quale si allontanava a malincuore. Cominciò la sua carriera di Assistant Professor nel 1964 e andò in pensione da Professor nel 2016. Franco nacque a Firenze nel 1932 e venne negli USA, nel Texas, nel 1957, quindi poco più che ventenne. Probabilmente in Italia aveva fatto il liceo, ma nel complesso si può dire che la sua formazione italiana fosse quella pre-universitaria. Negli USA, a Berkeley, conseguì un BA in Italiano nel 1961, e quindi un PhD in Romance Languages and Literature nel 1967. Ma già nel 1965 fu assunto dal dipartimento di italiano della UCLA, dove fece tutta la sua carriera accademica, da Assistant a Full Professor (dal 1987), fino all’andata in pensione nel 2016. Fu il primo allievo di Gustavo Costa, e ciò spiega il suo interesse per gli studi settecenteschi.
Franco Betti aveva due tratti che lo distinguevano e un po’ lo appartavano dalla comunità degli italianisti benché fosse socievole, un eccellente conversatore e amante della buona compagnia. Uno di questi era il suo essere un “salutista”, cosa che lo teneva lontano dai convegni dell’MLA che di solito, almeno fino agli anni ottanta, si tenevano nel periodo natalizio, in città dal clima freddo, e in ambienti dove si fumava in modo eccessivo e si parlava molto ma spesso senza dire niente. Franco non amava quegli ambienti e preferiva la sua solare California, pur restando per molti anni socio dell’MLA e dell’AATI. L’altro fatto che lo teneva in disparte e ne faceva un po’ un aristocratico dei nostri studi era il suo interesse per il Settecento che negli USA ha sempre avuto scarsi cultori. In questo campo produsse i suoi due studi maggiori. Uno sulla Storia critica delle lettere virgiliane (Fiorini, 1972) e l’altro una “vita e opere” di Vittorio Alfieri per la conosciutissima serie dei Twayne (1984). Il primo libro è proprio nello stile del suo maestro Gustavo Costa: un tema “minore” ma problematizzato in modo ampio. Costa ci insegnava che il polso di una cultura si ascolta spesso e meglio nei particolari, e la finezza dello studioso consiste nell’individuare quei “particolari” e fare capire come lì si possano individuare dinamiche culturali che le grandi panoramiche spesso mettono in penombra. Franco, in effetti, riuscì a cogliere nella critica dantesca di Bettinelli il motivo della resistenza illuministica alla poesia di Dante, e le argomentazioni del gesuita mantovano impegnarono per decenni i lettori che invece amavano la Commedia. Il libro su Alfieri colmò una lacuna vistosa perché nella cultura anglo-americana mancava in inglese un quadro d’insieme su questo autore di livello europeo. I libri di questo genere assurgono dal livello divulgativo a quello accademico se sono fatti con equilibrio e con una misura che combina dati biografici e creazione artistica, contestualizzando il tutto nell’ambiente della cultura nazionale e internazionale. Franco Betti ha fatto questa ricostruzione in modo encomiabile, ricordandoci, giustamente, che Alfieri fu il primo drammaturgo europeo che portò le regole neoclassiche al punto di tensione massima, in modo tale da dare ai suoi personaggi quella dimensione che sarebbe stata presto apprezzata dai romantici. Franco illustra con lucido equilibrio questo punto di svolta culturale che siamo soliti chiamare “pre-romanticismo”.
Ma Franco era anche capace di uscire dal tracciato che frequentava per dovere professionale, e ha lasciato saggi notevoli su altri aspetti della letteratura italiana, dal mondo dei poeti delle origini a Leopardi e agli autori più moderni, come Giose Rimanelli. Credo, però, che il suo saggio più fortunato sia stato quello che identificava il tema del “calendario” in Petrarca. L’articolo, Motivo della fuga del tempo nei Trionfi e nel Canzoniere di F. Petrarca, 1968 (in Forum Italicum), non fu notato immediatamente, ma ad un certo punto il tema “calandariale” indicato in quel saggio diventò uno dei più frequentati negli studi petrarcheschi. Basta un saggio originale come questo per dimostrare l’ingegno critico di Franco Betti. Diceva un vecchio maestro che sono fortunati quelli che nella loro vita di studiosi hanno “una idea”, e fortunatissimi quelli che ne hanno due, tanto rara è la vera inventività critica! Franco Betti con quest’articolo l'ha conosciuta.
Franco Betti si è cimenteto anche nel settore “creativo” con una raccolta di versi, I campi della partenza (Poggibonsi, Lalli, 1974). E, sempre presso lo stesso editore, nel 1983 ha pubblicato il romanzo È Cessata la Pioggia, ambientato nel mondo della Resistenza; questo romanzo è stato anche tradotto in inglese, Summerfire, stampato da Vantage Press, New York, 1993. E anche queste opere, che molti di noi letterati creiamo senza grande successo commerciale, hanno un significato professionale notevole: il semplice tentativo di conoscere dal di dentro il fenomeno della creazione letteraria ha un valore educativo, e chi fa esercizi creativi simili migliora le proprie capacità di interpretare le creazioni dei veri artisti.
Duole sempre dire addio ad un amico che ha speso il meglio delle sue forze ad arricchire i nostri studi. Consola almeno ricordarlo e onorarlo; ed è quello che la nostra deontologia professionale, combinata con la più profonda stima e amicizia, ci chiede di fare perché l’averlo avuto nei nostri ranghi ha onorato noi tutti.
