Recensione di: Federica Conselvan, Università La Sapienza di Roma, Italia
Nell’introduzione i due curatori, Coleman e Moudarres, affascinati dalla controversa, poliedrica e irriverente personalità di Luigi Pulci – “a writer, a diplomat, a parasite (in the eyes of his many enemies), and a loyal friend (if we take his words to Lorenzo de’ Medici at face value)” – spiegano come abbiano deciso di raccogliere una serie di contribuiti che potessero riaprire una discussione sui meriti e sull’eccezionalità delle opere di Pulci (1–12). Nel saggio di apertura, “Tra autobiografia e confessione”, Marco Villoresi si pone una domanda fondamentale, e tutt’altro che retorica, su chi fosse veramente Luigi Pulci (13–30). Le fonti per rispondere a questa domanda sarebbero molte, afferma l’autore, ma l’epistolario e la Confessione, una breve opera in terza rima d’ispirazione devozionale, si prestano in modo particolare a cogliere le sfumature caratteriali del poeta. L’epistolario – “più di cinquanta lettere, la gran parte indirizzate a Lorenzo de’ Medici”– consegna ai posteri e agli studiosi un’immagine conflittuale del rapporto culturale e letterario tra Pulci e il Magnifico (16). Un legame fecondo, ma di gran lunga più complesso e ambiguo di quanto ci si possa aspettare. Interessante il quadro clinico che Villoresi riconosce nei due protagonisti: “Lorenzo fu genio tradizionalmente malinconico e temperamento saturnino, forse con tendenze ciclotimiche”; difficilmente si potrebbe negare che l’autore del Morgante fosse un umorale e spesso denotasse una certa precarietà psicologica (17). Il dato psicologico, prosegue Villoresi, in una personalità come quella di Pulci non può non essere considerato in funzione della sua produzione letteraria, in particolare, in un’opera così insolita come la Confessione. Nei versi di questa, Pulci “spiega lucidamente che il ‘freno’ inibitore della ‘ragione’ a lungo non è stato adoperato”; una ragione morale che coincide, però, con la Verità della parola di Dio (17). S’inserisce qui uno dei grandi temi del saggio, quello della fede, strettamente connesso a quello della magia. Il ritratto di Pulci si arricchisce così di elementi originali che denotano con insistenza l’enigmaticità della sua personalità e che sollevano nuovi dubbi sulla “piana referenzialità biografica” della sua poesia (29). Anche il secondo contribuito, “The Devil and the Mirror: Pulci’s Theology”, di Pina Palma affronta la spinosa questione della fede anatomizzando uno dei personaggi più famosi del Morgante: il diavolo Astarotte (31–50). Le parole pronunciate dal diavolo (canto XXV, 136, 1–6) sono, secondo Palma, “delivered with the clarity and expertise of one well versed in theological issue, much like Dante’s ‘nero cherubino’, defy the notion of the uneducated, malevolent creature” (32). In questi versi l’analogia dello specchio assume un importante significato perché mostra la debolezza della mente umana in rapporto alla perfezione di quella divina. A tal proposito, Palma esamina la presenza dell’immagine nei testi di Platone, Sant’Agostino, San Tommaso, Leon Battista Alberti, Nicola Cusano e Marsilio Ficino. I rapporti conflittuali, e polemici, sono invece al centro del terzo contributo, “The Tenzone Between Matteo Franco and Luigi Pulci in the Context of Renaissance Vituperium: Notes on Languages and Intertexuality”, di Michelangelo Zaccarello (51–72). Il famoso scambio di sonetti fra Pulci e Matteo Franco è riconsiderato alla luce delle nuove scoperte filologiche definite da Zaccarello e Decaria nel lavoro sui Sonetti iocosi et da ridere. L’autore traccia una ricca rete di allusioni intertestuali che collegano la famosa tenzone a un noto modello: gli scambi letterari, sempre di sonetti, fra Burchiello e un prete di Arezzo, Rosello Roselli. L’analisi costituisce “an important contribution to the history of Renaissance invective” (7). Sulle tracce dell’arte dell’invettiva Alessio Decaria, nel suo “Rhetoric of Insult in Luigi Pulci’s Morgante”, offre un inventario dei tipi d’insulti e invettive presenti nell’opera (73–127). L’autore analizza una cospicua serie di esempi, tra cui le aggressioni in dictis versus in factis; gli insulti nei duelli e nelle scene di combattimenti; i richiami agli aspetti retorici tipici della tenzone; il gesto del vantarsi e l’ironia; la finalità degli insulti stessi e l’ideologia che si nasconde dietro di essi. L’aspetto retorico, e la sua ardua definizione, è il cardine del contributo di Maria Cristina Cabani, “‘ … E tutto il prato di pecore è coperto’ (Morgante, xx, 37): dalla similitudine alla metafora” (129–162). Le difficoltà immediate che emergono nell’affrontare l’argomento sono, secondo l’autrice, la definizione e la circoscrizione della similitudine nel Morgante, perché Pulci “tende alla comparazione fulminea, sintetica e spesso non riconoscibile a prima vista” (129). I grandi autori di poemi cavallereschi, Boiardo in particolare e in seguito Ariosto, trasformano la similitudine nel luogo ideale per l’intertestualità e il confronto con la materia classica. Pulci, al contrario, rimane estraneo alla materia umanistica e “tende decisamente alla metafora” (130). Cabani offre diversi esempi retorici suddivisi per modelli: il canterino; quello più classicheggiante del Filostrato e del Teseida; il paragone con l’anonimo Orlando laurenziano e con Dante. Nel saggio immediatamente successivo, “La morte di Orlando nel Morgante”, Stefano Carrai focalizza l’attenzione sul racconto della battaglia di Roncisvalle e, in modo particolare, sull’enfasi che contraddistingue la narrazione della morte di Orlando (163–179). Prima d’introdurre il testo di Pulci l’autore scorre le pagine della tradizione francese, La Chanson de Roland, Historia Karoli Magni et Rotholandi, e di quella italiana, Li fatti di Spagna, per individuare i tratti comuni del racconto. Ridisegnati i contorni di questo tragico momento, Carrai evidenzia “i voli d’ingegno, la peculiarità dell’arte poetica di Pulci e la sua capacità di riproporre in forma brillante una materia narrativa scontata come era quella della rotta di Roncisvalle” (178). L’irriverenza e la sfrontataggine di Pulci sono impiegate da Linda L. Carroll, nel suo “Luigi Pulci and the Invention of Renaissance Irreverence”, come chiavi interpretative di una situazione sociale e politica che investe l’Italia durante il XV e XVI secolo e che contribuisce alla diffusione dell’irriverenza in campo letterario (181–208). Carroll, inoltre, accosta Pulci a uno dei maggiori anticlassicisti rinascimentali avvezzo all’insolenza, Angelo Beolco (il Ruzante). Il saggio di Jo Ann Cavallo, “The Ideological Battle of Roncevaux: the Critique of Political Power from Pulci’s Morgante to Sicilian Puppet Theatre Today”, chiude il volume con un’originale incursione nel mondo dei Pupi siciliani (209–231). L’autrice esplora una delle più interessanti correlazioni fra Pulci e la cultura popolare contemporanea, rendendo evidente la derivazione dell’episodio della battaglia di Roncisvalle “not from Chansons de geste, but from the Morgante maggiore” (209). A supporto della tesi, Cavallo individua nel personaggio di Rinaldo il punto di congiuntura fra le due tradizioni e propone un confronto sulla presenza e l’azione del Signore di Montalbano nel Morgante, ne La storia dei paladini di Francia di Giusto Lo Dico e nell’Opera dei pupi.