Abstract

In questo suo ultimo saggio, Luciano Parisi si addentra con lucida profondità nella spinosa tematica della rappresentazione letteraria dell’abuso sessuale, ancora tendenzialmente poco presa in esame dalla critica. Nel primo capitolo, il critico spiega le ragioni del suo interesse: “La letteratura italiana, insomma ha contribuito alla costruzione delle storie che ci raccontiamo per capire le diverse, complicate, dolorose vicende che vanno sotto il nome di abuso sessuale dei minori. Raffina quelle teorie e le fa circolare. Offre punti di vista nuovi […]. Indaga quel che negli abusanti sopravvive di umano e le ragioni del loro comportamento, sostiene le vittime, prepara le comunità a svolgere il loro ruolo” (p. 31). Il percorso tracciato da Parisi mostra infatti come la narrativa divenga non solo strumento di espressione dell’indicibile, ovvero dei vissuti emotivi delle vittime e delle dinamiche problematiche tra un adulto che compie un atto molesto ed un minore che lo subisce, ma funzioni anche come dispositivo d’indagine, che riflette e, talvolta, anticipa le istanze culturali che studia e in cui si sviluppa, contribuendo dunque anche a modificarle. Attraverso un meticoloso confronto tra letteratura e altre discipline, come quelle psicologiche, giuridiche e sociali, il saggio affronta una tematica difficile, chiarendone diverse linee di sviluppo. Non ne riconduce mai la complessità a interpretazioni riduttive e delinea, come oggetto d’analisi, quattro periodi storici principali, in parte sovrapposti. Il primo è quello che copre i primi decenni del ’900 e pone al centro “la figura della ragazza povera, sola, incolta, inesperta, pronta ad affezionarsi ad un adulto apparentemente gentile o costretta ad avere rapporti sessuali con uno più aggressivo per essere comunque abbandonata al proprio destino”, secondo “il topos diffuso nella letteratura italiana agli inizi del secolo, da Cenere di Grazia Deledda (del 1903) a Maria Zef di Paola Drigo (del 1936)” (p. 190).
Il secondo periodo invece è caratterizzato da un filone letterario rinnovato, che vede in Alberto Moravia il principale autore di riferimento, con uno scavo psicologico raffinato dei meccanismi relazionali che sembrano predisporre all’abuso, ma anche degli effetti intrapsichici che l’abuso ha sulle vittime, in questo caso adolescenti che vengono irretiti in relazioni clandestine da abusanti molto più anziani. Di fronte alle innovative analisi dell’autore, Parisi evidenzia che “sarebbe bene che noi fossimo capaci di tanto stupore di fronte a un’opera altamente enigmatica e che quello stupore, deliberatamente provocato dal giovane Moravia, animasse le nostre analisi e i nostri discorsi. In qualche caso, invece, sembra quasi che i lettori di oggi vogliano mettere in evidenza un terzo tipo di indifferenza: non quello morale, non quello psicologico, ma quello dei testimoni frettolosi che seguono le vicende altrui cogliendone solo gli aspetti convenzionali e trascurando gli aspetti inattesi ed inquietanti che le definiscono” (p. 125).
Il critico, dunque, invita il lettore a non fermarsi alla superficie degli eventi raccontati, ma a confrontarsi con l’aspetto più oscuro, che Freud, riprendendo il concetto introdotto in Psicologia dallo psichiatra Ernst Jentsch, identifica nel 1919 come Das Unheimliche, il perturbante, ovvero tutto quello che, attingendo alle nostre angosce primordiali e muovendosi tra ciò che ci è familiare e ciò che è ignoto, ci spaventa e ci scuote, attaccando le nostre consuete modalità di interpretazione della realtà. L’abuso apre una dimensione relazionale profondamente disturbante, perché mina drammaticamente la fiducia che sta alla base dello sviluppo dell’individuo e della comunità in cui vive e che il minore ripone nell’adulto, come referente educativo e guida morale nel processo di crescita.
La letteratura permette dunque di rappresentare questa insidiosa infrazione comportamentale con cui l’abusante spezza il legame di attaccamento che è presupposto fondativo della società stessa e che rende, anche tra i detenuti, la molestia sessuale a danno del minore un crimine degno di punizioni feroci, tanto che i cosiddetti Sex Offenders vengono collocati in sezioni protette del carcere, per evitare reazioni violente da parte di altri reclusi.
Il terzo modello narrativo preso in considerazione nel saggio si sviluppa negli ultimi venti anni del ’900, dopo che tra gli anni ’60 e ’80 diversi cambiamenti di natura economica, sociale, politica e culturale hanno prodotto, nei paesi occidentali, una sensibilità diversa nei confronti della tutela del minore. In quest’ottica fiorisce l’opera femminista di Dacia Maraini, che permette al lettore di “arrivare per gradi a una conclusione difficile da accettare per il vasto pubblico italiano degli anni ’90: che la pedofilia è una realtà diffusa, che si manifesta spesso come incesto, che gli abusanti non sono solo ‘altri’ (ubriachi, vagabondi, drogati, persone rese abiette dalla povertà), ma anche e soprattutto persone note, della cui compagnia si sente magari il bisogno” (p. 206).
Nella situazione sconcertante dell’abuso, i racconti della scrittrice aprono uno squarcio ancora più inquietante sulla diffusa, ma ancora estremamente nascosta, realtà dell’incesto e della violenza intrafamiliare, contribuendo così a modificare stereotipi culturali fuorvianti, a copertura di “un’evidenza sgradita”. Parisi evidenzia come il romanzo, in quanto forma di narrazione complessa, consenta “la compresenza conflittuale di modelli narrativi diversi” (p. 244). Questo è quanto avviene anche ne La bestia nel cuore di Cristina Comencini, in cui “l’impostazione di partenza – e comunque prevalente – è quella politica, femminista ed anti-patriarcale ereditata dalla Maraini, ma altri due modelli prendono presto forma segnalando inquietudine, insoddisfazione, una possibile svolta e l’inizio di un periodo storico in cui altre sensibilità, altre storie e altri punti di vista sono destinati a prevalere” (p. 245). L’opera della Comencini dunque fa da ponte al cambio di secolo e di paradigma interpretativo.
Il saggio presenta dunque la dote di saper seguire, con fluidità, i movimenti storici e culturali che analizza, interpretandoli con chiavi di lettura diverse, che aprono alla multifattorialità dell’esperienza umana, non riducibile a visioni semplicistiche. Tanto che anche gli aspetti legislativi, sanciti prima dai codici penali Zanardelli e Rocco, sono stati rivisti con la legge numero 66 del 15 febbraio 1996, contenente le nuove Norme contro la violenza sessuale, in cui si sancisce il passaggio alla concezione del reato sessuale come atto contro la persona, a differenza di quanto indicato nel codice Rocco in cui veniva relegato alla categoria dei reati contro la moralità pubblica e il buon costume.
Infine il critico si concentra sulla produzione letteraria degli ultimi vent’anni, in cui l’abuso sessuale è ormai una tematica ampiamente indagata e narrata e in cui dunque si registra “la coesistenza di molti modelli narrativi”. Il saggio si conclude infatti con l’analisi de Il bambino che sognava la fine del mondo in cui Antonio Scurati “lascia spazio alla voce di un io narrante dissidente che riconduce la paura dei pedofili a campagne mediatiche manipolatrici” (p. 260) e, pur non condividendo completamente il punto di vista del protagonista, ne ricostruisce le argomentazioni. Il contesto in cui si dipanano le vicende di quest’ultimo romanzo, rivela tutte le incertezze e le inquietudini che si aprono quando una tematica delicata come quella dell’abuso sessuale diventa oggetto di condivisioni sensazionalistiche e morbose. Al contrario, tornando alla premessa dell’autore, la letteratura ci fornisce una giusta distanza dall’oggetto della narrazione, creando uno spazio di riflessione in cui: “le storie raccontate […] possono a loro volta avere un carattere regolatore, ma si aprono al possibile, a ciò che potrebbe essere e non è, mettendo in crisi il convenzionale, il tradizionale, il canonico, il passivamente accettato” (p. 27). In conclusione, possiamo affermare che il viaggio in cui Parisi ci conduce aumenta dunque la consapevolezza del lettore rispetto alle insidie di un’interpretazione monoliticamente stereotipata di realtà complesse e inquietanti, che ci riguardano come categorie di quell’umano che Terenzio accoglie come variabili da contemplare, seppur, aggiungiamo noi, con dolore.
