Abstract
The tumultuous phase running from the beheading of Charles I to the Glorious Revolution is the time frame in which England goes through the crucial phases that will put an end to royal absolutism. One of the most authoritative intellectual figures of that founding historical moment of modern constitutionalism is Henry Neville, author of political and satirical pamphlets who, taking up the lesson of the ancients with the experience of “modern things”, published in 1680 the Plato Redivivus, a work that will consecrate him as a Republican political thinker. The treaty, written and published in the context of the Exclusion crisis, exhort Charles II to reduce his powers. The disease suffered by the State, the causes of which Neville investigates by seeking remedies, arose precisely from the extension of the king's power and his arbitrariness.
1. Introduzione. “L’isteria” del Popish Plot
1674, October 19. I agree whit you that the only meanes to win the Kinge to the Duke’s interest, and to take him off interely from the friendship of the Parliament, would be money, for the reason you alleage in your last letter of the 2d instant, which I have just now received. But the meanes necessary to continue it are so excessive that, even according to your own opinion, and the discourse we had when you was here, what the Pope could contribute would be nothing in comparison of what is needed, and in the obligation he hath also to assist other friends who are in greater straites. I likewise doubt whether the Pope would resolve upon what you propound, considering the little stress can be laid upon the King’s will, it being to be feared that all imployed that way would soone be lost, without any advantage to the Duke or his associates, which we have reason to feare from his ordinary manner of proceeding. (Great Britain. Royal Commission on Historical Manuscripts, 1893: 49)
Questo stralcio di missiva indirizzata a Edward Coleman, segretario della Duchessa di York, da parte di Sir Throckmorton, un ufficiale inglese cattolico che risiedeva a Parigi e che passava le informazioni politiche al gesuita Jean Ferrier, confessore di Luigi XIV, 1 contribuisce a giustificare le paure che avevano spinto il Parlamento inglese a emanare, l’anno precedente alla lettera, il Test Act. Quest’ultimo dichiarava illegale occupare una carica civile o militare senza aver prima partecipato al culto dell’eucarestia secondo il rito della chiesa anglicana, una liturgia che di fatto escludeva i cattolici dalle cariche pubbliche. 2 Coleman avrebbe chiesto a Throckmorton di intercedere con il Re di Francia affinché si favorisse lo scioglimento del Cavalier Parliament accordando una somma di denaro a Carlo II, come mezzo migliore di qualsiasi forma di ragionamento, a tal punto da far affermare a Coleman che: “Logic in our Court built upon money” (Kenyon, 1972: 35).
Saranno poi gli anni compresi tra il 1678 e il 1681 a tracciare la mappa politica della patria del costituzionalismo moderno, 3 imperniato sulla dialettica tra partiti diversi. Quel turning point infatti segna chiaramente l’emergere dei due schieramenti politici protagonisti degli eventi che condurranno Guglielmo d’Orange alla Corona d’Inghilterra. La nascita dei partiti Whig e Tory è una diretta conseguenza dell’evoluzione politica anglosassone che aveva portato il Parlamento, con la Guerra Civile e l’esperienza del Commonwealth, a crescere in prestigio e potere (Browning, 1948: 21). Proprio in occasione delle discussioni sull’Exclusion Bill il termine “Tory” sostituì quello di Cavalier e “Whig” quello di Round Head.
La questione che assorbiva lo scenario politico di quegli anni era infatti il dibattito sulla successione al trono del Duca di York, il fratello del sovrano che ne avrebbe ereditato lo scettro, il quale, avendo sposato la principessa cattolica Maria Beatrice d’Este, risolveva in certezza i sospetti sul suo credo, acuendo il malcontento e le preoccupazioni di una congiura papista in terra anglicana, di cui “l’isteria” del Popish Plot 4 – una cospirazione fittizia che emergeva dalle pagine di un manoscritto di 43 articoli a firma di Titus Oates, in cui si denunciava un complotto ordito dai cattolici per uccidere Carlo II 5 – alimentata anche dal rinvenimento delle lettere di Coleman, ne riassume la portata.
La minaccia cattolica fu certamente il motivo essenziale dei tre tentativi di risoluzione parlamentare confluiti nella proposta di legge di esclusione del Duca, che tuttavia non era l’unica misura possibile ad essere prospettata in quegli anni nell’House of Commons, perché la causa più profonda di quei turmoils risiedeva nel rischio del potere arbitrario e nello specifico nelle prerogative del monarca e nella sua negative voice.6 A tal proposito, bisogna ricordare che il diritto della Corona di rifiutare le leggi parlamentari fu uno dei temi maggiormente dibattuti durante la Guerra Civile, e rimase come questione irrisolta, sollevando potenziali conflitti costituzionali, almeno fino al 1679, quando si apriva appunto il dibattito sull’Exclusion Bill.
La disputa successoria era già stata introdotta nel 1673 nell’House of Lords (Josselin, 1908: 165), probabilmente anche a causa del rifiuto di Giacomo II di ottemperare al Test Act. Ma ad essere posta alla Camera dei Comuni, che apparì molto moderata nell’affrontare il problema della successione (Knights,1994: 30), fu il 4 novembre del 1678 da William Sacheverell, strenuo oppositore dell’alleanza con la Francia, il quale, proprio nei giorni in cui si discuteva dei Coleman’s Papers, chiedeva all’aula: “whether the King and the Parliament may not dispose of the Succession of the Crown?” (Gray, 1769: 148).
Vi furono vari sforzi di restrizione del potere monarchico in vista dell’ascesa di Giacomo II come, ad esempio, la proposta di obbligare i figli del duca ai princìpi dell’anglicanesimo, o quella di escludere al Re la possibilità di nomina dei vescovi.
L’opzione dell’esclusione al trono tuttavia prevalse, perché probabilmente quelle limitazioni, come avrebbe riferito Lord William Russell sul patibolo, il leader dei Whig alla Camera dei Comuni tra il 1679 e il 1681 accusato di tradimento come Algernon Sidney e il duca di Monmouth, “puzzavano di repubblicanesimo” (Schowoerer, 1988a: 88), 7 e avrebbero lasciato la nazione con un Re senza potere, in balia di lotte e gelosie perpetue (Russell, 1820: 116).
Le misure che prevedevano vincoli alle prerogative regie, che avrebbero potuto alterare la costituzione del regno riducendo la monarchia ad una repubblica, scontavano il peso del “drab Puritan rule” (Burford, 1956) di Cromwell. Lo stesso Principe d’Orange, che avrebbe nel 1689 giurato sul Bill of Rights, in quegli anni rilasciava alle parole di una lettera del 10 dicembre del 1680, indirizzata a Leoline Jenkins a quel tempo Segretario di Stato per il Dipartimento del Nord e impegnato nella campagna anti-esclusione, l’espressione dei suoi turbamenti su possibili mitigazioni al potere del Sovrano d’Inghilterra. Se concesse una volta, infatti, sarebbe stato impossibile – secondo William – tornare indietro: I must also own to you that I was much surprised to learn of mitigations of the royal authority being spoken of in case the crown should fall to a papist. I hope that his Majesty will not incline to suffer a thing to be done so prejudicial to all the royal family; and although they spread about that this will not take place except with regard to a King of that religion, and would be of no consequence to Kings of the Protestant religion, it must not be imagined, that if they had once taken away from the crown such considerable prerogatives as are talked of, that they ever return again. Therefore I intreat you to represent this in my name to the King and to beg of his Majesty on my part, that he will not consent to a thing so prejudicial to all those who have the honour to be of his family. This, as a matter of conscience, I am obliged to say. (Dalrymple, 1771: 375)
2. Dal “divino” Machiavelli all’amico Harrington 8
Non sono molte le testimonianze scritte a sostegno dell’idea di restringere le prerogative della Corona per legarne l’esercizio al consenso parlamentare in alternativa alle due più sostenute opzioni, ovvero l’esclusione del Duca dalla successione – promossa dal Conte di Shaftesbury, il leader dei Whig – o la legittimazione del figlio naturale di Carlo, il protestant duke di Monmouth, il quale godeva del supporto popolare e di larga parte dello schieramento Whig.
Per questo a risaltare tra le opere che in quegli anni argomentavano la necessità di limitare il potere del monarca è sicuramente il trattato dialogico Plato Redivivus: or, a Dialogue concerning Govenment 9 di Henry Neville, che aveva già tradotto per la prima volta in Inghilterra l’opera omnia di Niccolò Machiavelli.
Il dialogo in cui Neville si propone “di discoprire con osservazioni cavate da altri regni e repubbliche antiane e moderne, la politica malattia su questi popoli con la causa e rimedi” (Crinò, 1957: 203), 10 riprendendo le parole di una lettera del diplomatico italiano Francesco Terriesi indirizzata per volere di Neville a Cosimo III Granduca di Toscana, fa infatti comprendere che non erano i Cattolici “la cagione totale delle presenti contingenze, ma la corrutione del Governo… e la soverchia autorità assunta la necessità di poner in esecutione e rinnovar le leggi” (Crinò, 1957: 203).
Da questa descrizione è evidente il riferimento alla tradizione repubblicana inglese alla quale Neville appartiene, 11 inaugurata con l’esecuzione di Carlo I Stuart e la nascita dell’Interregno, la conseguente abolizione della monarchia e la contestuale soppressione dell’House of Lords. Poi, la crisi politica del 1675–1681, che scaturiva dai timori già evidenziati, ne favorì il rinvigorimento. Ed è proprio in questo secondo passaggio che la voce di Neville, insieme a quella di Algernon Sidney, suo alleato politico e commonwealth man, acquisisce un valore interpretativo cruciale, rilasciato nelle parole del trattato, che riassume il contenuto di quella sapienza repubblicana 12 maturata in anni di rapporti con le corti italiane, di esili e di lotte e attento studio dei classici.
Prima di entrare nel vivo della trattazione nevilliana è importante richiamare alcuni passaggi chiave indispensabili alla comprensione del suo pensiero.
I suoi legami con James Harrington, 13 ad esempio, sono cruciali ed esplicativi dei concetti sviluppati all’interno del Plato, in cui Neville riprende numerosi principi già esposti in Oceana (Harrington, 1656) – una delle più importanti opere politiche del Seicento ispirata alla Costituzione di Venezia – a partire dalla massima secondo cui “dominion is founded in propriety” (Robbins, 1969: 89). Neville aveva precedentemente anticipato in parte le teorie harringtoniane, in particolare nel suo A Copy of a Letter from an Officier of the Army in Ireland, pubblicato nel 1656, del resto qualche mese prima dell’uscita dell’utopia di Harrington (Burns, 1991: 457).
Dalle parole di Hobbes inoltre, secondo quanto riportato da John Aubrey, si evince che Neville contribuì fattivamente alla stesura dell’opera dell’amico: “Henry Nevill has a finger in that pie” (Aubrey, 1975: 128). Ma sarà nel Plato che egli cementerà quell’eredità in una proposta politica, la cui chiave risiedeva nell’individuazione delle cause, e dei relativi rimedi, a quelle malattie che ammorbavano il governo inglese, che Neville ricorda, evocando Machiavelli, “are like marasmus in the body natural” (Robbins, 1969: 81). L’uso del termine marasmus non è casuale se ricordiamo che i tumulti del commento liviano, che nascono dallo scontro tra due umori diversi, quello del popolo e quello de’ grandi, “il più delle volte sono causati da chi possiede, perché la paura del perdere genera in loro le medesime voglie che sono in quelli che desiderano acquistare” (Machiavelli, 1984: 74).
È evidente dunque il collegamento concettuale tra il ragionamento machiavelliano e le parole di Neville, che a loro volta si rapportano alla questione della proprietà di cui ampiamente tratta Harrington, e che Neville ripropone. Infatti, quel political disease che affliggeva l’Inghilterra era in larga parte causato dal fatto che gli equilibri economico-sociali non venivano replicati e rispettati nell’assetto di potere politico (Knights, 1994: 24). In altri termini, ai mutamenti sociali intervenuti in Inghilterra nei duecento anni precedenti, che avevano visto una redistribuzione del potere economico a favore dei commoners, non era seguito un riassetto dell’ordine politico, che nella bilancia di relazioni tra popolo e peers pendeva nettamente in favore di questi ultimi (Robbins, 1969: 88).
Naturalmente il linguaggio medico utilizzato da Neville, che con una metafora assimilava l’infermità del corpo politico a quella del corpo umano, risponde soprattutto ad un registro linguistico letterario che era il portato di una robusta e vivida tradizione che con Hobbes aveva ricevuto un suggello speciale: il Leviatano era descritto infatti come un “uomo artificiale” (Hobbes, 1651). Del resto in tal senso il passaggio umanistico, particolarmente autorevole agli occhi di Neville (e ovviamente non solo ai suoi), era l’anello di congiunzione tra la cultura classica e la rielaborazione intellettuale inglese. E ancora una volta Machiavelli era l’auctoritas che sanciva questi topoi, quando assimilava i corpi misti, che possono essere regni o chiese, ai corpi semplici, ovvero carnali, entrambi soggetti all’anaciclosi, ossia a quell’evoluzione periodica che vede il susseguirsi di crisi, decadenza e morte: Perché la natura, come ne’ corpi semplici, quando e’ vi è ragunato assai materia superflua, muove per se medesima molte volte, e fa una purgazione, la quale è salute di quel corpo; così interviene in questo corpo misto della umana generazione, che, quando tutte le provincie sono ripiene di abitatori, in modo che non possono vivervi, né possono andare altrove, per essere occupati e ripieni tutti i luoghi. (Machiavelli, 1984: 309)
3. Il Plato Redivivus e l’ill exrcise of power
L’originalità della concatenazione narrativa dei tre dialoghi che compongono il trattato, corrispondenti a tre diversi incontri, comincia dalla scelta dei protagonisti: tre soggetti che allegoricamente rappresentano una visione peculiare dei dibattiti filosofici e politici di quel tornante storico. Il Gentiluomo inglese ritrae infatti lo stesso Neville, e dunque colui che promuove una cura repubblicana 14 alle afflizioni del regno, ovvero quella dell’introduzione di vincoli costituzionali al potere regio. Il secondo personaggio, un Dottore, sembra interpretare le idee politiche whig sull’esclusione del Duca di York. Il terzo interlocutore, in una posizione perlopiù neutrale, è un Nobile Veneziano, ospite del Gentiluomo inglese, che, ammalatosi, viene sottoposto alle cure del Dottore, l’“Aesculapius of his age” (Robbins, 1969: 71), che Caroline Robbins identifica in Richard Lower, un medico al tempo rinomato per le sue numerose pubblicazioni.
Il “sad distemper” (Robbins, 1969: 73) del Nobile Veneziano è l’artifizio retorico che Neville usa per collegarsi alle turbolenze politiche, metaforicamente assunte come indisposizioni corporee, sulle quali il Gentiluomo inglese è invitato dai suoi interlocutori ad indagare. Alcune manifestazioni di quel malessere sarebbero state la disunione del popolo e dei governanti, il malcontento strisciante e i disordini sociali, questi ultimi acuiti dal dilagare della corruzione, dalla presenza di ufficiali di governo dediti ai loro interessi personali, e dai papisti, che miravano a sovvertire la religione di Stato.
Certo, la successione al trono di un cattolico nutriva quella nebbia fitta di intrighi in cui era difficile distinguere la verità dal complotto, ma la sua esclusione dal trono inglese, secondo Neville, non avrebbe sedato quel marasma o, meglio, non avrebbe eliminato i tricks che, negli anni, avevano permesso ai regnanti di giocare a “handy dandy” (Robbins, 1969: 81) con il Parlamento, aggiornandolo, prorogandolo e dissolvendolo. Per questo si sarebbe dovuto andare alle radici del problema e individuare la causa della putrefazione dei tessuti del corpo dello Stato, che poteva essere salvato solo se non si fosse completamente infettato (Robbins, 1969: 76). Sbagliare la diagnosi della malattia poteva risultare fatale. 15
Uscendo dal linguaggio allegorico, in sostanza, per Neville era necessario introdurre limitazioni costituzionalmente garantite, non solo nel caso in cui a succedere alla Corona fosse stato un principe cattolico, proposta proprio in quel momento discussa in sede parlamentare, ma già sotto il regno di Carlo II e, ad ogni modo, per tutte le successioni a venire. La sicurezza del regno sarebbe dipesa da un governo costituzionale, aldilà di chi avesse indossato la corona. L’ascesa di Giacomo II non avrebbe pertanto fatto la differenza. A condurli in rovina non sarebbero stati infatti né la fede professata dal monarca, e dunque il “giant popery itself” (Robbins, 1969: 132), né i consiglieri delle corti francesi. Il problema non era nemmeno il potere del monarca in sé, bensì la sua estensione e quindi la sua arbitrarietà.
Nel 1679 Carlo II utilizzò di frequente il proprio potere di prerogativa per prorogare e dissolvere più volte il Parlamento. Questa pratica creò non pochi malumori, sentimenti che Neville rintraccia ed espone nel Plato, proponendo sin da subito dei freni a un tale “ill exercise of power” (Robbins, 1969: 88). Infatti, proprio per far in modo che nessun principe potesse abusare del proprio potere, era necessario che venisse sottoposto al controllo del Parlamento, con cui condivideva la sovranità, e quindi fosse assoggettato alla legge.
Ed era proprio nell’esercizio di quelli che Neville chiama four great magnalia of government, ovvero il potere del monarca di agire in modo discrezionale in quattro ambiti d’intervento, che doveva insistere il controllo parlamentare.
Nello specifico questi poteri erano: quello di dichiarare guerra o pace e, di conseguenza, di firmare trattati e alleanze; la prerogativa di radunare o mantenere un esercito; il potere di nomina di ufficiali civili, religiosi e militari; e infine la possibilità di impiegare il denaro della Corona e del Regno in modo arbitrario, e dunque senza alcun riguardo rispetto alle necessità e ai problemi della sicurezza pubblica. Tali poteri non avrebbero dovuto essere sottratti al Re che invece, secondo Neville, poteva continuare ad esercitarli ma con il consenso parlamentare, che si sarebbe esplicato attraverso quattro diversi consigli, presieduti dal Re ma nominati dal Parlamento e dinnanzi ad esso responsabili.
Come argomenta Neville, la previsione secondo cui tali consigli dovevano essere “answerable to parliament” (Robbins, 1969: 187) rispondeva all’esigenza di assicurarli contro la possibilità di corruzione, anche e soprattutto da parte del Re.
Nel descrivere il funzionamento di tale meccanismo istituzionale egli elenca le modalità di nomina dei componenti di ciascun consiglio, ispirandosi al modello di rotazione delle cariche delle Quarantie veneziane: si sarebbero dovuti infatti rinnovare di un terzo ogni anno finché, nell’arco di ogni triennio, fossero completamente riformati. Il consiglio privato del Re, invece, che non avrebbe fatto parte del governo, si sarebbe dovuto trasformare in un organismo consultivo rispetto ad argomenti specifici, come il commercio, le coltivazioni e le royal charters, non interferendo con le questioni di pertinenza degli altri consigli (Robbins, 1969: 187). Escludendo il privy council del Re dalle funzioni di governo, di fatto, Neville, già nel 1680, anticipava i tratti di una futura monarchia parlamentare, superando il modello monarchico costituzionale moderno 16 delineato dal Bill of Rights nel 1689. 17
4. La prerogativa regia e il coronation oath
Quella di Neville non è una semplice opera di filosofia politica ma una vera e propria proposta di riforma istituzionale, un nuovo schema di governo in cui il potere esecutivo, pur essendo nella disponibilità del monarca, sarebbe stato limitato ed esercitato attraverso dei consigli, da lui presieduti, i cui membri però sarebbero stati nominati dal Parlamento, e così sottratti dall’investitura regia e da ogni tentativo del Re di avere “any occasion to corrupt them” (Robbins, 1969: 187).
Lungo tutto il Seicento, da Carlo I a Guglielmo III, ogni qual volta si paventava l’ipotesi di indebolire il potere monarchico limitandolo, si ricorreva di frequente al paragone con la figura del Doge di Venezia che, pur essendo capo di Stato, era di fatto privo di ogni potere politico reale (Carafano, 1987: 513). Anche Neville, che include Venezia tra le forme di governo più “firm and wise” (Robbins, 1969: 158), fa ampio riferimento a quella figura istituzionale quando, nel secondo dialogo, nel rispondere all’osservazione del Nobile Veneziano, che era portato dal tenore della conversazione ad assimilare la figura del Re inglese con quella del Doge, ne evidenziava tuttavia le differenze, per eludere probabilmente le critiche che all’epoca venivano mosse ai repubblicani sulla volontà di esautorare il monarca da tutti i suoi poteri. Era infatti il mantenimento delle prerogative reali – come il potere di disporre delle entrate pubbliche, quello di nominare gli ufficiali civili e religiosi, e di schierare l’esercito – a distinguere il Re d’Inghilterra dal Duke of Venice. Tali poteri e prerogative tuttavia, rimarcherà Neville, gli erano concessi “for edification and no distruction” (Robbins, 1969: 126), per la preservazione del governo, nell’esclusivo interesse dei sudditi e della loro sicurezza. Qualora se ne facesse abuso ne sarebbe derivato un grande pericolo, per Re e per i suoi ministri, dato che si sarebbe venuto a configurare un tradimento del common law, che era la ragione stessa dell’esistenza di quei poteri “written as well in the heart of rational men, as in the lawyers’ books” (Robbins, 1969: 128).
Neville richiama il fondamento legale del potere monarchico nel discorrere del potere di veto del Re rispetto al processo legislativo. Ed è interessante a tal fine rilevare la spiegazione che ci fornisce sulla connessione tra la King’s negative voice e la formula di giuramento dell’incoronazione. Ogni abuso del potere di veto, argomenta Neville, rappresenterebbe infatti non solamente la violazione del diritto ma anche l’infrazione del coronation oath, il quale sancisce che il Re ha il dovere di confermare le leggi del parlamento (Robbins, 1969: 128).
Neville qui rievoca il dibattito presente all’epoca sulla correttezza dell’antica formula latina quas vulgus elegerit 18 recitata durante il giuramento dell’incoronazione, che nel caso di Carlo I sarebbe stata alterata dall’Arcivescovo William Laud, e sostituita con l’espressione inglese “agreeable to the Kings prerogative” (Dwarris, 1848: 44), proprio per preservare le prerogative reali, non riconoscendo al contempo che il giuramento originario contenesse l’obbligo per il monarca di confermare le leggi che il Parlamento avrebbe emanato. Neville indugia sul dettaglio della distinzione tra il verbo elegerim e elegero, che riguardava, come lui stesso sottolinea, questioni grammaticali piuttosto che legali, ovvero che il Re, seguendo l’antica formula latina, avrebbe giurato su tutte le leggi future che il Parlamento “shall have chosen”, e non fosse dunque obbligato all’osservanza delle sole leggi passate, perché altrimenti il concetto sarebbe stato meglio dichiarato con l’espressione “preserve the law” (Dalrymple, 1771: 128).
Anche Algernon Sidney, in linea con le affermazioni nevilliane, 19 approfondisce l’argomento nel suo Discourses Concerning Government, la cui pubblicazione gli costerà la vita: Sidney infatti “died very resolutely, and like a true rebel and republican” (Dalrymple, 1771: 116), come si legge da una lettera del Duca di York, datata 7 dicembre 1683 e indirizzata a Guglielmo d’Orange.
Nei suoi Discorsi Sidney nota come nel tempo si era applicata una perversione del senso del giuramento “to please princes”, e in che modo dunque una libertà, come quella di consultare i Lords sulle leggi proposte dall’House of Commons, fosse stata invece scambiata con il diritto del Re di rifiutarle, seppure il giuramento lo obbligasse a “hold, keep, and defend the just laws and customs, quas vulgus elegerit” (Sidney, 1751: 410).
Inoltre, la pratica consolidata di far votare il consiglio privato del Re sull’espressione del potere di veto del monarca riguardo alle leggi sottopostegli dal Parlamento – voto per il quale esercizio nessuno dei membri del privy council, privi di ogni “public capacity” (Robbins, 1969: 188), era mai stato posto sotto accusa – nella proposta nevilliana andava abolita. Il Re avrebbe potuto avvalersi naturalmente di consigli privati, che tuttavia non dovevano essere evocati pubblicamente, né tanto meno i suoi componenti avrebbero dovuto vantare l’autorità di giudicare o mandare in prigione alcuna persona, compito riservato ai giudici e ai magistrati.
Un ulteriore fondamentale dettaglio della proposta istituzionale di Neville e dei suoi presupposti filosofico-politici riguardava la configurazione dell’House of Lords, che ricordiamo essere stata abolita durante l’Interregno, idea che Neville stesso aveva sostenuto a quel tempo. Le mutate circostanze, successivamente alla sua restaurazione, necessitavano di una revisione ideale: una delle caratteristiche dell’approccio nevilliano era infatti quello di declinare le sue proposte in base al contesto in cui venivano elaborate perché angosciato dalle desolanti condizioni del suo paese, in cui rischiava di venire “calpestrato da dua infamissime fazzioni, di corteggiani e de’ furiosi fra il popolo, la prima delle quali vorrebbe introdur la tirannide e l’altra l’anarchia e la confusione” (Crinò, 1957: 205).
Neville affida così al Plato anche la riforma della Camera dei Pari la quale, nell’assetto auspicato, sarebbe stata pienamente inserita nel processo legislativo, ma i suoi membri non sarebbero più dovuti dipendere dal Re, perché nominati attraverso un atto parlamentare, e successivamente individuati secondo il principio ereditario per linea maschile. La nomina attraverso un formale atto del Parlamento avrebbe implicato la sostituzione del principio aristocratico con quello meritocratico e, di conseguenza, l’assoluta autonomia dei Lords dalla Corona.
Questi mutamenti – che Neville definisce “minimi” perché seguono il principio secondo cui “the less change the better” (Robbins, 1969: 192), considerato che le grandi alterazioni potrebbero confondere gli uomini – sarebbero intervenuti naturalmente all’interno di un impianto istituzionale diverso, fatto di elezioni annuali fissate in un giorno specifico, senza la necessità di alcuna ordinanza o convocazione.
5. Henry Neville e la “stima” del Granduca di Toscana
Neville, che era stato membro del Commonwealth government, pur apparendo moderato, non tradisce il suo passato repubblicano ma lo rinnova. Era già stato un oppositore della “larvata monarchia” (Crinò, 1957: 175) cromwelliana, considerato che il generale “una mattina fece di sé stesso il tiranno del suo paese” 20 tradendo la cara good old cause repubblicana. E in quel contesto di fine secolo non era possibile che ancora non fosse chiaro il problema da aggredire, annebbiato e mistificato dalla crescente intolleranza verso i cattolici, che sembravano divenire il capro espiatorio per perpetuare la cattiva gestione del potere monarchico. L’avversione nevilliana verso le intransigenze anglosassoni per i cattolici era sicuramente riconducibile alle amicizie che lo avevano accolto nei suoi viaggi italiani, e in particolare quella con il principe Cosimo, con il quale intrattenne anche un fitto rapporto epistolare. Neville si era premurato di spedire al Granduca la sua traduzione delle opere di Machiavelli, gesto che rimanda ad un parallelismo a contrario con il Cardinale Reginald Pole, il quale dall’Italia aveva inaugurato proprio in Inghilterra la tradizione antimachiavelliana, attaccando nella sua Apologia (Pole, 1744–1757) il Segretario fiorentino, determinato “[to] put down out of all remembrance” 21 le opere del “messaggero di satana”. Neville, per converso, donando ad un membro della casa Medici la prima “excellent” (Crinò, 1957: 200) traduzione inglese di quelle vituperate opere, restituiva in Italia la grandezza di Machiavelli, volendone affrancare la memoria nel paese in cui contestualmente la rendeva accessibile.
Anche cinque anni dopo, quando in Inghilterra usciva la prima edizione del Plato Redivivus in forma anonima, Neville si premurò di donarne una copia al “principe più prudente del mondo” (Crinò, 1957: 197), sfidando persino la trama dei sospetti del Popish Plot, che non lo aveva risparmiato proprio per i carteggi che lo legavano a quel mondo cattolico sotto accusa. Per questo occorreva cautelarsi, affidandosi a nomi fittizi per recapitare la corrispondenza al Duca. Pur non essendo mai stato cattolico, Neville mostrò una peculiare sensibilità nel trattare di questioni religiose che lo avrebbero potuto esporre a denunce di filo papismo. Infatti, già nel 1772 manifestava a Cosimo il suo “infinito dolore” (Crinò, 1957: 196) per la condizione infelice dei cattolici in Inghilterra, e spiegava le ragioni di quell’ostilità inglese che, a suo dire, non era strettamente riconducibile a giudizi riguardanti la fede stessa ma esponeva piuttosto “l’apprensione che ha questo popolo (tenacissimo della libertà quanto nazione che sia mai stata nel mondo) che i prefati Cattolici Romani sieno una parte formata et unita per introdurre la tirannia quando si fosse data l’occasione” (Crinò, 1957: 196).
La sua propensione alla tolleranza dei cattolici era motivata anche da ragioni politiche utilitaristiche. Infatti, il loro respingimento avrebbe indirettamente cagionato notevoli danni economici, considerato che, una volta allontanati dal paese, avrebbero portato il loro potere e le loro ricchezze altrove. Inoltre, alienarsi i cattolici piuttosto che renderli leali al regno era una mossa politica strategicamente fallimentare (Mahalbergh, 2010: 627). Recapitare il suo dialogo in Italia, proprio nel momento in cui l’odio verso i cattolici era al suo apice, richiedeva dunque particolari cautele, tanto che volle spedirlo per il tramite di Terriesi (Crinò, 1957: 203). Il Plato Redivius, incardinato su valori e principi repubblicani, che non risparmiava comunque “strapazzo” (Crinò, 1957: 204) verso la religione cattolica, poteva tuttavia rappresentare un dono sgradito per chi, come Cosimo III, affidava la sua fede a quella religione che il trattato stigmatizzava come “redicolosa… nelle sue posizioni e credenze” (Crinò, 1957: 203). Ma l’espressione delle sue intenzioni, che Neville si era da tempo premurato di dimostrare, ovvero che avrebbe continuato ad opporsi “ardentissimamaente contra la persecuzione di detti cattolici, credendo fermamente essere a ciò obbligato dalla fede cristiana che professo, dall’amor inverso la libertà del mio paese” (Crinò, 1957: 197), gli avevano assicurato la considerazione del Granduca, che nel 1681 rispondeva così ai solleciti di riscontro: “in proposito del libro Plato Redivivus che già mi pervenne e ch’io non son capace d’haverne minore stima di quella ch’io mi habbia per gl’incomparabili talenti del suo autore” (Crinò, 1957: 204).
6. Conclusioni
La posizione apparentemente atipica per un sostenitore dei principi della Guerra Civile, come quella di non parteggiare per l’esclusione di Giacomo II dalla successione, rivela un Neville che, restando coerente con i principi autenticamente repubblicani, riesce ad individuare una riforma istituzionale ancora più avanzata rispetto a quella che sarebbe stata consacrata dal liberalismo trionfante. La voce di John Locke, uno dei più autorevoli esponenti della corrente liberale, ce lo dimostra. Come si legge nella sua Epistola de Tolerantia (Locke, 1977) i cattolici non potevano essere legittimati alla tolleranza religiosa perché, in quanto sudditi della Chiesa romana e “al servizio di un altro sovrano, e a lui devono obbedienza”, 22 non erano ritenuti capaci di lealtà ad uno Stato protestante. Secondo Neville, invece, solo non cedendo alla retorica anticattolica si poteva serbare il regno dalle cospirazioni che l’avevano attraversato e, una volta riconosciuta ai cattolici la propria libertà, non sarebbero più stati una minaccia. La sua personale esperienza nelle corti romane e toscane aveva arricchito le sue vedute, a un livello tale da non poter più scindere la considerazione dei suoi amici dal credo che professavano. Infatti, pur rigettando i dogmi e i rituali della dottrina cattolica, attaccando con particolare vigore l’istituzione ecclesiastica e il clero che per anni aveva tradito il suo popolo in modo fraudolento (Locke, 1977: 365), egli non condannava radicalmente la fede sposata da chi egli stesso stimava: “non si può più dubitar – scriveva Neville a Cosimo III – se sia da onorarsi l’albero che porta frutto così prezioso” (Crinò, 1957: 197).
