Abstract

Volendo celiare, può essere pericoloso recensire in modo positivo un lavoro dell’eccellente storico Sergio Luzzatto, già vincitore nel 2011 del prestigioso Cundill History Prize con il saggio Padre Pio. Miracoli e politica nell’Italia del Novecento (Einaudi, 2007, 420 pp., €22,80). A oggi, lo studioso originario di Genova è l'unico vincitore del Premio Cundill il cui libro non è stato originariamente pubblicato in lingua inglese.
Tutto ebbe inizio quando, il 6 febbraio 2007, Luzzatto plaudì sul Corriere della Sera al volume dello storico Ariel Toaff, Pasque di sangue. Ebrei d’Europa e omicidi rituali (Il Mulino, 2007; seconda edizione riveduta 2008). Da allora, i due storici dell’ebraismo si trovarono al centro di una campagna violenta rimasta famosa. Le accuse, nel caso di Ariel Toaff, raggiunsero l’iperbole di minacce di morte da parte di ambienti ebraici fondamentalisti e fu necessario approntare una scorta per lo studioso della Bar-Ilan University di Tel Aviv. In Italia, le polemiche arrivarono soprattutto da quella che Luzzatto avrebbe poi definito—nella sua intrigante raccolta di elzeviri Un popolo come gli altri. Gli ebrei, l’eccezione, la storia (Donzelli, 2019, pp. 310, €19,50)—“una sedicente intellighenzia ebraica legata all’Unione delle comunità israelitiche italiane” (11) e si riverberarono anche sull’altro saggio di Luzzatto Partigia. Una storia della Resistenza (Mondadori, 2013, 373 pp., 15€).
Il lavoro di Ariel Toaff, analizzando fonti giudiziarie di matrice inquisitoria, scavava sull’omicidio, avvenuto nel 1475, di Simoncino di Trento. Lo specialista sosteneva che in almeno quel caso fu possibile che in ambienti di fondamentalisti ebraici askenaziti si fosse perpetrato l’omicidio di Simoncino, bambino cristiano, per usarne il sangue in un rito religioso. Luzzatto, storico laico, rigoroso e anticonformista, aveva valutato come per lo più convincenti le analisi di Toaff e ha subìto per quel motivo la sua fetta di ostracismo da parte di una componente della comunità ebraica italiana.
Questo saggio biografico sulla figura di Guido Rossa, l’operaio della Italsider di Genova e sindacalista della CGIL ucciso dalle Brigate Rosse il 24 gennaio 1979, ha tutto un altro piglio. Non c’è iconoclastia, stavolta.
La figura di Rossa, in Italia, è ancor’oggi nota almeno a chi ha più di quarant’anni e ricorda gli anni di Piombo. Il suo assassinio, s’è detto, segnò anche il suicidio politico delle Brigate Rosse: uccidendo un operaio sindacalista CGIL, passarono, nella mentalità di molti comunisti italiani del tempo, da “compagni che sbagliano” a infami assassini. Luzzatto in questo lavoro si cimenta con un genere storico-letterario non banale, quello della biografia di una figura parzialmente coeva (arguto e assai gustoso il prologo (VII–XIII), in cui l’autore racconta del suo “sequestro” a scuola da parte del preside, nel giorno dei funerali di Rossa, per impedirgli di uscire da scuola una volta entrato) e che però non si è conosciuta di persona. L’intento dello studio è dichiarato dall’autore: “Perché i suoi [di Guido Rossa] quarantaquattro anni di esistenza non vengano ridotti, una volta ancora, ai suoi ultimi quattro mesi o, peggio, ai suoi ultimi quattro minuti” (XII–XIII). Luzzatto, da storico serio, non cerca l’agiografia. Scava negli archivi privati della famiglia e delle persone che conobbero Rossa, verificandoli alla luce della stampa coeva.
Il punto di partenza della ricerca sono i nonni di Guido, d’origine bellunese. L’autore racconta la saga di una famiglia di gente semplice e solida: la cosiddetta “Razza Piave”, fatta magari di portieri di stabile, balie, impiegati che da un Nord-Est povero e ruvido, di montagna, spigoloso come le sue Dolomiti, si trasferiscono in un Nord-Ovest più benestante, nel pieno del suo boom industriale: prima la Torino della Fiat, poi la Liguria della Italsider. Rossa, nel racconto di Luzzatto, emerge come un operaio davvero eccentrico: amante delle arrampicate, dell'alpinismo e del paracadutismo: passioni che tradizionalmente si collocavano in ambienti d’alta borghesia di destra.
Rossa, nel tempo, diventa comunista e sindacalista CGIL. Il lavoro della fabbrica, i suoi ambienti, i suoi orari costretti, i suoi riti, lo formano e lo fanno scendere dalle montagne “giù in mezzo agli uomini” (115). Così come lo formano la lettura dei giornali, i discorsi di Enrico Berlinguer e di Luciano Lama, e la partecipazione continua a riunioni di caseggiato, di fabbrica, di sindacato, di partito, il PCI, a cui è iscritto dal 1967. Rossa emerge dal gruppo perché unisce in sé una serie di attributi che oggi definiremmo “da leader”: ha carattere, carisma, energia, azione, forza, determinazione, testardaggine. Sopravvive alla scomparsa di Fabio, il suo primo figlio, per una morte in culla e trova la forza di avere una seconda figlia, Sabina. È un uomo di coraggio che non teme i rischi, si tratti di arrampicarsi su una parete dolomitica o di esporsi contro il clima di omertà che negli anni Settanta vigeva nelle fabbriche verso i brigatisti e i loro simpatizzanti.
Tutte qualità che lo renderanno l’uomo che fu e che lo porteranno a denunciare Francesco Berardi, il “postino” delle BR all’Italsider, e dunque a porre Rossa al centro del mirino delle BR. Si trattò di un attentato strano, in due tempi: una gambizzazione prima “con tre colpi alle gambe, esplosi con il silenziatore dalla Beretta 81 calibro 7,65 di Vincenzo Guagliardo” e poi due colpi “al cuore e al fegato”, per uccidere, “dall’arma non silenziata di Dura, una Browning HP calibro 9 lungo” (172). Luzzatto ipotizza, come già molti altri, e a conferma del volantino di rivendicazione delle BR, che l’attentato avrebbe dovuto essere un avvertimento non letale, un “limitarsi a invalidare la spia” (175), ma che Riccardo Dura, invece, forse eccitato da una reazione orale sfidante di Rossa già gambizzato, alla Montanelli, sia tornato sui suoi passi per uccidere.
Questo libro di Luzzatto forse non si distingue per apportare novità sull’omicidio di Rossa, ma è il primo studio che indaga sulle sue origini e lo colloca in una cornice storica e sociale che rende giustizia alla figura protagonista. Trovo che il saggio vada letto in parallelo con il seminale libro-inchiesta della figlia di Guido, Sabina Rossa, scritto insieme al giornalista Giovanni Fasanella: Guido Rossa, mio padre (Rizzoli, 2006, 199 pp., 8,80€), perché anche in quel caso non ci troviamo dinanzi a un “monumento di carta” in favore del papà ucciso, ma a un saggio investigativo ricco di rigore, forte di interviste con un cospicuo numero di ex terroristi e di ex servitori dello Stato, e lo sviluppo di una tesi degna.
I due lavori, se letti insieme, mettono bene in controluce l’isolamento di Guido Rossa all’interno dell’Italsider, ma anche della CGIL. Un isolamento riconosciuto dallo stesso sindacato, con un celebre discorso di Lama, ma in definitiva ammesso anche dal consiglio di fabbrica dell'Italsider che avrebbe dovuto denunciare il postino delle BR anziché lasciare l'incombenza sulle sole spalle di Guido Rossa.
