Abstract
Dando voce al lamento di una giovane donna obbligata dal padre a sposarsi contro la propria volontà, i celebri versi della Compiuta Donzella di Firenze portano alla luce alcune delle dinamiche oppressive e problematiche del mondo femminile, in un contesto socialmente e culturalmente dominato da uomini. Esplorando le ragioni che avrebbero indotto una giovane donna del Duecento a difendere il proprio diritto al consenso coniugale, si ipotizza che la stessa avrebbe avuto modo di conoscere l’esistenza della clausola matrimoniale con la quale il giurista bolognese Giovanni Graziano riconosceva l’importanza del consenso reciproco da parte dei coniugi come condizione essenziale alle nozze. Questo studio parte dall’idea che i versi della rimatrice fiorentina acquistano un grande valore se interpretati sulla base delle dinamiche politiche e sociali della sua epoca e in relazione agli altri componimenti del manoscritto, tralasciando la tanto discussa questione dell’identità biologica che si cela dietro il suo nome. Parole chiave: Compiuta Donzella di Firenze, consenso femminile, Decreto Graziano, matrimonio medievale, uguaglianza di genere.
Introduzione
Nel Canzoniere Vaticano latino tra circa mille componimenti della lirica italiana delle origini compaiono tre sonetti attribuiti a una sconosciuta rimatrice fiorentina identificata con il nome di Compiuta Donzella di Firenze. Questa scrittrice rappresenterebbe la prima donna nella storia della letteratura italiana e l’unica voce femminile fra i poeti del manoscritto. Tuttavia, la mancanza di informazioni legate alle sue vicende biografiche avrebbe impedito agli studiosi di confermarne l’esistenza storica, sollevando l’ipotesi che la Compiuta Donzella fosse un personaggio letterario fittizio. Del resto, era consuetudine dei poeti duecentisti dilettarsi nell’interpretazione di voci femminili, specialmente nell’ambito delle tenzoni fra uomo e donna. 1 La questione dell’identità della Compiuta è stata centrale tanto per i contemporanei della Donzella, quanto per la più recente critica letteraria. Il dibattito rimane tutt’ora aperto tra i sostenitori dell’esistenza di una donna capace di scrivere e poetare in epoca medievale, e coloro i quali negano questa possibilità. Come Justin Steinberg (2006) fa notare, i primi fondano la propria tesi sugli aspetti stilistici e formali dei sonetti attribuiti alla Compiuta, che riflettono un’eleganza e una delicatezza comuni alla scrittura femminile; i secondi, invece, si appellano alla mancanza di testimonianze ufficiali che possano attestarne l’effettiva esistenza biologica. 2 Tuttavia, alcuni studiosi contemporanei prendendo le distanze da questo dibattito hanno seguito direzioni di ricerca alternative che hanno contribuito a illuminare la rilevanza dei versi della Compiuta, e al contempo, ad attribuire nuovi significati alla lirica in voce femminile. Tra questi si menzionano Christopher Kleinhenz, Paola Malpezzi Price e Justin Steinberg che, leggendo i versi della rimatrice fiorentina in relazione ad altri componimenti della tradizione lirica italiana ed europea, evidenziano il modo in cui la voce della Donzella sia funzionale a una rappresentazione dell’esperienza amorosa libera dai formalismi e dai codici sociali e culturali dell’epoca. Per Steinberg, ad esempio, i versi della Donzella assumono una funzione strumentale all’interno del Canzoniere Vaticano latino poiché, dando voce al lamento di una giovane donna obbligata dal padre a sposarsi contro la propria volontà, rivelano alcune delle dinamiche oppressive e problematiche della società patriarcale e del matrimonio. Al contempo, rappresentando lo stato di sottomissione femminile insito nelle relazioni coniugali, la voce della Compiuta si pone in forte antitesi rispetto alla concettualizzazione della donna come oggetto di devozione assoluta celebrato dall’amore cortese (Steinberg, 2006: 4). Da questa prospettiva i suoi versi mettono in discussione le strutture codificate dalla tradizione lirica duecentesca, svelando una forte incoerenza tra dimensione letteraria e realtà sociale. Prima di procedere ulteriormente, è utile menzionare che nel Canzoniere Vaticano latino quelli della Compiuta non sarebbero gli unici versi scritti in voce femminile ispirati a contestare il modello cortese. Esistono, infatti, altri componimenti, prevalentemente tenzoni fra uomo e donna, (scritti da uomini) e costruite sul litigio tra due amanti che dibattono in chiave parodica e con toni dissacranti, a causa della falsità e dell’infedeltà maschile. Resta sempre la donna, quindi, a farsi portavoce degli aspetti negativi e deludenti della dimensione sentimentale e della vita coniugale (Steinberg, 2006: 14–15).
Analogamente a Steinberg, Malpezzi Price (1988) riscontra che le autrici della lirica italiana e provenzale abbiano raccontato l’amore da una prospettiva molto più ampia rispetto al modello convenzionale della tradizione cortese, tenendo conto tanto della complessità delle relazioni uomo-donna, quanto della necessità prestare maggiore aderenza alle dinamiche della realtà. Prendendo in esame il componimento intitolato Tapina ahimè, ch’amava uno sparviero, attribuito alla sconosciuta rimatrice siciliana del Duecento riferita come Monna Nina, Malpezzi Price mette in luce il modo in cui i suoi versi esprimono la sofferenza di una donna abbandonata dal proprio amante che ha preferito corteggiare una dama di più alto rango. Il lamento della protagonista rivela una percezione dell’esperienza amorosa negativa, deludente, o comunque lontana dalla concezione del fin’amors promosso dalle più celebri voci maschili (Malpezzi Price, 1988: 6). La distanza dai codici stilistici e tematici del modello cortese da parte delle donne è evidenziata anche da Kleinhenz (1995) che, come verrà specificato più avanti, indaga sul modo in cui la voce femminile di alcuni componimenti duecenteschi riconosca nell’amore non solo una dimensione affettiva e sociale, ma anche carnale e sensuale, mettendo in evidenza il desiderio delle donne nei confronti del piacere e della scoperta dell’istinto passionale.
Altre osservazioni che potrebbero essere utili in tal senso provengono ancora da Steinberg secondo cui le voci femminili del manoscritto, tra le quali quella della Compiuta Donzella di Firenze, non si limitano a mettere in discussione l’artificiosità del modello poetico coevo, ma promuovono l’uso della dialettica e del dibattito come alternativa allo scontro tra parti divergenti, tanto in ambito domestico quanto nella sfera politica e sociale. Per Steinberg, infatti, lo scambio lirico costruito sul contrasto verbale tra due amanti riflette pienamente le dinamiche proprie alle tenzoni politiche tra Guelfi e Ghibellini presenti nel Canzoniere Vaticano latino. Queste tenzoni ebbero un notevole impatto sulla società medievale poiché favorirono la contesa verbale come alternativa alla violenza fisica fra esponenti di fazioni contrapposte (Steinberg, 2006: 20). È evidente che i versi della Donzella acquistano un grande valore se interpretati sulla base delle dinamiche politiche e sociali dell’epoca, e in relazione agli altri componimenti del manoscritto, tralasciando la tanto discussa questione dell’identità biologica che si cela dietro il suo nome.
In linea con le proposte di Kleinhenz, di Malpezzi Price e di Steinberg, questo studio vuole soffermarsi sul contenuto piuttosto che su chi ha composto i sonetti, ed ampliare il discorso sulla funzione della voce femminile nell’ambito di un contesto socialmente e culturalmente dominato da uomini. Partendo dalla ricostruzione di un profilo ideale della rimatrice fiorentina, lo scopo di questa ricerca è portare alla luce un messaggio di emancipazione femminile che emerge dai suoi versi. Il primo componimento A la stagion che ‘l mondo foglia e fiora, è incentrato sul lamento di una giovane donna che si oppone a un matrimonio combinato dal padre senza il suo consenso. Nel secondo, Lasciar vorria lo mondo e Dio servire, invece, la stessa dichiara voler intraprendere un cammino religioso in alternativa alla vita coniugale. L’ultimo sonetto, Ornato di gran pregio e di valenza, infine, celebra l’opportunità femminile di una scelta sentimentale indipendente e libera da costrizioni convenzionali e di genere. Dal modo in cui la Compiuta Donzella si relaziona all’amore e al rapporto con il mondo maschile emerge che la sottomissione al volere paterno rappresenta una condizione moralmente inaccettabile da parte della giovane scrittrice. In tali circostanze la poesia diventa uno strumento di denuncia nei confronti di una consuetudine profondamente radicata nella cultura del Medioevo.
Questo saggio parte dall’idea che da una lettura in chiave sociologica dei versi della Compiuta Donzella di Firenze emerga il profilo di donna capace rivendicare il riconoscimento dell’identità femminile a lungo negata da un contesto maschilista e patriarcale come quello medievale. Da questa prospettiva i versi della Compiuta Donzella assumono un valore importantissimo nel Canzoniere Vaticano latino, poiché rappresentano il ricorso alla scrittura come strumento per denunciare la discriminazione femminile e rendere visibili le trasformazioni sociali e culturali che cominciano a prendere forma nel contesto coevo. Dall’analisi del comportamento della Compiuta Donzella in relazione alle convenzioni sociali e matrimoniali della sua epoca, e ricostruendo la posizione sociale della donna nel Medioevo, sarà possibile comprendere fino a che punto le scelte coniugali femminili fossero condizionate dal mondo maschile, e in che modo le implicazioni politiche e sociali del matrimonio medievale si conciliassero con l’aspetto divino dell’unione coniugale.
Questo lavoro si compone di due parti. La prima si avvale di un’analisi prettamente storica e culturale della vita delle donne nel Tredicesimo secolo per mettere in evidenza il modo in cui le convenzioni sociali dell’epoca si riflettono nei tre componimenti di cui la Donzella è autrice. Nella seconda parte i versi della rimatrice fiorentina sono letti in relazione a una selezione di testi e documenti del Duecento che fanno riferimento alla sua persona. Nello specifico si tratta della Lettera V dall’epistolario di Guittone D’Arezzo, dei sonetti Esser donzella di trovare dotta e S’una donzella di trovar s’ingegna di Maestro Torrigiano, e dei versi Gentil donzella, di pregio nomata, Gentil e sagia donzella amorosa e Donzella gaia, sagia e canoscente di Maestro Rinuccino. In ultimo, sarà presa in considerazione la miniatura artistica dedicata a una “donçella compiuta” che compare nei Documenti d’amore di Francesco da Barberino (De Barberino, 2006). 3 Questa indagine permetterà di attribuire alla voce della Donzella un valore unico, non esclusivamente legato al mistero della sua identità e alla rarità dell’essere donna scrittrice, quanto al messaggio di emancipazione e di modernità dei suoi versi.
Convenzioni matrimoniali e valore simbolico del dissenso al matrimonio della Compiuta Donzella di Firenze
Secondo l’interpretazione di Gianfranco Contini, il tema centrale del sonetto A la stagion che ‘l mondo foglia e fiora è l’infelicità di una donna che si oppone alla volontà di un matrimonio combinato dal padre. Il motivo del dolore femminile occupa le ultime due terzine del componimento ed è descritto come un tormento dell’anima che non concede tregua al soggetto in questione (Contini, 2017: 136–137). Tale sofferenza si contrappone alla gioia degli amanti che passeggiano cantando in piena armonia con la natura. L’esordio della primavera, annunciato nelle prime due quartine, accresce la felicità delle coppie innamorate lasciando inalterata la condizione psicologica della Donzella. 4
Nel componimento, l’immagine femminile proiettata verso un futuro coniugale pianificato da terzi, riflette con grande realismo un aspetto centrale alla cultura medievale. Diane Owen Hughes (1998) infatti, spiega come sin dai tempi dei Romani il matrimonio fosse concepito come una strategia politica finalizzata al mantenimento degli equilibri sociali nell’ambito dei centri abitati. L’unione coniugale sugellava il principio di una fitta rete di relazioni sociali che dal nucleo domestico si estendevano al tessuto urbano, promuovendo armonia e convivialità tra famiglie spesso rivali. 5 Con l’avvento del Cristianesimo, anche la chiesa riconobbe nelle nozze uno strumento essenziale alla prevenzione delle lotte di potere tra casati. Infatti, non si oppose all’idea che l’unione dei coniugi fosse frutto di accordi premeditati da interessi di carattere politico e sociale; l’istituzione ecclesiastica si limitò a rafforzare l’aspetto religioso della pratica matrimoniale conferendole una dimensione sacra e spirituale. Gli accordi coniugali erano, tuttavia, imposti dal capofamiglia. Quest’ultimo, esercitando un dominio assoluto sulla moglie e sulla prole, era autorizzato tanto a custodirne i possedimenti economici, quanto a operare scelte di vita per loro conto (Owen Hughes, 1998: 9–15). Le madri non avevano possibilità di intercedere tra la volontà paterna e i desideri intimi delle proprie figlie. La donna nel Medioevo restava vincolata alla patria potestà dal giorno della nascita fino alle nozze, e successivamente diventava proprietà del marito. Ne Il matrimonio nell’età medievale (1998), Diane Owen Hughes spiega che la tradizio matrimoniale tramandata dai Romani e rafforzata dai popoli germanici prevedeva due fasi, una burocratica e una di tipo cerimoniale. La prima era consacrata all’ottemperanza delle questioni prettamente legali relative alla trasmissione della dote e alla definizione delle garanzie matrimoniali. In questa fase aveva luogo la meta, un vero e proprio scambio mercantile in cui il mundium, ovvero il diritto sul controllo femminile, veniva acquistato dal marito in cambio di una somma di denaro. La seconda fase era invece destinata alla cerimonia del rito nuziale che culminava con l’unione intima dei coniugi. In ultimo, lo sposo rilasciava alla sposa un dono chiamato morgengabe, termine preso in prestito dal tedesco e tradotto come “dono del mattino”, ovvero un simbolo materiale con il quale l’uomo si assicurava il riconoscimento dei diritti sessuali sul corpo della moglie. Si comprende come la pratica matrimoniale contribuisse a rafforzare l’attuazione di una logica strumentalizzante nei confronti delle donne, percepite come “pedine da muovere in processo controllato quasi esclusivamente da uomini” Owen Hughes (1998: 15–17).
Alla luce di queste prime considerazioni, non dovrebbe sorprendere la condizione della Compiuta Donzella, quale donna del Duecento costretta ad accettare un matrimonio combinato e vincolata all’indiscutibile autorità paterna. Il suo rifiuto potrebbe avere origini dalla volontà di sottrarsi alle nozze nella speranza conservare uno status giuridico indipendente. Questa ipotesi è del resto poco plausibile poiché come menzionato da Owen Hughes (1998), l’autorità maschile era una condizione permanente e irreversibile nella vita di una donna, e il celibato non garantiva alcuna forma di indipendenza femminile. Infatti, in mancanza del padre o dello sposo, la donna era affidata alla tutela di un parente prossimo, o di un signore che si incaricava della sua protezione, assumendosene il controllo giuridico (Owen Hughes, 1998: 17).
Escludendo l’ipotesi del desiderio di indipendenza, il sonetto della Compiuta Donzella potrebbe semplicemente celare la sofferenza di una giovane donna coinvolta in un amore clandestino, e impossibilitata a portare avanti una relazione amorosa in segreto. Infatti, come la studiosa italiana Maria Teresa Guerra Medici racconta, nel Medioevo il matrimonio era una pratica controllata da leggi rigorose che punivano severamente ogni forma di trasgressione alle norme vigenti. L’adulterio e le nozze clandestine, ad esempio, erano considerati crimini a tutti gli effetti, e le pene conseguenti all’infedeltà femminile variavano dalla perdita della dote alle percosse in luogo pubblico (Guerra Medici, 2004: 32–33). Una donna compiuta, dalla condotta perfetta e ineccepibile, non avrebbe disobbedito al padre correndo il rischio di essere umiliata pubblicamente, perdendo la stima e il riconoscimento delle proprie virtù morali e comportamentali. Tuttavia, anche questa ipotesi è poco credibile poiché verrebbe smentita dalla lettura del secondo componimento della Donzella, Lasciar vorria lo mondo e Dio servire, in cui l’alternativa al matrimonio combinato sembra essere la volontà di consacrare la propria vita a Cristo, piuttosto che la fuga con un altro uomo.
Una terza ipotesi prende in considerazione la tesi di un timore da parte della protagonista nei confronti della violenza domestica. Questa supposizione nasce dall’attribuzione alla vita coniugale di una dimensione infelice che espone la donna alla violenza maschile. 6 In City Air, Women in the Medieval City (2004) Maria Teresa Guerra Medici spiega che l’esercizio della patria potestà riconosceva al capofamiglia il diritto di adoperare la forza fisica come strumento per correggere i comportamenti della moglie e dei figli. Nel Medioevo le relazioni tra marito e moglie erano disciplinate da uno strumento giuridico noto come ius commune in base al quale il rispetto reciproco era una condizione essenziale a una coppia di sposi. Tuttavia, appellandosi allo ius corrigendi un marito era autorizzato a percuotere la moglie disubbidiente e la violenza esercitata sul suo corpo doveva essere moderata ma non simbolica: “Una donna poteva essere picchiata, con un bastone non di ferro, ma di legno. Il sangue non doveva rendersi visibile” (Guerra Medici, 2004: 39). Nel sonetto Lasciar vorria lo mondo, e Dio servire la Compiuta Donzella afferma il desiderio di voler perseguire un’esistenza santa e casta pur di sfuggire alla malvagità del mondo maschile, come mette in evidenza in modo eloquente il passaggio che segue: “Membrandomi ch’ogn’uom di mal s’adorna, Di ciaschedun son forte disdegnosa”. Probabilmente gli attributi “matto, villano e falso” del verso quarto di questo sonetto si riferiscono proprio alla capacità e al diritto maschile di abusare della donna, confermando l’ipotesi che il rifiuto del matrimonio combinato abbia origine dal timore di un futuro proiettato verso una dimensione violenta. È possibile che sia proprio questo uno dei temi che emergono nelle tenzoni uomo-donna raccolte nel Canzoniere Vaticano latino di cui si è fatto menzione a proposito delle riflessioni di Steinberg proposte in apertura di questo saggio.
La quarta e ultima ipotesi circa l’origine del disappunto provato dalla Compiuta Donzella nei confronti dell’autorità paterna parte dal presupposto che la giovane donna rivendichi il proprio diritto al consenso coniugale. Le precedenti riflessioni sull’esercizio della patria potestà e sulle dinamiche del rito matrimoniale hanno messo in luce tanto l’indissolubilità del vincolo femminile all’autorità maschile, quanto la profondità delle necessità politiche e sociali alla base dei matrimoni combinati. Tuttavia, nel XII secolo il giurista e monaco bolognese Giovanni Graziano (1075–1045\47) introdusse nel suo Decreto (dal titolo Concordia discordantium canonum. A primum de iure nature et constitutionis) una clausola che riconosceva l’importanza del consenso reciproco espresso da parte dei coniugi come condizione essenziale e prioritaria alla celebrazione e alla validità delle nozze. Questa proposta, espressa nella Clausola 32, generò una vera e propria frattura nell’ormai consolidato sistema sociale, religioso e giuridico del Medioevo. Tuttavia, l’idea di Graziano non fu del tutto nuova. Il giurista si appellò a una lettera scritta da papa Urbano II (1042–1099) al Principe di Capua Giordano I (1049–1091) nella quale il pontefice esortava il regnate a riconoscere alla propria figlia il diritto al consenso di un matrimonio combinato in suo favore (Reid, 2004: 38). In una lettera successiva lo stesso Urbano II riconobbe alla nipote del sovrano aragonese Sancho Ramírez il diritto di negare il proprio consenso a un matrimonio indesiderato. Il papa si appellò a un principio di carattere teologico fondamentale: la copulazione contro la volontà di una donna rientrava nella fattispecie degli atti illeciti ed era perseguibile come forma di fornicazione o adulterio. Le donne che non davano il consenso ai matrimoni combinati, opponendosi al volere dei genitori, aprivano la strada alla possibilità di scegliere di affiancarsi all’uomo desiderato o di consacrare la propria esistenza alla devozione religiosa (Reid, 2004: 38). Owen Hughes spiega come in seguito al Decreto Graziano il rito delle nozze continuasse a svolgersi in due fasi, una burocratica e l’atra di tipo cerimoniale. Nella prima, lo sposo e la sposa erano chiamati a esprimere un reciproco consenso all’unione coniugale, anche se contrario al volere delle famiglie. Come indicato da Reid: “il consenso generava l’unione spirituale, il rapporto sessuale quella fisica, e per dar vita a un matrimonio c’era bisogno di entrambe” (2004: 39). Inoltre, le ricerche dello studioso pongono l’accento sull’esistenza di non poche contraddizioni interne al Decreto. Nello stesso documento Graziano si esprime in merito alle condizioni necessarie per la legittimazione del matrimonio e sembra tutt’altro che favorevole all’emancipazione femminile in termini di consenso coniugale. La Causa 36, ad esempio, riconosceva il consenso paterno come condizione prioritaria alle nozze. Graziano si appellava ai principi imposti da San Gerolamo e ripresi da dall’abate benedettino Regino di Prüm, secondo i quali le donne giovani andavano tutelate dall’autorità paterna anche in merito alle decisioni matrimoniali (Reid, 2004: 41). Ripercorrendo le fonti storiche il fattore età è più volte preso in considerazione come un elemento vincolante in tema di consenso matrimoniale.
Nella Prima Lettera ai Corinzi, ad esempio, il diritto al consenso coniugale è riconosciuto esclusivamente alle vedove, ovvero a donne adulte, libere dall’autorità patriarcale. Esso è infatti negato alle giovani donne ancorate al nucleo familiare e quindi sottomesse alla patria podestà. Altrove nel testo però Graziano, ispirandosi a una citazione di papa Evaristo, ammette che il consenso paterno fosse una condizione desiderabile ma non vincolante in merito alla legittimità dell’unione coniugale. Da queste riflessioni è possibile concludere che i limiti dell’età e il discorso sulla validità e sulla legittimazione delle nozze fossero degli espedienti per liberarsi dalle innumerevoli critiche sollevate da parte di teologi e canonisti dell’epoca nei confronti di un documento che metteva in discussione l’autorità patriarcale, e riconosceva dignità e autonomia all’identità femminile.
Tornando al sonetto della Compiuta Donzella, è possibile ipotizzare che la figura paterna imponesse la propria volontà sulla figlia in quanto donna troppo giovane per prender scelte indipendenti. Tuttavia, ai tempi della Donzella le incongruenze circa le clausole matrimoniali sarebbero comunque state dissolte ad opera degli interpreti del documento.
Agli inizi del Duecento la glossa ordinaria al Decreto redatta da Giovanni Teutonico (1200–1258 circa) riconobbe come ufficiale il diritto al consenso matrimoniale da parte delle donne, e da allora il rito delle nozze fu espressione di una scelta individuale spontanea consapevole (Reid, 2004: 43). In questa nuova dimensione, l’approvazione paterna assunse il valore di una virtù morale, ma non fu una condizione essenziale alle nozze. Questo principio venne confermato dalla chiesa, come dimostrano i successivi interventi di papa Alessandro III (1100–1181) e papa Gregorio IX (1170–1241) che mediante i loro decreti si proposero di portare avanti una causa contro l’uso della coercizione come mezzo per imporre alla donna l’unione coniugale. Per papa Gregorio IX, in particolare, il matrimonio doveva essere liberato da qualsiasi forma di forzatura adoperata nei confronti della donna per convincerla a sposarsi.
Da queste riflessioni si delinea il profilo di una figura femminile nuova non più relegata al focolaio domestico e soggiogata alla dimensione maschile. La Compiuta Donzella è una donna erudita, capace di leggere, scrivere, comporre versi, e soprattutto pienamente consapevole della dimensione sociale, giuridica e culturale coeva. La sua scrittura non è soltanto un espediente per dare sfogo a un malessere interiore ma un vero e proprio strumento di denuncia nei confronti di un diritto negato alle donne. Da questa prospettiva, l’eloquenza dell’unica voce femminile che compare nel Canzoniere Vaticano risulta particolarmente forte e in difesa del principio di uguaglianza tra il maschile e il femminile e del diritto della donna di essere riconosciuta nella sua piena identità.
Il valore della vita monastica: Emancipazione femminile sociale e culturale
Le precedenti riflessioni circa il ricorso alla scrittura in versi come strumento per dare voce all’identità femminile e denunciare il riconoscimento delle pari opportunità nell’ambito della vita coniugale potrebbero trovare conferma ulteriore nel secondo componimento della Compiuta Donzella, Lasciar vorria lo mondo e Dio servire. In questo sonetto la giovane dichiara espressamente il rifiuto verso un marito o un signore che si occupino della sua tutela, e lamenta di voler lasciare il mondo per consacrarsi al servizio di Cristo. Analogamente al rifiuto verso il matrimonio combinato espresso nel sonetto precedente, la scelta di un cammino religioso porterebbe rappresentare un motivo di emancipazione della donna. Infatti, contrariamente a quanto si potrebbe immaginare in età contemporanea, nel Medioevo la reclusione femminile non rappresentava necessariamente una forma di privazione della libertà personale; al contrario era un’occasione per svincolarsi dagli obblighi matrimoniali e devolvere la propria esistenza a cause nobili e a esperienze ricche di significato. Il convento accoglieva principalmente ragazze nubili e donne rimaste vedove. Per le prime la scelta di una vita ascetica rappresentava un modo per preservare il valore della castità e sfuggire all’imposizione di una vita coniugale indesiderata. Spesso erano le madri reduci di matrimoni forzati a incoraggiare le figlie verso un’esistenza devota alla preghiera al fine di preservare il valore della loro verginità e la loro indipendenza. Le vedove, invece, concepivano la reclusione volontaria come un modo per prepararsi spiritualmente alla vita ultraterrena. Giuseppe Lauriello (2009) fa notare che nel Duecento la vita monacale era una delle prospettive più diffuse fra le donne ostili al matrimonio combinato e quindi all’infelicità che deriva dall’idea di abbandonare i luoghi familiari e gli affetti per proseguire il resto della propria esistenza accanto a un uomo sconosciuto. 7 Inoltre, come è messo in evidenza da Daniele Cerrato (2014a), la Compiuta Donzella non sarebbe l’unica donna italiana della tradizione medievale a intravedere nella vita del monastero una via di fuga dal matrimonio combinato, conseguente all’autorità patriarcale. Chiara D’Assisi (1194–1253) e Umiliana Cerchi (1219–1246) presentano forti affinità con le vicende illustrate nei versi della rimatrice fiorentina. Entrambe le figure religiose, infatti, avrebbero perseguito la vita monacale pur di non piegarsi alla volontà paterna di un matrimonio combinato e funzionale a garantire il consolidamento di un’alleanza sociale con altre famiglie (Cerrato, 2014a: 142–143).
Inoltre, è utile considerare che il convento permetteva alle donne non solo di liberarsi dal vincolo al mondo maschile, ma anche di beneficiare di una serie di vantaggi, tra i quali l’accesso alla cultura. Le monache, infatti, accanto all’orazione e alle opere di carità, svolgevano il lavoro di copiste eseguendo riproduzioni di lettere, documenti e libri. In Women in Medieval Western European Culture, Linda Mitchel spiega come questa pratica rientrasse nelle mansioni che una donna doveva svolgere per conto della chiesa: “the early Middle Age was a time when nuns were learned and their learning was valued as service to the church” (Mitchel, 2016: 279). Di conseguenza la vita monacale imponeva un livello di alfabetizzazione femminile superiore a quello richiesto nella vita fuori dal convento. Il sistema scolastico medievale, infatti, rifletteva forti discriminazioni di genere e di classe che limitavano le opportunità accademiche del mondo femminile. Le donne erano in primo luogo escluse dall’accesso a istituzioni scolastiche ufficiali e a livelli di istruzione che andavano oltre le elementari. L’educazione femminile avveniva nell’ambito di scuole informali, allestite da preti e scrivani che si incaricavano di trasmettere loro la conoscenza del vernacolo.
Barbara Hanawalt e Anna Dronzek specificano che l’apprendimento della scrittura e della grammatica latina, indispensabile per consentire la partecipazione ai rituali ecclesiastici, erano prerogative esclusivamente maschili. Tuttavia, non era raro che le donne appartenenti alla classe nobile avessero accesso all’educazione formale e imparassero a scrivere (Hanawalt e Dronzek, 1999: 32). Da questo punto di vista sono essenziali le riflessioni di Cerrato, secondo cui la Compiuta avesse l'opportunità di imparare a scrivere e a comporre versi, ma anche di accedere ai circoli letterari fiorentini e di entrare in contatto con altri poeti del Duecento, beneficiando dello scambio culturale con gli intellettuali del suo tempo (Cerrato, 2014a: 145). 8 Tenendo in considerazione questo aspetto si potrebbe ipotizzare che l’alternativa al convento rappresentasse per la Compiuta Donzella un modo per coltivare le proprie capacità letterarie e portare avanti la scrittura come mezzo per esprimere i propri pensieri e denunciare i propri diritti. Inoltre, supponendo che l’istruzione superiore della rimatrice fiorentina riflettesse l’appartenenza a una famiglia benestante, si potrebbe collegare il suo interesse per la vita monastica alla possibilità di ricoprire un ruolo istituzionale autorevole e di pari livello a quello maschile. Infatti, nei monasteri medievali le donne non coprivano gli stessi incarichi degli uomini, a meno che non discendessero da famiglie benestanti. In questo caso, esse avevano accesso al ruolo di suore e all’incarico di badesse. (Mitchel, 2016: 258). Tenendo conto della posizione subalterna all’uomo nel contesto sociale e istituzionale, la possibilità di coprire ruoli di rappresentanza in ambito religioso poneva la donna a un livello paritario rispetto a quello maschile. Da questa prospettiva, la Compiuta Donzella assume i tratti di una donna non solo colta e consapevole dei propri diritti, come accennato in precedenza, ma anche ambiziosa e capace di farsi strada nel contesto sociale e istituzionale guidata dal lume della conoscenza. Una donna medievale dalla personalità forte e determinata rappresentava senza dubbio una novità rispetto alla consuetudine sociale e culturale del Medioevo. Non a caso la reazione dei contemporanei alla sua presenza non fu necessariamente benevola. Diversi autori dedicarono alla Compiuta Donzella di Firenze messaggi in forma epistolare e in versi nei quali espressero pareri contrastanti circa l’esistenza di una donna colta e scrittrice. Tra questi Guittone d’Arezzo dedicò alla Compiuta Donzella la Lettera V del suo epistolario 9 , e i Maestri Torrigiano e Rinuccino le indirizzarono dei sonetti. Il confronto fra questi testi proposto dalla filologa Carla Rossi mette in luce tre modi distinti da parte della sfera maschile di frenare le capacità letterarie della Donzella (Rossi, 2008: 485). Guittone d’Arezzo scrive un’epistola indirizza a una “soprapiacente donna” di cui ammira la gentilezza e le virtù morali, per esortala al perseguimento di un’esistenza casta e devota alla preghiera. Per quanto il poeta conoscesse i testi della Donzella, le sue parole non menzionano il diritto della giovane al consenso coniugale, tanto meno la necessità di conciliarsi con l’autorità paterna. In aggiunta, il poeta non fa alcun riferimento alle capacità letterarie della scrittrice, ma si limita ad esaltarne le virtù morali e a indirizzarla verso la reclusione volontaria. Secondo, il suggerimento di Guittone può essere letto come un espediente per tenere lontana dal contesto sociale una donna capace di comporre versi e soprattutto di affidare alla scrittura un sentimento di ribellione (Rossi, 2008: 485). Anche Daniele Cerrato intravede nelle parole di Guittone un tentativo subdolo di arginare il lavoro della poetessa, suggerendole di allontanarsi dal contesto letterario coevo. Infatti, l’idea che la Compiuta per la sua natura fosse un essere superiore rispetto ai comuni mortali, dovrebbe essere una motivazione sufficiente per indurla a ben più nobili aspirazioni, come dedicarsi a servire Dio (Cerrato, 2014a: 147).
Analogamente alle parole di Guittone, quelle di Maestro Torrigiano possono celare una volontà maschile di sminuire l’autorità femminile che emerge dai versi della Compiuta. Nei sonetti Esser donzella di trovare dotta e S’una donzella di trovar s’ingegna Torrigiano assume un tono parodico nei confronti dell’esistenza di una donna capace poetare ed enfatizza come tale fenomeno fosse contro natura. Come messo in evidenza da Daniele Cerrato, per Torrigiano: “vedere una donna poetessa è una cosa talmente incredibile (la parola “meraviglia” compare tre volte nel sonetto) che sarebbe come vedere un cavallo che sa suonare la lira (“è ver caval sonar la rotta”)” (Cerrato, 2014b: 113).
Si tenga presente, che Cerrato attribuisce ai versi di Torrigiano una connotazione positiva. Secondo lo studioso, infatti, il maestro da Firenze avrebbe voluto enfatizzare il prestigio e al contempo la rarità di una donna scrittrice nell’età a lui contemporanea. 10 Secondo Carla Rossi, invece, l’atteggiamento di Torrigiano si presenta fortemente maschilista, non solo in relazione al mondo femminile, ma anche nei confronti della cultura. 11 Per il poeta sono gli uomini saggi e non gli stolti a riconoscere l’inferiorità intellettuale femminile, di cui diede prova Eva, la prima donna del genere umano (Rossi, 2008: 487–488). Diverso invece, è l’atteggiamento di Maestro Rinuccino che in tre sonetti, Gentil donzella, di pregio nomata, Gentil e sagia donzella amorosa e Donzella gaia, sagia e canoscente, sembra apprezzare le qualità fisiche e intellettuali della Donzella. Tuttavia, contrariamente a Guittone, egli invita la giovane scrittrice a mostrare maggiore benevolenza nei confronti del mondo maschile, e in particolar modo nei suoi riguardi. È possibile interpretare il valore di questa richiesta come un tentativo maschile di riportare la donna ad uno stato di sottomissione nei confronti dell’uomo e di accettare con indulgenza il posto sociale che la sfera maschile aveva predisposto nei suoi riguardi. Se si prende in considerazione la miniatura artistica dedicata a una “donçella compiuta” che compare nei Documenti d’amore di Francesco da Barberino, è possibile credere che l’unica testimonianza artistica della Compiuta Donzella non rifletta l’immagine di una donna colta ed emancipata quanto quella di una giovane infelice profondamente sofferente.
Justin Steinberg (2006) spiega che nel disegno di Barberino la Donzella appare ritratta tra le vittime d’Amore in un’illustrazione composta da figure femminili allineate l’una all’altra e distinte da un’annotazione collocata in alto a sinistra, in prossimità dei loro volti, che ne specifica lo status coniugale. L’immagine della rimatrice fiorentina, collocata a metà tra il profilo della figura distinta come fanciulla e quello della donna maritata, rappresenta una giovane che “mette a repentaglio la propria vita digiunando” (Steinberg, 2006: 11). È possibile supporre che anche la rappresentazione iconografica della Donzella avesse una funzione pedagogica nei confronti dell’intera sfera femminile e fosse un invito esteso alle donne a non comportarsi come la giovane ribelle alla quale spetta un destino di sofferenze. Ancora una volta i codici culturali oppongono resistenza alle esigenze femminili che contestano le diverse forme di dominio patriarcale.
La conquista femminile del diritto al consenso coniugale
Le precedenti riflessioni hanno portato alla luce l’ipotesi che gli scrittori contemporanei alla Compiuta Donzella avessero tentato di arginare la figura di una donna scrittrice e di reprimere eventuali tentativi di ascesa femminile nella sfera sociale medievale. 12 In effetti da una lettura del sonetto Ornato di gran pregio e di valenza, terzo ed ultimo componimento del corpus letterario attribuito alla rimatrice fiorentina, emerge un cambiamento nel modo in cui la stessa si relaziona alla sfera sentimentale. Tanto le parole di Guittone D’Arezzo quanto i versi di Maestro Torrigiano e di Rinuccio potrebbero aver inciso fortemente sul modo di pensare e di agire della poetessa, riportandola a quello stato di sottomissione al mondo maschile convenzionalmente radicato e condiviso dalla società del suo tempo. Il componimento in questione fa parte di una tenzone di tre sonetti – Gentil donzella somma ed insegnata, Ornato di gran pregio e di valenza e Perc’ogni gioia ch’è rara è graziosa – fra la Compiuta Donzella e un interlocutore sconosciuto. Lo scambio di versi si apre con un elogio alle doti intellettuali e sovrannaturali della giovane donna, e prosegue con la proposta di una relazione sentimentale. La Donzella accetta con riconoscenza l’omaggio dell’ammiratore e dichiara di essere disposta a ricambiare le avances di qualunque amante fedele.
Tenendo presente che nei precedenti sonetti la dimensione ascetica aveva rappresentato per la Compiuta l’unica alternativa possibile ad una vita coniugale, l’interesse per una relazione con un uomo che emerge nel suo ultimo componimento determina un’assenza di continuità tematica fra i primi due sonetti e il terzo. La stessa collocazione dei testi della Donzella nell’ambito Canzoniere Vaticano riflette l’idea che Ornato di gran pregio e di valenza fosse indipendente e non complementare ai primi due sonetti. 13
In realtà, proseguendo con l’approccio sociologico portato avanti nei precedenti paragrafi e leggendo il terzo sonetto della Compiuta in relazione alle trasformazioni sociali e canoniche introdotte dal Decreto di Graziano, è possibile trovare una forte continuità fra tutti i componimenti della rimatrice fiorentina. In Versions of a Feminine Voice: The Compiuta Donzella di Firenze (2018) l’analisi della tenzone proposta dallo studioso David Bowe porta alla luce due aspetti chiave che possono svelare le ragioni di un cambiamento nel comportamento della Compiuta. In primo luogo, in Ornato di gran pregio e valenza la figura paterna è completamente assente dai versi della giovane scrittrice. Poiché nella tenzone non emergono personaggi maschili al di fuori dell’anonimo interlocutore, l’assenza della figura paterna e la sottomissione consenziente ad Amore fanno della Donzella l’unica persona responsabile della propria scelta in ambito sentimentale (Bowe, 2018: 3). Questo concetto è rafforzato nell’ultima terzina in cui la poetessa afferma di appartenere ad Amore, e quindi di voler ubbidire esclusivamente a sé stessa.
A questo punto se A la stagion che l’mondo foglia e fiora è un implicito appello al diritto al consenso coniugale ormai riconosciuto dal Decreto Graziano, Ornato di gran pregio e valenza vuole avvalorare la conquista femminile di tale diritto. È possibile supporre che il sonetto celebri l’opportunità della donna medievale di operare una scelta coniugale indipendente e priva dell’ingerenza di qualsiasi figura maschile. A conferma ulteriore, sono utili le riflessioni di David Bowe che prende in esame alcune connessioni lessicali tra il primo sonetto della tenzone con anonimo, e la risposta della Donzella, ponendo l’accento sull’uso dei termini segnoragio e servire che compaiono nei loro versi. Il primo è usato dall’interlocutore per esortare la poetessa a prestargli un servizio d’amore, un rituale di corteggiamento che implica uno stato di prostrazione e di venerazione assoluta da parte della donna nei confronti dell’uomo. Il termine servire, invece, compare nella risposta della Donzella, che accoglie benevolmente l’idea di sottomettersi alle consuetudini imposte da tale servizio (Bowe, 2018: 4). A questo punto è evidente che la tenzone presa in esame ribalta il tradizionale modello dell’amore cortese in cui la donna, collocata su un livello socialmente superiore rispetto all’uomo, è oggetto della venerazione maschile. Il capovolgimento dei ruoli nel rapporto tra gli amanti rimanda all’interpretazione di Steinberg nei confronti della funzione strumentale delle voci femminili del Canzoniere che ha fornito il punto di partenza per questo studio. Ornato di gran pregio e valenza si presta ad una lettura parodica e dissacrante del modello cortese proposta dalle tenzoni uomo-donna del manoscritto. Se anche in questa tenzone la voce femminile del Canzoniere Vaticano latino è funzionale a mettere in discussione i dettami dell’amore cortese facendo luce sulle reali dinamiche nel rapporto tra il maschile e il femminile, è possibile supporre che affermando di appartenere ad Amore la Donzella volesse criticare un sistema sociale che non le riconosce il diritto di amare in maniera indipendente e consapevole. Anche l’idea di concedersi a qualunque amante fedele potrebbe rappresentare un’esagerazione finalizzata ad enfatizzare, mediante la parodia, il diritto indiscutibile di ciascuna donna ad amare il compagno scelto. Da questa prospettiva, le dichiarazioni della Donzella fanno eco a versi pronunciati da altri personaggi femminili della poesia italiana trecentesca che vedono nel matrimonio un compromesso ideale tra un indomabile desiderio di liberare i propri istinti amorosi e passionali, e l’altrettanto forte necessità di non compromettere la propria reputazione di fronte alle vigenti forme di stigmatizzazione sociale. Questo particolare aspetto del mondo femminile emerge da uno studio condotto da Christopher Kleinhenz che, in Pulzelle e maritate: Coming of Age, Rites of Passage, and the Question of Marriage in Some Early Italian Poems (1995), prende in esame una serie di componimenti della lirica del Trecento che hanno danno voce al desiderio femminile di avvicinarsi al mondo maschile per fare esperienza di un rapporto amoroso. Nello specifico, si tratta dei componimenti Ormai quando flore di Rinaldo d’Aquino, ispirato al lamento di una giovane fanciulla alle prese con i primi impulsi sessuali che restano inappagati a causa della mancanza di un compagno; l’anonima canzonetta Part’io mi cavalca, incentrata su un dialogo tra madre e figlia in merito al desiderio di quest’ultima di possedere un amante; le ballate in forma dialogica note come rime dei Memoriali Bolognesi tra le quali Kleinhenz annovera un poema ispirato a una giovane donna che rimprovera il padre per non averle trovato un marito (Kleinhenz, 1995: 91–100). In aggiunta, il celebre contrasto attribuito a Cielo d’Alcamo dal titolo Rosa fresca aulentissima, risalente alla metà del Tredicesimo secolo, propone una sequenza tematica analoga a quella dei tre componimenti della Compiuta Donzella. I versi di Cielo d’Alcamo sono ispirati a un acceso dialogo tra un corteggiatore di basso rango e una nobildonna, la quale prima si mostra ostile nei confronti delle avances mosse dal proprio interlocutore, poi afferma di preferire la vita monacale all’idea di concedersi all’amante in questione, e in ultimo si offre pienamente a lui, dichiarando tanto la propria ardente passione, quanto un sincero risentimento per la precedente ritrosia. È importante notare che l’accondiscendenza della donna al rapporto amoroso rappresentato nel contrasto è conseguente al giuramento sacro pronunciato dall’uomo in nome del Vangelo di non esporre la donna a eventuali umiliazioni pubbliche. Nei poemi selezionati da Kleinhenz, l’amore appare un impulso istintivo e indomabile, dettato dallo stato di maturazione fisica, sessuale e psicologica che contrassegna una donna nel passaggio dall’età adolescenziale alla fase adulta. La scelta delle nozze è strumentale rispetto all’intrinseco desiderio di natura fisiologica che muove la donna verso la ricerca di un uomo, che sia in primo luogo amante, e in secondo luogo marito, in virtù della pressione del giudizio morale in ambito sociale (Kleinhenz, 1995: 100–107). Non si esclude, a questo punto, l’ipotesi che anche la Compiuta Donzella di Firenze possa aver individuato nel matrimonio una possibile via di fuga dalla pressione sociale che condiziona i desideri più reconditi dell’animo delle donne. Lo studio di Kleinhenz offre senza dubbio un’ulteriore direzione di ricerca per l’interpretazione del valore sociologico da attribuire ai versi della Compiuta. Questa ipotesi, del resto, potrebbe essere confermata dalla lettura incrociata del lavoro dello studioso con le ricerche di Daniele Cerrato. Quest’ultimo, analizzando il valore semantico dei termini “compiuta” e “donzella” su indicazioni del TLIO (Tesoro della lingua italiana delle origini) sostiene che il primo termine faccia riferimento “al raggiungimento dell’età adulta e della maturità” di una donna, mentre il secondo sia adoperato per indicare una persona di genere femminile “in giovane età, non ancora maritata, vergine” (Cerrato, 2014a: 108). Seguendo la traccia aperta da Kleinhenz in merito al desiderio femminile di intraprendere la vita coniugale come risposta conseguente al bisogno fisiologico di maturazione sessuale, e tenendo presente le osservazioni di Cerrato in merito ai possibili significati delle parole compiuta e donzella, i versi di Ornato di gran pregio e di valenza potrebbero eventualmente assumere un valore ulteriore, rappresentando il punto di arrivo nel percorso di crescita della giovane poetessa che si appresta a fare esperienza di una vita sentimentale nel pieno rispetto della propria identità e del proprio diritto al consenso coniugale.
In ultimo, il discorso sulla volontà della Donzella di difendere tale diritto, non potrebbe dirsi completo senza prima provare a ricostruire le modalità con cui una giovane donna del Duecento, indubbiamente colta, e probabilmente discendente da una famiglia benestante, avesse avuto modo di conoscere l’esistenza del Decreto di Graziano. In altre parole, è necessario provare a ricostruire le modalità di diffusione e accettazione del documento destinato a gettare le basi per una nuova tradizione giuridica e canonica a livello europeo. In primo luogo, è necessario tenere conto del fatto che esistono opinioni contrastanti circa la vita e gli insegnamenti di Graziano, nonché le fasi di stesura del suo documento. Accanto alla mancanza di fonti biografiche ufficiali, parte delle informazioni sull’esistenza del monaco bolognese furono alterate dalla tradizione giurista per conferire esemplarità e influenza all’autore di un documento storico di altissimo spessore in epoca medievale. Gli storici di diritto canonico del Novecento affermano con certezza che Graziano fosse un monaco dell’ordine camaldolese e che insegnasse diritto presso la scuola di Bologna. Il celebre giurista John T. Noonan, invece, mette in dubbio il coinvolgimento di Graziano nella vita religiosa, e le ipotesi che a un certo punto della sua carriera fosse stato eletto vescovo o cardinale, mentre ne conferma il ruolo di maestro (Winroth, 2000: 6). Restano invece di carattere leggendario le informazioni relative al luogo di origine di Graziano, vissuto probabilmente un piccolo paese tra Orvieto e Chiusi, e il suo legame con il monastero dei SS. Felice e Naborre. Per quanto non sia stato possibile ricostruire i limiti cronologici dell’attività didattica del giurista, è indiscutibile l’impatto che i suoi insegnamenti ebbero nelle diverse scuole di diritto che presero forma in Italia e all’estero sul modello dell’accademia bolognese. Il Documento di Graziano, infatti, costituiva una parte integrante del diritto comune (lo ius commune) assieme al Diritto Romano, e pertanto rappresentava l’unico documento giuridico appreso nelle scuole e il principale punto di riferimento in materia legislativa nel Medioevo. Le motivazioni che spinsero Graziano alla stesura del Decreto furono di varia natura, e prevalentemente connesse a un’esigenza di una riforma in ambito ecclesiastico. L’ambizione della chiesa a estendere la propria egemonia sul piano temporale aveva infatti messo in rilievo la necessità di una maggiore stabilità sul profilo giuridico e istituzionale.
L’opera di Graziano nacque come rimedio alle innumerevoli contraddizioni esistenti nella tradizione canonica tramite l’introduzione di un nuovo metodo di interpretazione delle leggi antiche fondato sullo studio dei particolarismi di ciascun caso giuridico, al fine di risolvere le astrattezze e le incoerenze esistenti nell’ambito delle diverse norme che disciplinavano non solo la dimensione religiosa, ma anche alcune questioni di carattere economico, giuridico e coniugale. Non a caso Graziano definì la prioria opera Concordia Discordatium Canonum, ponendo l’accento tanto sulla propria metodologia di indagine, quanto sul potere giuridico della chiesa che affiancando il Diritto Romano nella compilazione delle leggi e nella soluzione delle questioni legali assumeva un’ingerenza sempre maggiore nella vita dei fedeli (Winroth, 2000: 2).
Restano contrastanti le opinioni circa le fasi di gestazione del Decreto. La critica storica conferma che Graziano lavorò alla sua opera in più fasi e che il suo testo fosse stato recepito come un documento flessibile, ovvero aperto a modificazioni e rielaborazioni da parte dei posteri. La compilazione dei canoni ebbe inizio intorno al 1140, mentre i singoli commenti furono aggiunti in varie fasi. In The Making of Gratian's Decretum (Winroth, 2000), Anders Winroth sostiene la tesi dell’esistenza di due compositori del testo: il primo, Graziano, il quale avrebbe creato un’opera di base contenente circa 2000 canoni, e un secondo “Graziano” che ne avrebbe raddoppiato il contenuto. Inoltre, nella ricostruzione delle fasi della stesura del Decreto, Winroth ritiene che durante il Medioevo questo importantissimo testo non venne formalmente approvato dalla chiesa cattolica. La versione ufficiale del documento comparve nel 1582, con il nome di editio Romana, in seguito all’opera di revisione e approvazione operata da una commissione di cardinali i Correctores Romani che ispezionò i contenuti del Decreto al fine di correggere eventuali passaggi poco conformi alla tradizione cattolica in vigore prima di Graziano. Le innumerevoli contraddizioni e la mancanza di fonti per una ricostruzione adeguata della storia della Decreto non possono negare l’importanza di questo documento nelle scuole di diritto e la sua diffusione negli istituti accademici dell’Italia settentrionale, in particolare L’Alma Mater Studiorum dell’Università di Bologna. Per questa ragione si ritiene possibile che l’accesso all’istruzione e probabilmente la partecipazione attiva ai circuiti accademici siano state circostanze essenziali per favorire la Compiuta Donzella nella conoscenza del Decreto, dei suoi importanti cambiamenti e della necessità di difendere attraverso la scrittura un diritto che le autorità locali e la secolare tradizione medievale cercarono di negare all’universo femminile.
Conclusioni
In questo lavoro i primi due componimenti della Compiuta Donzella di Firenze sono stati interpretati in relazione alla posizione della donna nella società medievale al fine di individuare un messaggio di emancipazione femminile nei confronti del mondo maschile. In primo luogo, si è cercato di individuare l’origine del disappunto di una giovane del Duecento nei confronti di una consuetudine radicata nella cultura del suo tempo. Partendo dall’idea che lo stato di sottomissione all’uomo impedisse alla donna medievale di gestire in maniera autonoma ogni aspetto della propria esistenza, il lamento della Donzella è stato associato a un desiderio di libertà repressa, e successivamente a un timore nei confronti della violenza maschile sulla moglie e sulla prole. In ultimo, esplorando gli aspetti canonici e giuridici del matrimonio medievale è stato possibile supporre che la Donzella rivendicasse il consenso alle nozze riconosciuto dal Decreto del monaco bolognese Giovanni Graziano, e successivamente dai pontefici che operarono affinché il matrimonio in epoca medievale si concretizzasse come scelta spontanea e consapevole da parte di entrambi i coniugi. Successivamente, tenendo conto della funzione culturale dei conventi nella società medievale e della possibilità delle donne provenienti da ceti elevati di coprire incarichi ecclesiastici di pari livello rispetto a quelli ricoperti dalle figure maschili si è ipotizzato che la scelta della Compiuta Donzella di perseguire la vita conventuale in alternativa a quella matrimoniale nascesse da un interesse della donna per l’istruzione accademica e l’opportunità di accesso alle funzioni burocratiche che la società negava al mondo femminile. Analogamente al consenso coniugale, la reclusione volontaria assume il valore di una scelta individuale portata a compimento da una donna che non ammette la sottomissione all’autorità maschile, ma difende un proprio diritto di identità e di parola facendo ricorso alla scrittura come mezzo di espressione individuale, e in particolare nel caso della poesia, veicolo efficace di informazione tra le persone colte in epoca medievale. Questa strategia permette alla voce della Donzella di avere un grande impatto fra i suoi contemporanei, e di farsi portavoce di una condizione comune all’intero universo femminile. Inoltre, con grande saggezza e profondità d’animo la Donzella nel suo dichiararsi Amore, si identifica nell’essenza spirituale di un sentimento nobile, e accede alla sfera sentimentale in maniera indipendente e consapevole. La scrittrice, libera dai formalismi e dalle costrizioni familiari e sociali, avanza verso una dimensione sentimentale in piena autonomia di scelta. Il diritto al consenso coniugale riconosciuto dal Decreto Graziano ha restituito identità alla donna, non più oggetto delle contese maschili. Da questo punto di vista, il profilo della Compiuta Donzella riflette l’immagine di una donna poliedrica che esce dall’immaginario comune di essere vivente privo di identità e sottomesso all’autorità maschile. La scrittura le permette di rappresentarsi come figura autorevole, determinata a farsi avanti nel cammino intellettuale al fine di integrarsi a tutti gli effetti nel contesto sociale del suo tempo.
Alla luce di queste riflessioni il breve corpus della Compiuta Donzella potrebbe assumere un valore importantissimo in quanto testimonianza scritta di un grande cambiamento sociale e culturale in atto nel Medioevo. In ultimo, questo studio non ha la pretesa di svelare delle verità sulla misteriosa rimatrice fiorentina, ma si propone come un punto di partenza per ricerche ulteriori che potrebbero riconoscere alla voce della Compiuta Donzella un significato ancora maggiore nel Manoscritto Vaticano latino.
