Abstract

Il volume di Jo Ann Cavallo è uno studio attento, approfondito e ricco di un frammento notevole della storia di un’arte popolare del Meridione d’Italia, della tradizione cavalleresca italiana e delle sue riscritture, e dell’emigrazione italiana a New York. Un frammento, sì, pur nei suoi sviluppi e ramificazioni; ma una di quelle storie che fanno intravedere un mondo più vasto e articolato.
La prima parte è dedicata alla ricostruzione della storia della famiglia di Agrippino Manteo, nato alla fine del 1800 in un piccolo paese della Sicilia. Il suo avviamento all’opera dei pupi ha il sapore di una iniziazione cavalleresca, e il racconto di questa parte della storia dà l’opportunità all’autrice di soffermarsi sull’arte dei pupari nella Sicilia orientale, arte ancora oggi coltivata con passione dalle ultime generazioni di professionisti e che ha caratteristiche diverse da quella della parte occidentale dell’isola (grossomodo, infatti, si distinguono una “scuola” catanese e una palermitana).
Manteo, dopo alcuni anni passati in Argentina, dove la sua famiglia comincia a crescere, si trasferisce nella New York della fine degli anni 1910, meta già da alcuni decenni dell’emigrazione italiana, e la sua storia di maestro puparo si intreccia con quella della comunità italiana, dei quartieri in cui stabilisce i primi due teatri (nel Lower East Side e poi a Little Italy), con quella che artisticamente chiameremmo ricezione, ma che fu anche e prima di tutto una questione di integrazione all’interno di una comunità.
Nel raccontare la ricerca sulla famiglia Manteo, i cui membri cominciano ben presto a partecipare al mestiere e all’arte che li farà conoscere presto nella nuova città, l’autrice ha ricostruito anche parte della reazione della stampa che ci permette di osservare quale fosse il punto di vista esterno su questa attività. Alcuni giornalisti mostrano un atteggiamento di sufficienza o superiorità, dovuto probabilmente sia all’ignoranza dell’ipotesto, nobilissimo, di quelle storie cavalleresche, sia ai pregiudizi razziali. Dietro alla storia del teatro dei Manteo si intravede il faticoso processo di integrazione non di questa famiglia solamente. Anche l’arte dei pupi, infatti, risente della politica e degli eventi storici, e il suo periodo di declino è comprensibile, come mostra Cavallo, alla luce delle leggi sull’immigrazione, più rigide dopo il secondo dopoguerra, del progressivo abbandono della lingua italiana da parte delle generazioni più giovani, oltre che come conseguenza dello sviluppo di nuove forme di intrattenimento serale. Ciononostante, il figlio di Agrippino, per i successivi quarant’anni dalla morte del padre, terrà in vita, in una continuità fatta anche di cambiamenti, l’attività di famiglia, dedicandosi a preservare la tradizione dei pupi siciliani, pur non avendo mai vissuto in Sicilia.
Il secondo aspetto cui si dedica l’autrice nel resto del libro (il secondo capitolo della parte prima, tutta la parte seconda e le sette ricche appendici) è quello più filologico e di ricerca sui testi dei cosiddetti copioni; indagine e analisi che non devono essere state né semplici né brevi, data la mole di materiali analizzati e il loro essere perlopiù manoscritti. Qui la studiosa mostra di padroneggiare con sicurezza, come già dimostrato nei suoi studi nel corso degli scorsi decenni, la tradizione cavalleresca italiana, nelle sue versioni originali (Pulci, Boiardo, Ariosto, il Berni riscrittore dell’Inamoramento, Tasso) e nelle sue diverse forme di riscrittura – a cui l’opera dei pupi appartiene di diritto, ancorché in una forma diversa dagli originali. Gli ipotesti cui si ispirano i copioni, infatti, sono sì le opere del 1400-1500 italiano, ma filtrate in molti casi dalle versioni successive in prosa, di straordinario successo, come la Storia dei paladini di Francia di Giusto Lodico – e delle contaminazioni che portano alle transcodificazioni di quei testi nei copioni l’autrice dà intelligentemente e puntualmente conto.
Lo studio di Cavallo diventa quindi un lavoro di filologia certosino, che indaga non solo i rapporti tra testi e ipotesti, ma anche tra le diverse storie contenute nei quaderni dove Manteo scriveva e glossava i testi delle rappresentazioni. A questo aspetto, nella parte seconda del volume, si aggiunge l’esame e la traduzione in inglese di otto spettacoli del ciclo dei paladini di Francia del teatro della famiglia Manteo. La studiosa sottolinea in queste pagine come, in un mondo letterario cavalleresco che si nutre di cambiamenti e riscritture, anche nel caso di questi testi sia interessante l’analisi delle variazioni e dei motivi che le hanno generate, oltre all’individuazione dei luoghi di provenienza di questi.
L’indagine mostra con chiarezza, in definitiva, le possibili strade che prendono i testi e i materiali della nostra tradizione e del nostro immaginario. La famiglia Manteo e la sua arte rivelano, con le loro migrazioni e il loro plurilinguismo (italiano, spagnolo e inglese sono le lingue delle diverse generazioni), che la tradizione non è una monade sacra, ma è piuttosto contaminazione: è anche quella nuova pianta cresciuta da una talea, in un altro giardino, curata da altre persone.
