Abstract
Questo lavoro si concentra sul racconto Trattamento di quiescenza, che chiude la raccolta Storie naturali, al fine di dimostrarne gli elementi tanto intertestuali con il romanzo Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, quanto quelli interdiscorsivi che legano i due testi al libro dell’Ecclesiaste. Il testo sacro, infatti, diventa unico apparente riparo all’invasione mentale, materiale e sensoriale imposta in maniera artificiosa e artificiale da schermi e macchine sull’uomo, vittima della tecnologia che avanza impetuosa.
Trattamento di quiescenza, “sesto e ultimo episodio del ciclo Simpson, è l’unico vero inedito di S[torie] n[aturali] e sigilla il libro con un monito contro gli eccessi della tecnologia” (Cavaglion, 2023: 84). Il racconto, “tra i pezzi più belli della raccolta” (Ferrero, 2007: 53), chiude l’insieme delle “proposte della scienza e della tecnica viste dall’altra metà di me stesso in cui mi capita di vivere” (Belpoliti, 1997: 107) 1 , pubblicate da Levi per Einaudi nel 1966 2 , sotto il noto pseudonimo di Damiano Malabaila.
Sulla scelta del nome argomenterà lo stesso autore: Dunque, avveniva questo: io a quel tempo lavoravo in fabbrica, a Settimo Torinese, e passavo due volte al giorno per corso Giulio Cesare, dove c’era un elettrauto che si chiamava Malabaila. E a me questo nome piaceva moltissimo, mi piaceva talmente che gliel’ho rubato. Davanti a questa proposta dell’editore: sì va bene, trovati uno pseudonimo, mi sono scelto Malabaila come cognome, e Damiano perché è un nome piemontese […]. Ho poi saputo che i Malabaila sono una casa nobiliare del Monferrato, spero che non si siano offesi. Ma qui sono sopravvenuti gli amici psicanalisti e mi hanno detto: “Ah, ma tu credi di aver fatto una scelta casuale […] scegliendo Malabaila hai compiuto un atto di quelli che Freud chiama atti mancati, […] perché Malabaila in piemontese vuol dire “cattiva balia” e perché nei tuoi racconti si parla sovente di alimento che diventa veleno […]”. Mia madre infatti si risente molto di questo. (Belpoliti, 1997: 41–42)
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Ma a ciò, argomenta Gardoncini, è necessario aggiungere un dettaglio non da poco e cioè che tale pseudonimo viene scelto in relazione al tema del “vendere”, perennemente al centro dell’opera del 1966. Se si accetta l’ipotesi che il cruccio del vendere sia in vari modi centrale in questo bizzarro caso editoriale, il fatto stesso che il nome Malabaila sia quello di un esercente, del proprietario di una bottega, non sembra più così casuale come Levi sembra considerarlo […]. Levi sta vendendo sotto falso nome racconti diversi da quelli che il pubblico si aspetta da lui: si sente l’autore di una frode commerciale, e gli sembra di proporre al proprio pubblico non solo un sostituto meno nobile della scrittura a cui lo ha abituato, ma un surrogato vile, sospetto, forse persino un veleno “girato a male”. (Cordibella e Mengoni, 2024: 220–221) Un esempio rappresentativo della concezione leviana del novum è costituito da un ciclo di racconti di Storie naturali imperniati sul motivo della macchina ingegnosa: Il Versificatore, L’ordine a buon mercato, Alcune applicazioni del Mimete, La misura della bellezza, Pieno impiego e Trattamento di quiescenza. I racconti si incentrano sul personaggio del signor Simpson, un rappresentante della NATCA, un’agenzia americana produttrice di macchine per ufficio, che vende “poeti automatici, macchine calcolatrici, confessori, traduttori e duplicatori” e viene descritto così: “Non è uno dei soliti rappresentanti […]: è veramente innamorato delle macchine NATCA, crede in esse con candida fede, si tormenta per le loro manchevolezze e per i loro guasti, trionfa dei loro trionfi. O almeno, tale appare, se non è; il che, a quasi tutti gli effetti pratici, è lo stesso”. I racconti hanno una struttura ricorrente: Simpson contatta il protagonista (che di solito racconta in prima persona) e gli presenta la macchina e il suo funzionamento, senza spiegargli però il meccanismo che rimane un segreto industriale. Il protagonista riflette sulla macchina ed è incuriosito dai suoi effetti, rispecchiando però l’“incapacità di meraviglia” che è propria di Simpson e “scaturisce dal suo lungo passato di venditore di meraviglie”. Non si tratta, dunque, dell’irruzione di un elemento insolito che si esita a interpretare come verosimile o inverosimile, come si è potuto osservare in Calore vorticoso, bensì di introduzione di oggetti che sono ammirati per la loro novità tecnologica, senza però creare dubbi circa la loro plausibilità. Le macchine fornite dal signor Simpson svolgono compiti molto insoliti, ma vengono descritte con modi prosaici adatti a banali elettrodomestici. (Prosenc, 2022: 68–69)
Così, invece, Gemma: Sotto pseudonimo di Damiano Malabaila, nel 1966, Primo Levi pubblica un’enigmatica serie di racconti materialmente introdotti ai suoi lettori – nella fascetta che avvolge il libro – dalla provocatoria domanda: “Fantascienza?”. I quindici divertissement, figli di un’intuizione leviana che si colora di ironia e di assurdo, mostrano le amare conseguenze di una società precipitate sempre più verso la riproducibilità tecnica, in cui è complicato definire la linea di demarcazione tra l’uomo e la macchina. (Gemma, 2022: 79)
In Trattamento di quiescenza si incontra quindi, ancora una volta (o, meglio, per l’ultima volta) il tragicomico personaggio di Simpson 4 , “l’uomo schiacciato dalla macchina che ha inventato” (Mattioda, 1998: 85), il rappresentante dell’enigmatica azienda NATCA che, dopo una serie di invenzioni apparentemente futuristiche e innovative dai risvolti pratici quasi sempre inquietanti – dal “Mimete” al “Versificatore” 5 , per citarne solo le due più note – giunge all’apice della sperimentazione tecnologica (e dei devastanti effetti sull’uomo) con il Torec, un “Total Recorder” (Belpoliti, 2016a: 637) che promette e permette, mediante una serie di nastri agenti sugli impulsi nervosi, esperienze sensoriali uniche. Il Torec altro non è che un insieme di casco e guantoni, da collegare ad un computer; una macchina che molto da vicino ricorda i moderni visori per la realtà aumentata – “anticipazione impressionante della realtà virtuale che oggi imperversa e dei pericoli che essa nasconde” (Ferrero, 2007: 53) –, ma che induce a sensazioni e percezioni che si spingono ben oltre la semplice dimensione visiva, tattile e uditiva del fruitore.
Il Torec è un registratore totale, fondato sull’Andrac di Roberto Vacca
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, da lui sperimentato in prima persona, che mette in comunicazione circuiti nervosi e circuiti elettronici: “Con l’Andrac, sottoponendosi ad un piccolo intervento chirurgico, è possibile ad esempio azionare una telescrivente o guidare un’auto solo mediante impulsi nervosi, senza l’intervento dei muscoli: in altri termini, basta “volerlo”” (Belpoliti, 2016a: 637–638). Diversamente da quanto accade con il congegno di Vacca, che richiede un intervento chirurgico, “Il Torec sfrutta […] il corrispondente meccanismo ricettivo, […] senza la mediazione dei sensi […]. La trasmissione delle sensazioni registrate sui nastri avviene attraverso elettrodi cutanei, senza che occorra alcuna operazione preparativa” (Belpoliti, 2016a: 637–638). Il fruitore deve solo indossare un casco per ricevere le sensazioni “visive, auditive, tattili, olfattive, gustative, cenestetiche e dolorose” (Belpoliti, 2016a: 637–638) inviategli dal nastro. La trasmissione avviene, quindi, “direttamente a livello nervoso, mediante un codice che la NATCA mantiene segreto: il risultato è quello di un’esperienza totale” (Belpoliti, 2016a: 637–638). Con questo conturbante macchinario: Levi esplora quello che potremmo definire il futuro adiacente, e lo fa da umorista e antropologo quale egli è […]. Si intuisce che Levi immagina le registrazioni del Torec simili alle audiocassette ideate dall’olandese Lou Ortens e brevettate dalla Philips nel 1963. Il futuro, più o meno adiacente, è quello dei videogiochi e della realtà virtuale, fino al Metaverso popolato da avatar lanciato il 28 settembre 2021 da Mark Zuckerberg: un mondo sintetico che mima quello vero. (Cavaglion, 2023: 81, 85)
È bene qui operare una piccola, ma necessaria, digressione poiché particolarmente curioso è leggere quanto, circa vent’anni dopo, nello specifico il 15 novembre 1982 su Stampa Sera, Levi dirà di sé stesso all’alba del proprio pensionamento: “Non ho perso la curiosità per il mondo intorno a me, né l’interesse per il mio prossimo, né il gusto di competere, di giocare, di risolvere problemi. La natura mi piace ancora, mi dà gioia percepirla attraverso i cinque sensi, studiarla, descriverla in parole pronunciate o scritte. Organi, membra, memoria e fantasia mi servono ancora bene. Tuttavia, sono accuratamente consapevole del suono grave di questa parola che ho appena scritto qui due volte “ancora”” (Belpoliti, 1997: 47).
Se questo non fosse un intervento cronologicamente distante, del tutto personale e pubblicato su un giornale, una tale dichiarazione ben si potrebbe proporre come conclusione proprio del racconto Trattamento di quiescenza, in cui l’io narrante (sempre una prima persona), distaccatosi immediatamente dall’infernale marchingegno della NATCA, giunto all’età della pensione, troverebbe ben altri esiti che quelli toccati al conoscente Simpson in una prospettiva perfettamente speculare, tanto nella percezione dei cinque sensi, quanto nell’allenamento della memoria e della fantasia che il personaggio d’invenzione del 1966 ha, per contro, inevitabilmente perduto. Nella società dei consumi in cui anche un’esperienza può diventare riproducibile e dove l’empatia diviene un sentimento artificiale che si riversa in un mondo-discarica di scarti emozionali ritenuti superflui, vi sono alcuni oggetti che non sono semplicemente riempitivi di un vuoto […]. Invero, questi oggetti non producono un guadagno nella sfera economica, tutt’al più nella dimensione oikonomica, cioè in quella privata dell’abitare, in cui divengono novelli lari domestici, portatori di ricordi e catalizzatori di memoria. (Gemma, 2022: 80) Ha combattuto col Torec come Giacobbe con l’angelo, ma la battaglia era perduta in partenza. Gli ha scarificato tutto […]. Il Torec non dà assuefazione, purtroppo, ogni nastro può essere fruito infinte volte, ed ogni volta la memoria genuina si spegne, e si accende la memoria d’accatto che è incisa sul nastro stesso. Perciò Simpson non prova noia durante la fruizione, ma è oppresso da una noia vasta come il mare, pesante come il mondo, quando il nastro finisce: allora non gli resta che infilarne un altro. È passato dalle due ore quotidiane che si era prefisso, a cinque, poi a dieci, adesso a diciotto o venti: senza Torec sarebbe perduto, col Torec è perduto ugualmente. In sei mesi è invecchiato di vent’anni, è l’ombra di sé stesso. (Belpoliti, 2016a: 650)
Ma ciò che più colpisce il lettore, a questo punto, è la frase immediatamente seguente: Fra un nastro e l’altro, rilegge l’Ecclesiaste: è il solo libro che ancora gli dice qualcosa. Nell’Ecclesiaste, mi ha detto, ritrova se stesso e la sua condizione: “… tutti i fiumi corrono al mare, e il mare non s’empie: l’occhio non si sazia mai di vedere, e l’orecchio non si riempie di udire. Quello che è stato sarà, e quello che si farà è stato già fatto, e non vi è nulla di nuovo sotto il sole”. (Belpoliti, 2016a: 650) Ed ancora: “… dove è molta sapienza, è molta molestia, e chi accresce la scienza accresce il dolore” (Belpoliti, 2016a: 650).
Come ben riassume Grassano: “Il faccendiere Simpson, ormai espropriato della sua autonomia e avviato alla noia dell’autodistruzione, non trova conforto che nella lettura dell’Ecclesiaste e nella saggezza di Salomone. Una saggezza, tuttavia che “era stata conquistata con dolore”” (Grassano, 1997: 137). Guardando al riferimento a Giacobbe, poi: è forse significativo, o se non altro curioso, che il patriarca a cui viene accostato Simpson sia proprio il personaggio che nella Bibbia è noto per essersi comprato la primogenitura per un piatto di lenticchie, sostituendosi al fratello gemello Esaù, e il cui nome in ebraico significa “egli soppianta” […]. La sua tragica fine, peraltro, è tanto più significativa perché può forse essere letta come sintomo e anticipazione di una messa in questione del ruolo del testimone e dell’effettiva efficacia del racconto, e dunque in ultima analisi come immagine di quei dubbi e quelle criticità che Levi affronterà negli anni seguenti, e che daranno origine all’aporetico saggio “a tratti irricevibile” dei Sommersi e i salvati. La narrazione dell’esperienza traumatica da parte del reduce, per chi ascolta, diventa un surrogato della stessa, come per Simpson, che, abbandonata ormai l’ingenuità gioiosa del venditore, ha acquisito una sorta di saggezza per procura. (Cordibella e Mengoni, 2024: 231)
La critica, si vedrà, si è spesso soffermata sul ruolo di contrasto tra la “salomonica” saggezza acquisita con l’esperienza e il simpsoniano surrogato di essa, esperito unicamente in forma artificiosa.
Eppure, queste poche righe, che chiudono il racconto, per chiunque abbia avuto modo di leggere Fahrenheit 451 fermano immediatamente l’attenzione “come la puntina del disco che gira sullo stesso solco” (Sciascia, 1990: 190) proprio sulle pagine finali del romanzo americano, in cui il protagonista Guy Montag memorizzando a fatica i primi versi del testo biblico e fuggendo dalla società digitale che lo opprime, letteralmente “diventa” proprio l’Ecclesiaste o, meglio, quel poco che nei suoi ricordi ne resta vivo tra le martellanti intromissioni dello spot del dentifricio Denham: “If anything should happen to Harris, you 7 are 8 the Book of Ecclesiastes. See how important you’ve become in the last” (Bradbury, 2008: 193).
In un tremendo sforzo di memoria, contrastato dai messaggi pubblicitari altamente invasivi, Montag tenterà di ripetersi ciò che ha potuto in maniera frettolosa e fraudolenta leggere brevemente nel mondo in cui i libri sono banditi e, infine, proprio estratti di quel libro egli ricorderà: I remember, I remember, I remember something else. What is it? Yes, yes, part of Ecclesiastes and Revelation. Part of that book, part of it, quick now, quick, before it gets away, before the shock wears off, before the wind dies. Book of Ecclesiastes. Here. (Bradbury, 2008: 205) Mi ricordo, mi ricordo, mi ricordo qualche altra cosa, ma quale? Parte dell’Ecclesiaste e dell’Apocalisse, parte di quel libro, una parte almeno, presto, prima che scompaia di nuovo, prima che la scossa si dilegui, prima che il vento muoia. Libro dell’Ecclesiaste. Ecco qua. (Monicelli, 2013: 175)
E già una frase precedente del protagonista di Trattamento di quiescenza, d’altro canto, aveva molto chiaramente lasciato intendere un riferimento al romanzo statunitense degli schermi e dei minacciosi fari delle auto nella notte: “A casa nostra, per esempio, da quando abbiamo comperato il televisore, mio figlio gli sta davanti per ore, senza più giocare, abbacinato come le lepri dai fari delle auto. Io no, io vado via, però mi costa sforzo” (Belpoliti, 2016a: 638). Contestualmente, in Fahrenheit 451: “In a universe where the government controls intellectualness, every book is being burned and restricted from reading because the government fears books to be a subject of social unrest or interrupting peace, people are brainwashed by the mass media, etc., leading to the formation of a culture where apathy becomes dominant. This apathy becomes the primary source of dystopia in the novel” (Beeto Jerrin e Bhuvaneswari, 2022: 1636) e chi, come Clarisse, non è “brainwashed” dai media, proprio dai fari di un’auto verrà soppresso.
La priorità cronologica del romanzo statunitense, edito nel 1953, non è però sufficiente a dimostrare l’intertestualità, pur tangibile in Levi. È necessario confermare che l’autore torinese ben conoscesse l’americano e una prova in tal senso viene, anni dopo, proprio dal già menzionato da I sommersi e i salvati, in cui il romanzo americano viene citato direttamente: Chi ha letto o visto Fahrenheit 451 (Mondadori e Milano, 1966) di Ray Bradbury ha avuto modo di rappresentarsi che cosa significherebbe essere costretti a vivere in un mondo senza libri, e quale valore assumerebbe in esso la memoria dei libri. Per me il lager è stato anche questo; prima e dopo “Ulisse”, ricordo di aver ossessionato i miei compagni italiani perché mi aiutassero a recuperare questo o quel brandello del mio mondo di ieri, senza cavarne molto, anzi, leggendo nei loro occhi fastidio e sospetto: che cosa va cercando, questo qui, con Leopardi e il Numero di Avogadro? Che la fame non lo stia facendo diventare matto? (Belpoliti, 2016b: 1234)
Un elemento anch’esso bradburyano, se si pensa al noto passaggio di Fahrenheit 451 in cui Montag cerca di far recuperare a sé stesso e alla moglie una memoria del “prima”: “Millie … […] I didn’t mean to startle you. What I want to know is […] When did we meet. And where?” “When did we meet for what?” […] “I mean – originally.” He knew she must be frowning in the dark. […]. “Why, it was at –” She stopped. “I don’t know” she said. He was cold […]. It was suddenly more important than any other thing in a life-time that he knew where he had met Mildred. (Bradbury, 2008: 57–58) “Millie …? […] Non volevo disturbarti. Ma vorrei sapere […]. Quando ci siamo incontrati? E dove?” “Quando ci siamo incontrati… per fare che cosa?” […] “No. Voglio dire quando ci siamo conosciuti per la prima volta.” Capì che sua moglie in quel momento doveva aggrottare la fronte, al buio. […]. “Diamine, ma fu da…” Mildred s’interruppe “Non lo so” disse. L’uomo si sentì cogliere da un gran freddo. […] Questo era divenuto a un tratto più importante per lui di ogni altra cosa in tutta un’esistenza: sapere dove avesse visto Mildred per la prima volta. (Monicelli, 2013: 47–48)
Come ancora giustamente sottolinea Gardoncini, tra l’altro, già sin dall’applicazione del Mimete sappiamo che “esiste […] un limite, nella moralità di Simpson, oltrepassato il quale si corre un grande rischio: la posta in gioco pare essere niente di meno che la perdita della propria anima immortale” (Cordibella e Mengoni, 2024: 220–221). Alcune applicazioni del Mimete, inoltre, è un racconto strategicamente collocato in posizione centrale all’interno della raccolta, dunque a uguale distanza dal primo e dall’ultimo testo: I mnemagoghi e Trattamento di quiescenza i cui protagonisti sono legati a doppio filo dalla prossimità al pensionamento. E, infatti: “in entrambi i racconti, in fondo, l’argomento è ancora una volta il surrogato, ma un surrogato di tipo particolare, che a Levi, in quanto testimone di professione […] sta particolarmente a cuore: sia i mnemagoghi sia il Torec, in fondo non sono altro che surrogati della memoria” (Cordibella e Mengoni, 2024: 229). Di più: Il Torec rappresenta il punto di arrivo del percorso avviato proprio con I mnemagoghi proprio perché è un registratore totale dell’esperienza, quindi comunica la memoria individuale non solo in forma narrativa, visiva e/o uditiva, ma anche olfattiva, gustativa e tattile, oltrepassando la dimensione del linguaggio e sostituendo probabilmente qualsiasi altra forma di espressione. (Sielo, 2023: 109)
L’unica forza apparentemente salvifica è affidata da entrambi gli scrittori a un testo “sacro”, il libro dell’Ecclesiaste. 10
Questo elemento, particolarmente rilevante nel rendere le due opere non solo intertestuali ma anche e soprattutto interdiscorsive, diventa quindi centrale per comprendere a fondo il messaggio che Levi assegna al suo racconto. Sarà, dunque, a questo punto necessario chiedersi perché tale dirompente potenza (in apparenza) salvatrice venga rimessa, da un ateo dichiarato 11 come Levi, proprio al libro dell’Ecclesiaste, “il meno ortodosso di tutti i testi del Tanakh” (Pianzola, 2015: 422).
Innanzitutto, stando al pensiero di Erri De Luca, il fatto che Kohèlet (o Qohèlet, altro espediente grafico per rendere in caratteri latini la “kof” ebraica) rientri nel novero della tradizione sacra è frutto della mera casualità, poiché questo testo, di fatto, a quel mondo non appartiene: La scrittura di K[ohèlet] non viene da un racconto a voce, non è il racconto in stesura definitiva di una tradizione orale, ma frase pensata per essere direttamente scritta […]. La provvidenza ha voluto che questo libro rientrasse nel canone sacro. Lo si legge in forza di questa assunzione, ma sempre un lettore si chiede cosa ci stia a fare K[ohèlet] nell’Antico Testamento. E si risponde, se crede: “amen”, verità. (De Luca, 2018: 11–12) L’autore di quest’opera […] è una specie di filosofo epicureo, che ripete ad ogni pagina che il giusto e l’empio sono soggetti agli stessi accidenti; che l’uomo sulla terra non ha niente di più delle bestie; che è meglio non esser nato anziché esistere, che non c’è vita futura, e che non c’è niente di buono e di ragionevole salvo godere in pace il frutto delle proprie fatiche con una donna amata. Tutta l’opera è di un materialista sensuale e disgustato. Sembra soltanto che sia stata aggiunta all’ultimo versetto una parola edificante su Dio, per diminuire lo scandalo che doveva produrre un tal libro. (Bonfantini, 1950: 413)
E, ancora, aggiunge Agnese Cini Tassinaro: Qohelet è un pensatore scettico e dubbioso […] cerca di capire tutte le esperienze della vita, ma comprende che lo sforzo è vano e sempre limitato e parziale, perfino doloroso. Non urla il suo dolore come Giobbe, ma lo osserva con disincanto, senza lamento: non c’è tragedia o disperazione, ma amaro sorriso e nera malinconia. (Cini Tassinaro, 2000: 29)
E proprio il Libro di Giobbe, menzionato da Cini Tassinaro, è quello che va ad aprire un altro significativo scritto di Levi, la sua auto-antologia, La ricerca delle radici “perché questa storia splendida racchiude in sé le domande di tutti i tempi, quelle a cui l’uomo non ha trovato risposta finora né la troverà mai” (Belpoliti, 2016b: 15). Giobbe è “il giusto oppresso dall’ingiustizia […] degradato ad animale da esperimento” (Belpoliti, 2016b: 15) tanto quanto animali da “esperimento tecnologico” (ingiusto, per di più) si riveleranno i “giusti” Montag – e chi gli sta intorno – nel romanzo americano e il nostro Simpson nel racconto italiano contenuto in una raccolta all’interno della quale “the barrier between human and inhuman seems to have collapsed” (Farneti, 2006: 726).
In più, l’attribuzione di Ecclesiaste a Salomone è chiaramente frutto di una storica falsificazione: “Tradition suggests that Solomon is the author of Ecclesiastes, although his name does not occour within the work” (Williams, 2010: 179); “Salomone non ha scritto Kohèlet, Proverbi, Cantico dei Cantici, ma ha ricevuto l’omaggio di un’intestazione. Il redattore ha voluto mettersi sotto la sua autorità, cancellandosi come autore” (De Luca 2018: 9).
In Trattamento di quiescenza, quindi, “le suggestioni bibliche sono palmari”, spiega Grassano, “ora però Levi le rimette in circolo in una deflagrazione parodistica” (Grassano, 1997: 137) e, dal canto suo, Bradbury “employs irony, humour and play to get its message across” (Anwar, 2016: 248). Nessun intento religioso o redentivo, quindi, sembra esserci nella scelta del libro; anzi, è, semmai, esattamente il contrario. Per l’anonimo autore dell’Ecclesiaste, sin dalle primissime righe, tutto è vano, o “tutto è spreco”, per dirla con De Luca (2018: 21), in un’accezione di significato affine, sia pur non precisamente sovrapponibile. Il libro sacro, che sacro non è 12 , non porta con sé alcun sentimento di speranza o redenzione ma conduce a una visione totalizzante (e spiazzante) del disinganno, dell’inutilità della vita e di un futuro senza aspettative.
Così, sul rapporto tra il racconto e il libro “sacro”, Baldasso: Trattamento di quiescenza porta alle estreme conseguenze uno dei motivi impliciti della raccolta Storie naturali. Non solo […] è il racconto del limite del cambiamento di prospettiva, oltre il quale l’immedesimazione nell’esperienza altrui (e non solamente l’esperienza umana) attraverso la tecnologia produce l’effetto di una hybris grottesca perché burocratica, slegata da qualsiasi trascendenza […] ma anche perché non consente un reale arricchimento etico. È un accatastare diverse esperienze che, andando contro natura, non produce una vera saggezza, proprio perché non permette un’elaborazione delle stesse esperienze sia nella memoria che nella pratica del quotidiano. Non resta allora che il vuoto biblico, e il vecchio Simpson si rifugia nella lettura dell’Ecclesiaste. Tuttavia a lui è comunque preclusa quella condizione drammatica ma umana dell’Ancient Mariner di Coleridge, che l’esperienza estrema fa diventare “sadder and wiser”: è la vera tragedia del mondo chiuso e burocratizzato della fantascienza leviana, dell’uomo “ridotto a schiavitù di una cosa”. (Baldasso, 2007: 134–135) The tragic situation is highlighted when the paramedics who treat Mildred, reveal before leaving that they are not practiced doctors but people who do what they do on a regular basis. In a world of charlatans and people who commit mindless violence, Montag feels out of place. Mildred's robotic routine reminds the reader of his own disorientation with the reality. (George, 2023: 278)
Il Torec, dal canto suo, esattamente come gli immensi schermi a parete installati negli appartamenti di Fahrenheit 451, “non porta alla saturazione del prodotto, né all’assuefazione: produce, invece, un continuo bisogno di emozioni fittizie” (Mattioda, 1998: 85).
Simpson e Montag (l’ultimo Simpson e il primo Montag) sono, peraltro, entrambi uomini estremamente soli che, in situazioni diametralmente opposte tentano, con ben discrepanti esiti, di salvarsi da un’artificiosità imposta e manifesta.
La grande differenza tra le due opere letterarie, ed è ben evidente, sta semmai nel numero di assoggettati all’artificio: Montag ha intorno a sé (quasi) unicamente persone assuefatte agli schermi: – […] and do you know what? – What? – People don’t talk about anything. – Oh, they must! – No, not anything. They name a lot of cars or cloche or swimming-pools mostly and say how swell! But they all say the same things and nobody says anything different from anyone else. (Bradbury, 2008: 43) – […] e sapete cosa ho scoperto? – Che cosa? – Che la gente non dice nulla. –Oh, parlerà pure di qualche cosa, la gente! – No, vi assicuro. Parla di una gran quantità di automobili, parla di vestiti e di piscine e dice che sono una meraviglia! Ma non fanno tutti che dire le stesse cose e nessuno dice qualcosa di diverso dagli altri. (Monicelli, 2013: 34–35)
Nel caso italiano, invece, il Torec, fortunatamente, non viene commercializzato e al rappresentante cui è donato viene fatto assoluto divieto persino di prestarlo a chicchessia: “Mi sono impegnato a non imprestarlo né venderlo, ma lei è una persona discreta, e credo che una eccezione per lei la posso fare” (Belpoliti, 2016a: 639).
L’umanità di Levi, insomma, eccezion fatta per il solo Simpson, pur se in grave pericolo, è ancora potenzialmente salva: Se queste Storie naturali sono fantascienza, allora, ancora una volta, la fantasia dell’uomo si rivela, anche in mezzo ai sinistri presagi in mezzo ai quali viviamo di nuovo, quel grande serbatoio di soluzioni dell’esistenza che è sempre stato. È, insomma, esattamente il contrario della fuga. È andare in fondo al corridoio, in fondo alla galleria, in fondo al pozzo. E in questo cammino sono tutti gli elementi che oggi compongono l’uomo, la società, la storia. Levi, accettando la distorsione, la frattura, si pone all’estrema punta di questo trampolino con il coraggio, appunto, di chi è perfettamente cosciente, perfettamente sveglio. (Belpoliti, 1997: 108–109)
Qui il concetto metaforicamente ampliato del termine “Lager” diventa centrale, perché, come è noto: “Levi accettava l’uso della parola “Lager” sul piano metaforico, come termine di confronto e orizzonte estremo contro cui osservare e valutare anche dinamiche di relazione che niente hanno a che fare con lo sterminio” (Scaffai, 2017: 93). Si vedano in proposito Mattioda: “La riduzione a macchina, cioè ad automa, corrisponde alla “cosificazione” attuata in Lager: non più la creazione divina diventa il modello per creare il golem; Auschwitz è il principio, il punto insuperabile della storia umana, dove la metamorfosi dell’uomo in automa è stata pianificata” (Mattioda, 1998: 87); Agamben: “L’uomo è […] sempre al di qua o al di là dell’umano, è la soglia centrale attraverso la quale transitano incessantemente le correnti dell’umano e dell’inumano, della soggettivazione e della desoggettivazione, del diventar parlante del vivente e del diventar vivente del lógos. Queste correnti sono coestensive, ma non coincidenti, e la loro non coincidenza, il crinale sottilissimo che li divide è il luogo della testimonianza” (Agamben, 1998: 126) e Gordon: “La “noia” di Simpson – egli ha già visto così tanto e aspetta solo la morte – è anche non del tutto dissimile dall’ottusa passività del Muselmann nel campo di concentramento, privato della volontà di vivere, di fare sforzi in ogni senso, senza paura di morire perché ha già visto la morte. Sia Simpson che i Musulmänner hanno varcato una soglia […] non hanno un punto di vista perché rappresentano il limite più estremo (ma forse, anche, il giusto limite) della possibilità di cambiare prospettiva” (Gordon, 2003: 153).
È, insomma, la riflessione che tornerà preponderante in Levi a distanza di vent’anni – e che, in fondo, non manca nemmeno negli scritti precedenti all’ultimo volume testimoniale – sulle ragioni della sua sopravvivenza ad Auschwitz, fondata sulle due categorie di “sommersi” e “salvati”.
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Ancora d’accordo con Gordon notiamo come Simpson sembri perdere la coscienza e quindi la possibilità di salvarsi, scivolando nella condizione di “sommerso” (il Muselmann di Auschwitz), per questo Ecclesiaste non è, né può essere un testo salvifico. “Auschwitz è già qui, al di là di se stesso” (Agamben, 1998: 24) e il Torec altro non è che “un modo per distrarsi soprattutto da sé stessi” (Sielo, 2023: 110). È evidente come in questo contesto Qohèlet costituisca una salvezza solo apparente. Ecclesiaste, infatti, come suggerisce Anna Baldini, non libera Simpson ma lo riconduce ogni volta al punto di partenza: La citazione del Qohelet nel finale del racconto suggerisce una possibile riformulazione dell’“ipotesi sperimentale”, cioè dell’invenzione narrativa da cui è nato il racconto: che cos’è, infatti, il Torec, se non lo strumento per consentire a un personaggio nostro contemporaneo di dire in prima persona le parole dell’autore del Qohelet, “Ho vedute tutte le cose che si fanno sotto il sole”? Come l’autore dell’Ecclesiaste, Simpson ha vissuto tutte le esperienze, umane e non umane, in un’esperienza totale anche se indiretta della realtà; ma il parallelo implica anche, se non propriamente un giudizio, almeno l’ombra proiettata da un’istanza etica alternativa: è migliore, infatti la saggezza acquisita pagandola con dolore, di quella acquisita senza pagarne lo scotto, una saggezza parassitaria di esperienze e di dolore altrui. (Baldini, 2014: 189–190)
Si aggiunga poi un ulteriore (e preponderante) elemento comune alla scrittura fantascientifica del Levi delle Storie naturali e del Bradbury di Fahrenheit 451, ovvero che tale ricorso alla fantascienza nei due autori resta un fatto costantemente terreno, mancando del tutto di elementi spaziali o extraterrestri. Bradbury: “takes the readers on a future trip through his Post literature universe, which is ruled by a totalitarian government where technological advancements have decayed the culture […] alarmed by the social mishaps and technological progress it was going through then” (Beeto Jerrin e Bhuvaneswari, 2022: 1634). Allo stesso modo, in questa raccolta di Levi, il genere fantascientifico: [è] da intendere […] in una chiave abbastanza peculiare. Levi non racconta di viaggi interstellari, di extraterrestri o dell’esplorazione di pianeti sconosciuti: in ognuno dei suoi racconti l’invenzione fantastica, che secondo i canoni del genere viene giustificata attraverso un’innovazione scientifica o tecnologica, produce soltanto una piccola deviazione da quelli che altrimenti potrebbero essere accadimenti della nostra vita quotidiana. A Levi non interessa un futuro dalla probabilità più o meno incerta, ma quello che è geneticamente connesso a quel futuro, cioè il nostro presente; l’ipotesi fantascientifica è la condizione di un esperimento mentale, che viene sviluppato in forma narrativa e ha per oggetto non un fenomeno naturale, ma un problema etico. (Baldini, 2014: 187)
Ecclesiaste (“Il” libro) 15 , quindi, “il più nichilista dei libri della Bibbia” (Baldini, 2017: 66), lungi dall’essere un reale balsamo contro l’inquietudine di una distopica fantascienza tutta terrestre, un testo in alcun modo confortante tanto per chi si immerge nella realtà virtuale quanto per chi faticosamente cerca di uscirne, è il libro della rivelazione, della Verità, con la maiuscola, quell’unica verità possibile che solo attraverso la ripugnanza permette – a Montag che esce dall’illusione e ne ricorda solo frammenti, ma non a Simpson che vi cade nel baratro e lo rilegge per intero a più riprese – una (re)azione. Simpson vive un’eterna Auschwitz e, per di più, la vive da Muselmann: “Non si può volere che Auschwitz ritorni in eterno, perché, in verità, esso non ha mai cessato di avvenire, si sta già sempre ripetendo” (Agamben, 1998: 93). Qohèlet, testo non sacro e non salomonico, è foriero di quella verità materialisticamente intesa e descritta da un anonimo che già Voltaire ben inquadrava come un uomo carico di disgusto, di quello stesso disgusto che Montag – salvato di fatto da Clarisse prima e dalla comunità clandestina che lo accoglie poi, più che dal libro stesso e da quella riportato alla vita (in un evidente contrasto con il vecchio Simpson che dalla vita lentamente e inesorabilmente si dimette) – manifesterà precisamente con un senso di nausea: “– Allora non v’importa più di nulla? – M’importa tanto, che ho la nausea di tutto” (Monicelli, 2013: 97) 16 .
