Abstract

Il 2024 si è aperto con l’arrivo in libreria di un prezioso volume dell’Associazione per un Archivio dei Movimenti a Genova e in Liguria (www.archiviomovimenti.org, dal 2009 raccoglie, ordina e rende consultabili documenti sul “lungo ‘68” donati da decine di militanti di quella stagione), precisamente il numero due dei “Quaderni di ARCHIMOVI”, dedicato alle scritture operaie. Il lavoro si muove su diversi piani, sia sul piano dell’indagine, sia su quello cronologico: saggi, riflessioni, testimonianze, ricordi biografici e autobiografici di vari studiosi, che indagano la peculiarità dell’esperienza genovese, che viene ampiamente antologizzata nella seconda parte del volume, nelle voci dei protagonisti del movimento operaio degli anni 1970: Pippo Carrubba, Francesco Currà, Vincenzo Guerrazzi e Giuliano Naria. Questo Quaderno di trecento fitte pagine richiede uno sforzo di concentrazione da parte del lettore, che deve nello stesso tempo entrare in un mondo che oggi può apparire preistorico, e che un giovane potrebbe credere mai esistito.
L’introduzione di Giuliano Galletta non si limita a tenere insieme i diversi materiali, ma ci consegna una mappa utile per muoverci tra scritture inusuali, tenute ai margini, se non addirittura espulse dallo spazio del letterario, perché lontane anni luce dalle coordinate della letteratura istituzionale. È infatti già con la loro esistenza, per il solo fatto di occupare uno spazio, che esse creano una situazione di antagonismo e di conflitto con la tradizione, in quanto a prendere la parola è chi è stato quasi sempre muto, aderendo a parole e a ordini del giorno che qualcuno ha preparato per lui e per la sua classe sociale.
La cifra essenziale è che emergono materiali, elementi, notizie, spunti, punti di vista di grande interesse, che, come si usa dire, fanno rete e danno un quadro articolato: pur essendo, prese singolarmente, cose note, nel momento in cui vengono unite, in virtù di precisi collegamenti e interconnessioni, riescono a fornirci un percorso davvero ricco e molto significativo, acquistando un rilievo inedito.
Marco Codebò individua la nascita delle scritture operaie a Parigi tra il 1830 e il 1848, cioè negli anni tra la Rivoluzione di luglio e quella di febbraio: con la giornata di 10 ore, gli operai rubano ore al sonno ristoratore per scrivere e studiare. L’autore si concentra sul lavoro di ricerca di Jacques Rancière, e in modo particolare sull’attenzione che rivolge a Louis Gabriel Gauny (1806–1889), falegname filosofo; la finalità è quella di mostrare come questi uomini si introducano in aree riservate dalle quali erano sempre stati esclusi. Uomini, ma anche donne: infatti il percorso di Codebò, in modo davvero approfondito, ci fa incontrare La giovinezza di un’operaia di Adelheid Popp, uscito nel 1909, e Tea rooms di Luisa Carnés del 1934; del 1958 è Diario di un operaio di Daniel Mothé, per fare solo alcuni dei nomi possibili. Ma l’indagine non ha limiti temporali o spaziali, tanto che arriva a presentarci testimonianze attuali della vita operaia e, segnatamente, quella cinese di Shenzhen, dove appunto si ripropongono situazioni di violento sfruttamento, in relazione alle quali prende forma e nasce una scrittura che rende conto dell’interiorità di chi è sottomesso e subalterno.
La costruzione del testo, intesa come sequenza di analisi e interpretazioni, contribuisce a dar vita a una struttura che riesce a guidarci nei meandri di una produzione multiforme come del resto è la vita stessa nella sua complessità: sono almeno tre gli elementi che vengono alla luce prepotentemente. Per prima cosa, negli anni sessanta muta radicalmente la situazione sociopolitica: la fabbrica finisce al centro degli interessi del mondo della cultura; ma Donnarumma all’assalto di Ottiero Ottieri (1959), Gli innocenti di Guido Seborga, Memoriale di Paolo Volponi (1962), A proposito di una macchina di Giovanni Pirelli (1965), oppure il mondo sottoproletario, figlio di un inurbamento selvaggio, rappresentato bene nei romanzi di Pier Paolo Pasolini, sono il frutto del lavoro di autori, che conoscono sì la fabbrica o il mondo che rappresentano, ma sono primariamente scrittori di professione e intellettuali. Gli anni 1960, in questo senso, con l’esperienza di ricercatori come Danilo Montaldi e Renato Panzieri, introducono davvero agli anni 1970, contribuendo a una nuova stagione dove a prendere la parola saranno direttamente – e finalmente – scrittori operai. La collana della giovane casa editrice Feltrinelli “I franchi narratori” o Vogliamo tutto di Nanni Balestrini svolgono in questo panorama un ruolo essenziale, innescando feconde dialettiche. Gli operai trovano il coraggio di proporre i loro testi, di uscire allo scoperto, grazie al clima di accoglienza che tutte queste esperienze di scrittura hanno reso possibile.
Il secondo aspetto è costituito dall’importanza che la scrittura e la cultura svolgono per i lavoratori, che hanno nel frattempo conquistato le 150 ore con lo statuto dei lavoratori del 1970. Questa importanza viene sancita nell’analisi della peculiarità del Collettivo Operaio dell’Ansaldo Meccanico Nucleare di Genova, attivo dal 1970 al 1975, infatti oltre al Collettivo politico vero e proprio ne esiste parallelamente un altro, più informale e meno definito, che ha l’obiettivo di far entrare gli operai nello spazio della cultura. La cultura operaia deve riuscire a conquistare la stessa dignità di tutte le altre culture e tradizioni in senso antropologico. Di questo collettivo fanno parte Currà, Guerrazzi e Naria, i veri protagonisti di questo volume insieme a Carrubba. Nel collettivo di scrittura dell’Ansaldo troviamo anche Marino Fermo, Ignazio Pizzo, Angelo Moreschi, Luciano Macciò e Giuliano Cannellini.
Infine – ed è il terzo elemento – il tratto distintivo di questo universo è che l’operaio, distinguendosi dalle generazioni precedenti, odia il lavoro, vuole liberarsene; per alcuni la letteratura può persino essere una via di uscita dall’universo della fabbrica, pieno di soprusi e di violenza. In questi giochi di chiaroscuro vengono fuori le figure di Pippo Carrubba, Francesco Currà, Vincenzo Guerrazzi e Giuliano Naria, dei quali Giorgio Moroni – come dice l’introduzione di Giuliano Galletta – “ha ricostruito con acribia e passione le biografie dei protagonisti del libro. Le loro vite sono, infatti, indissolubilmente legate alla loro scrittura” (p. 8).
Vincenzo Guerrazzi è sicuramente la figura più nota, Nord e sud uniti nella lotta (pubblicato da Marsilio nel 1974) è stato un romanzo davvero collettivo, che ebbe notevole successo negli anni 1970. Le difficoltà che comunque Guerrazzi ha incontrato nel mondo della cultura lo inducono a fondare nel 1979 la casa editrice “Ciminiera”, gestita autonomamente, sulle vicende della quale si sofferma, con puntualità, l’analisi di Giovanna Lo Monaco. Entrare nella cultura, portare gli operai come novelli figli di Jarry a sabotare la Letteratura (con la L maiuscola, appunto), si rivela operazione tutt’altro che facile: finito il momento di centralità delle lotte operaie, anche queste scritture finiscono nel dimenticatoio. C’è stata ultimamente una ripresa col primo “Festival di Letteratura Working Class,” organizzato dal collettivo della GKN e diretto da Alberto Prunetti, e con la collana “Working Class” della casa editrice Alegre. Queste esperienze hanno rinnovato la focalizzazione su un mondo che i mass-media rappresentano come preistorico perché ormai fortunatamente superato; in realtà, se si guarda con attenzione alle trasformazioni del mondo e alle situazioni e allo stato del lavoro, si capisce bene come questa sia una sorta di pubblicità ideologica. Violenza e sfruttamento sono dietro ogni angolo.
Questo quaderno di ARCHIMOVI è particolarmente prezioso perché, presentando insieme testimonianze e analisi storiche, ci fa cogliere degli anni 1960 e 1970 lo spirito di innovazione che faceva credere praticabile la costruzione di un altro mondo: qui sono le classi subalterne a parlare senza mediazioni, a dirci e a farci notare i legami tra liberare il lavoro e liberarsi dal lavoro. Il pregio enorme di questa pubblicazione è il tentativo, spesso riuscito e risolto, di trattare la contemporaneità come storia, lasciando che ciò che sta ai margini, ciò che costituisce un salto e una rottura rispetto alla tradizione, possa, nuovamente e direttamente, dichiarare la propria posizione: occupare uno spazio. Il senso ultimo è quello del sogno di una cosa, della piena realizzazione di un riscatto; di conseguenza, in bocca resta anche l’amaro per ciò che poteva essere e non è stato, perché si parte sì da Genova ma per arrivare a tutto il mondo.
