Abstract

Starnone riferì, in un’intervista del 2019, che la sua carriera creativa era sostanzialmente conclusa. Già allora si comprese, però, che l’impegno non sarebbe stato rispettato. Il paradigma che sorreggeva l’intero impianto dell’universo narrativo dell’autore di Via Gemito, per la sua stessa natura non poteva completarsi né esaurirsi. Era implausibile la poetica senza scrittura, senza “smania di racconti”, senza letture, appunti, annotazioni e cancellature. Negli ultimi cinque anni, infatti, Starnone non solo ha ripubblicato numerosi testi, ma ne ha editi di nuovi (Confidenza, nel 2019, Vita mortale e immortale della bambina di Milano, nel 2021, L’umanità è un tirocinio nel 2023).
Il vecchio al mare, edito nel marzo del 2024, riprende e rappresenta zone non completate dell’universo. Un vecchio di 82 anni, Nico, fornisce false identità, esegue scritture d’esercizio. Legge e scrive romanzi e racconti da cinquant’anni. Fino al 1960 ha subìto la seduzione letteraria di Thomas Mann, Proust, Musil, Kafka e Svevo. Paesaggio geografico della narrazione è Napoli (Resina, città del mercato dell’usato, è soltanto uno spostamento innocuo). La località di mare ove si svolge la vicenda è Scauri, frazione di Minturno. Il narrante si sofferma sulla pioggia. Spesso sottolinea il “vento caldo” (“vento forte”, “è tornato il vento”), puntualizza i colori (soprattutto il “verde brillante” della camiciola verde smeraldo della madre, già presente in Labilità), ha molta memoria olfattiva, soprattutto delle stoffe (“l’odore delle stoffe nuove”). Avrebbe voluto essere “un monaco alla Magnasco”, cioè Alessandro Magnasco detto il Lissandrino, poi è diventato sovversivo (già altrove si era autodefinito “sovversivo candido”; in gioventù si era dichiarato “maoista” e aveva riferito della Fiat e dell’oppressione operaia, di CIA e NATO. Aveva già scritto: “Pulsioni anarchiche che covano sotto il fard della modernità”.
Il racconto è una metonimia, figura della contiguità e dello scambio, anche se le figure retoriche sono considerate “ghirigori della testa”. Il mare, simbolo materno, è uno scambio ben combinato, è il “mare profondo”, (madre-mare), come l’acqua è origine della vita. L’ombra, il fantasma della madre e il ricordo di lei riprende molte rappresentazioni dei testi precedenti, dei quali l’odierna narrazione colma anche i vuoti. Riappaiono la modella e la sartoria (la madre era sarta), compresi i vocaboli, i rapporti conflittuali con il marito (e la relativa definizione di “vanesia”), la malattia, la morte. Il dramma apertamente narrato nei testi anteriori è ora interamente lasciato da parte. La stessa morte della madre, avvenuta nel 1965, è lontana. Risalta in modo ben vivo il ricordo della prima comunione, già rievocato ampiamente in Via Gemito. La malattia di uno dei fratelli aveva determinato il voto materno per san Ciro martire al santuario di Portici. La memoria delle pratiche religiose e la religione introiettata dalle preghiere che impartiva la nonna dànno, a loro volta, il tono decisivo a molte pagine.
Il presente testo, appunto per il metodo paradigmatico, ha quindi molti elementi di continuità. La costruzione dell’universo narrativo su un solo personaggio che si trasforma, matura e si traveste è una schidionata. Tutti i testi sono densi di linguaggio transizionale e sono dominati dalla ripetizione, teoricamente il principio del piacere, e dai ricordi “all’improvviso”, come dalla rielaborazione delle relazioni archetipiche. Probante anche l’intertestualità del Nicola Gamurra, come ora si autonomina il “vecchio”, a sua volta già personaggio di Labilità, uno dei tanti doppi dello scrittore. Una tematica più vasta e ben diversa dell’identità. La scrittura, nella quale funziona l’analogia di opera d’arte e sogno, è il doppio dell’artista, personaggio e narrante.
Il narrare in Starnone è sempre evocare, elaborazione e trasformare e mascherare, anche riparazione di un Orfeo puer e senex. Abbiamo già scritto che la mancanza di totalità restringe la narrativa al momento novellistico. Questo non è un romanzo, d’altronde, ma una novella dilatata.
Il “vecchio” si caratterizza per essere un “mediocre scribacchino ateo che, disgustato da come funzionava male il mondo, voleva contribuire a sovvertirlo e rifarlo perfetto”. Avrebbe voluto “essere monaco, studiare tutta la vita chiuso in una celletta e diventare grandissimo scrittore di opere piene di verità salutevoli”. Egli confessa le “grandi ambizioni” dell’adolescenza, rievoca “le pagine pretenziose” scritte “da ragazzo” nel comporre “almeno un’opera fondativa”, ma poi scoprì, già a vent’anni, di essere “inadeguato”. Quindi si rinchiuse in una “piccola nicchia di consapevole medietà”. Ora riprende la vocazione dell’artista e si autodefinisce “epigono”. Descrive e approfondisce anche la poetica dell’invenzione: “Manipolare la realtà dei fatti, servirmene per cavarne invenzioni con sprazzi di verità, da giovane è stato ingannevolmente facile, da vecchio un tentativo fiacco sempre a un passo dalla sgomento”.
Il vecchio è in vacanza. Solo, senza famiglia, senza compagna, senza figli e nipoti. Si confessa e rievoca, lontano dalla casa e dai conflitti. L’ascetismo è trasparente, l’intellettualizzazione nella pubertà procede lentamente ma inesorabile. Anche in questo testo l’io è sempre dominante, come le sensazioni del proprio corpo, a partire dall’immagine della propria morte per annegamento, e dei corpi delle donne (Evelina, Nina, Melania, Laura, Elisa, Lu, anche se solo citate). Tutte sono realtà ma appaiono ombre, come Melania (“donna molto magra”, “capelli tutti bianchi ma un viso giovane”, la quale ha compreso il gioco letterario riguardante Hemingway. Due donne sovrastano: Sibilla (“signora imponente”, “insomma dea gigantesca”), e Irmtraud (“donna dai capelli rossi e il seno grande”, “esotica”, “che parla un italiano di straniera”). Due donne ominose e mai come in questo caso entrambe nomen omen.
Non si sottovalutino le innovazioni. Già il titolo Il vecchio al mare, che per i lettori disattenti potrebbe richiamare l’Hemingway, è, invece, un omaggio a Les travailleurs de la mer di Hugo, che aveva suggestionato Starnone ed era stato molto amato da Michele Astarita e dai suoi fratelli – l’abbiamo individuato altrove. Del testo, richiamato diverse volte, sono riprese intere pagine; è citata perfino Sark (“la più piccola, è la più bella dell’arcipelago di Guernsey formato da quattro isole”), ma soprattutto l’episodio della piovra gigantesca. Hemingway e Hugo. La lotta con lo squalo e il fantasma della morte per acqua di quest’ultimo Prufrock sono due fondanti elementi citazionistici, due palinsesti da inserire nel catalogo di tutti gli autori già esibiti, non dimenticando Caproni e Dostoevskij, Tasso e Leopardi.
In Il vecchio al mare si ripresenta l’artista come vecchio, dunque. Deprivato del bisogno sessuale e con la sterilizzazione degli impulsi. Le immagini conflittuali si riesumano da sole. Ma il vecchio, ora, non è un carnefice e neppure vittima. Tranquillità e aggressività. Senex e puer.
L’artista come monaco, poi sovversivo, è un’altra tipologia, un’autobiografia fictional. Il monaco è il celibe che copre anche con il ricordo i tabù primari; non insegue più il sesso, con tutte le conseguenze; è tranquillo; non fugge dalla vecchiaia; copre gli istinti e i conflitti interiori con l’opera d’arte; si sente Gilliat che si annega e lascia i due innamorati scappare per mare, come accade nell’explicit del romanzo di Hugo, allorché Gilliat si lascia annegare dall’alta marea, mentre la Cashmere con Déruchette si allontana.
Il vecchio evoca madre, padre, donne, figlia e nipote. Funzionano nel testo altri personaggi. Ora, dopo la nonna e la bambina di Milano, agisce Ninì, il bambino al quale il Nico di sette anni si sente “identico”. Sono rifiutate le affermazioni reazionarie di Silvestro, personaggio odioso che esercita il suo linguaggio e i suoi pensieri oltraggiosi su schiavitù e salariati. Vanno sottolineate, invece, le considerazioni sul mondo maschile dei decenni scorsi, prese in considerazione le frasi di Maurizio, “persona ben scolarizzata”, “un ex professore di lettere” che “variamente impreca” “contro i partiti politici” e riferisce di “disumanità diffusa”, un mondo disumano in contrasto nettissimo con la tranquillità senecana e ariostesca di questo vecchio che ha affondato nell’inconscio tutta la “vecchiaia selvaggia” (Magris).
La vecchiaia è “sempre più un balcone sull’insignificanza” e l’invecchiamento un tema fondamentale dell’universo di Starnone. La tematica, debolmente presente fin dai primi testi, emersa con prepotenza già da Spavento e da Scherzetto, negli ultimi testi è diventata invasiva. L’artista-insegnante fin dalla giovinezza vive l’angoscia dell’invecchiamento. Poi invecchia e ne prende spavento. Dopo Scherzetto, la narrativa che prima rappresentava l’angoscia dell’invecchiare diventa l’invecchiare, con il richiamo anche al testo famoso di Tolstoij. È invecchiamento fisico e percezione dell’invecchiamento e il sentirsi invecchiato. La relazione invecchiamento e sessualità è palese. Infanzia e invecchiamento coincidono strutturalmente. Tutte le narrazioni dedicano importanza a questo aspetto, che diventa anche sociologico e antropologico.
Il “vecchio” nella proverbiale solitudine tiene Napoli a distanza, vede da lontano la sede dei conflitti, da dispatriato fa cadere l’ascia della censura e la pioggia di cenere. Il suo obiettivo è ottimizzare il De tranquillitate animi confermando ascetismo e intellettualizzazione nella pubertà dai quali, naufrago felice, anche Starnone non si sgroviglia.
