Abstract

In questo libro ricco di analisi ravvicinate dei testi (close reading) e stimolante dal punto di vista filosofico, ma anche caratterizzato da due possibili limiti di cui diremo in conclusione, Andrea Sartori affronta in modo originale il rapporto tra l’epistemologia darwiniana (materialistica e a-finalistica) e la narrativa italiana moderna. L’autore si concentra in particolare – ma non solo – su Italo Svevo (1861–1928), Federico De Roberto (1861–1927) e Luigi Pirandello (1867–1936). Gli estremi temporali dell’indagine sono il 1859 (anno di pubblicazione di On the Origin of Species di Charles Darwin) e il 1925 (anno di pubblicazione di Uno, nessuno e centomila di Pirandello e dell’ascesa al potere di Benito Mussolini).
L’autore ricostruisce i modi in cui la metafora della lotta per la vita – introdotta da Darwin nei dibattiti culturali e nel senso comune dell’epoca – è stata interpretata dalla narrativa italiana tra gli anni dell’unificazione, da un lato, e dell’imporsi del fascismo, dall’altro. Il volume evidenzia che l’evoluzione e il progresso sociale hanno influito sia sulla struttura del romanzo realista e modernista – nel più ampio contesto europeo e internazionale (Honoré de Balzac, Émile Zola, Herman Melville, Fyodor Dostoevskij) – sia sulle ansie esistenziali dei protagonisti delle opere letterarie esaminate. Il libro di Sartori, infatti, analizza il modo in cui la modernità, pur portando innovazione e sviluppo, è stata anche fonte di disorientamento e crisi identitaria, come diagnosticato a suo tempo dall’ungherese Max Nordau in Degenerazione (1892).
The Struggle for Life and the Modern Italian Novel, 1859–1925 è suddiviso in una introduzione, quattro capitoli principali e una conclusione. L’indice degli autori citati e quello degli argomenti e dei concetti trattati permettono al lettore di orientarsi agevolmente tra le pagine del libro.
Nella introduzione (“The Anxiety of Modernization”, 1–22), Sartori elabora il concetto di “ansia della modernizzazione”, collegando le massicce trasformazioni politiche, sociali ed economiche dell’Italia post-unitaria – incluso il colonialismo – alla divulgazione della teoria darwiniana dell’evoluzione, una divulgazione avvenuta grazie all’interessamento, tra gli altri, di intellettuali e scienziati come Paolo Mantegazza (1831–1910), Cesare Lombroso (1835–1909), Giovanni Canestrini (1835–1900) ed Enrico Morselli (1852–1929). L’autore mostra che il vocabolario scientifico e successivamente letterario dell’ansia della modernizzazione è caratterizzato da termini come adattamento (a condizioni socioeconomiche nuove e avverse), ereditarietà (di tratti personali sfavorevoli all’adattamento e alla lotta per la vita) ed estinzione (delle tradizioni e delle forme di vita che entrano in contatto con il progresso e la modernità).
Il primo capitolo (“Darwin's Traces”, 23–72) rintraccia l’origine intertestuale della metafora della lotta per la vita. Come ha sottolineato Gillian Beer (Darwin's Plots (1983) Londra, Routledge), Darwin desunse questa metafora anti-essenzialistica (e quindi, in nuce, già da sempre anche letteraria), dal lavoro dell’economista politico e demografo Thomas R. Malthus (An Essay on the Principle of Population, 1798). Con tale metafora, Darwin indicò in una prospettiva anticipatamente ecologica la fondamentale interdipendenza di tutti gli organismi viventi, e quindi degli esseri umani e della natura.
In questa parte del libro, Sartori s’impegna, sulla scia del lavoro di Beer, in una lettura comparativa del materialismo anti-teleologico del saggio darwiniano On the Origin of Species, e della de-costruzione del concetto di origine in Of Grammatology (1967) di Jacques Derrida (53–62). Il capitolo si chiude illustrando brevemente come Giovanni Verga (1840–1922), Antonio Fogazzaro (1842–1911), Giovanni Pascoli (1855–1912) e Gabriele D’Annunzio (1863–1938) hanno interpretato la metaforicità e la mobilità semantica della darwiniana struggle for life alla luce dei rispettivi convincimenti estetici, religiosi e politici (63–72).
La conclusione del primo capitolo apre alle analisi propriamente letterarie dei capitoli successivi.
Il secondo capitolo (“Svevo: [A] Life and Writing”, 73–128) si concentra sulla scrittura di Svevo e di Alfonso Nitti – il protagonista del suo primo romanzo, Una vita (1892) – in quanto strumento di sopravvivenza nel secolo nevrosico (così Mantegazza aveva definito l’Ottocento nel pamphlet eponimo del 1887). Sartori sottolinea che per Svevo la lotta per la vita è sia un conflitto interiore, sia un conflitto sociale. Nitti, infatti, vive in una Trieste multiculturale e si confronta con una società capitalista, in cui le relazioni gerarchiche (all’interno della banca per la quale lavora) riflettono la logica darwiniana dell’adattamento. La lotta di Nitti non è solo per la sopravvivenza materiale, ma anche per l’autorealizzazione personale, in quanto artista e intellettuale, lontano dal luogo d’origine, dalla casa del padre e della madre. L’autore ricorda inoltre che Svevo esplora, ben prima della Coscienza di Zeno (1923), il tema delle relazioni di genere, descrivendo la competizione dei sessi come parte di un processo più ampio di adeguamento a quel che la modernità porta con sé.
Il terzo capitolo (“De Roberto: Power and Transformism”, 129–174) si sofferma sull’opera di De Roberto, con particolare attenzione a I Viceré (1894). Sartori sostiene che De Roberto utilizza la metafora della lotta per la vita per descrivere i tentativi dell’aristocrazia siciliana di sopravvivere al trauma dell’unificazione dell’isola al Regno d’Italia. Nel capitolo, è comunque centrale un’altra metafora, quella della eredità/ereditarietà, poiché ne I Viceré i membri della famiglia Uzeda lottano tra di loro per appropriarsi dei beni della defunta matriarca Teresa, che anche da morta esercita sui sopravvissuti un suggestivo potere ipnotico (si veda, di Scipio Sighele, La coppia criminale, del 1892, che De Roberto aveva ben presente). Al tempo stesso, aggiunge l’autore di The Struggle for Life, gli Uzeda devono fare i conti con le proprie tare (ereditarie) di follia e superstizione. Queste ultime mal si adattano agli imperativi del progresso e della modernità, giungendo a divorare sé stesse, al pari dell’amore egoistico del saggio di De Roberto intitolato proprio L’Amore (1895). In questo saggio, la cultura positivistica dello scrittore siciliano (Hippolyte Taine, Claude Bernard) giunge a degli esiti nichilistici che la mettono paradossalmente in crisi, pur preservandone la funzione espressiva e retorica sul piano letterario.
Nell’ultimo capitolo (“Pirandello: Name and Performance”, 175–234), Sartori mostra la tensione teatrale che attraversa i romanzi di Pirandello – da Il fu Mattia Pascal (1904) a Uno, nessuno e centomila (1925) – per sfociare nel teatro vero e proprio e in maniera esemplare nei Sei personaggi in cerca d’autore (1921–1925). Se Svevo si affidava alla letteraturizzazione dell’esperienza “to cope with “the real, horrible life” and to survive the indelible traces that living imprints on human beings” (125), Pirandello sceglie – in maniera sempre più consapevole a partire dagli anni della Prima guerra mondiale – di teatralizzare questa stessa vita, la sua infondatezza, la sua povertà d’ideali, il suo essere incline a una costante logica della sopraffazione.
Nella conclusione (239–246), Sartori mette a fuoco il concetto di bio-finzionalità, che era già emerso, almeno in parte, nelle pagine su De Roberto, Pirandello e il positivismo ottocentesco. Con l’espressione bio-finzionalità, l’autore non intende tanto, o non solo, il genere letterario della biofiction, oggi molto discusso, quanto l’intreccio tra biologia e narrazione, scienza e metafore, nella letteratura e nell’epistemologia post-darwiniana. In queste pagine del suo libro, l’autore espone infatti un’intuizione – che rinvia a una futura, adeguata trattazione – secondo la quale, nella prospettiva della teoria dei sistemi complessi (Edgar Morin, in particolare), il bíos e la fiction si richiamano vicendevolmente, come la natura e l’immaginazione, la vita e la sua morfologia fantastica.
Nonostante l’originalità dell’analisi e dell’approccio, si potrebbe obiettare che il libro di Sartori si concentra su autori maschili, trascurando voci femminili (ad esempio, Matilde Serao, 1856–1927, e il suo romanzo La conquista di Roma, del 1885), che arricchirebbero le riflessioni sulla modernità italiana. Inoltre, l’enfasi posta sulla lotta per la vita in quanto forza negativa del progresso, potrebbe essere bilanciata da una esplorazione delle letture positive del progresso stesso. Quest’ultimo è il caso delle Memorie di un italiano (1858, pubblicato nel 1867) di Ippolito Nievo (1831–1861) e della pedagogia civile, di stampo hegeliano, di Francesco De Sanctis (1817–1883).
Resta il fatto che The Struggle for Life and the Modern Italian Novel, 1859–1925 è un libro d’interesse non solo per gli italianisti, ma anche per chi lavora sull’impatto del darwinismo e in generale della scienza moderna sulla cultura europea e la produzione letteraria in particolare.
