Abstract
Drawing from diary notes housed in the Renzo Deaglio Library in Alassio, this essay revisits two literary events featuring Carlo Levi in 1958. The first event pertains to Levi's composition of the preface for Einaudi's publication of Tristram Shandy that same year. In the preface, Levi subtly juxtaposes it with L’Orologio, interpreting Sterne's anti-narrative structure and penchant for digression—symbolized by the “marbled page”, likened to a Pollock painting—as a means of escaping time's grasp. The second event involves the controversy surrounding Boris Pasternak's Nobel Prize for Doctor Zhivago. Levi, steering clear of public discourse, closely monitors the affair within the pages of his diary, offering incisive critiques of the novel and sketching a sardonic portrayal of the Italian intellectual elite.
Tra le carte leviane custodite presso la Biblioteca civica Renzo Deaglio di Alassio sono conservate trentadue agende di anni compresi tra il 1933 e il 1974 (Beltrami, 2009: 29–30). Molte di queste sono ricche di appunti che, con cadenza quasi quotidiana, riflettono la complessa varietà di interessi dell’autore e la sua intensa vita culturale. Ordinato secondo la scansione cronologica dei giorni, si dipana un intreccio di dati differenti per argomento e tipologia che comprende informazioni sugli incontri, le frequentazioni e gli spostamenti; note sulla politica o sui fatti di cronaca; giudizi e opinioni su mostre, eventi o premi; riferimenti alle polemiche letterarie; commenti a libri e film; indicazioni sulla stesura di scritti letterari e di articoli di giornale; annotazioni sulle correzioni di bozze; elenchi dei dipinti eseguiti, spesso accompagnati da brevi didascalie. Ma nella forma asistematica e frammentaria dell’appunto è anche possibile trovare inserti di scrittura creativa di lunghezza variabile tra le poche parole e la misura della pagina contenenti spunti di riflessione introspettiva e filosofica, brevi ritratti di paesaggi o di persone, componimenti poetici e rapidi abbozzi narrativi.
A volte la serialità dell’agenda permette di ricostruire alcuni nuclei tematici nella loro progressione temporale, mettendo in evidenza le relazioni tra le vicende personali di Levi e gli eventi della storia politico-culturale e offrendo indizi sulla redazione dei testi letterari. In questa specifica direzione, vengono qui tratti da un’agenda del 1958 due casi di studio intorno al rapporto con una coppia di scrittori che in diversa misura hanno segnato l’esperienza critico-letteraria di Levi in quel periodo e non solo. Il primo caso riguarda la stesura della prefazione all’edizione einaudiana del Tristram Shandy di Laurence Sterne tradotta da Antonio Meo, mentre il secondo riconduce alla polemica sull’attribuzione del premio Nobel a Pasternak per Il dottor Živago, romanzo considerato antisovietico in patria e pubblicato in anteprima mondiale da Giangiacomo Feltrinelli nel 1957.
La prefazione al Tristram Shandy
Sterne—scrive Levi nella prefazione al Tristram Shandy—è uno di quegli autori che tutti dicono di conoscere ma che in pochi hanno letto per davvero e dunque, di fatto, è “generalmente ignoto” anche alle persone di cultura. Nel riguardo specifico del Tristram, poi, lo stesso Levi confessa di averlo spesso citato “pur non avendolo letto che di sfuggita”, fino a quando, negli anni della guerra, non si era risolto “a leggerlo intero nell’originale” e a farlo suo. All’interno di una lunga parentesi che assomiglia giusto a una divagazione sterniana, l’autore dichiara in particolare l’influenza del Tristram sul concetto di tempo come durata sviluppato nell’Orologio: (Se mi potesse essere perdonata, malgrado avessi promesso di astenermene, una sola, e brevissima, parentesi privata, direi che mi ero, a suo tempo, ingenuamente stupito che, fra le molte e spesso strane cose che si erano dette dei miei libri, e in particolare dell’Orologio, non fosse venuto in mente a nessuno, se non altro per ragioni del tutto estrinseche, di citare lo Sterne. Non comincia forse, il Tristram Shandy, con quella frase immortale: “Scusa caro, non hai dimenticato di caricare l’orologio?”. Soltanto più tardi, mi resi conto che Sterne era generalmente ignoto). (Levi, 1958a: VIII)
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Discusso con Calvino su Tristram Shandy (libro fondamentale, “hai caricato l’orologio?”), per il senso del tempo, la dissoluzione del romanzo avant lettre e prima che esistesse, la continuazione inglese e settecentesca del Don Chisciotte (la parte ironico-buffonesca discende da tradizione teatrale shakespeariana e popolare dei bateleurs de foire inglesi) (Agenda, 1958, 26 gennaio).
Gli spunti sono notevoli, a cominciare dal ruolo di Calvino che risulta un interlocutore fondamentale nel processo critico che porta Levi alla stesura del saggio. In secondo luogo emerge la contiguità tematica e strutturale con L'Orologio, che dall’opera di Sterne recupera l’elemento centrale della riflessione sul tempo e l’impianto antinarrativo (il tema della “dissoluzione del romanzo”). In terza battuta Levi sistema l’opera in rapporto alla tradizione: oltre ai debiti verso Montaigne, Rabelais e Swift finemente segnalati nella prefazione (Levi, 1958a: X), l’autore individua le radici della scrittura sterniana nel rapporto con Shakespeare e Cervantes. Si tratta di due riferimenti ben noti alla critica e dichiarati dallo stesso Sterne. Il recupero della tradizione teatrale e popolare dei giullari da fiera (i “bateleurs de foire”), infatti, è reso evidente dall’assunzione da parte di Sterne della maschera shakespeariana di Yorick nel Viaggio sentimentale e dalla presenza di un parroco omonimo tra i personaggi del Tristram Shandy, così come all’interno dell’opera sono più volte esibiti anche i recuperi dal Don Chisciotte di Cervantes.
Fin qui nulla di nuovo, dunque. Lo scarto di Levi risiede allora nell’interpretare il richiamo a Cervantes secondo una categoria critica a lui più congeniale. Rifacendosi alla celebre distinzione tra Contadini e Luigini esposta nell’Orologio, l’autore appunta: “Trovato una definizione di Shandy: ‘Il Don Chisciotte dei Luigini'. (Meglio sarebbe dire degli Inglesi). Un’altra è l’Ulysses del 700” (Agenda, 1958, 15 febbraio). Tra Cervantes e Sterne, quindi, c’è una distanza di fondo ben più marcata di quello che l’autore del Tristram vorrebbe far credere. L’intuizione viene argomentata nel saggio: sebbene Cervantes sia per Sterne “più che un amato modello”, tra i loro mondi c’è un “abisso” (Levi, 1958a: X). Cervantes, infatti, “è il grande poeta del mondo contadino, di un mondo di eroi e di braccianti”, mentre “Tristram Shandy è il Don Chisciotte della gentry, o della borghesia inglese (sia essa catalogabile o no come luiginesca) del Settecento” (Levi, 1958a: X). Analogamente, lo spunto che definisce il Tristram un Ulysses ante litteram è spiegato nella prefazione attraverso il paragone tra il flusso di coscienza di Joyce e l’invenzione sterniana della durata “che si sostituisce al tempo” e “distrugge la struttura e il tempo del romanzo” (Levi, 1958a: X). In tal senso “Tristram Shandy si potrebbe chiamare un maggiore Ulysses, nato, per un incanto di orologi, nel Settecento” (Levi, 1958a: XI).
Solo dopo aver imboccato questa originale pista interpretativa, Levi inizia a leggere i lavori dei critici. Il 17 febbraio riceve da Carlo Muscetta “i libri su Sterne”, tra i quali, presumibilmente, uno scritto di Edwin Muir contenuto tra gli Essays of Literature and Society (Muir, 1949: 49–56). Un passo tratto da Muir in effetti si trova citato nella prefazione (Levi, 1958a: XII) e il libro risulta letto già il 18 febbraio, quando l’attenzione di Levi si allarga anche al Viaggio sentimentale tradotto da Foscolo: È l’ultima sera di carnevale: piove, rientro alle 4 trovando molta gente per via (festa anche alla Villa). Letto a alta voce per 5 ore il Muir, e quasi tutto il Viaggio Sentimentale nella mirabile traduzione del Foscolo. Il frate di Calais è forse la prima idea di Fra Cristoforo? L. dice che è l’ascensione, la febbre intellettuale e la sensuale grazia di un tisico. Sterne è incanto (Muir parla della espressione della inesauribilità del reale) (Agenda, 1958, 18 febbraio).
In mezzo ad altri spunti compresi tra l’annotazione di un passo in greco del Manuale di Epitteto, tratto dall’esergo primo libro del Tristram, e la lettura dell’introduzione di Virginia Woolf al Viaggio sentimentale,
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si arriva al 24 febbraio, giorno in cui Levi annota due “curiosità”. La prima riguarda un tale Giacomo Pincherle (1871), detto James, autore nel 1871 di un sequel del Viaggio sentimentale, mentre l’altra richiama “la storia del cavallo Baruk, nel viaggio tra Eboli e Potenza” descritta nell’Innamorato della montagna, racconto sterniano di Tarchetti (1869).
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Le telefonate ad Alberto Moravia, nato Pincherle, e a Zavattini non riescono però a soddisfare le richieste di Levi. Il colloquio con Zavattini sembra anzi confermare la scarsa conoscenza di Sterne tra i letterati italiani: Trovo nel libro su Sterne 2 curiosità: un James Pincherle autore del seguito del Viaggio Sentimentale (telefono a Moravia, che mi dice di non saper nulla dei suoi avi, neppure dei nonni); e la storia del cavallo Baruk, nel viaggio tra Eboli e Potenza. Telefono a Zavattini: non hai mai letto Sterne, né forse nessun altro libro (confonde Sterne con Pickwick, e con Kipling ecc.). Ha letto 10 pagine di Proust e possiede l’Ulysses senza averlo capito (Agenda, 1958, 24 febbraio). Trovo la chiave di Shandy, e la scrivo, come Sterne, qui SPLEEN Lo Shandy non è che una fuga tortuosa, un labirinto, per nascondersi dalla morte; per fermare il tempo; e restare il più a lungo possibile non nati, nel grembo materno. Perché sotto ogni Yorick c’è un teschio (c’è la creta che fu Alessandro, e che può turare il buco di una botte di birra, o la fessura del muro). [Per fermare il tempo si può anche scindere le cose, renderle astratte fino ai modi più moderni]. La virtù è il coraggio (Virginia Woolf) (Agenda, 1958, 25 febbraio).
Se corrono ben duecento pagine tra il momento del parto e la scena del concepimento di Tristram—introdotta dalla celebre frase pronunciata dalla madre del protagonista durante l’amplesso (“Scusa, caro, ti sei mica scordato di caricare l’orologio?”, Sterne, 2016: 8)—, significa infatti, per Levi, che “Shandy non vuole nascere perché non vuole morire” (Levi, 1958a: XIII).
Nella prefazione la stessa ansia di sfuggire alla morte e la stessa parola-chiave—lo spleen—sono indicate come il motore dell’intera poetica sterniana: Scriviamo anche noi, come Sterne inseguito dalla morte, in mezzo alla pagina, in grandi caratteri, la sua parola: SPLEEN Questo spleen, questa Malinconia, o melancolia, è insieme un sentimento, un temperamento, e, letteralmente, un umore, (e solo in questo senso Sterne può dirsi umorista). È la sua natura, il suo impulso, la sua molla, la sua spinta vitale, e mortale. Il reverendo Lorenzo Sterne fugge, senza guardarsi attorno, inseguito dalla morte. (Levi, 1958a: XII)
Il tema della digressione come strategia di fuga dalla morte e di nascondimento “nel grembo materno” della scrittura, in effetti, ha molto a che fare con l’evocazione del tempo “lunghissimo, fermo” e “quasi eterno” nelle pagine introduttive dell’opera leviana (Levi, 1989: 14).
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Se la morte, come scrive Giuseppe Gioachino Belli, “sta anniscosta in ne l’orloggi” (2007: 364), si può allora tentare di seminarla celandosi nella “contemporaneità senza fine” della durata: Se la linea retta è la più breve fra due punti fatali e inevitabili, le digressioni la allungheranno: e se queste digressioni diventeranno così complesse, aggrovigliate, tortuose, così rapide da far perdere le proprie tracce, chissà che la morte non ci trovi più, che il tempo ci smarrisca, e che possiamo restare celati nei mutevoli nascondigli. (Levi, 1958a: XIII)
La teoria sterniano-leviana della divagazione come strumento per rinviare la conclusione del romanzo e insieme come espediente per depistare la morte è senza dubbio suggestiva e trova la sua completa legittimazione quando persino un cultore della linea retta come Calvino, abituato a scrivere inseguendo “il fulmineo percorso dei circuiti mentali” (Calvino, 1995: I, 670), ne riconosce il fascino nella seconda delle sue Lezioni americane, dedicata al tema della rapidità: La divagazione o digressione è una strategia per rinviare la conclusione, una moltiplicazione del tempo all’interno dell’opera, una fuga perpetua; fuga da che cosa? Dalla morte, certamente, dice in una sua introduzione al Tristram Shandy uno scrittore italiano, Carlo Levi, che pochi immaginerebbero come un ammiratore di Sterne, mentre invece il suo segreto era proprio quello di portare uno spirito divagante e il senso d’un tempo illimitato anche nell’osservazione dei problemi sociali. (Calvino, 1995: I, 669)
All’opposto della scrittura rettilinea si trovano dunque i “geroglifici” di Sterne, ovvero le figure simili ad arabeschi disegnate in alcune delle sue pagine, a cui corrispondono, sul piano della costruzione narrativa, “le curve simboliche della forma dei suoi capitoli” (Levi, 1958a: XIII). La rappresentazione visiva più eclatante di questo tipo di espressione si manifesta nella celebre “pagina marmorizzata”, che lo stesso Sterne definisce “motley emblem of my work” (2016: 228). 6 Contrapposta alla pagina nera, immagine visiva del tempo e della morte, la pagina marmorizzata è un labirinto astratto di macchie di colore, che Levi interpreta come “il simbolo caotico di una durata prenatale” (1958a: XV). Immediata ed efficace, nella prefazione, è l’analogia con “un caotico, disperato quadro di Pollock” che recupera l’annotazione del 2 marzo: “scopro la pagina marmoreggiata, che è un Pollock ‘motley'” (Agenda, 1958, 2 marzo).
Il paragone nasce insieme dall’acuta sensibilità artistica di Levi e dalle circostanze esterne: quel giorno l’autore visita infatti presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma la mostra dal titolo Jackson Pollock (1912–1956), inaugurata il 1° marzo: “Vado alla mostra di Pollock: dico che mi piace, che mi somiglia come gesto (!) e grafia, forse ebraico” (Agenda, 1958, 2 marzo).
Un lungo appunto trascritto nelle pagine dell’8 e del 9 marzo offre una significativa chiave di lettura che riguarda non solo il parallelo tra la pagina marmorizzata di Sterne e la pittura di Pollock, ma anche un’interpretazione in termini più generali della sua arte. Come le digressioni di Sterne, le tele di Pollock simboleggiano una fuga dal tempo e un rifugio nel fluire della durata. Temi questi comuni allo stesso Levi e da lui sintetizzati attraverso la cifra espressiva della “pittura ondosa”. Ma nel momento in cui l’autore rimarca una sorprendente affinità tra sé e Pollock, ne rivendica anche la distanza. Per Pollock la ricerca della durata si è tradotta nel “dipingere gli spazi ‘tra le cose'”, conducendola sui binari di una sperimentazione astratta, di maniera e decadente. Per Levi, invece, c’è stata la Lucania: da quell’esperienza l’autore ha compreso che “la durata è nelle cose”. La sua arte, dunque, non può essere astratta, ma espressione poetica del reale: In Jackson Pollock si può trovare la chiave dei problemi di oggi. Dopo gli esperimenti critici del periodo picassiano (Mirò ecc.) messicano (Orozco Siqueiros) e surrealista (Ernst), ha raggiunto un punto a suo modo assoluto. È forse quello stesso di cui ho fatto io stesso esperienza, negli anni attorno al ‘30, e che è la base della mia teoria della “pittura ondosa”. In Pollock c’è la fuga dal tempo di cui ho parlato per la “pagina marmoreggiata” di Sterne (la fuga dalla morte). In un parallelo con Hopper, Tyler dice (mi pare) che Pollock dipinge gli spazi “tra le cose” [Tyler, 1957]. Si rifugia nella durata contro il tempo (e le forme). Materialismo americano (Sam Hunter).
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Perché io ho interrotto, o non portato all’estrema conseguenza, la ricerca della durata? Perché sono andato in Lucania, in un mondo tutto terrestre e obiettivo, dove l’esistenza è la conquista del tempo inesistente. La durata di Pollock è una estrema rivolta contro la storia, un estremo decadentismo romantico: una fine (mentre il realismo contadino è un principio). La durata è nelle cose, è la sostanza della individuata libertà. L’astratto di Pollock è amor sacro, Paura della libertà, sacro suicidio. [Che poi questa opera eroica e mortale diventi oggetto di direttori di musei, critici, pittorucoli e commercianti è il disgusto delle cose]. La fuga dalla Morte non è che la Morte (Agenda, 1958, 8–9 marzo).
A questo punto la prefazione è pronta: “Scritto lunga lettera a Giulio Einaudi sulla traduzione, e fatta la correzione finale della Prefazione. Sono le 5¼” (Agenda, 1958, 3 marzo). La minuta della lettera spedita all’editore, datata per lapsus calami al 2 febbraio 1958 anziché al 2 marzo, è ora conservata a Roma, presso l’Archivio Centrale dello Stato. Come anticipato nell’appunto, le tre carte del documento sono fitte di suggerimenti per migliorare la traduzione e testimoniano l’allargamento dell’impegno leviano alle questioni relative all’edizione in generale. Riguardo alla prefazione, invece, la lettera si apre con un bilancio del lavoro: “Ho finito finalmente la prefazione al Tristram Shandy, te la spedisco a parte. Mi è costato molto lavoro, ma mi pare sia riuscita bene, e che dica, su un argomento su cui tante cose si sono scritte, qualche cosa di nuovo”. 8
Siamo ai ritocchi conclusivi e l’8 marzo Levi annota: “Calvino scrive chiedendo di correggere la parentesi nel saggio su Sterne” (Agenda, 1958, 8 marzo). Il giorno precedente, infatti, dalla sede torinese di Einaudi parte una lettera in cui Calvino dichiara di avere molto apprezzato il discorso leviano sulla fuga dal tempo e dalla morte, consigliando allo stesso tempo una revisione del lungo inserto parentetico dedicato all’Orologio. Levi risponde a Calvino proponendo di scegliere tra due soluzioni: quella più radicale prevede l’eliminazione del passo, mentre la seconda, che è poi quella andata effettivamente in stampa, consiste nella sostituzione con una nuova versione della parentesi trascritta direttamente dall’autore nella lettera. 9
Il lavoro finalmente è compiuto e il 1° aprile Levi riceve una copia del libro. Il giudizio è positivo, anche se, come sempre capita, il tempo per sistemare i dettagli più minuti non è mai abbastanza: “Arrivato il libro di Sterne, con una splendida copertina. Ma ho scritto davvero ‘s’intende'? L’ho scritto” (Agenda, 1958, 1° aprile). 10
Carlo Levi e il “caso Pasternak”
Nell’agenda del 1958 trovano riscontro due eventi che ridefiniscono l’assetto della società italiana di quel periodo: le elezioni politiche e la morte di Pio XII. Su richiesta di Pietro Nenni, 11 in primavera Levi accetta, pur con qualche riluttanza, di candidarsi al Senato come indipendente del PSI nel collegio di Acireale, ma non viene eletto. Sebbene i socialisti incrementino la loro presenza in Parlamento, il risultato premia infatti la Democrazia cristiana, che si conferma prima forza di governo. Un cambiamento più incisivo avviene invece durante l’autunno in Vaticano, quando viene nominato papa Giovanni XXIII. L’agenda di Levi registra le tappe della transizione di potere dal 10 ottobre, giorno del funerale di Pio XII, passando per le numerose fumate nere fino all’elezione di Roncalli il 28 ottobre e, pur provando un certo disappunto per il fasto “troppo vistoso” dell’“incoronazione” del 4 novembre, nel “tono umano” del nuovo papa l’autore coglie da subito il cambio di passo rispetto al pontificato di Pacelli, al quale non risparmia le critiche. 12
In questo contesto di incertezze e mutamenti si consuma anche la fase più intensa della polemica sul Dottor Živago di Pasternak. Negli stessi giorni del conclave, allo scrittore russo viene infatti conferito il Nobel per la letteratura. Si tratta di un’attribuzione politica, che l’autore inizialmente accetta, ma che alcuni giorni dopo è costretto a rifiutare in seguito all’espulsione dall’Unione degli scrittori sovietici e alle accuse interne al suo paese.
La vicenda editoriale del romanzo è nota: trovando forti resistenze in patria, nella primavera del 1956 Pasternak affida il dattiloscritto dell’opera a Sergio D’Angelo, giovane collaboratore della redazione italiana di Radio Mosca e talent scout di Feltrinelli e, dopo il rifiuto della rivista Novyj mir a stampare il libro in Unione Sovietica, firma un contratto con la casa editrice italiana. 13 Il 1956, aperto dal rapporto segreto di Chruščëv e continuato con la repressione ungherese, è un anno che mette a dura prova le convinzioni ideologiche di molti intellettuali comunisti e Giangiacomo Feltrinelli decide di portare avanti il progetto nonostante le ingerenze di Mosca, le pressioni del Partito Comunista italiano e i ripensamenti dello stesso Pasternak. Il dottor Živago esce così in anteprima mondiale il 15 novembre 1957, in traduzione italiana, preceduto soltanto dalla pubblicazione di alcuni stralci dell’opera sulla rivista polacca Opinie. Nei mesi seguenti il testo viene stampato in tutto il mondo, compresi gli Stati Uniti.
In Italia l’establishment del PCI si affretta a esprimere una severa condanna dell’opera e dei suoi contenuti giudicati controrivoluzionari e antisovietici (Reccia, 2019). Dalle pagine del Contemporaneo, Carlo Salinari lancia il suo anatema tramite un paragone tra Il dottor Živago e il Placido Don di Šolochov. Il primo sarebbe l’espressione borghese di un decadentismo lirico premarxista che si risolve nella ricerca mistica dei valori spirituali dell’esistenza; l’opera di Šolochov rappresenterebbe invece un ritratto autentico del socialismo e della sua radice contadina. Due opere in netta antitesi, quindi, tra le quali Salinari chiede al lettore di schierarsi (Salinari, 1958).
La provocazione risulta persuasiva specie se si considera che in quel periodo la circolazione del testo di Šolochov era cresciuta grazie all’adattamento cinematografico diretto nel 1957 da Sergej Gerasimov. Lo stesso Levi, il 2 febbraio, assiste alla proiezione del film ed esprime un convinto apprezzamento per il tentativo di portare sullo schermo un esempio dell’“epica contadina”: La sera, vedo il film di Gherassimov, il “Placido Don”: bello. Ritmo lentissimo, spazio, aria, senso dell’erba, bei visi di donne, veramente rudimentale, nessuna psicologia, tentativo di epica contadina. A me piace, proprio per la sua assenza di “racconto”. Calzature alla russa. Così diverse da quelle all’americana. Battaglia Tolstoiana. Disordine e andatura vaga; tempo da fotografia, reale, da cartolina illustrata, da ritratto di famiglia (Agenda, 1958, 2 febbraio).
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Se il Placido Don e la sua versione cinematografica riscuotono ampio consenso, il giudizio su Živago, invece, divide gli intellettuali. Al di là della questione politica, non pochi lettori restano delusi dalla qualità artistica dell’opera. Tra questi Pasolini, che il 21 febbraio 1958 si trova a colazione nello studio romano di Levi. Il discorso cade su Pasternak e la sua opinione, opposta a quella espressa sulla Stampa da Guido Piovene, è netta: “Il dottor Zivago non gli piace: gli pare un libro insopportabile (Piovene dice il contrario: è il libro, dice Pasolini, che avrebbe voluto scrivere Piovene)” (Agenda, 1958, 21 febbraio). 15 La valutazione dell’opera, insomma, è controversa. Levi non si schiera, ma legge attentamente il romanzo, tanto da farlo proprio e da citarne una breve massima in un articolo sulla Balena di Alassio del 24 settembre 1958. 16
Il dibattito su Pasternak ritorna attuale nelle pagine d’agenda di ottobre. Domenica 12 Levi è a colazione con Elémire Zolla, che gli “parla dell’arte astratta e dell’atteggiamento schizofrenico di Zivago, ecc.” (Agenda, 1958, 12 ottobre), illustrando il tema fondante di un saggio che verrà consegnato all’Approdo letterario (Zolla, 1958). Il 25, poi, Levi appunta un nuovo episodio della polemica (“attacco di Paolo Milano su Pasternak e risposta teatrale”), mentre il 30 rifiuta di intervenire pubblicamente sulla questione: “Telefonate per Pasternak (Pratolini da Capri, Radio, T.V., Milano, Carocci, Ripellino ecc.). Leggo Zivago. Non conto di parlare alla Radio e T.V. ma scriverò” (Agenda, 1958, 30 ottobre). 17 Pur restando ai margini della disputa, nello stesso appunto l’autore segnala tuttavia quelli che ritiene essere i caratteri distintivi dell’opera. Živago gli appare un libro “presovietico, russo, lirico” in cui convivono due opposte tensioni verso la storia e verso la poesia. In particolare, Levi è affascinato dall’apparente “contraddizione con lo storicismo della forma poetica” e descrive la ricerca del realismo in Pasternak mediante la criptica definizione di “foresta della storia” (Agenda, 1958, 30 ottobre).
Levi, del resto, non è il primo a interrogarsi sulla questione: già Calvino—nel saggio Pasternak e la rivoluzione, pubblicato in primavera su Passato e presente—aveva chiuso la sua recensione sostenendo che da quel momento in poi “realismo significa qualcosa di più profondo” (Calvino 1995: 1382). Lo scritto di Calvino, inoltre, fornisce anche la spiegazione da cui discende l’espressione leviana della “foresta”. Rimarcando la distanza di Pasternak dal pensiero storico marxista, Calvino individua nello Živago un “nucleo mitico” che unisce “in un unico discorso natura e storia umana” e che interpreta la storia “come un farsi solenne, trascendente all’uomo”, (Calvino, 1995: 1366–1367) e autonomo rispetto alle azioni dei singoli. Non sono insomma gli uomini a fare la storia, ma è la storia a muoversi secondo le leggi arcane della natura, “come il regno vegetale, come il bosco che si trasforma in primavera” (Calvino, 1995: 1367). Come una foresta, la storia si sviluppa dunque secondo le leggi della natura, mentre agli uomini resta un ruolo piuttosto marginale “nell’autocostruzione del loro destino” e “nella modificazione cosciente della natura e della società” (Calvino, 1995: 1367).
Tra gli appunti leviani del 30 e 31 ottobre si trova però un ulteriore spunto di riflessione. Nell’autenticità della scrittura di Pasternak, “poeta che confessa e redime le sue debolezze” (Agenda, 1958, 30 ottobre), Levi scorge un elemento comune alla propria indole e a quella di Saba, tanto da ipotizzare “un’analisi parallela di Zivago e dell’Orologio (o con Saba)” (Agenda, 1958, 31 ottobre).
La somiglianza che Levi cerca di instaurare sul piano umano tra sé e Pasternak non funziona però in ambito letterario. In quei giorni approfondisce la lettura delle “incomprensibili poesie” dell’autore, aiutandosi con la prefazione di Angelo Maria Ripellino (Pasternak, 1957). Ne deriva l’impressione di una scomoda estraneità che Levi cerca di interpretare ricorrendo al paragone con i modelli italiani. Mentre il parallelo con Saba viene depotenziato, quello con Montale appare forzato e non sembra reggere fino in fondo, come suggerisce il punto interrogativo inserito tra partentesi dallo stesso Levi: Letto le incomprensibili poesie di Pasternak (e la prefazione di Ripellino). Come uomo deve somigliare a Saba (e anche alcuni fondamentali motivi poetici), ma come scrittore è più letterato, sperimentale, decadente, più Montale (?) (Agenda, 1958, 2 novembre).
Nel frattempo, il dibattito intellettuale approda in televisione. All’inizio di novembre, infatti, va in onda un confronto televisivo moderato da Gianni Granzotto: tra gli interlocutori sono presenti in studio Muscetta, Chiaromonte e Milano, mentre Feltrinelli, Calvino, Pratolini, Ripellino e Silone partecipano attraverso contributi registrati.
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Viene contattato anche Levi, che, come ricordato, prudentemente rifiuta. La sera della messa in onda, Levi segue tuttavia la trasmissione e con lucidissima ironia abbozza un vivace ritratto della classe intellettuale italiana: Assisto alla TV alla trasmissione per Pasternak, e sono lieto di non avervi partecipato. L’unico sincero è Ripellino patetico e violento contro i falsi poeti. Granzotto finisce (come prevedevo) affermando che il sipario di ferro è una realtà assoluta, e quasi chiedendo la guerra (calda o fredda). Muscetta lo interrompe (con il suo stile da marionetta a molla) dicendo se si vuol fare la guerra per il sepolcro di Zivago (dopo aver detto ai russi che se lo tengano come le vecchie icone; e aver affermato che se essi hanno pubblicato “quel capolavoro del decadentismo” che è il Cristo a Eboli) non si capisce perché non abbiate pubblicato Zivago. Chiaromonte era livido di astio, furore e fanatismo, e tremava pietosamente, molto brutto, con faccia di fucilazione. Russo fece una dichiarazione in falsetto, tutta falsetta come la voce. Calvino pareva grasso e gonfio (ma il suo saggio su Zivago in Passato Presente, che ho letto oggi, è bellissimo, la cosa migliore), Pratolini un po’ cieco, Cecchi pareva Cecchi e Silone Silone: una raccolta pietosa. Angioletti era equilibrato e serio, forse il solo nella sua modestia. Penso se scrivere a Krusciov, dicendogli che legga il libro, o a Ehernburg in modo critico (Agenda, 1958, 1° novembre).
Confermando la propria astensione dal dibattito pubblico, nei giorni seguenti Levi evita di firmare l’appello di protesta del Mondo, promosso da un gruppo di scrittori guidati da Nicola Chiaromonte. 22 Sull’altro lato della barricata interviene invece Mario Alicata, che dalle colonne dell’Unità liquida l’iniziativa come un ignobile “appello maccartista” a cui tanti intellettuali si sono sentiti in obbligo di aderire perché “non tutti si possono permettere di fare il proprio comodo come Carlo Levi” (Alicata, 1958: 3). 23 Quanto alle pressioni del governo sovietico sul mancato ritiro del Nobel, Alicata ritiene che a Pasternak sia stata concessa sufficiente autonomia nella scelta, mentre su Mondo Operaio è più cauto il giudizio di Muscetta, che a seguito della maldestra censura dello Živago operata dai burocrati sovietici, vede il rischio di una crescita di interesse dei lettori, intenti a “procurarsi clandestinamente il libro proibito” (Muscetta, 1958a: 3; sul tema si vedano anche Muscetta, 1958b; Muscetta, 1977).
La polemica si infiamma e si diffonde persino nelle cene tra amici (“Discussione su Pasternak, Cecchi contro Zolla (provocazioni ecc.)”, Agenda, 1958, 9 novembre), tanto che Levi continua ad annotare spunti e impressioni in privato. Il 3 novembre riflette sul tema della persecuzione di cui è stato vittima Pasternak, azzardando un difficile paragone con la condizione del popolo ebraico che tuttavia non sembra risolversi in un sentire comune: “Pasternak compiange e accusa gli ebrei di essere inutili testimoni e martiri di una cosa inutile. In questo egli (testimone e martire) è ebreo, e forse inutile” (Agenda, 1958, 3 novembre).
La persecuzione di Pasternak, tuttavia, è un argomento che interessa l’autore e che viene riproposto in una poesia intitolata appunto Pasternak, raccolta nella pagina del 2 novembre: Che cosa faremo in questi tempi di vecchi poeti perseguitati da sé, dagli altri, dal mondo, dall’angoscia di essere nati? Padri, vecchi fratelli, sappiamo tutto del vostro cuore che fu nostro, del vostro profondo essere Cristo e esser empi.
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Ma, metafore di quel che non siamo più, quei soli per noi tramontati sono un giorno per sempre. Neri occhi, desolati paesi ci hanno aperto l’amore. (Levi, 2009: 246) Credendo in una realtà altra da tutte, sola, simbolo di parola superba di eternità nel tempo che si fa altramente reale in rinnegata storia chiusa, ottusa e vitale Uccello sprezzante che vola cerchiando l’astratto cielo; o Borja Pasternak! (Levi, 2009: 342)
