Abstract

Il lavoro di Chiara Mazzucchelli rappresenta un contributo prezioso per gli studi letterari italiani. Incentrato sulla rappresentazione della grande migrazione italiana tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, scandaglia un fenomeno storico che ha segnato profondamente la cultura e la società italiana, non solo sul piano economico e sociale, ma anche immaginativo. Attraverso una lettura critica e un’analisi attenta e multidisciplinare, l’autrice si addentra nelle opere di autori siciliani come Giovanni Verga, Maria Messina, Luigi Capuana e Luigi Pirandello e indaga il modo in cui la letteratura ha trattato il tema della migrazione, esplorando le sue contraddizioni, i suoi silenzi e le sue rimozioni.
La narrazione letteraria, che va da autori italiani fino alla vasta produzione italoamericana, rivela quanto sia stato complesso il percorso dei migranti, non solo dal punto di vista delle destinazioni geografiche, ma anche dal punto di vista identitario e linguistico. L’emigrazione italiana verso gli Stati Uniti, in particolare, viene analizzata da una prospettiva comparatistica e transculturale, coinvolgendo tanto la letteratura prodotta in Italia, quanto quella elaborata nelle comunità oltreoceano. Il testo cita figure chiave sia della storia e della critica letteraria italiana, come Francesco Durante, sia di quella italoamericana, come Helen Barolini e Fred Gardaphé, indicando un dialogo importante tra le due sponde dell’Atlantico.
Nel quasi totale silenzio della letteratura italiana, la letteratura siciliana emerge come particolarmente rilevante nella rappresentazione del dramma migratorio. Il testo suggerisce che la produzione letteraria di quel periodo rispecchia l’impatto devastante dell’emigrazione sulla società siciliana, fornendo una chiave di lettura per comprendere non solo la storia, ma anche le intime trasformazioni interiori degli attori coinvolti e il dolore che accompagnava l’esodo di massa.
L’opera si articola in cinque capitoli principali, che seguono una linea cronologica e tematica, ciascuno dei quali è dedicato a un autore siciliano. Il testo è introdotto da una corposa prefazione di Salvatore Ferlita, che anticipa il cuore della questione: l’emigrazione non è solo un'esperienza fisica, ma anche un tarlo che rode l’immaginario degli scrittori. Affronta la questione della “grande omissione” della letteratura italiana rispetto a questo tema, sviluppando un percorso che analizza come l’emigrazione sia stata trattata (o trascurata) da scrittori chiave del canone letterario siciliano. Dai pochi cenni di Verga alla visione più articolata di Capuana, fino al complesso ritratto di Pirandello e Maria Messina, il testo si configura come un viaggio nell’immaginario letterario siciliano, che ha elaborato l’emigrazione come un’esperienza di perdita, sofferenza, ma anche di crescita.
Chiara Mazzucchelli traccia una sorta di mappa letteraria dell’emigrazione, utilizzando una vasta gamma di strumenti critici che spaziano dalla storia all’antropologia, dalla sociologia dei processi culturali alla critica letteraria. L’indice del libro riflette la struttura chiara e metodica dell’analisi: si parte da una ricognizione delle omissioni e dei paradossi narrativi, come la riluttanza di Verga ad affrontare esplicitamente il tema, per passare poi a una disamina più dettagliata dei singoli autori e dei loro contributi.
In particolare, vengono messe in luce opere come Gli “Americani” di Ràbbato di Luigi Capuana o Nonna Lidda di Maria Messina, che offrono visioni contrastanti e, allo stesso tempo, sfumate dell’emigrazione siciliana. Mazzucchelli riesce a cogliere le tensioni profonde tra speranza e disillusione, progresso e alienazione, che pervadono queste narrazioni. A titolo d’esempio, la scena iniziale delle donne abbandonate dagli emigranti che gridano il loro dolore su una rupe di Caltabellotta offre un’immagine struggente di un’esperienza collettiva che ha segnato la storia italiana, e siciliana in particolare, a cavallo tra Ottocento e Novecento.
Il testo approfondisce il ruolo della letteratura, spesso considerata come più tardiva rispetto ad altre discipline, nell’affrontare il tema dell’emigrazione e il suo impatto sulla società italiana e italoamericana. E così esplora il contrasto tra l’Italia “pensante” e l’Italia “faticante”, ovvero quella parte d’Italia che produceva cultura e quella che, invece, viveva la dura realtà dell’emigrazione, spesso esclusa dal dibattito letterario nazionale. La sua analisi evidenzia il paradosso degli scrittori siciliani, che pur provenendo da una regione fortemente coinvolta nell’emigrazione, sembrano trattare questo tema con una certa reticenza o distanza emotiva. Il paradosso degli scrittori siciliani nel periodo della Grande Emigrazione si manifesta nel contrasto tra la loro esperienza personale di migrazione e le posizioni espresse nelle loro opere letterarie. Mentre molti di questi autori, come Verga, Pirandello, Capuana e Rapisardi, sono stati costretti a lasciare la Sicilia per trovare ambienti più propizi alla creatività e alla possibilità di pubblicare, la loro produzione letteraria spesso si oppone all’emigrazione e promuove un attaccamento profondo alle radici locali e alla vita contadina dell’isola.
Edmondo De Amicis, in Ricordi d’un viaggio in Sicilia, osserva direttamente gli effetti devastanti dell’emigrazione siciliana verso gli Stati Uniti, descrivendo il vuoto lasciato nei paesi e nelle città. Questa descrizione contrasta con la posizione espressa da Giovanni Verga nella prefazione a I Malavoglia, dove l’emigrazione è vista come una rottura negativa con le tradizioni contadine. Verga, infatti, insieme ad altri scrittori veristi, tende a rappresentare la partenza dall’isola come un trauma e una perdita, evidenziando la resistenza al cambiamento e all’esodo come simbolo della conservazione della civiltà rurale siciliana.
Mario Rapisardi, a differenza di Verga, utilizza un tono di protesta nelle sue opere contro le ingiustizie sociali che spingono i siciliani all’esilio. Nella poesia Emigranti, denuncia le condizioni che costringono i lavoratori a lasciare la Sicilia, pur non riuscendo a immaginare un futuro più roseo per chi emigra. Il piroscafo, simbolo dell’emigrazione, affonda in un tragico naufragio, riflettendo la visione pessimista dell’esodo.
Nel secondo capitolo, Mazzucchelli prende in esame il racconto Il coltello del palombaro di Verga, evidenziando come l’autore abbia preferito focalizzarsi sul destino degli individui che rimangono, piuttosto che su quello degli emigranti. Segue poi l’analisi delle opere di Maria Messina. In particolare, attraverso i racconti La Mèrica e Nonna Lidda, Mazzucchelli evidenzia il contrasto tra la partenza degli emigranti e il loro ritorno, e il modo in cui l’esperienza migratoria ha influenzato le famiglie rimaste in patria.
Gli scritti di Verga, in particolare I Malavoglia, riflettono un commento più ampio sulla situazione sociopolitica della Sicilia dell’epoca e su come il sud Italia, e la Sicilia in particolare, fossero percepiti dal resto del nuovo stato unitario. Il sud, agli occhi di coloro che provenivano dal nord, era visto come arretrato e sottosviluppato, con riferimento anche a teorie di antropologia criminale, come quelle lombrosiane, che rafforzavano lo stereotipo dell’italiano meridionale come criminale e primitivo.
Il rifiuto di Verga di affrontare direttamente il tema dell’emigrazione transoceanica è degno di nota, dato che la migrazione di massa verso gli Stati Uniti stava avvenendo proprio mentre egli scriveva. Tuttavia, le sue opere esplorano le migrazioni interne e le lotte all’interno dell’Italia stessa, e come queste fossero percepite nel contesto di una crescente centralizzazione del potere nel nord e un senso crescente di inferiorità nel sud.
Nel suo lavoro letterario, Verga sottolinea spesso l’importanza di accettare il proprio destino e dei pericoli di soccombere al richiamo dell’ignoto, sia attraverso l’emigrazione sia inseguendo ambizioni irraggiungibili. La sua opera critica, anche se in modo sottile, i cambiamenti sociali e le pressioni della modernizzazione, esplorando al contempo il profondo senso di appartenenza che definisce l'identità siciliana.
Questa tensione tra l’attrazione della terraferma (e, per estensione, delle terre straniere) e i legami con la propria terra natia è fondamentale per comprendere il messaggio di Verga: sebbene il progresso e le opportunità possano apparire allettanti, spesso comportano il costo di perdere la propria identità e il legame con la comunità. Il simbolo dell’ostrica attaccata allo scoglio in Fantasticheria riflette questo attaccamento alla tradizione, e lo scetticismo di Verga nei confronti di coloro che, come ‘Ntoni, tentano di sfuggire alle difficoltà della vita locale.
Mazzuchelli affronta anche Luigi Capuana, che si concentra sui giovani e il loro rapporto con l’idea della “Merica”, sottolineando come la visione dello scrittore sia pervasa da un senso di disillusione, che emerge anche nei racconti di giovani scapestrati siciliani, incapaci di adattarsi al Nuovo Mondo o di trovare una collocazione in quello vecchio.
Infine, l’autrice dedica ampio spazio a Luigi Pirandello, la cui visione dell’emigrazione si rivela particolarmente amara. Nei racconti analizzati, come “Piò piò piò” e “Meglio nero pane, che nera fame”, emerge l’idea di un “Altro Mondo”, distante non solo geograficamente, ma anche culturalmente e umanamente. Il Nuovo Mondo diventa per Pirandello un luogo di alienazione, dove il sogno di una vita migliore si infrange contro la dura realtà.
Questi estratti offrono un’analisi del rapporto di Luigi Pirandello con la questione dell’emigrazione, in particolare quella siciliana verso gli Stati Uniti, nel contesto storico della fine del XIX e degli inizi del XX secolo. La generazione di Pirandello, nata dopo il Risorgimento, non ebbe il ruolo attivo di coloro erano stati protagonisti nei moti risorgimentali, ma fu spettatrice del declino degli ideali patriottici e dei problemi sociali irrisolti, come la “questione meridionale” e l’emigrazione massiva.
Pirandello, pur provenendo da una famiglia patriottica, si distaccò dagli schemi naturalistici ottocenteschi di Verga e Capuana per approdare a una visione più moderna, incentrata sull'analisi psicologica ed esistenziale dell’individuo. Nei suoi scritti, l’emigrazione assume una dimensione esistenziale, simbolo della crisi dell’“io” e dell’alienazione dell’uomo moderno. Novelle come L’altro figlio (1906) riflettono la drammaticità dell’emigrazione, in cui la partenza diventa un'esperienza dolorosa, fatalistica e inevitabile.
L’aspetto più interessante dell’approccio di Pirandello all’emigrazione è che egli la colloca in una riflessione più ampia sulla condizione umana, esaminando il senso di alienazione e sradicamento che accompagna coloro che lasciano la loro terra natia. L’emigrazione, quindi, non è solo un fenomeno economico o demografico, ma diventa un “motivo narrativo” attraverso il quale indaga la crisi esistenziale e il relativismo della modernità.
Nella produzione novellistica, Pirandello esplora questi temi anche con un certo distacco ideologico: non si schiera apertamente con le classi popolari o lavoratrici, ma rimane ancorato alla mentalità della piccola borghesia siciliana, pur criticando implicitamente la loro miopia di fronte ai drammi sociali. La sua visione sull’emigrazione evolve, quindi, da una semplice narrazione di casi individuali a una riflessione filosofica più profonda sulla condizione umana.
Il suo viaggio negli Stati Uniti nel 1923, descritto come un evento di rilevanza biografica e simbolica, segnò un contatto diretto con l'emigrazione di massa. L’esperienza a Ellis Island e l’etichettatura di “Italian South”, assegnata dagli ufficiali americani che redigevano i diari di bordo, rifletteva il persistere di pregiudizi e categorizzazioni etniche che Pirandello, nonostante la fama e il prestigio, non poteva evitare. Questo episodio mostra come, anche nella sua vita personale, Pirandello fu testimone delle difficoltà e delle contraddizioni legate all'identità siciliana nel contesto internazionale.
Mazzucchelli costruisce un’opera complessa e ben documentata, che affronta una questione di grande rilevanza storica e culturale, ma spesso trascurata dalla critica letteraria. Con Bastimenti d’inchiostro, l’autrice porta alla luce la vasta gamma di esperienze e narrazioni legate all’emigrazione, sfidando una tradizione letteraria che, in molti casi, ha omesso o marginalizzato questo fenomeno. La sua analisi è ricca di spunti interessanti, in particolare per quanto riguarda il contrasto tra la dimensione personale e collettiva dell’esperienza migratoria e il modo in cui la letteratura italiana ha spesso ignorato o relegato ai margini le storie di milioni di italiani che hanno lasciato il paese.
Uno dei meriti principali di quest’opera è quello di restituire complessità e profondità a un tema che, troppo spesso, è stato trattato in modo superficiale o con una certa nostalgia idealizzata. Mazzucchelli evita di cadere nei luoghi comuni, proponendo invece un’analisi sfaccettata e critica che tiene conto delle dinamiche storiche, sociali ed economiche che hanno accompagnato l’emigrazione. Non si limita a esplorare le cause o le conseguenze del fenomeno, ma approfondisce le rappresentazioni culturali e letterarie che ne sono derivate, mettendo in evidenza le omissioni e i silenzi della produzione letteraria italiana.
La ricerca di Mazzucchelli si distingue per la sua capacità di intrecciare i fili della narrazione storica e letteraria e della riflessione antropologico culturale, offrendo al lettore non solo un’analisi letteraria rigorosa, ma anche una riflessione culturale. Il testo si sofferma su come l’emigrazione sia stata vissuta e raccontata non solo dai protagonisti diretti, ma anche da coloro che sono rimasti in Italia, fornendo così una prospettiva più ampia e comprensiva del fenomeno. Il contrasto tra la percezione interna della migrazione e quella esterna – vissuta dagli emigranti stessi – diventa un punto chiave nell'analisi di Mazzucchelli, che mostra come queste due visioni spesso divergano radicalmente.
Bastimenti d’inchiostro si distingue anche per il suo vasto apparato di note e riferimenti bibliografici che dimostra l’accuratezza della ricerca condotta dall’autrice, la quale attinge a un ampio spettro di fonti che spaziano dalla letteratura classica e moderna alla storiografia dell’emigrazione e all’antropologia culturale, offrendo al lettore un apparato critico robusto e articolato. La bibliografia è ricca e aggiornata, includendo testi fondamentali sul tema dell'emigrazione italiana e contribuendo così a consolidare l’importanza di questo lavoro nel panorama degli studi sull’emigrazione.
Bastimenti d’inchiostro è dunque un contributo fondamentale per chiunque voglia approfondire la relazione tra letteratura e migrazione; rappresenta un significativo passo avanti nello studio di un fenomeno che ha segnato profondamente la storia culturale e sociale dell’Italia e degli italiani all’estero. Il libro non solo arricchisce il dibattito accademico su questo tema, ma offre anche al grande pubblico un’opportunità per comprendere meglio le implicazioni culturali di un fenomeno che ha plasmato l’identità italiana nel mondo. Mazzucchelli ci invita a ripensare l’emigrazione non come un capitolo chiuso del passato, ma come una realtà ancora viva, le cui tracce e ripercussioni si riflettono nella letteratura, nella cultura e nell’identità contemporanea.
