Abstract
Nel 2022 sono stati celebrati i 120 anni dalla nascita di Carlo Levi (1922–2022). Il Convegno internazionale “Tra le carte di Carlo Levi: scrittura, arte, impegno civile”, tenutosi ad Alassio, la città che Levi scelse come residenza estiva tra il 1929 e il 1975 (anno della sua scomparsa), nei giorni 23 e 24 settembre 2022 ha rappresentato un momento importante di confronto tra professionisti e docenti che si sono confrontati su arte, scrittura, impegno politico e civile presenti nelle opere di Levi. Le due giornate hanno visto la condivisione, quasi una messa in scena, un'apertura totale al pubblico nazionale e internazionale collegato in videoconferenza, dei diversi studi e percorsi di ricerca conclusi e in corso sulle carte di Levi. Il saggio che segue ha lo scopo di condividere una riflessione collettiva sulle possibilità di valorizzazione delle carte leviane conservate presso il Centro manoscritti dell'Università di Pavia e di indicare possibili modelli e innovative metodologie per l'unificazione virtuale dei fondi e della memoria leviana.
Il titolo del contributo prende in prestito l’incipit di una frase attribuita a Leonardo Da Vinci: “Noi tutti siamo esiliati entro le cornici di uno strano quadro. Chi sa questo, viva da grande, gli altri sono insetti”.
L’archivio è un bene culturale assolutamente refrattario all’esilio, all’isolamento, alla separazione dalla rete di relazioni e di senso che ciascun complesso documentale inevitabilmente possiede e ha costruito nel tempo, al di là delle vicende e delle volontà del soggetto produttore. Quando si riordinano archivi, cioè accumuli pubblici e privati, siano essi archivi di grandi dimensioni o di piccole dimensioni, come quello di Carlo Levi, per esempio, si compie un’operazione di senso affinché, originariamente svenuti o accasciati in qualche dimenticatoio, gli archivi riordinati e inventariati possano finalmente riassumere una dignitosa identità sia rievocando il tempo storico delle carte, sia mettendole in rapporto ai giorni nostri.
La natura di un archivio è spontaneamente pubblica, anche quando custodisca le informazioni relative a fatti privati e personali, perché, analogamente a tutte le esistenze di cui negli archivi sono conservate tracce, ogni accumulo di carte documenta, oltre alla propria, le vite degli altri, testimonia le vicende pubbliche e private, custodisce, in qualche modo, la chiave dei segreti che il mondo passato consegna ai custodi del presente e del futuro (come scrive Henry James, nel racconto “Il carteggio Aspern”: “Si crederebbe che lei si aspetti dal carteggio la risposta agli enigmi dell’universo”).
Gli archivi contribuiscono a orientare ogni momento della vita relazionale delle persone e dei gruppi di individui organizzati, nascono nel presente, determinandolo, e suggeriscono quali siano le rotaie da percorrere per raggiungere e governare scenari futuri. Disperdere e dividere un archivio di memorie, anche le più modeste, esiliandole in più sedi di conservazione, dialoganti e interconnesse in modo solo marginale o formale, corrisponde alla dissipazione di una vita che, grazie alla paziente sedimentazione delle carte d’archivio, ha cercato di trovare un varco traverso cui intravvedere o svelare quel teorema assoluto che è l’enigma della nostra esistenza.
Chiunque esista, e produca quindi un archivio, (e con maggior forza chi svolga la professione di letterato o scrivente fin dove il talento glielo consenta o la vocazione lo sostenga), non fa altro che cercare in ogni modo, di decrittare la formula che possa consolarlo nelle amarezze del quotidiano. Le carte d’archivio pertanto vivono e soffrono l’esilio del soggetto produttore e l’impossibilità di restituire il tessuto connettivo della propria epoca. Portano, in poche parole, con sé i segni delle vite che li hanno prodotti e la capillare, enorme e spesso insondabile rete di relazioni in esse conservate ma non hanno la possibilità di consentire una vera ricostruzione del contesto di formazione e di relazione.
Nonostante la necessità della conoscenza della storia e della produzione leviana abbia costituito l’indispensabile presupposto per avviare l’intervento di riordino e di inventariazione delle carte, l’approccio di questo contributo si allontana da percorsi critici-filologici per ormeggiare nei percorsi propri agli archivisti, preferendo quindi un avvicinamento storico-informativo alle carte leviane. In molti casi si presuppone che gli archivisti affrontino l’analisi di un fondo con lo sguardo rivolto al passato; l’intento del saggio sarà invece di scrivere del futuro delle carte leviane su cui, come anticipato, grava uno stato di oggettiva disseminazione.
Si hanno notizie di diversi fondi archivistici relativi al corpus documentario leviano. Alla documentazione presente al Centro manoscritti si aggiungono i fondi presenti presso l’Archivio centrale dello Stato, che custodisce i documenti prima conservati presso la Fondazione Carlo Levi di Roma, la Biblioteca civica “Renzo Deaglio” di Alassio (del trasferimento delle carte ad Alassio si occupò nel 2004 l’erede di Lionello Giorni, Raffaella Acetoso); la Fondazione Spadolini, che conserva una piccola donazione di documenti da parte degli eredi di Levi al Presidente Spadolini; il Centro Carlo Levi di Matera; e il Cdec – Fondo Carlo Levi Meridionalista, che però conserva solo fotocopie di documenti presenti a Roma. Non si esclude la presenza di altri documenti presso eredi o privati. Si ricorda, inoltre, la presenza del manoscritto del Cristo si è fermato a Eboli presso l’Università del Texas (Austin), cui fu venduto nel 1964 da Anna Maria Ichino. Altri materiali possono occasionalmente essere apparsi anche sul mercato antiquario.
Anche per Carlo Levi, come per numerose altre persone o enti che hanno dovuto subire la repressione del Regime Fascista, è impensabile non considerare l’incidenza di vent’anni di costrizioni, confino ed esilio nella produzione e nella conservazione delle carte; nel caso di Carlo Levi il pericolo dell’oblio è stato fortunatamente arginato da ritrovamenti, conservazioni prudenti e da una vita che è sopravvissuta all’epoca del Regime ma non possiamo conoscere nel dettaglio, se non da qualche evidente lacuna, quanto è andato irreparabilmente perduto. Con le carte sono ovviamente andati smarriti anche i segmenti di archivio personale che danno corpo alla memoria della persona nei tempi che vengono dopo di lei e che innegabilmente, assieme alle sue opere, costituiscano la parte più intensa e significativa del lasciato di un autore. 1
Citando una nota battuta di Enzo Tortora, è stato necessario interrogarsi, al momento di avvio del Convegno di Alassio, tre anni dopo l’ultimo incontro: “dove eravamo rimasti?”. Eravamo sicuramente rimasti, almeno per quanto riguarda il Centro manoscritti dell’Università di Pavia, al novembre 2019, al convegno “Azionisti e scrittura”, 2 probabilmente rimasto nella memoria di molti grazie anche alle proposte che erano state condivise in merito a una possibile riunificazione delle carte di Carlo Levi, riunificazione ovviamente virtuale, dato che i mezzi tecnologici lo permettono (e l’avrebbero permesso anche nel 2019), e per il cui compimento, al momento della pubblicazione di questo contributo, dobbiamo rigorosamente registrare un doloroso e innegabile fallimento.
È corretto ricordare che la proposta fu lanciata in vista dell’anniversario del 2022 (per i 120 anni dalla nascita di Carlo Levi), prima che, nel 2020 e 2021, l’emergenza pandemica spostasse un po’ gli equilibri. Abbiamo poco fa ricordato come le carte di Carlo Levi siano al centro di un significativo policentrismo conservativo, dovuto in parte alla biografia di quello che noi archivisti chiamiamo, in modo un po’ freddo, “soggetto produttore”. Su quanto successo in passato è oggi possibile fare poco, come ovviamente non è immaginabile incidere ed esprimersi sulle scelte passate della famiglia e, talvolta, anche dei soggetti conservatori.
In questo senso il titolo dell’intervento inizia non a caso con la citazione leonardesca che ci definisce “tutti esiliati”: esiliate o confinate sono di certo le preziose carte di Carlo, come un po’, grazie al rapporto osmotico che si crea tra l’archivista e il soggetto produttore, lo siamo anche noi che abbiamo avuto e abbiamo il privilegio di occuparcene. Come si dirà più avanti, però, l’evento di Alassio costituisce, oltre che un grande onore per chi scrive queste righe, anche un momento di confronto, indice di un’oggettiva e ormai irreversibile e consolidata separazione delle carte leviane ma anche, in un’ottica contemporanea e parzialmente spiazzante per la dottrina archivistica, foriera di straordinarie possibilità di incontro e confronto e di nuove prospettive, anche inedite.
La riunificazione virtuale degli archivi, che avevamo auspicato nel 2019 in occasione dei 120 anni dalla nascita, è ovviamente impossibile, almeno nelle tempistiche sperate per il 2022 ma da questa proposta si può ripartire, con il coraggio e la tenacia che il patrimonio leviano richiede e merita. Grazie alle tecnologie contemporanee e al fatto che gran parte della documentazione sia stata schedata, non sarebbe oggi assolutamente complesso pensare a un approdo maturo e ponderato di riunificazione delle carte: è stato realizzato, ormai decenni fa e con altri mezzi, uno strumento unico relativo alle carte di un altro esule politico, Filippo Turati (1857–1932), di una generazione precedente rispetto a Levi, le cui carte sono conservate presso varie nazioni e anche continenti.
Sarebbe importante poter realizzare qualcosa di simile, ovviamente più ambizioso e più al passo coi nostri tempi, anche per Carlo Levi, non escludendo anche la possibilità di un progetto, prudente, solido e longevo, di digitalizzazione degli archivi, o almeno di parte di essi (come già avviato dal Centro manoscritti di Pavia), fermo restando che l’emozione quasi estrinseca del contatto fisico coi documenti leviani è insostituibile. Anche senza essere fervidi sostenitori della digitalizzazione, sembra evidente come un progetto mirato avrebbe tutte le possibilità per andare avanti, grazie agli archivi riordinati e inventariati, consentendo così di mettere a terra interventi concreti di tutela delle fragili carte, sottoposte a manipolazioni troppo frequenti per materiali spesso non destinati a una lunga vita.
Il policentrismo conservativo pone pertanto numerosi problemi ma rende ipotizzabile anche una grande opportunità di consapevole disseminazione culturale: la concreta possibilità di costituire un “ecosistema leviano”, convalidata dalla presenza ad Alassio di quelle persone che, a vario titolo, si sono occupate delle carte di Levi a Pavia, a Firenze, a Roma e ad Alassio. Gli archivisti anelano all’unitarietà e alla completezza ma i sogni di questi sono destinati a non avverarsi: chiunque abbia la ventura di lavorare sulla tipologia denominata “archivi di persona” sa bene come questa rappresenti l’autobiografia del soggetto produttore come persona e, contemporaneamente rappresenti un monumento per i posteri. Se quanto detto ora vale in assoluto per tutti gli archivi di persona, vale pertanto anche per Carlo Levi.
Normalmente il soggetto produttore governa, soverchia gli intendimenti dell’archivista: gli archivi di persona sono per natura creature fragili, non formalizzate, estremamente soggette alle volontà degli eredi. “Chi muore è preda degli altri”, diceva Sartre. Ancor di più gli archivi, su cui spesso intervengono interventi censori di eredi e parenti, volti alla preservazione della memoria del defunto o alla tutela da problematiche sentimentali, fiscali, reputazionali oppure che possano inficiare l’edificazione del “monumentino” al defunto. Le carte di Carlo Levi, personalità singolarmente sfaccettata pur nel contesto novecentesco fittamente popolato di personalità eclettiche, pongono, proprio per l’estrema frammentazione, numerose questioni biografiche e archivistiche, da valutare anche alla luce delle vicende personali dell’autore e del suo rapporto con Linuccia Saba (ed eredi) a cui si deve in parte la parcellizzazione delle carte.
Nell’introduzione all’inventario del 2009, relativo alle carte di Carlo Levi ad Alassio, i professori Alberto Beniscelli e Franco Contorbia annoverano l’inventario come una “decisa inversione di tendenza rispetto a uno dei tratti più inquietanti del postumo destino di Levi: la caotica disseminazione e spesso l’irreparabile dispersione dei suoi quadri e delle sue pagine, letteralmente inattingibili, ormai, nella loro totalità!” (Beltrami, 2009). A questa babele conservativa degli archivi va aggiunta, inoltre, una cospicua eredità di disegni realizzati da Carlo Levi durante la permanenza nel carcere di Torino, conservata per 50 anni in un dossier di polizia ed emersa, casualmente, in un ritrovamento presso l’Archivio Centrale dello Stato. Non è un episodio inedito, ovviamente. Numerosi sono i casi analoghi, anche in contesti esteri, si pensi alla poetessa russa Anna Barkova (1901–1976), la cui notorietà postuma si deve al ritrovamento delle sue poesie scritte durante la sua forzata permanenza in un gulag.
Il Fondo pavese è stato acquistato in due momenti diversi da Lionello Giorni e ci restituisce l’immagine quasi inedita di un uomo teso all’espressione continua del suo mondo interiore attraverso codici espressivi. Le carte di Carlo Levi del fondo pavese permettono una completa ricostruzione della figura leviana, grazie alla consistenza e alla presenza di documenti relativi alla prigionia e al confino, al rapporto con Linuccia Saba, al Levi poeta e al Levi prosatore (con la presenza di carte relative al Cristo e a L’orologio), al Levi pittore e sceneggiatore, per finire con le carte relative all’impegno politico dal secondo dopoguerra alla morte.
Al Fondo, così come conosciuto e descritto nel saggio di L. Bernini e D. Ferraro, 3 si sono aggiunte, gradualmente, piccole e preziose acquisizioni antiquarie (come il quaderno con disegni e poesie entrato a far parte della collezione nei primi anni Novanta, accompagnato da cartigli di poesie, probabilmente risalenti al confino lucano e il volume dattiloscritto contenente le poesie dal 1934 al 1947). Soffermarsi su un solo aspetto che emerge dal fondo Levi conservato al Centro manoscritti dell’Università di Pavia risulta decisamente complicato per chi ha avuto la possibilità di riordinare l’intero nucleo documentario, di mediare e costruire ponti tra le carte, le parole e il loro significato, per trasformare i documenti in conoscenza accessibile.
Il Fondo Carlo Levi conservato a Pavia è composto da materiale documentario di varia natura, chiara testimonianza della molteplicità degli interessi dell’autore e delle varie forme di espressione dei pensieri da lui utilizzate nell’arco della sua vita. L’arrivo del fondo a Pavia è datato al 1986 a seguito di trattative condotte da Lionello Giorni, marito di Linuccia Saba, con Maria Corti, fondatrice del Centro Manoscritti dell’Università di Pavia, uno dei più importanti centri italiani deputati alla conservazione e allo studio del patrimonio archivistico e bibliografico moderno e contemporaneo. In quell’anno fu, infatti, acquistata dal Centro una parte delle carte leviane trattenute da Linuccia presso la sua abitazione.
L’Archivio Carlo Levi (inteso nella sua totalità, corpus unico), come molti archivi di persona, è caratterizzato da una dislocazione frazionata delle carte (per questo motivo, per esempio, si parlerà qui di Fondo Carlo Levi soltanto per indicare la partizione delle carte presenti a Pavia): materiale disomogeneo raccolto nel corso degli anni in modo non sistematico. I motivi di tale frazionamento, oggetto di convegni e studi, risalgono al modus operandi di Linuccia Saba, erede del patrimonio artistico di Carlo Levi come da disposizioni testamentarie. Dopo la morte di Carlo Levi, infatti, Linuccia Saba istituì nel 1975, nel rispetto della volontà testamentaria di Carlo Levi, la Fondazione Carlo Levi di Roma, con l’intento di raccogliere e preservare il cospicuo lascito letterario e artistico leviano. Tuttavia, è appurato che fosse consuetudine di Linuccia prelevare del materiale e trattenerlo nelle sue abitazioni private.
Il Fondo Carlo Levi conservato a Pavia “colpisce lo studioso, inondato com’è dagli esiti delle attività multiformi del suo creatore” (Maria Corti, La presenza di Carlo Levi nel Fondo Manoscritti dell’Università di Pavia, Fondo Carlo Levi, LEV–09–003) che si rispecchiano nelle diverse tipologie delle carte presenti. Il Fondo è composto da carteggi, agende, appunti, disegni, sceneggiature, documenti personali e molto altro. Materiale eterogeneo per tipologia e cronologia. Le carte sono state riordinate e inventariate dalla Cooperativa CAeB di Milano nel corso del 2019 (prima di tale intervento, il Fondo era stato oggetto di studi e di un riordino selettivo, e relativo principalmente alle poesie, ai discorsi parlamentari e agli scritti di carattere letterario, artistico e politico, subito dopo l’acquisto delle carte, da parte di studiosi). I 1.205 fascicoli che oggi costituiscono il Fondo, riordinati all’interno di 9 serie archivistiche, coprono un arco cronologico che va dal 1918 (documenti universitari e annotazioni) al 1975, anno della morte. Maria Corti, fondatrice del Centro manoscritti, considerava Levi un uomo capace di rendere plurima la sua giornata, formata quasi da più mattini e più pomeriggi in cui si alternavano l’uomo politico, il medico, il confinato, l’artista. La madre Annetta Treves diceva spesso al figlio “tu vivi molte vite”.
L’archivista durante il suo lavoro di studio delle carte e ricostruzione del filo logico, e non filologico carattere delle carte, passa in modo tangenziale su ciascuna di esse, non soffermandosi mai su una sola, ma studiandole tutte nel loro complesso. Si sofferma sicuramente più sulla storia archivistica, cercando nell’incrocio con la storia del soggetto produttore (il genitore/generatore delle carte d’archivio) indizi e soluzioni che permettano di ricostruire quel vincolo che lega le carte, nato in modo naturale o, in molti casi, voluto proprio dal soggetto produttore.
Carlo Levi in una lettera a Linuccia Saba datata 5 luglio 1946 esprimeva la volontà di dare ordine e organicità a tutti i versi e componimenti “Ho trovato tra le vecchie carte queste poche poesie, da aggiungere alle altre. Una o due non sono male, le altre sono scherzi o cose da nulla. Vedi un po’ tu se inserirne qualcuna (le migliori) secondo la data, e mettere le altre tra le varietà, in fondo al libro” (Fondo Carlo Levi, LEV–03–001). È questo uno dei momenti in cui emerge il ruolo di Linuccia, erede del patrimonio leviano (l’unica archivista che vide forse, nel corso degli anni vissuti vicino a Levi, l’archivio nella sua interezza, prima che lo smembramento venisse pilotato da ragioni plurime).
È un ruolo emerso anche in altri punti. Ricostruire il carteggio di Carlo e Linuccia è come comporre i capitoli di un romanzo epistolare. Tutte le lettere erano state fascicolate singolarmente da Linuccia Saba che ne aveva anche redatto una trascrizione accurata, ancora presente e conservata nei fascicoli che l’inventario oggi presenta. Alcune lettere presentano parti di testo barrate, segni apposti successivamente da Lionello Giorni, o dalla stessa Linuccia Saba, su frasi e notizie di carattere strettamente personale. Sono presenti, inoltre, lettere in cui non è riportata la data (in questo caso, quando possibile, è stata ricavata dalle trascrizioni di Linuccia Saba). Sia l’epistolario con Linuccia che quello con la famiglia risulta alquanto insolito. Sono presenti, infatti, le lettere “non solo a Levi destinatario, ma di Levi mittente”. Carlo Levi era solito, infatti, consegnare periodicamente a Linuccia la documentazione presente presso le proprie abitazioni e affidava alla stessa il riordino e la custodia. Di qui il privilegio di epistolari a due voci, veri carteggi.
Il carteggio presenta una miniera di dati biografici, si possono ad esempio trarre informazioni sull’iter editoriale, sulle incertezze e i ripensamenti che accompagnarono la stesura di alcuni romanzi, sulle abitudini e i viaggi effettuati da Carlo Levi e sui propri accompagnatori (sono presenti tracce del viaggio in Russia del 1955, in India del 1956, in Cina del 1959 e ai vari spostamenti al Sud compiuti durante il periodo dell’impegno politico e parlamentare). Emerge il Levi meridionalista, grazie a quella rappresentazione epocale della civiltà contadina presente nel Cristo si è fermato a Eboli (felice risultato di un’esperienza tutt’altro che favorevole, il confino).
Pavia conserva appunti presi durante il confino in Lucania e appunti preparatori per l’edizione scolastica e l’edizione del 1963 del Cristo. Nella lettera all’editore Einaudi proprio per quest’edizione Levi ammette ancora una volta di aver scoperto un paese ignoto, linguaggi sconosciuti, lavori, fatiche, dolori, miserie e costumi, problemi antichi non risolti, un mondo immobile. Cristo non è mai arrivato lì, dove non è arrivato nemmeno il tempo, la ragione e la storia, dove persino un cane resta sdraiato in terra pieno di una noia secolare e i contadini appaiono a prima vista tutti uguali, piccoli, bruciati dal sole, con gli occhi neri che non brillano e non sembra che guardino. Italo Calvino definì Levi al rientro dal confino “testimone della presenza d’un altro tempo all’interno del nostro tempo, ambasciatore d’un altro mondo all’interno del nostro mondo”.
Anche il carteggio con la famiglia permette di scandire due momenti importanti della vita di Carlo Levi: il periodo del carcere (presente nelle lettere dal marzo 1934 al giugno 1935) e il periodo del confino (presente nelle lettere dall’agosto 1935 al maggio 1936). Queste lettere non rappresentano i luoghi rituali della comunicazione carceraria, lamentele e minuzie sulle condizioni di vita del prigioniero politico, anche se tale è stato Levi per ben due volte, nella primavera del 1934 a Torino e nella primavera-estate del 1935, prima a Torino e poi a Roma, in seguito a una vicenda di presunte cospirazioni ebraiche, soffiate alla polizia e retate, che lo portarono dal carcere romano al confino lucano. Emergono in queste lettere le sottili proteste di innocenza (affermazioni come “io non ho davvero nulla sulla coscienza” o “l’innocenza finirà bene per vincere” o ancora “la politica è sempre stata estranea al mio orizzonte mentale”) ma soprattutto l’enfasi posta sulla propria figura di pittore e artista. La privazione della libertà “ha insegnato all’intelligenza duttile di Carlo Levi che le parole sono mattoni e calce, esattamente come i colori della tavolozza” (Grignani, 1991).
Nel 1929 fece parte del gruppo dei “Sei pittori di Torino”, allievi di Felice Casorati. In una lettera alla sorella Luisa, appena arrivano a Grassano, chiede subito che gli vengano inviati i pennelli, i colori e le tele. In una lettera al padre scrive: “Caro papà, i colori che adopero di solito sono i seguenti: bianco di zinco, giallo di cadmio, ocra gialla, rosso indiano, rosso di Venezia, terra di Siena naturale e bruciata, terra d’ambra, nero d’avorio, verde smeraldo, blu cobalto, oltremare scuro” (Fondo Carlo Levi, Centro manoscritti – Università di Pavia). Il fondo pavese conserva anche alcuni disegni e schizzi realizzati spesso a margine di lettere o buste di spedizione, così come i versi sillabati dentro di sé come nelle tradizioni orali e poi trascritti sui margini delle responsive “tanto per non dimenticarmi del tutto quello che penso e per non render del tutto vuote queste ore” (Fondo Carlo Levi, Centro manoscritti – Università di Pavia).
La ricca trama di pensiero, di ricerca e passione di Carlo Levi si rispecchia nella molteplice produzione di scritti conservati a Pavia: alle pagine diaristiche (spesso su fogli sciolti, quaderni o agende) si affiancano i discorsi parlamentari (redatti durante la IV e V legislatura) e gli scritti di varia natura (testi letterari, trafiletti di presentazione di artisti, appunti su scene e soggetti lucani, raccolta di frasi dialettali, testi di carattere sociale e politico, etc.).
Due ultimi aspetti emergono dal Levi pavese: l’amico e l’amante. A tal proposito, il Centro manoscritti di Pavia conserva il testo manoscritto e dattiloscritto della prefazione al volume Amicizia: storia di un vecchio poeta e di un canarino di Umberto Saba (1951). “Parlo dell’amicizia, energia degli uomini e motivo della poesia” (Fondo Carlo Levi, Centro manoscritti – Università di Pavia) scrive Levi in una pagina di diario. Si tratta dell’amicizia tra Carlo Levi e Umberto Saba, due uomini assolutamente diversi, per estrazione, formazione, carattere ed esperienza, estroverso e poliedrico l’uno, ammalato di angoscia l’altro.
Il volume fu pubblicato quasi 20 anni dopo la morte di Umberto Saba a cura di Carlo Levi. È composto da una raccolta di poesie inviate da Saba alla figlia Linuccia nell’arco di 3–4 mesi del 1951. Le poesie furono inviate tutte con lettere di accompagnamento, anch’esse pubblicate all’interno del volume e di cui Levi scrisse la cronologia degli invii, giorno per giorno. Dalle lettere emergono sicuramente i tormenti, le angosce, le esigenze e la disperazione che Saba serbava per sé e per chi gli era più vicino, ma soprattutto il rapporto morboso nei confronti della figlia Linuccia, rapporto confermato anche nelle lettere di Linuccia a Carlo.
Sono due i centri emotivi del carteggio: il primo è quello composto dal lamento di Linuccia per la condizione di dipendenza del padre nei suoi confronti. Nel 1954 Linuccia scrive a Levi (7 agosto 1954) “papà è sempre nervoso e mamma non è più lei e io non so come comunicare con loro. Ieri mattina papà mi ha chiamato alle sette per dirmi che lui non se la sente di passare l’inverno solo con mamma. Io gli ho dato ragione e gli ho prospettato varie, sagge, soluzioni, tutte violentemente rifiutate, Voleva che io rimanessi qui” (Fondo Carlo Levi, Centro manoscritti – Università di Pavia). Il 21 settembre 1955 scrive ancora “io continuo nel mio atteggiamento dei primi giorni: sto lì seduta, ascolto per ore ossessioni e rancori, e non muovo nulla” (Fondo Carlo Levi, Centro manoscritti – Università di Pavia).
Il secondo centro emotivo è invece quello che evidenzia ancora un altro lato del carattere leviano (probabilmente non ancora l’ultimo), ovvero quello di amante. Carlo e Linuccia si erano conosciuti all'inizio degli anni '40. Lei era sposata con Lionello Giorni, lui libero da relazioni fisse. Il matrimonio tra Linuccia e Giorni resterà sempre formalmente in piedi, ma la passione per Carlo diventerà lo scopo della sua vita. Carlo non smette di amare altre donne. Ricordiamo Paola Levi Olivetti che lo segue persino in Basilicata, o Anna Maria Ichino che lo ospita a Roma con un figlio di cui Carlo diventerà padre putativo.
Quella di Linuccia è sicuramente una passione ricambiata da Carlo che si trova spesso a calmare e consolare Linuccia: “Avrei sempre tanto amore da guarire tutti i mali e da essere felice con i tuoi aperti occhi di cielo” o ancora “Quella azzurra luce che per te ho saputo cogliere estrema agli attimi fuggenti” (Fondo Carlo Levi, Centro manoscritti – Università di Pavia), scrive Carlo pensando agli occhi azzurri di Linuccia, la sua “Puck”, come il personaggio di Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare. Dal carteggio emerge soprattutto l’amore e la sofferenza di Linuccia nel non poter governare e possedere totalmente le passioni di Carlo: “Mio caro Carlo, ho desiderio di scriverti e non so cosa dirti, o più esattamente non voglio dirti quello per cui è nato il desiderio di scrivere. Ti mando, così, solo la buona notte e ti invidio se penso che a te non batte mai il cuore”. Più avanti: “è un mese che non ci vediamo. Mi pare troppo e vorrei che tu fossi stufo di libertà o ancora di più che tu sentissi finalmente che sei libero al massimo quando stiamo insieme” (Fondo Carlo Levi, Centro manoscritti – Università di Pavia).
Senza proseguire oltre l’elencazione dell’arcipelago leviano, va rilevata, oltre alla significativa e complessa distribuzione delle carte, anche una modalità produttiva leviana abbastanza peculiare. Si può citare, per esempio, quanto scrive Giovanni Russo, che di Levi fu amico, ricordando i suoi passaggi a villa Strohl-Fern a Roma, dove Levi aveva lo studio: “I tuoi manoscritti, le lettere, i giornali erano sparpagliati su un divano dai cuscini damascati o sul tavolo dove si mischiavano fogli scritti a mano, tazzine di caffè, una vecchia tabacchiera e altri ninnoli” (Russo, 2011).
Anche quando la frammentazione e il policentrismo conservativo sono un dato di fatto e anche nelle circostanze in cui il desiderio e la necessità scientifica di ricomporre l’archivio di una persona siano più che legittime, è opportuno comunque interrogarsi su quanto queste soluzioni costituiscano l’unica strada possibile. Tra gli esempi che possono suggerire nuovi spunti di riflessione sulla possibilità di aprire il confronto su diverse politiche conservative va citato il percorso, in direzione ostinata e contraria, intrapreso dalla Fondazione di uno dei più grandi disegnatori del Novecento, la Saul Steinberg Foundation di New York.
Tracciare un parallelismo tra Steinberg e Levi è assolutamente arduo e non rappresenta il compito del presente scritto, sebbene ci siano analogie di vario genere. Saul Steinberg (1914–1999) ha contribuito all’arte con il suo umorismo visivo e la sua capacità di cogliere l’essenza delle dinamiche sociali, mentre Carlo Levi ha lasciato un’impronta duratura attraverso la sua arte pittorica e la sua scrittura impegnata. Entrambi, in modi diversi, hanno comunque affrontato le sfide della loro epoca attraverso la creatività e hanno consegnato un lascito culturale che continua a ispirare e ad influenzare le generazioni successive.
La Fondazione Steinberg sta al momento sostenendo una scientifica e ponderata propagazione in varie nazioni delle carte dell’artista, noto per la sua leggendaria produzione per il New Yorker. La disseminazione generativa dell’Archivio ha recentemente coinvolto anche l’Italia, 4 luogo a cui Steinberg era particolarmente affezionato: l’artista visse a Milano per dieci anni, dove si laureò al Politecnico. Quali possono essere le ragioni per una politica conservativa volutamente decentrata? La consapevole disseminazione sostenuta dalla Fondazione Steinberg, con un pragmatismo anglosassone a cui talvolta si deve guardare con prudente attenzione, trova le proprie origini in una sorta di intento impollinativo, per favorire, oltre al decentramento conservativo, la possibilità che più paesi conservino e diffondano la memoria di Steinberg e organizzino manifestazioni, eventi, cultura intorno alla figura del geniale artista di origine rumena. Il policentrismo conservativo, in questo caso, assume le sembianze di una scelta consapevole di gemmazione culturale.
L’Archivio di Carlo Levi ha ovviamente una storia diversa: la disseminazione non è stata scelta, governata e opportunamente gestita ma è stata, come già precisato, imposta dalla sua travagliata esistenza e da scelte degli eredi. Il parere di un archivista, in questo caso, non può non orientarsi verso un’idea di unitarietà del compendio leviano, come dottrina, prassi e tutela consigliano (un corpus unitario non è solo una migliore opportunità per la ricerca o la valorizzazione ma si difende meglio dalle possibili alienazioni). Riteniamo però che, in un contesto di difficile riunificazione fisica degli archivi, si sia dinanzi alla grande possibilità di utilizzare questa separazione delle carte per unire negli intenti più soggetti, pubblici e privati.
Di fronte a un corpus di carte leviane disseminate siamo, quasi per compensazione, dinanzi alla lodevole proliferazione di iniziative di valorizzazione e confronto: nel 2022 ad Alassio si è parlato degli archivi leviani come avvenuto a Pavia nel 2019 o come, auspicabilmente, potrà capitare prossimamente a Roma o Firenze, Aliano o altri luoghi collegati alla storia di Carlo Levi o al luogo di conservazione dei suoi archivi. L’oggettivo stato di disseminazione delle carte non costituisce necessariamente un elemento deleterio ai fini della valorizzazione della memoria di un soggetto produttore di un archivio ma, anzi, come visto, può attivare meccanismi di virtuosa “competizione” e di confronto tra diversi conservatori e può talvolta essere una soluzione preferibile alla pigra e passiva conservazione dell’archivio in un unico istituto.
Il policentrismo conservativo, lungi dall’essere una soluzione da incentivare, può inoltre costituire un freno a dinamiche acritiche e apologetiche che costruiscano un monumento equestre intorno alle carte conservate, talvolta arrivando quasi a sfiorare dinamiche mitopoietiche 5 nella revisione della storia della persona o dell’ente di cui si conservano le carte. La conservazione “diffusa” e policentrica permette, in qualche modo, di poter contare su una più ampia massa critica e di garantire un approccio conservativo più laico e che tenga a debita distanza gli interpreti ortodossi e le vestali dedite al culto della memoria del soggetto produttore.
Questo tipo di conservazione, considerabile più “vischiosa” e non scevra da imperfezioni, duplicazioni di carte, sostanzialmente più imperfetta, costituisce anche un argine al fenomeno dell’archivio costruito, molto presente quando le donazioni delle carte siano gestite dagli eredi o dal soggetto produttore stesso. 6 Il compito degli archivisti non è pertanto quello di immaginare irrealizzabili riunificazioni fisiche (per Carlo Levi più complicate rispetto ad altri) ma di diventare registi di un’ardita operazione culturale che progetti e realizzi un luogo, virtuale, di riunificazione delle carte leviane.
La costruzione di un portale o di un luogo di cumulazione andrà concepita in analogia metodologica, mutatis mutandis, a come si procede con gli archivi inventati, teorizzati da Roy Alan Rosenzweig; archivi, cioè, che si costituiscono “attraverso l’assemblamento e la giustapposizione delle riproduzioni digitali di singoli documenti o di nuclei più o meno organici di documentazione di varia natura e provenienza, estraendoli dai loro contesti e creando aggregazioni tipologiche oppure tematiche”. 7 Una casa unica, insomma, per le carte leviane, in cui raccogliere virtualmente, con rigore e metodo, l’archivio di Levi ma in cui accogliere, in sezioni ben identificate, anche i riferimenti a carte non strettamente prodotte da Carlo Levi ma magari conservate altrove e relative a questioni molto vicine alla poetica e agli interessi di Levi, con lo scopo preciso di costruire percorsi tematici, anche relativi alla pittura di Levi o ai numerosi ambiti in cui si possano trovare tracce leviane, magari basandosi su documenti fisicamente conservati altrove.
Si tratta, pertanto, di immaginare la ricostruzione di un vero e proprio “ecosistema leviano”, a partire dagli archivi di Carlo Levi, che venga inquadrato in un progetto di ampio respiro e che possa giovarsi di una direzione scientifica, in cui ci sia un ente capofila guidato da un organizzatore impeccabile e visionario come, auspicabilmente, potrebbe essere Luca Beltrami, eccellente regista del Convegno di Alassio. Il 2025, in cui cadrà il cinquantesimo anno dalla morte di Levi, può verosimilmente costituire un obiettivo per il lancio di un’iniziativa di questo genere.

Lettera di Carlo Levi al padre Ercole Levi (Fondo Carlo Levi, Centro manoscritti – Università di Pavia, LEV–02–102).

Dettaglio di una busta con disegni di Carlo Levi (Fondo Carlo Levi, Centro manoscritti – Università di Pavia).

Lettera di Linuccia Saba a Carlo Levi del 24 gennaio 1946 (Fondo Carlo Levi, Centro manoscritti – Università di Pavia, LEV–03–246).

Dettaglio di una lettera di Linuccia Saba a Carlo Levi (Fondo Carlo Levi, Centro manoscritti – Università di Pavia).

Dettaglio di una lettera di Linuccia Saba a Carlo Levi (Fondo Carlo Levi, Centro manoscritti – Università di Pavia).

Lettera di Carlo Levi alla madre Annetta Levi Treves del 17 marzo 1934 (Fondo Carlo Levi, Centro manoscritti – Università di Pavia, LEV–02–001). Le immagini sono utilizzate per gentile concessione degli eredi.
