Abstract
By analyzing some crucial passages from the Diari and letters (especially those addressed to Franco Iacono), this essay provides a comprehensive critical review of Pietro Nenni's political path.
Keywords
Con la pubblicazione dei tre volumi dei Diari di Pietro Nenni, di cui l’ultimo è stato edito nel settembre del 1983, dopo circa quattro anni quindi dalla morte, il pensiero più autentico del loro autore appare esaustivo del periodo che va dal 1943 al 1971. 1 Le Lettere di Nenni indirizzate invece a Franco Iacono, allora giovane socialista napoletano, che in questa sede si esaminano, pubblicate successivamente (Nenni, 2005), coprono un arco temporale più avanti negli anni, arrivando addirittura al Capodanno del 1980, il giorno della sua morte. Esse assumono pertanto un significato autonomo rispetto ai Diari, ma anche quelle lettere che sono contestuali denotano non di rado qualche elemento di originalità non fosse altro che per la loro immediatezza e per il loro calore umano, già presente peraltro negli stessi Diari, ma qui più accentuati. Le lettere indirizzate ad un giovane compagno ischitano, scritte da Nenni evidentemente a fine della sua laboriosa e impegnativa giornata, costituiscono uno sfogo in diretta degli eventi che l’avevano caratterizzata, senza alcuno, ulteriore controllo perché certamente non destinate pubblicazione.
A riguardo dei Diari, va sottoscritto senz’altro il giudizio di Francesco De Martino espresso in uno scritto poco noto ma molto stimolante pubblicato su una rivista da me diretta nel lontano 1984, nel quale ‘il professore’ rileva il fatto che essi vanno considerati nella loro giusta dimensione, come un’opera cioè in cui “oltre ad annotazioni di fatti avvenuti, vi siano meditazioni e riflessioni sui fatti stessi, che vanno molto al di là di un comune carattere di diario” (De Martino, 1983–1984: 10). In definitiva Nenni, scrivendoli, già pensava, secondo l’opinione di De Martino, alla loro pubblicazione, come era avvenuto del resto per alcuni diari precedenti.
Comunque De Martino asserisce inoltre che non “si tratta di una modesta testimonianza come Nenni diceva, ma scritti di alto valore storico e politico, i quali meritano una considerazione molto attenta” (De Martino, 1983–1984: 9). Per ciò che concerne i rapporti tra i due maggiori leader del socialismo italiano, ritengo opportuno riferire quanto detto a chi scrive della nipote di Nenni, Maria Vittoria Tomassi: oltre a sentimenti di amicizia, il nonno aveva un rispetto reverenziale dell’autodidatta verso il grande intellettuale accademico.
Ritornando al discorso delle lettere, l’inizio della corrispondenza con Iacono, che sollecitava il suo interlocutore con una serie di interrogativi e valutazioni, a cui Nenni rispondeva sempre con bonomia, risale al maggio del 1966. In esse, Nenni, vice Presidente del Consiglio nel terzo governo di centro-sinistra presieduto da Moro e che il 9 febbraio precedente aveva compiuto 75 anni, rievoca la sua gioventù vissuta in povertà e solitudine. Si sente però di incoraggiare appunto per questo il suo interlocutore, affermando di credere nel superamento delle condizioni di arretratezza del Mezzogiorno, anche grazie al contributo di giovani come lui. Nenni ha sempre considerato infatti la risoluzione della questione meridionale nell’ambito di quella più generale dell’avvento del socialismo anche grazie alla volontà e al coraggio delle giovani generazioni. La conclusione della lettera è più pessimistica sulla contingente situazione politica del Paese. Non a caso, nei diari, alla data dell’8 febbraio, il leader socialista mostrava di apprezzare in modo particolare tra gli articoli dedicatogli per i suoi 75 anni, quello di Vittorio Gorresio su La Stampa, intitolato Il pessimismo unito al coraggio. I due termini del binomio venivano appaiati anche nella lettera a Iacono. Qui il pessimismo veniva però accentuato nel raffronto con i diari della stessa epoca, nella considerazione che il lavoro che egli svolgeva al governo era più ingrato di quello del partito perché il PSI [Partito Socialista Italiano] non stava al potere, ma “condizionava appena il potere degli altri, con una preclusione alla destra” (Nenni, 2005: 25).
Nenni si riferiva certamente alla crisi di governo, scaturita nell’ambito della Democrazia Cristiana dall’iniziativa di Fanfani contro Moro con l’obiettivo dell’acquisizione del Ministero degli Esteri, da cui scaturì la richiesta di Scelba di entrare nell’Esecutivo.
Tale eventualità venne sventata con fatica dai socialisti, che dovettero però acconsentire alla partecipazione al governo di esponenti della destra scelbiana, tra cui Oscar Luigi Scalfaro. Di qui le amare considerazioni di Nenni, che si riferiva a questa destra, molto più perniciosa di quella estrema. Si impone a questo punto una puntualizzazione sul piano storico che determinava la dura constatazione di Nenni. Questa risulta obiettivamente monca: non c’è l’autocritica. Egli non si interroga sulla precarietà del suo disegno strategico in riferimento alla svolta in senso governativo del PSI, scaturita del resto non per intima e autonoma elaborazione politica, ma per l’imposizione di eventi esterni dirompenti (XX Congresso del PCUS, invasione dell’Ungheria). La tardiva svolta del centro-sinistra doveva essere, a mio avviso, più complessiva e radicale e prevedere la certa e violenta reazione del partito comunista, che veniva isolato all’opposizione. Per neutralizzarla, essa doveva quindi riguardare anche e soprattutto l’ariete di sfondamento del PCI [Partito Comunista Italiano] nei confronti del governo, la CGIL [Confederazione Generale Italiana del Lavoro], oltre alle Giunte rosse e a tutto l’apparato unitario della Sinistra ormai anacronistico (Lega delle Cooperative, Associazioni varie ecc.). La Confederazione rossa raggiunse l’apice della sua azione successivamente nel 1969 col cosiddetto “autunno caldo”. La CGIL mostrò nell’occasione il suo vero volto quale strumento della politica comunista, anche con i socialisti al suo interno. Era necessario invece, all’atto del cambiamento delle alleanze politiche, a mio parere, già nel 1961–62, spuntare le armi o quantomeno ridurre l’impatto della CGIL, effettiva ‘cinghia di trasmissione’ del PCI, al di là delle chiacchiere circa l’autonomia sindacale, promuovendo una scissione nel sindacato (lasciandovi dentro solo un nucleo deciso di ‘guastatori’) e puntare già da allora su un organismo guidato dai socialisti, quale la UIL [Unione Italiana del Lavoro], d’intesa con la CISL [Confederazione Italiana Sindacati Lavoratori].
L’attacco massiccio e decisivo al governo di centro-sinistra non a caso venne sferrato un anno dopo la sconfitta elettorale del PSI-PSDI Unificati della primavera del 1968, presieduto da Nenni, individuato dai comunisti come il principale nemico, partito a cui impartire il colpo di grazia in seguito al fallimento dell’Unità socialista dell’estate del 1969.
Il giacobino Nenni inseguiva invece i miti, quelli dell’appoggio della classe lavoratrice alla politica delle riforme al di là dei partiti; miti che lo indussero a commettere errori madornali nella prima fase del dopoguerra col perseguimento dell’idea malsana del partito unico stalinista della classe operaia e quindi a promuovere il Fronte popolare con lista unica con i comunisti alle elezioni del 18 aprile del 1948 (proposta su cui lo stesso Togliatti, più riflessivo, era molto perplesso) e, nella fase successiva, all’inverso, a compiere una svolta politica radicale imposta dai tempi, molto ritardata e incompleta. Da tutti questi errori ed incertezze derivava la debolezza e la subalternità politica dei socialisti allora ed in seguito nei confronti dei democristiani.
Comunque, nonostante tutto, la stagione delle riforme dei primi governi di centro-sinistra non si era ancora esaurita tanto che proprio qualche mese dopo la risoluzione della crisi di cui sopra, il 12 maggio del 1966, venne approvata dalla Camera dei deputati la legge sulle “giusta causa” nei licenziamenti, da sempre uno dei caposaldi della sinistra.
Qualche mese dopo, all’inizio del 1967, il pessimismo del leader socialista era circoscritto al giudizio sull’egoismo dei singoli, mentre mostrava fiducia nelle idee e nei partiti. Considerazioni però che nei riguardi dei partiti, in seguito alla delusione provata nell’osservazione della loro degenerazione, Nenni si ricredette sia verso la Democrazia Cristiana, ma soprattutto nei riguardi del suo partito, il PSI, ormai controllato dagli apparati delle correnti interne, veri partiti nel partito, che lo rendevano poco proteso nel perseguimento di linee politiche coerenti e più tendente verso l’obiettivo del soddisfacimento di aspirazioni di potere.
A questo ultimo aspetto degenerativo va ricollegato quello molto avvertito da Nenni del rischio del disfacimento della democrazia in Italia, che egli collegava ad una sorta di ritorno al “diciannovismo”, il periodo cioè da lui vissuto e subìto e che aveva rievocato anche in un libro avente quel titolo. Il pericolo fascista o neo autoritario costituiva una preoccupazione costante nel pensiero del leader socialista, più sensibile di altri ad avvertirne anche in lontananza i sintomi. Per evitarlo era anche disposto a concessioni, pur di assicurare stabilità di direzione politica al Paese, vero antidoto ad ogni possibile avventura.
Per quanto concerne la politica estera Nenni aveva una vera predilezione considerandola anche in stretta relazione con quella interna. Egli, che aveva ricoperto l’incarico di Ministro degli Esteri nel secondo governo De Gasperi del 1946–47, ritornò alla guida del dicastero nel primo governo Rumor nel 1968–69, dedicando ad essa molta attenzione riscontrabile sia nei Diari che nelle Lettere. Nenni non pensava di fare quest’ultima esperienza, ritenendo conclusa il suo impegno governativo con la carica di vice Presidente del Consiglio nei primi tre Esecutivi di centro-sinistra con Moro. Quando però il PSI decise di rinunciare al dicastero nell’inverno del 1970, Nenni ritenne grave l’assenza di un socialista agli Esteri in una contingenza politica internazionale, ma anche nazionale -era in atto la conflittuale vertenza col Vaticano sul divorzio- foriera di sviluppi molto importanti. In tal ambito destavano molta preoccupazione l’intensificarsi della guerra in Vietnam, il conflitto Mosca-Pechino che andava al di là della competizione ideologica per sfociare nei rapporti tra Stati con scontri alle frontiere, e il colpo di stato dei colonnelli in Grecia dell’autunno del 1970.
La questione cinese, il riconoscimento cioè dello Stato e la sua ammissione all’ONU in sostituzione di Formosa, acquistava per Nenni particolare valore per diversi aspetti e rientrava negli accordi di governo con la DC. Il rapporto di Nenni con la Cina e i suoi massimi dirigenti, Mao Tse Tung e Chou En-lai, risalivano alla visita effettuata nel lontano ottobre del 1955, su invito di quelle autorità, nel corso della quale già da allora venne discussa la questione del riconoscimento diplomatico.
Al di là comunque della relazione tra gli Stati, che Nenni quale leader dell’opposizione poteva solo incoraggiare, vennero stabiliti legami di amicizia personale che consentirono discussioni meno formali tra le parti e furono foriere negli anni seguenti di sviluppi interessanti. Mao aveva buona conoscenza della politica dell’Italia, un paese che dichiarò di amare e di apprezzare i poeti e l’arte italiana, di cui possedeva molti libri, soprattutto su Firenze. Aveva inoltre molta stima di Nenni, considerato il vero leader della sinistra italiana, molto più di Togliatti, l’uomo di Mosca.
Tale giudizio dipendeva dal fatto che già in quell’epoca la Cina aveva iniziata una politica di autonomia dall’Unione Sovietica. Nell’incontro con Mao, non a caso, la conversazione riguardò anche l’avvio, seppure timido, a mio avviso, del dialogo con i cattolici, discusso al Congresso socialista di Torino appena concluso, politica peraltro rimbalzata anche in Cina.
Negli anni seguenti i rapporti bilaterali furono sempre improntati a comprensione e stima reciproche, al punto che Nenni considerava la sopravvenuta morte di Mao come una perdita “anche per noi”. Il calore umano oltre che politico nei confronti del capo cinese spingeva il sanguigno socialista romagnolo, con parole inusitate non riscontrabili in altri suoi scritti, a valutare sul piano emotivo la sua stessa esistenza, che “lo conciliava con la vita” (Nenni, 2005: 59). D’Altronde Nenni aveva sempre considerato molto positivamente tutto il percorso della rivoluzione cinese, anche quello del periodo della “rivoluzione culturale”, che riteneva un grande evento, anzi un tentativo, come si può leggere nella lettera del 1° dicembre del 1971, di correggere dall’interno le degenerazioni della rivoluzione puntando sull’uomo, in una lotta senza quartiere contro l’apparato burocratico dei mandarini rossi. Le degenerazioni burocratiche dei paesi comunisti, che erano state alla base del fallimento del sistema sovietico, erano molto presenti nel pensiero di Nenni, per cui, nella contrapposizione ormai palese ed irreversibile degli anni Sessanta tra Mosca e Pechino, il leader socialista guardava con simpatia alla rivoluzione maoista, che appunto con la rivoluzione culturale poneva un argine verso gli apparati “sempre conservatori quando non addirittura reazionari” (Nenni, 1977: 110), al contrario del PCI, schieratosi come sempre acriticamente con Mosca. Nenni collegava correttamente sotto un profilo storico-politico la rivoluzione culturale maoista con quella permanente trotschista, vivificando in tal modo un’eresia terribile, esorcizzata con una violenza degna della Santa Inquisizione, da Stalin e dalla III Internazionale. È il caso a questo punto di ricordare, trattandosi di una evidente contraddizione, il fatto che, come è noto, Nenni nel 1953 aveva ricevuto il Premio Stalin soprattutto per la sua intensa opera quale v. Presidente dei cosiddetti Partigiani della Pace, perorando una sorta di “pax sovietica”. Era stato anche ricevuto dal dittatore georgiano e aveva scritto, dopo l’aureola ricevuta, un disgustoso editoriale per l’organo del Partito, l’Avanti!, dall’eloquente titolo Anche per noi risplendono le luci rosse del Cremlino. 2 Questa drastica scelta di campo a livello internazionale ed interno, mai del tutto esplicitamente ripudiata, poneva quindi il PSI in una posizione di inferiorità a causa quindi degli errori madornali del suo Capo, aggravati dalle divisioni interne che portarono ad una scissione, nei confronti della DC, la quale, pur nei contrasti nel suo ambito, ritrovava sempre una unità.
Riprendendo il discorso dei rapporti tra Italia e Cina, Nenni, assurto di nuovo al Ministero degli Esteri alla fine del 1968, agì di conseguenza, accelerando di molto l’avvicinamento diplomatico tra i due paesi. Vennero ristabiliti i rapporti commerciali con l’apertura a Pechino di un ufficio dell’ICE (Istituto Commercio Estero), grazie anche all’opera di mediazione di Dino Gentili, 3 amico e compagno di Nenni, che era stato un pioniere dell’apertura dei traffici commerciali con il paese dell’Estremo oriente ed aveva stabilito anche rapporti di amicizia personale con il ministro degli Esteri Chou En-lai. Il riconoscimento diplomatico con lo scambio di ambasciatori si rilevò più lungo ed accidentato del previsto, per le forti resistenze degli Stati Uniti, non tanto interessati ai rapporti bilaterali tra Italia e Cina, considerati di pertinenza dei due paesi, quanto per la questione del seggio nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu, con diritto di veto, in sostituzione di Formosa, che il governo italiano appoggiava. Prolungatesi le trattative, Nenni non riuscì a portare a compimento il suo progetto, in quanto, in seguito al fallimento dell’unificazione socialista del luglio del 1969 che egli aveva voluto fermamente, si dimise coerentemente all’inizio del mese successivo dal governo.
L’opera da lui avviata venne però portata a termine l’anno dopo da Aldo Moro, succedutogli nella guida della politica estera.
Nenni precedentemente aveva incaricato in modo informale Dino Gentili di collaborare col nuovo titolare del dicastero nella direzione già intrapresa. Non a caso Moro, correttamente, incaricò proprio Gentili di comunicare l’avvenuto riconoscimento diplomatico alle autorità cinesi.
Quale apprezzamento appunto del suo ruolo basilare come vero artefice dell’operazione diplomatica, Nenni venne invitato dai governanti cinesi a compiere un viaggio in quel paese nell’ottobre del 1971. La visita, ancora più di quella precedente, riscosse molto successo.
Concludendo il discorso di politica estera e volendo esprimere una valutazione complessiva sull’azione politica di Nenni come segretario e Presidente del PSI e soprattutto nel ruolo di Ministro degli Esteri in periodi diversificati ma sommati non certo brevi, bisogna anche e soprattutto in questo campo rilevare la sua più carente lacuna. Dopo avere perseguito per anni l’utopia politica della neutralità seppure camuffata, peraltro non consentita dalla situazione internazionale di Blocchi contrapposti; politica che lo stesso dittatore sovietico nel loro incontro gli fece notare come impossibile in un paese dell’Occidente dopo gli accordi di Yalta, Nenni si volle intromettere nella disputa del mondo comunista. Si schierò dopo il 1956 con lo jugoslavo Tito e poi addirittura col reprobo rumeno Ceausescu, per approdare, come abbiamo visto, alla rivoluzione cinese, senza tenere nel debito conto le esigenze degli alleati occidentali e soprattutto degli Stati Uniti. Ciò rendeva infida l’Italia nell’ambito dell’Alleanza Atlantica e della Nato, senza che il nostro Paese ricevesse alcun beneficio, di alcun genere. Al leader socialista mancava una visione non contingente pragmatica in campo internazionale. Egli si muoveva con poca diplomazia, basilare in un Ministro degli Esteri, come un pachiderma in una cristalliera, spinto dalle sue concezioni di princìpi non certo vigilati, poco lungimiranti. In definitiva, il responsabile della diplomazia dello Stato Italiano si dimostrava carente in diplomazia.
Sul piano interno, la situazione politica in atto era vista da Nenni con crescente preoccupazione e pessimismo per le contrapposizioni nell’ambito dei partiti di governo che si riverberavano sulle istituzioni; a causa di ciò, l’amara considerazione del capo socialista che considerava il nostro Paese come “una democrazia senza popolo” per il distacco tra la classe politica e i cittadini. Né d’altro canto offriva prospettive migliori il PCI, che, secondo la sua opinione, non era in grado di fare politica e con le agitazioni operaie sempre più estese in settori vitali da esso ispirate, percorreva la stessa strada dei ‘diciannovisti’. Nella stessa vicenda presidenziale del 1971, che lo aveva molto amareggiato e sulla quale Nenni si soffermò più volte sia nei Diari che nelle Lettere, i comunisti perseguivano un loro disegno strategico all’epoca irrealizzabile di accordo sottobanco con la Democrazia Cristiana, scavalcando i socialisti. A giudizio di Nenni, essi votavano inizialmente per De Martino, candidato unico delle sinistre, o successivamente per lui, ma pensavano a Moro, favorendo in tal modo indirettamente l’elezione di Leone, sostenuto da uno schieramento di centro-destra, missini compresi.
Precedentemente il leader socialista aveva accettato la proposta del Presidente Saragat di nominarlo senatore a vita, concretizzatasi il 25 novembre 1970, sulla quale era stato per un certo tempo indeciso.
La situazione interna al PSI costituiva ovviamente un assillo per il capo storico del socialismo italiano, che ne vedeva le degenerazioni e soprattutto la non chiarezza di idee nell’azione politica. Egli, dopo il fallimento dell’unificazione socialista, che rappresentava il perno di un disegno strategico tendente ad una prospettiva di creare un “partito fattore di ordine e di progresso”, si sentiva sempre più emarginato (nonostante il breve periodo al Ministero degli Esteri) e non in grado di influire sulla politica della nuova maggioranza De Martino-Mancini-Viglianesi, da cui scaturirono i nuovi e più avanzati equilibri di infausta memoria. Ciò lo rendeva più sconsolato e a poco potevano valere le sue giuste previsioni.
Il dialogo di Nenni col poco più che ventenne Iacono finisce nello stesso giorno della sua morte di Capodanno del 1980 (i diari terminano nel 1971) con una lettera scoraggiata circa “il paese che va a rotoli e il Partito egualmente. Ne sono desolato” (Nenni, 2005: 25).
L’ultima missiva costituiva, a mio avviso, la presa d’atto seppure eccessiva tipica delle persone molto anziane, di un fallimento anche autocritico di un lungo percorso politico cadenzato di luci e di ombre. Più di ombre che di luci.
Le sezioni di PSI e il PCI avevano spesso la stessa sede (1955)
