Abstract
All’indomani dell’Unità, Giuseppe Ricciardi (1808–1882) pubblica i romanzi Silvio (1864) e Memorie di un vecchio (1874). Il presente articolo analizza l’impiego della forma romanzesca da parte di Ricciardi come mezzo per proporre un ampio discorso critico sull’Italia postunitaria; l’intento è di trasmettere ai lettori italiani del XIX secolo le sue idee in merito. L’analisi si concentra sul polimorfismo del racconto, che permette lo sviluppo di tale discorso lungo l’intera struttura narrativa dei due romanzi. L’approccio narratologico e comparativo adottato rivela un racconto caratterizzato dalla polifonia e da inserti di differenti generi discorsivi, attraverso i quali si dispiegano le riflessioni critiche. Lo studio mette in luce due romanzi dal messaggio politico particolarmente esplicito sulle molteplici tematiche care al democratico napoletano: ne emerge l’immagine di un romanziere che, negli anni successivi all’Unità, propone una produzione letteraria oggi sconosciuta, delineando chiaramente tanto le delusioni quanto le sfide che restano da affrontare nell’Italia postunitaria.
Introduzione
Mentre la sua vita e il suo percorso politico sono al centro di numerosi studi da parte degli storici, l’attività di scrittore di Giuseppe Ricciardi (1808–1882) conosce una bibliografia piuttosto ristretta. Eppure, il democratico napoletano è autore di una vasta opera, in parte letteraria, in cui sono esposte le sue convinzioni politiche, oggetto di un’analisi approfondita da parte di Graziano Palamara (2007) e più volte esaminate da Angela Russo (2006a, 2006b, 2010). Romanzi, memorie, drammi, poemi, cronache, saggi, articoli e traduzioni riflettono le convinzioni di matrice repubblicana del “rivoluzionario”, prima dell’unificazione italiana, e del parlamentare poi, a partire dal 1861, in qualità di deputato della Sinistra storica. Prima dell’Unità, Ricciardi si schiera a favore di un’Italia libera dall’assolutismo, indipendente e unita. Durante e dopo il Risorgimento, la sua opera presenta anche, tra le altre componenti, degli elementi “proto-femministi”, meridionalisti e laici. I suoi scritti si caratterizzano inoltre per l’invito all’adozione di misure finalizzate a una maggiore uguaglianza tra le differenti classi sociali italiane.
Nel corso dei due decenni che seguono l’Unità, l’attività intellettuale di Ricciardi dà luogo alla pubblicazione, in particolare, di Silvio (Ricciardi, 1864) e di Memorie di un vecchio (Ricciardi, 1874), due romanzi che mettono in scena una serie di traiettorie patriottiche, comprese quelle dei loro due eroi e narratori, nel corso del Risorgimento. I due romanzi sono stati notati, tra gli altri, da La Civiltà italiana di De Gubernatis (Pitrè, 1865) e dal Fanfulla (Turco, 1874). Tra le ricerche più recenti condotte da storici sul percorso di Ricciardi, è opportuno ricordare i lavori di Luca Di Mauro (2016), Graziano Palamara (2007), Marta Petrusewicz (1999) e Angela Russo (2006a, 2006b, 2010), che fanno seguito ai volumi sull’attività patriottica e intellettuale di Ricciardi pubblicati nella prima metà del XX secolo. Tra questi, si ricordano i lavori di Luigi Manzi (1905) su alcune lettere in cui si parla del Risorgimento, di Giuseppe Paladino (1922) sul primo processo a carico del patriota napoletano e di Riccardo Zagaria (1922) sulla sua attività di direttore editoriale. Oltre a questi studi e cenni storici sul percorso di Ricciardi, esistono diversi studi letterari che menzionano l’opera di quest’ultimo. Tuttavia, tali studi citano generalmente la sua attività letteraria all’interno di un discorso più ampio (cfr. D’Alessio, 2019: 54; Dionisotti, 1988: 203–209; Heidler, 1976: 84–88, 214–221, 232–243, 273) o si concentrano su quest’ultima senza prendere in esame i romanzi postunitari ricciardiani (cfr. Bruzzone, 2002; Cammarota, 1996; Curreri, 2009; D’Elia, 2025; Gentile, 1974). Nonostante il loro interesse, Silvio e Memorie di un vecchio sono stati pertanto trascurati dagli studi letterari dedicati all’opera di Ricciardi.
Nel presente articolo esplorerò il modo in cui l’autore di Silvio e Memorie di un vecchio utilizza la forma del romanzo per proporre un ampio discorso critico sull’Italia postunitaria e trasmettere ai lettori italiani del XIX secolo le sue idee in merito. Lo studio si concentrerà sul polimorfismo del racconto, che permette lo sviluppo di tale discorso lungo tutta la struttura narrativa dei due romanzi. Inizierò esaminando le diverse voci attraverso cui lo scrittore articola questo polimorfismo e il suo discorso sull’Italia postunitaria; mi soffermerò poi sui generi discorsivi attraverso cui si dispiega questo discorso proteiforme. Infine, alla luce della bibliografia secondaria più ampia disponibile sull’argomento (cfr. Alfano e De Cristofaro, 2018; Bertoni, 2018b; Dotti, 2014; Lupo, 2021; Palumbo, 2018; Pedullà, 2021; Tellini, 2000), e in conformità con l’approccio narratologico adottato, confronterò i romanzi ricciardiani con altri romanzi italiani dell’epoca che offrono uno sguardo critico sull’Italia contemporanea.
In questo modo l’articolo metterà in luce un discorso critico che discosta i due romanzi da quella che Jablonka definisce come “modalità oggettiva” (cfr. Jablonka, 2014: 71–84), scelta da molti scrittori e storici della seconda metà del XIX secolo, sia in Italia che altrove. Numerose finzioni narrative dei decenni che seguono l’Unità rivelano una profonda attenzione a certe realtà della società contemporanea. Nondimeno, come sottolinea giustamente Jablonka – senza concentrarsi sulla letteratura italiana –, quest’attenzione non si manifesta necessariamente in discorsi critici in cui è chiaramente percepibile la voce degli autori. Nell’opera di Ricciardi, così come in quella di una parte dei suoi contemporanei italiani, i protagonisti e gli avvenimenti delle trame narrative veicolano indubbiamente l’interesse degli scrittori per una serie di preoccupazioni politico-sociali. Protagonisti e avvenimenti testimoniano certamente la convinzione diffusa di un Risorgimento incompiuto. Tuttavia, è il discorso critico su numerosi argomenti relativi all’Italia degli ultimi decenni, pronunciato dai protagonisti di Silvio e di Memorie di un vecchio, che consente al loro autore di toccare una grande varietà di tematiche, riflettendo le preoccupazioni ricciardiane sopra menzionate, e di esprimere al contempo un giudizio di maggior chiarezza su di esse. Come evidenzierò nell’articolo, molti personaggi fungono da portavoce di un romanziere che li presenta come tali e che sfrutta appieno le risorse di un discorso dalle varie forme, per comunicare efficacemente le proprie convinzioni relative al proseguimento della formazione dello Stato italiano.
Discorso critico e polifonia
Nel novero delle diverse voci che pronunciano un discorso critico sull’Italia contemporanea figurano quelle dei narratori dei romanzi e di coloro che essi hanno conosciuto. Mi soffermerò, a turno, su queste due categorie di figure che, a un certo punto della storia, verbalizzano un discorso critico, nonché sul modo in cui i discorsi emessi da queste due categorie di figure vengono rispettivamente messi in evidenza per una maggiore chiarezza e per una trasmissione efficace delle convinzioni in gioco, durante il racconto o ai confini di esso, tramite le prefazioni.
Ricciardi appare estraneo sia al tradizionale narratore eterodiegetico sia al canone dell’impersonalità del naturalismo. Nei due romanzi, tra le voci che pronunciano un discorso critico sull’Italia contemporanea figurano in primo luogo i personaggi narratori, personaggi fittizi presentati come amici dello scrittore e come figure autorevoli che hanno meritato la sua stima. Marta Petrusewicz parla di Silvio come dell’“alter ego di Ricciardi” (Petrusewicz, 1999: 245). Le connessioni stabilite tra le traiettorie patriottiche dei due eroi e quella del loro autore informano in effetti il lettore dell’analogia tra le convinzioni espresse dai primi e quelle del secondo. Ciò accade già ai limiti del racconto, nelle prefazioni firmate dallo scrittore: in Silvio, Ricciardi definisce il narratore il “miglior uomo del mondo” (Ricciardi, 1864: 6), un “fratello d’esilio e dilettissimo amico” (Ricciardi, 1864: 3); nelle Memorie di un vecchio si tratta ugualmente di un “fratello d’esilio” (verrà chiamato “il Vecchio”, nel presente articolo, visto che il suo nome non viene rivelato), che gli ha lasciato da pubblicare dopo la morte le sue memorie, “carte importanti” (Ricciardi, 1874: 7). A loro volta i due narratori parlano più volte di Ricciardi come di un amico di cui condividono le opinioni politiche, una trasfigurazione romanzesca dell’autore stesso che fa di quest’ultimo uno dei protagonisti interni alla diegesi (Ricciardi, 1864: 109, 113, 116, 127, 129, 147, 151, 161, 165, 173–174, 178, 180, 182–183, 188; Ricciardi, 1874: 40–50). Nel corso del romanzo, Silvio ricorda ad esempio a Ricciardi una riunione dell’Associazione nazionale italiana alla quale avevano partecipato entrambi a casa di quest’ultimo, e alla quale era presente anche Mazzini (Ricciardi, 1864: 116). Anche a titolo di esempio, lo stesso Silvio loda il volume ricciardiano Conforti all’Italia, ovvero Preparamenti all’insurrezione (Ricciardi, 1846) e le idee relative alla formazione dell’Italia che il suo autore cerca di trasmettervi, così come fa il Vecchio, come verrà illustrato in seguito (Ricciardi, 1864: 129; Ricciardi, 1874: 40–50). Questo legame con i narratori permette all’autore di Silvio e Memorie di un vecchio di insistere sulla correttezza dello sguardo che essi posano, sia direttamente sia attraverso la voce di coloro a cui danno la parola, sull’Italia del secolo.
Il discorso di Silvio e del Vecchio sull’Italia si colloca all’interno del racconto, al tramonto delle loro esistenze, delle loro rispettive traiettorie, oggetto dei romanzi. Sebbene divergano, tra l’altro, per le relazioni e i risvolti delle loro vite sentimentali, le traiettorie patriottiche dei personaggi narratori dei due romanzi presentano significativi punti di convergenza. Nato agli inizi del XIX secolo, il carbonaro Silvio è costretto all’esilio in seguito alla sua partecipazione ai moti del 1820–1821. Durante l’esilio, assume il ruolo di intermediario tra i membri della Giovine Italia e contribuisce all’organizzazione di alcune insurrezioni in Italia, prima di ritornare in patria per partecipare alla Prima guerra d’indipendenza. Dopo la dura sconfitta e poi dopo l’Unità, dedica gli ultimi anni della sua vita alla riflessione sugli eventi del Risorgimento italiano e sulla migliore amministrazione possibile per il Paese. In Memorie di un vecchio, romanzo più tardo e più breve, il narratore, nato nel 1778, prende parte a Milano, nel 1814, insieme al patriota Giovanni Rasori, a una storica cospirazione militare contro l’Austria. Sul finire del decennio, si avvicina alla Carboneria. Nel marzo del 1821 partecipa alla rivoluzione in Piemonte, ma a seguito del suo fallimento, è costretto a un lungo esilio all’estero. Come Silvio nel romanzo precedente, il Vecchio dedica quindi gran parte del suo tempo a seguire l’evoluzione della situazione politica italiana, allo studio e alla scrittura su tematiche correlate, nonché al racconto della propria esperienza.
In quanto narratori ed eroi patriottici dei romanzi, la voce di Silvio e quella anonima di Memorie di un vecchio sono le prime a richiamare l’attenzione del lettore sugli imperativi che la società italiana postunitaria deve affrontare. Durante il racconto delle rispettive traiettorie, Silvio e il Vecchio si soffermano entrambi su vari eventi a partire dai quali sviluppano il loro discorso sull’Italia ottocentesca. I narratori dei romanzi postunitari si mostrano più impegnati nella narrazione degli avvenimenti delle trame, rispetto a quelli ricciardiani; questi ultimi sono i protagonisti di romanzi che fungono proprio da pretesto per il discorso analizzato nel presente articolo: entrambi approfittano del raccontare gli avvenimenti sopra menzionati per verbalizzare apertamente, in modo sistematico e attraverso lunghi passaggi il loro punto di vista sull’Italia che ritraggono.
Pertanto, il racconto della vita di patrioti alle prese con una storia politica anch’essa narrata si presenta come una fonte inesauribile di opportunità per prendere posizione sull’Italia del secolo. Lungo tutta la struttura narrativa dei due romanzi, questo discorso critico è veicolato attraverso la voce dei due narratori, sia in modo diretto, quando i narratori esprimono un’opinione o un’argomentazione in prima persona, sia in modo meno diretto, quando si schierano sulle opinioni espresse da coloro che incrociano il loro cammino, per iscritto o oralmente, in dichiarazioni riprodotte o semplicemente riassunte. Dalla semplice chiosa all’analisi di più ampio respiro emerge una moltitudine di questioni relative alla formazione di uno Stato, e spesso dello Stato italiano, che sono discusse da queste due importanti figure dei romanzi postunitari ricciardiani.
Antonio Toni Iermano presenta giustamente Ricciardi come uno degli “irriducibili che intrattengono un rapporto teso e conflittuale con il nuovo ordine delle cose” (Iermano, 2025: 12), dopo l’Unità. Tra i temi relativi a un Risorgimento incompiuto, rispetto al quale i narratori ricciardiani prendono posizione, emerge, ad esempio, la creazione di una legge che autorizzi il divorzio (Ricciardi, 1864: 39–40, 54–58; Ricciardi, 1874: 62), pensata in particolare per il miglioramento della condizione femminile e difesa a pari titolo di molte altre opinioni politiche. In linea con gli obiettivi politici perseguiti da Ricciardi nel corso della sua vita, Silvio e il Vecchio si pronunciano su temi cruciali quali il Papato, la Chiesa e la religione, duramente attaccati dai narratori, nonché sulla revisione dello Statuto albertino, adottato come Costituzione alla nascita dello Stato italiano, a cominciare dall’articolo relativo alla religione di Stato, revisione ritenuta necessaria dagli stessi narratori. Con l’obiettivo finale di una maggiore uguaglianza effettiva tra gli italiani, Silvio e il Vecchio si dichiarano favorevoli al suffragio universale, al decentramento del potere amministrativo e alla questione della capitale provvisoria – in attesa della liberazione di Roma –, che, secondo Silvio, dovrebbe essere Napoli. I narratori si schierano a favore del completamento dell’Unità e dell’indipendenza (quindi contro qualsiasi intervento o presenza francese nella Penisola), ma incoraggiano anche la vendita dei beni delle antiche corti principesche, destinata a finanziare politiche volte a ridurre le disuguaglianze e combattere la povertà, condizioni che si ritengono all’origine del malessere delle “province meridionali” e del fenomeno del brigantaggio. Questi argomenti sono trattati ripetutamente e collegati tra loro (cfr. Ricciardi, 1864: 165).
Inoltre, ogni narratore si mostra attento a esprimere il proprio punto di vista sul passato narrato, a riprodurre il discorso che egli stesso teneva su di esso all’epoca dei fatti e a prendere posizione sul discorso in questione. Molto spesso, il parere formulato da Silvio e dal Vecchio al momento della narrazione avalla la percezione espressa anni prima. Il fatto che certe affermazioni passate siano richiamate e ribadite evidenzia le posizioni prese dai due amici dell’autore nel corso degli anni. Poiché i narratori si mostrano fedeli alle loro idee di un tempo, la narrazione, avvenuta a distanza di anni dagli eventi, testimonia l’accuratezza e l’importanza delle posizioni sviluppate nel corso del racconto (si veda, in particolare, Ricciardi, 1864: 77), come nel caso delle posizioni anticlericali presenti in Silvio. Così, mentre il narratore ricorda il proprio atteggiamento da giovane nei confronti degli uomini di Chiesa, del ruolo che rivestivano nella società e del modo in cui lo esercitavano, rispetto ai quali si mostrava allora molto critico (Ricciardi, 1864: 48–49), egli si dichiara altrettanto critico nei confronti dei clerici italiani e della loro influenza sull’Italia al momento della narrazione, parlando ad esempio di un “sudicio prete […] ipocrita sopraffino” che chiama “parassita” (Ricciardi, 1864: 14).
Oltre agli uomini che sono stati da giovani, i narratori non smettono di dar voce ad altri protagonisti nel corso del racconto, personaggi che si esprimono sull’Italia del secolo durante il passato narrato. Le loro opinioni, riportate nel corso dei romanzi, si funzionalizzano nell’ottica del discorso che le due opere veicolano su un Risorgimento incompiuto. Ciò avviene tramite la pluralità di voci che discutono il tema, e la posizione di volta in volta espressa, se non dalla maggioranza dei protagonisti, almeno da un narratore che, pur in maniera fittizia, condivide molte delle idee ricciardiane.
In effetti, malgrado la polifonia che caratterizza il racconto dei due romanzi, diverse voci vi esprimono spesso opinioni simili tra loro. Più volte, una pluralità di voci si accorda e sottolinea il consenso in relazione al malcontento e al desiderio di cambiamento: così accade quando Silvio riassume la sua discussione con alcuni meridionali “sul tema della politica del governo rispetto alle province meridionali” (Ricciardi, 1864: 188). Egli evidenzia la sconfessione del Governo da parte dei tre personaggi incontrati e spiega che essi condividono l’impressione di un numero ancora maggiore di italiani. Uno dei tre personaggi afferma infatti:
Il giorno 24 ottobre del 1860 con unanime cuore si correva in queste contrade a votare la nostra unione alla rimanente Penisola; ma, doloroso a dirsi! pochissimi di presente un simile voto darebbero, se ad un plebiscito novello chiamato fosse il paese! (Ricciardi, 1864: 188)
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Accade anche che il narratore indichi la persona che difende l’opinione che ritiene più corretta, in contrapposizione all’opinione delle persone più numerose con cui il protagonista si confronta (cfr. Ricciardi, 1874: 39–50). Un esempio si ha quando Silvio si sofferma, nel corso del racconto, sulla pubblicazione del Primato morale e civile degli italiani (1843) di Vincenzo Gioberti e sui suoi effetti nel dibattito pubblico. In questa occasione, il narratore menziona una serie di altre pubblicazioni che, come il Primato di Gioberti, tratta esplicitamente della situazione politica italiana. Cita così le Speranze d’Italia (1844) di Balbo e Gli ultimi casi di Romagna (1846) di D’Azeglio. A questo punto della finzione, Silvio si rivolge a Ricciardi, protagonista e interlocutore incaricato di trascrivere il racconto autobiografico di quest’ultimo, come spiegato nella prefazione dell’opera. Il narratore ricorda all’amico: nonostante pubblicazioni come quelle di Gioberti e Balbo, che trattano apertamente dell’unificazione e dell’indipendenza e che affrontano il possibile ruolo del papa nell’unificazione,
tre sole voci […] suonaron contrarie al novello papa [Pio IX], la tua, la mia e quella del Niccolini, mentre il Mazzini stesso sembrava credergli alquanto, poiché gli scriveva una lettera non dissimile troppo da quella già scritta da lui a re Carlo Alberto nel 1831. (Ricciardi, 1864: 111; cfr. Ricciardi, 1864: 110–111)
Il narratore mette in evidenza, al centro di questo dibattito, le voci di Ricciardi, del tragediografo Niccolini e la propria. Il loro richiamo sottolinea la lucidità che emerge dal discorso, presentato dal narratore come raro, all’epoca, tra i loro contemporanei, pronunciato da coloro che diffidavano di Pio IX già prima del tradimento avvenuto durante la Prima guerra d’indipendenza.
Se alcune delle discussioni menzionate nei romanzi richiamano l’attenzione sulle carenze dell’unificazione italiana percepite da protagonisti che non sono affatto figure isolate, i personaggi che difendono una convinzione da soli o in minoranza non vedono però svalutate le loro affermazioni a causa del carattere isolato della loro posizione. Sia attraverso la scelta di protagonisti-emittenti lodati da Ricciardi nella prefazione, sia grazie a personaggi il cui discorso è approvato da questi narratori lodati dal prefatore, le figure singolari che sviluppano lungo tutto il corso dei romanzi la visione ricciardiana dello Stato italiano sono presentate come evidenti portavoce dell’autore.
Plurigenericità del discorso critico
Nel presente articolo sono stati menzionati i riassunti e le brevi citazioni delle opinioni dei protagonisti. Oltre a ciò, i romanzi presentano regolarmente citazioni più lunghe, che riportano discorsi pronunciati sia oralmente, durante i dialoghi, sia per iscritto, come spesso accade nell’autobiografia dello stesso autore, Memorie autografe d’un ribelle (Ricciardi, 1857). Che si tratti delle parole degli eroi da giovani o di quelle dei loro conoscenti, queste citazioni provenienti da generi discorsivi diversi permettono ai romanzi di difendere in modo diversificato e prolungato le opinioni che l’autore desidera mettere in evidenza all’interno dei due racconti. Per ottenere effetti variegati, il discorso critico sviluppato attraverso queste citazioni spazia dai testi più narrativi a quelli più argomentativi.
Innanzitutto, il racconto di entrambi i romanzi include citazioni di estratti di diari tenuti dai loro protagonisti. Memorie di un vecchio si conclude con le numerose pagine che costituiscono la seconda metà del romanzo, dove il racconto del narratore cede il posto a un diario da lui stesso tenuto dall’aprile 1849 al dicembre 1853 (Ricciardi, 1874: 55–120). In Silvio, invece, sono inclusi vari brani di un diario scritto da Arturo, un amico del protagonista, durante un viaggio a Costantinopoli nel gennaio 1840 (Ricciardi, 1864: 86–87). In queste pagine, i protagonisti “riportano” piuttosto che “raccontare”, per usare la terminologia impiegata da Blanchot (1959: 254) per distinguere il diario dal racconto. Nel diario, infatti, esiste una quasi contemporaneità tra gli eventi e la loro trascrizione su carta. Questa stesura non richiede l’ordinamento che caratterizza un qualsiasi racconto, il quale è contraddistinto da una configurazione basata sul rapporto causa-effetto, e non solo composto da una successione casuale di avvenimenti. Queste due caratteristiche del diario conferiscono innanzitutto un carattere più veritiero ai fatti riportati, in ciò che si avvicina a un documento autentico dell’epoca. Lo si vede, ad esempio, nelle pagine in cui il Vecchio riporta gli eventi di cui è stato testimone e protagonista, quando si trova a Torino durante la Prima guerra d’indipendenza (Ricciardi, 1874: 84–86); pagine in cui le vicende ordinarie di una vita comune s’intersecano con quelle della grande Storia. In secondo luogo, queste caratteristiche specifiche del genere diaristico rendono particolarmente concrete, quasi tangibili, le realtà della società di allora, messe su carta dagli autori dei diari. Questo deve dare al lettore, anche solo per qualche istante, l’illusione di poter avvicinarsi a un livello eccezionale al passato illustrato dalle citazioni, di scoprirlo o di viverlo a sua volta. È il caso di un estratto di diario datato 19 maggio 1849 e riprodotto in Memorie di un vecchio, dove il diarista riporta, con inquietudine, gli ultimi avvenimenti della Prima guerra d’indipendenza: E Toscana pur essa essendo stata rifatta serva dall’armi austriache, ed insanguinata orribilmente a Livorno, nelle orrende giornate dei 12 e 13 stante, non rimangono, oltre il Piemonte, sotto il vessillo dai tre colori, che Venezia e Roma, ma quanto tempo quest’ultime due potranno serbare la libertà loro, massime la seconda, stretta qual’è dalle prepotenti armi francesi, e minacciata a gara dal re di Napoli, dagli Spagnuoli e dall’Austria? (Ricciardi, 1874: 80–81)
In secondo luogo, gli scambi epistolari e i dialoghi citati presentano a loro volta un discorso critico. Sebbene queste citazioni includano talvolta estratti narrativi, gli scambi riprodotti dai narratori appaiono spesso come un semplice pretesto per l’argomentazione e il confronto di possibili posizioni su un determinato argomento, in modo simile agli scambi del dialogo filosofico e a molti estratti di romanzi epistolari. Sono così riprodotte diverse conversazioni tra Agata e il narratore di Memorie di un vecchio all’interno del romanzo. Marta Petrusewicz osserva giustamente l’interesse della traiettoria sentimentale di Silvio e del suo sguardo sulla coppia (Petrusewicz, 1999: 252), concentrandosi su questo protagonista come alter ego del romanziere. In Memorie di un vecchio, il matrimonio del personaggio del Vecchio è un aspetto trascurato dagli studi dedicati all’opera letteraria di Ricciardi. L’unione di Agata e del Vecchio si distingue tuttavia da quelle tipiche del romanzo matrimoniale contemporaneo, dove in genere sono rappresentate la realtà quotidiana e le difficoltà incontrate da coniugi che si amano, con i tormenti che comporta l’evoluzione nel corso degli anni del loro rapporto (cfr. Danelon, 2022). In Memorie di un vecchio, la vita di coppia non è segnata da numerosi rivolgimenti di carattere sentimentale che potrebbero piacere ai lettori dell’epoca, grazie alla suspense e all’emozione suscitata dai colpi di scena. La dimora della coppia delle Memorie, dove vengono accolti vari ospiti, è soprattutto il luogo dove vengono trattate una serie di questioni politico-sociali. Costanza D’Elia (2025: 175) evidenzia l’importanza del tema della lotta alla religione tradizionale nelle pubblicazioni di Ricciardi, sottolineandone la centralità nelle prime pagine di Silvio. Nelle Memorie, le questioni politico-sociali trattate a casa di Agata e del Vecchio includono quelle relative alla religione e all’indissolubilità del matrimonio (cfr. Ricciardi, 1874: 60–64, 67–68).
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Il lettore lo scopre, ad esempio, nelle pagine del diario del Vecchio che menzionano “una nuova discussione intervenuta jer sera intorno alla religione fra il protestante anglicano, il prete cattolico e l’Agata” (Ricciardi, 1874: 66). Durante un altro scambio di opinioni che ha luogo nello stesso mese con la stessa compagnia, nonostante le posizioni del cattolicesimo e del protestantesimo sulla questione, sostenute rispettivamente dal prete e dall’anglicano ospiti della coppia, Agata espone più ampiamente la seguente opinione sul divorzio, ritenendo che in Italia dovrebbe essere consentito e condividendo il parere di suo marito sull’argomento: Ah! sì, che, senza il divorzio, il matrimonio è una delle istituzioni più mostruose ed assurde, che sieno al mondo, il che non vuol dire che accettare si debba il divorzio quale si vede ordinato in alcuni paesi protestanti, massime in Inghilterra, dove la separazione fra i coniugi non può aver luogo, se non nel caso in cui l’uno dei coniugi rendasi reo di adulterio. Immoralissima legge è codesta, per la ragion semplicissima, che, a rompere l’odioso nodo, basta il mancare alla fè giurata (Ricciardi, 1874: 62).
Infine, in entrambi i romanzi vengono citati in extenso progetti di articoli e di saggi. In questi casi, la forma del racconto, ancora presente almeno come cornice durante i dialoghi o nelle parti diaristiche, raggiunge un grado zero. Mentre il maggior grado di narratività di altre sequenze portatrici di un discorso critico desta l’attenzione del lettore sfruttando il suo gusto per la forma del racconto, i testi argomentativi integrati nella struttura narrativa dei romanzi consentono all’autore di difendere un’opinione senza temere che il lettore sia distratto dagli elementi circostanziali all’argomentazione. Un esempio si ha nelle Memorie di un vecchio, dove l’articolo L’indipendenza italiana e Pio IX (Ricciardi, 1874: 40–50) 4 , rimasto inedito, viene riprodotto. Ricciardi vi parla delle “opere di Pio IX”, sempre papa al momento della pubblicazione del romanzo, “intese tutte a giovare il proprio governo, o, per parlare più rettamente, indispensabili a farlo vivere” (Ricciardi, 1874: 46). L’autore del saggio interroga il suo lettore nel modo seguente:
Ma qual positiva e sostanziale riforma veniva attuata finora? E qual’atto di papa Pio ne diè a diveder daddovero voler’egli romperla col passato, e un’era novella iniziare? […] E scemata ha egli in alcuna parte il novello pontefice la somma potenza del clero, nel che appunto sta il perno d’ogni riforma? (Ricciardi, 1874: 46)
L’inserzione di tali brani nel romanzo permette all’autore di affrontare direttamente un tema come il potere del papa, e in questo caso di Pio IX, nell’Italia del XIX secolo.
Secondo il Vecchio, l’articolo L’indipendenza italiana e Pio IX era stato scritto da Ricciardi nel 1847, in vista di una pubblicazione sul Nuovo Conciliatore, un giornale che non era sopravvissuto abbastanza a lungo per poter pubblicare il testo. Sebbene non vi sia traccia di tale articolo negli archivi dello scrittore, custoditi fra le Carte Ricciardi della Biblioteca Nazionale di Napoli, non ci sono serie ragioni per dubitare che si trattasse effettivamente di un suo articolo rimasto inedito. L’autocitazione da scritti precedenti è, infatti, un tratto ricorrente: Ricciardi cita regolarmente vari generi di scritti suoi e di altri autori, tanto nelle sue finzioni narrative, quanto nelle sue memorie, siano esse state pubblicate o meno. In Silvio, ad esempio, viene riproposto il Canto per gl’italiani di S. Marino, effettivamente pubblicato da Ricciardi nel 1844 (Ricciardi, 1864: 173–174; cfr. Ricciardi, 1844), e un meccanismo analogo di citazioni di scritti anteriori si ritrova oltre che nelle Memorie autografe d’un ribelle 5 , nella poca nota continuazione, intitolata Il Fuoruscito, apparsa a puntate su La Bussola, quindi su L’Italia (cfr. Ricciardi, 1865a, 1865b, 1865c, 1865d, 1865e), e nelle tante carte superstiti che testimoniano il lavoro di stesura, in varie fasi della sua vita, della sua autobiografia. Le numerose testimonianze di tale pratica portano a credere alla storicità dell’articolo L’indipendenza italiana e Pio IX, così come a quella degli scritti definiti inediti, indicati dai narratori come redatti dall’autore prima dei suoi romanzi postunitari e che contribuiscono alla plurigenericità di questi romanzi.
Un discorso critico di rara esplicitezza nel romanzo del primo ventennio unitario
Negli anni in cui vengono pubblicati Silvio e Memorie di un vecchio, altri scrittori italiani non sono da meno nell’esprimere una visione critica sull’unificazione d’Italia e sulle sue modalità, tra l’altro attraverso i romanzi. All’indomani della nascita del Regno d’Italia, diversi romanzieri si dedicano infatti a ritrarre senza compiacimenti l’Italia degli ultimi anni. È il caso di Ricciardi, ma anche di Iginio Ugo Tarchetti e Giovanni Ruffini, entrambi autori di almeno un romanzo con protagonisti alle prese con la Seconda guerra d’indipendenza o con il proseguimento dell’unificazione. Successivamente, l’Italia più recente caratterizza anche il romanzo Una fra tante (1878), in cui Emilia Ferretti Viola esprime un profondo dissenso verso il sistema legislativo che regola la prostituzione nel nuovo Regno d’Italia. Tuttavia, mentre gli autori italiani potrebbero sfruttare la loro libertà per discutere le modalità con cui si è svolta l’unificazione dell’Italia, pochi di loro sviluppano, nelle loro produzioni letterarie, un discorso critico simile a quello proposto nei due romanzi postunitari di Ricciardi. Ciò si rivela vero tanto da un punto di vista tematico, quanto formale. Lo dimostra il confronto che segue tra i due romanzi e la produzione romanzesca di Tarchetti, Ferretti Viola e Ruffini, sebbene i romanzi di questi ultimi, nel corso dei due decenni successivi all’Unità, veicolino, al pari di Silvio e Memorie di un vecchio, lo sguardo variabilmente critico dei tre autori sull’Italia del tempo. Segue un breve confronto tra questi romanzi e quelli di Ricciardi, proprio in virtù dello sguardo critico espresso dai quattro romanzieri italiani negli stessi anni, pur con modalità espressive che distinguono il corpus ricciardiano dal romanzo postunitario italiano.
In Una nobile follia (1866–1867), Tarchetti non offre un racconto positivo della storia politica italiana degli ultimi decenni. Quando pubblica Una nobile follia, in cui viene messo in scena il coinvolgimento del Regno di Sardegna nella guerra di Crimea (1853–1856), l’opera è giustamente percepita come una “violenta requisitoria antimilitarista e antimonarchica” (Ghidetti, 1971: 10) 6 . Tuttavia, benché, oltre a mostrarsene convinto, Tarchetti parli esplicitamente della missione civile che ogni scrittore deve assumere (Tarchetti, 1994: 178), Una nobile follia può essere letto come una critica dell’amministrazione dell’Italia innanzitutto a causa degli avvenimenti che racconta o dei “drammi di vita militare” che ne sono oggetto, come indica il primo titolo del romanzo. In effetti, questa critica è particolarmente percepibile nel ruolo nefasto attribuito alla figura del soldato, rappresentato sia in caserma che sul campo di battaglia, e nella mancanza di significato del suo impegno. Emerge anche dalla descrizione poco lusinghiera dei militari, corrotti o istupiditi dalle circostanze in cui operano. Francesco Bonelli, studiando questa descrizione, sottolinea la presenza di interventi diretti del narratore di Una nobile follia, che definisce “pause polemiche volte a far reagire e indignare il lettore” (Bonelli, 2024: 204). Nondimeno, pur essendo omodiegetico come quelli dei romanzi ricciardiani, il narratore propone uno spaccato della vita militare e ne ritrae i protagonisti, piuttosto che criticare esplicitamente l’Italia dell’epoca, gli eventi che la scuotono e coloro che vi partecipano, o le loro condizioni di vita, come invece fa Ricciardi – che risulta inoltre più costruttivo in questo discorso critico.
Un’osservazione simile può essere fatta per Una fra tante di Ferretti Viola (1878), romanzo molto diverso da quello di Tarchetti. Il romanzo non contiene un ampio discorso critico sull’Italia del tempo. Se la regolamentazione della prostituzione e la condizione della donna nel Regno d’Italia vengono qui denunciate, è soprattutto a causa dell’ingranaggio che schiaccia il destino di una protagonista innocente. Il racconto del narratore eterodiegetico suscita la compassione del lettore per l’eroina, rivelandogli pensieri ed emozioni ai quali egli ha accesso. Il lettore scopre in ciò che pensa e prova la protagonista la sua innocenza e la sua sofferenza. Tuttavia, sebbene il narratore sia in grado di riferire le minime impressioni della protagonista, l’eroina stessa è troppo immatura per formulare una riflessione critica sullo Stato che trascura il destino di giovani donne come lei. Confuso facilmente con la voce dell’autrice, che firma una prefazione in cui si afferma la veridicità del racconto che segue (Ferretti Viola, 1878: I–II), il narratore eterodiegetico, invece, tiene un discorso critico sulla questione prostituzionale. Il racconto si conclude, infatti, con l’auspicio che tale piaga sociale venga sanata (Ferretti Viola, 1878: 216). Ciò nonostante, il racconto contiene un numero limitato di commenti di questo tipo. Quando i romanzieri dei primi decenni dell’Italia unita evidenziano le debolezze dell’Italia che conoscono o che hanno conosciuto, ricorrono per lo più agli avvenimenti delle trame narrative e alle figure, piuttosto che ai discorsi che i protagonisti e i narratori possono tenere sull’argomento.
Ciò vale anche per Ruffini, nonostante il romanziere integri nella sua opera narrativa discorsi che riguardano direttamente l’Italia del secolo. La sua opera romanzesca include una serie di posizioni, variabilmente sviluppate, sulla storia italiana alla quale prendono parte i protagonisti, nonché sul miglior modo di realizzare e amministrare un’Italia unita. Tuttavia, le occasioni in cui il romanziere offre, tramite la voce dei narratori o dei protagonisti, un discorso critico che rivela chiaramente l’evoluzione del suo pensiero politico restano limitate. Se Ricciardi è particolarmente inventivo in questo senso, Ruffini sfrutta innanzitutto gli avvenimenti della trama, comprese le scelte che i personaggi sono obbligati a compiere. Regolarmente, fa uso della forma del dialogo riportato, e non solo sintetizzato, come attesta Vincenzo (1863, per la versione in lingua inglese; 1864, per la prima versione in lingua italiana). Più volte, convinzioni divergenti sono discusse nelle dispute di origine politica che sorgono all’interno della coppia di Vincenzo e che sono citate nell’omonimo romanzo. Concretamente, i contrasti tra il Regno di Sardegna e la Chiesa cattolica interferiscono nel matrimonio del protagonista (si veda, a titolo di esempio, Ruffini, 1878a: 326–328; Ruffini, 1878b: 40–43, 53–54), fino a provocare la “crisi coniugale moderna” che conclude il romanzo, come sottolinea giustamente Quinto Marini (2012: 133). Tuttavia, di là da questa messa in discussione finale della giustezza della decisione presa dall’eroe di allinearsi alle posizioni della moglie sulle divergenze che influenzano la loro unione, rinunciando così al suo impegno politico, il narratore eterodiegetico non designa esplicitamente il protagonista portatore del discorso più giusto, a suo parere, nell’esito dei dibattiti. Inoltre, tali dialoghi, in cui si scontrano due visioni di una specifica questione politica, rimangono sporadici, tanto nell’opera di Ruffini quanto nel romanzo postunitario italiano.
A pari titolo di Silvio e Memorie di un vecchio, e contemporaneamente a quest’ultimi, i romanzi di Tarchetti, Ferretti Viola e Ruffini propongono già la mise en intrigue di uno sguardo critico sulla storia politica italiana del secolo. Tutti e tre, però, sfruttano principalmente gli avvenimenti delle loro trame, così come la figura e il percorso dei loro protagonisti, per farlo. È soprattutto attraverso queste componenti del racconto che il lettore può discernere il punto di vista degli autori sulle questioni affrontate e sull’Italia postunitaria. Malgrado le denunce talvolta espresse da alcuni personaggi delle loro opere, lo stesso vale per i romanzieri italiani che li seguono, in particolare i veristi e gli autori di romanzi parlamentari, quando ritraggono l’Italia ottocentesca con crescente realismo e senza compiacimenti (Bertoni, 2018a: 434). Ricciardi, da parte sua, si avvale anche degli attanti e degli avvenimenti della trama, ma non smette di piegarla ai discorsi che vuole incorporarvi per un pensiero politico più completo ed espresso più chiaramente.
Conclusioni
Grazie alla polimorfia del racconto, Silvio e Memorie di un vecchio sviluppano un ampio discorso critico che non lascia dubbi sulle posizioni politiche che Ricciardi vuole promuovere. Pur avendo scelto un genere di successo come il romanzo, egli vi affronta in modo diretto una moltitudine di temi relativi alla gestione dello Stato italiano e cerca di comunicare gli scopi politici che vorrebbe vedere perseguiti dai suoi contemporanei. Questi obiettivi sono principalmente anticlericali e a favore di un’Italia con una maggiore uguaglianza tra classi sociali, tra Nord e Sud, tra uomini e donne. Come dimostra l’approccio narratologico adottato, l’autore sfrutta la polifonia del discorso critico sviluppato e i dispositivi propri dei diversi generi discorsivi integrati nella struttura narrativa proposta, per comunicare efficacemente i suoi obiettivi. Ne risulta un messaggio politico molto esplicito: il discorso critico presente nel racconto e il polimorfismo che ne consente il dispiegamento delineano un Risorgimento incompiuto dai contorni particolarmente precisi. Ciò risulta ancora più evidente quando si confrontano Silvio e Memorie di un vecchio con la letteratura italiana del primo ventennio unitario, e in particolare con i romanzi italiani dell’epoca, sebbene anche questa produzione veicoli lo sguardo critico degli autori sull’Italia contemporanea e la convinzione diffusa di un Risorgimento incompiuto. I romanzi postunitari di Ricciardi mostrano un romanziere che, dopo l’Unità, ha presto manifestato la volontà di offrire una produzione letteraria, ancora oggi poco conosciuta, in grado di indicare in modo assai diretto sia le delusioni provocate dalle modalità con cui si è svolta l’unificazione dell’Italia, sia le sfide ancora da affrontare nell’Italia postunitaria.
Footnotes
Funding
The author disclosed receipt of the following financial support for the research, authorship, and/or publication of this article: This work was supported by the Fonds de la Recherche Scientifique - FNRS [grant number 40018437]. The author also thanks Assucopie, the Belgian society for the management of the collective rights of educational, academic, scientific and university authors, for its grant to support the publication, as well as the David and Alice Van Buuren Fund and the Jaumotte-Demoulin Foundation for their financial support.
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