Abstract
L’articolo si occupa del primo romanzo di Daniele Del Giudice, Lo stadio di Wimbledon, pubblicato nel 1983. Perno della vicenda è Roberto Bazlen, intellettuale, critico lungimirante, dalla vita ricca di incontri e amicizie: Del Giudice non ha mai conosciuto Bazlen, ma con lui stabilisce un rapporto immaginario e ne ricostruisce l’esistenza attraverso il ricordo dei suoi amici ancora in vita. Il sentimento dell’amicizia è il tema che in filigrana unisce i tanti incontri fatti dal protagonista del romanzo. Tramite questi incontri, reali e a volte libreschi, che avvengono in buona parte a Trieste, città natale di Bazlen, e a Londra, si orienta questo studio, il cui obiettivo è l’individuazione di un contatto tra letteratura e vita, tra presente e passato, tra relazioni amicali e scrittura.
Non igitur utilitatem amicitia sed utilitas amicitiam secuta est
Cicerone, Sull’amicizia
Le coordinate temporali della carriera narrativa di Daniele Del Giudice partono dalla sua venuta alla ribalta dopo la pubblicazione del romanzo Lo stadio di Wimbledon (Del Giudice, 1983), 1 per continuare con Atlante occidentale (Del Giudice, 1985), Nel museo di Reims (Del Giudice, 1988), Staccando l’ombra da terra (Del Giudice, 1994), Mania (Del Giudice, 1997), Orizzonte mobile (Del Giudice, 2009), I racconti (Del Giudice, 2016), i saggi In questa luce (Del Giudice, 2013), Del narrare (Del Giudice, 2023) e i tanti articoli apparsi su diversi quotidiani. 2 Eppure, a Del Giudice la definizione di romanziere non convince:
io non posso definirmi nulla […], io poi sono divorato soprattutto da passioni che sono totalmente extraletterarie e all’inizio ero guardato con molto sospetto per queste mie passioni […]. Con gli anni vedo che le storie vengono in forma del tutto naturale: è come se si lavorassero per conto loro. (Tamiozzo Goldmann, 2001: 436–437)
Del Giudice è convinto che l’attività di uno scrittore non sia importante. Solo mettendo al centro la non importanza di questo lavoro, la sua assoluta gratuità si possono misurare quali sono le possibilità di intervento […;] la macchina da scrivere con cui ho viaggiato per anni mi sembrava il mio strumento, il mio attrezzo, come la chiave inglese o il sifone di un idraulico: se avevo uno strumento potevo forse avere anche io un lavoro (Belpoliti e Grazioli, 2000: 356).
Sin da queste due dichiarazioni risulta chiaro l’interesse di Del Giudice per l’attività scrittoria che si attua in una continua riflessione sulle possibilità della letteratura nel contesto contemporaneo: si può spiegare in questo modo la curiosità da lui provata nei confronti di un homo nullius libri, imprendibile come Roberto Bazlen attorno al quale ruota Lo stadio di Wimbledon. Per Roberto Ferrucci, che ha vissuto un’intensa amicizia con Del Giudice,
non erano i […] testi [di Bobi] a interessarlo, bensì il personaggio, voleva comprenderlo senza descriverlo, gli interessava ciò che era nascosto dietro a quei testi. Voleva che nel suo libro ci fosse solo una verosimiglianza, non il ritratto biografico di Bobi Bazlen. (Ferrucci, 2025: 264)
Roberto Bazlen – l’intellettuale scomparso nel 1965, scopritore di scrittori e testi, rivelatore di talenti e novità 3 – è infatti il fulcro del primo romanzo di Del Giudice, che si snoda attraverso il ricordo dei suoi amici ancora in vita. Tramite questi incontri, reali o libreschi, si orienta la narrazione, il cui obiettivo è l’individuazione di un contatto tra letteratura e vita, tra presente e passato, tra relazioni amicali e scrittura. Il sentimento dell’amicizia è il tema che in filigrana unisce i tanti incontri fatti dal narratore e protagonista del romanzo 4 , intendendo per amicizia “un rapporto tra due o poco più individui, non imparentati tra loro, caratterizzato da reciproco riconoscimento (si tratta di una associazione individualizzata), da frequentazione elettiva (non coercitiva), da attaccamento affettivo, da tendenziale assenza di gerarchia, da altruismo diffuso” (Padiglione, 2023: 127). In questa narrazione, facendo mie le parole dell’antropologo Vincenzo Padiglione, “l’amicizia viene proposta come una relazione personale e prescelta, mantenuta volontariamente da soggetti che si considerano distinti ed eguali e che instaurano tra loro una reciprocità simmetrica, caratterizzata da una dichiarazione idealizzata di non strumentalità”. (Padiglione, 2023: 120)
Un personaggio difficilmente definibile Bazlen,
un personaggio dalla biografia imperfetta, ma proprio per questo circondata da una cospicua leggenda […]. Un personaggio così sarebbe giusto sforzarsi di non definirlo, lasciando piuttosto che produca una costante risonanza nella memoria e nella fantasia. Di un personaggio così, se toccasse a me descriverlo, cercherei di custodire il mistero. (Del Giudice, 2013: 24)
L’indagine attorno a Bazlen è anche l’occasione per tracciare un percorso tra i letterati dell’ultimo secolo che proprio a Trieste diedero vita a un ambiente intellettuale aperto alla sperimentazione e vicino alle influenze della vicina Mitteleuropa. Non a caso il narratore dichiara:
mi sembra che “in quella particolare epoca” tutto doveva essere molto importante e cruciale. Cioè molto sentimentale. È come se ci fosse una grande distanza. Ho pensato: “ora è diverso; più solido e sobrio, con una complicatezza più leggera. Tutto è leggermente più verso i margini”. (Del Giudice, 1983: 69)
Conosciuto come Bobi, fu amico di Saba, scopritore di Italo Svevo, che segnalò all’amico Montale; ai suoi amici poeti suggeriva letture e si faceva promotore delle loro pubblicazioni; fece conoscere Kafka, Freud, Musil; fu consulente di case editrici prestigiose, lavorò a lungo con Roberto Calasso e con lui e Luciano Foà fondò la casa editrice Adelphi. Dietro a Martino, personaggio del romanzo di Carlo Levi L’orologio pubblicato nel 1950, si nasconde Bobi: il profilo curvo della sua schiena ingobbita […], il lungo viso di ragazzo invecchiato […] la cui vita, in mancanza di ogni possibile adesione reale alle cose, era tutta intessuta di yoga, psicoanalisi, astrologia, fisionomistica, simbolismi ed estrema acutezza […]. La sua vita così brillante di ingegno e varia di interessi […]. Lui, Martino, si rifugiava nell’intelligenza, in una cultura curiosa e infallibile (Levi, 1989: 43–44).
Da un critico lungimirante come Bobi ci si aspettava un’opera in proprio. A onor del vero Bazlen aveva tentato di dar vita alla stesura di Il capitano di lungo corso, più volte iniziato e mai concluso perché, scriveva, “io credo che non si possa più scrivere libri. Perciò non scrivo libri. Quasi tutti i libri sono note a piè di pagina gonfiate in volume (volumina). Io scrivo solo note a piè di pagina” (Bazlen, 1984: 203). A partire da questa affermazione si dipana il romanzo di Del Giudice nel quale il personaggio che dice io, che può indurre il lettore ad associarlo allo stesso autore, va alla ricerca degli amici di Bobi per riuscire a rispondere alla domanda: perché Bazlen non ha mai scritto? Dichiara Del Giudice: appartenendo a coloro che non hanno mai conosciuto Bazlen, vorrei stabilire con lui un rapporto immaginario. I rapporti immaginari sono più semplici dei rapporti veri, riducono il conflitto; ma sono anche più difficili, poiché tutto è affidato alla fantasia e alla memoria […]. Mi piacerebbe la figura di un non-scrittore il cui punto dolente possa essere ripreso e portato a compimento attraverso la scrittura (Del Giudice, 2013: 20).
Del Giudice si fa carico di questo non-scrittore che fugge da ciò che più ama perché solo con il non scrivere la scrittura verrà riconosciuta nella sua assolutezza. Nell’intrico tra essere e nulla, tra silenzio e vita vissuta, Bazlen è “capace di sottrarsi in tutti i modi e essere presente” (Del Giudice, 2013: 21): in lui la scrittura è giudicata impossibile in quanto non restituisce in pieno la vita vissuta. In Lo stadio di Wimbledon Del Giudice scrive la vita di Bobi che è sì dedicata alla scrittura ma è priva di parole, sospesa tra “il saper essere e il saper scrivere”. L’autore decide di seguirne il fantasma perché ne riconosce il valore, certo che “si tratterebbe di un personaggio della perfetta compresenza degli opposti, per il quale lo stato di contraddizione non è ricomposto ma non è nemmeno lacerante” (Del Giudice, 2013: 24).
In Lo stadio di Wimbledon Bazlen, figura insieme storica e letteraria, diventa personaggio reale e immaginario a un tempo. Il romanzo “si sospende in una struttura ibrida: non racconto, né saggio, non inchiesta, né documento, ma schegge di tutto ciò, briciole di un’erranza simile invece a un modo pendolare scandito dal sentimento della nostalgia” (Napoli, 2003: 280). Naturalmente, trattandosi di un romanzo, la narrazione si distacca dal puro dato tangibile per esplorare altre vie attraverso gli incontri. Durante un’intervista nella quale viene chiesto a Del Giudice se Lo stadio di Wimbledon sia un diario, così risponde: “non credo sia un diario, un diario racconta cose vere che alla fine sembrano inventate. Nel mio libro succede il contrario, è una finzione che tende a diventare reale. No, direi che la realtà di questa ricerca è un viaggio interiore” (Ferrucci, 2025: 264). D’accordo con Tavazzi, “non si vuole naturalmente sostenere la mancata aderenza del Bobi di Del Giudice ad una ipotetica fedeltà storica o documentaria che non avrebbe senso pretendere da un’opera di invenzione” (Tavazzi, 2006: 279).
Il romanzo si apre con un’ambientazione ferroviaria data dalla sosta del treno a causa di un’avaria; il narratore e protagonista si avvia a piedi verso la stazione di Trieste e si intrattiene con un altro viaggiatore in una conversazione basata su osservazioni tecniche (raggi di curva, linea di tensione, percentuali di pendenza, calcoli di prospettiva, ponti, martinetti, la marmotta accompagnata dal rumore del diesel… Del Giudice, 1983). 5 Arrivato in città, il narratore, nel suo peregrinare per le vie di Trieste, 6 si ferma in libreria: prima in una libreria antiquaria, una “preziosità per pochi. È un monumento. Monumentale nella posizione e nell’ampiezza delle scaffalature, nelle rilegature in pelle, nell’atteggiamento di garbata e irremovibile custodia dell’uomo con gli occhiali, ben vestito” (Del Giudice, 1983: 6); poi in una libreria “corrente […]: si deve immaginare la miseria di libri contemporanei, di librerie senza storia; un trovare facilmente, entrando, pagando, andando via” (Del Giudice, 1983: 7). Le due descrizioni a confronto mostrano la distanza tra due epoche storiche: nella prima risalta la monumentalità data dalle rilegature in pelle, nella seconda la velocità di acquistare ; il libraio della prima libreria è elegante, il secondo, “con la sua complessione massiccia e un maglione a V […] sembra piuttosto un venditore di armi” (Del Giudice, 1983: 8). In questa seconda libreria trova però un libro pubblicato trent’anni prima con la foto dell’autore ̶ “biondo, con i capelli lisci tirati all’indietro, gli occhiali e la cravatta” (Del Giudice, 1983: 11) ̶ e un libro di una poetessa, Anita Pittoni, della quale si accerta che sia ancora in vita, domanda centrale perché all’eventuale perdita dei testimoni corrisponderebbe l’impossibilità di ricostruire i rapporti intessuti da Bazlen. Prima di andare a trovarla nell’ospedale in cui si trova, si reca nella biblioteca comunale, sperando di trovare libri e notizie adatti alla sua indagine. “La biblioteca è protettiva, potrei restare qui, dove si trasforma il molto in poco; un lavoro che cresce di giorno in giorno” (Del Giudice, 1983: 11). 7
La ricerca di Bazlen, come detto, si snoda attraverso l’incontro con gli amici di un tempo. Il primo incontro è virtuale, libresco: il narratore trova infatti notizie interessanti nel libro dello scrittore biondo. “Bazlen era a letto, adagiato sui guanciali; […] affondato nei libri. […] Aveva un fiuto speciale per scovare autori poco noti, che di là a non molto facevano scalpore” (Del Giudice, 1983: 22). L’autore di queste pagine potrebbe essere il poeta dialettale e pittore Virgilio Giotti (Trieste 1885–1957), scrittore di diverse raccolte in dialetto veneto confluite nel volume Colori (1909–1955) (Giotti, 1957), nella cui edicola Bazlen si rintanava a leggere. Fra i due si costruisce un’amicizia fatta di incontri: gli incontri sono il preludio dell’amicizia, infatti
l’incontro è fare un pezzo di strada insieme verso la propria identità, verso la scoperta di ciò che, per ciascuno, è la cosa più importante […]. La molecola dell’amicizia, ricordiamolo, è l’incontro. L’incontro è un presente che si giustappone a un altro presente. (Alberoni, 1988: 31)
I dialoghi tra amici, che si sono succeduti nel tempo, riprendono ogni volta il discorso interrotto, indicano un percorso nuovo e aprono nuove prospettive perché “ogni incontro è diverso, scopre una strada nuova” (Alberoni, 1988: 17). Anche lo scrittore biondo, come si legge nel suo libro, era presente alle riunioni che si tenevano in casa di Anita Pittoni: i sabati in cui ci radunavamo numerosi per i convegni in casa della poetessa, era aperta anche l’altra stanza più grande. Qui si trasportavano le seggioline quando Giotti faceva le sue letture, qui venivano di solito disposti sulle panche i disegni e i quadri dei pittori. Fra l’una e l’altra stanza si annodavano e si snodavano crocchi, secondo l’argomento dei discorsi, e si formavano gruppi quando c’era da ascoltare musica (Del Giudice, 1983: 18).
Si tratta di riunioni amicali che dimostrano come l’amicizia sia “un rapporto di socialità, perché una delle funzioni che le vengono comunemente riconosciute è quella della compagnia” (Bellotti, 2007: 339). In questo caso, oltre alla compagnia, risaltano gli interessi culturali condivisi, molto vivi nei primi anni del Novecento a Trieste, dove ferveva un’intensa vita di letture e discussioni.
Il primo vero incontro è con la poetessa Anita Pittoni (Trieste 1901–1982) 8 . Il protagonista la incontra ormai anziana e ricoverata in un ospedale: la donna legge alcune sue poesie e ricorda il primo incontro con Bazlen:
io ero a un tavolino con un mio amico molto intelligente, un mostro di intelligenza. Tutto ad un tratto si alzano due ragazzi, da un altro tavolo, e vengono verso di noi. La ragazza dice: “abbiamo sentito i vostri discorsi, ci interessano. Possiamo sederci qui?” Il suo amico si presenta, dice: “Roberto Bazlen”. (Del Giudice, 1983: 15–16)
Pittoni teneva in grande considerazione Bazlen, a lui aveva confidato di voler fondare una casa editrice; Bobi le aveva sconsigliato di farlo per evitare di “produrre misera letteratura triestina” (Battocletti, 2017: 51). Bobi, da autentico amico, “comunica le cose in cui crede, […] dice ciò che a suo giudizio è giusto. Ma non è un maestro. Non impone nulla e non cerca di imporre” (Alberoni, 1988: 34); del resto, la vera amicizia rispetta sempre la libertà dell’altro. Infatti Pittoni fonderà la sua casa editrice contravvenendo ai suggerimenti di Bobi: ogni persona segue la sua idea, il suo personale destino, cerca la sua strada, però l’amico vero gli è accanto e le diversità diventano rapporto e instaurano “una sinergia di due traiettorie vitali, di due destini” (Alberoni, 1988:18). L’amicizia, come ebbe a scrivere Blanchot, è un
rapporto senza dipendenza, senza un evento particolare e dove entra non di meno tutta la semplicità della vita […]. Il movimento dell’intesa in cui, parlandoci, essi mantengono, anche nella più grande familiarità, la distanza infinita, quella separazione fondamentale a partire dalla quale ciò che separa diviene rapporto. (Blanchot, 2010: 344)
Alla domanda del narratore “perché [Bobi] non ha scritto” (Del Giudice, 1983: 17), la poetessa “ha aperto la bocca senza dire nulla” (Del Giudice, 1983: 17) e, eludendo la domanda, ha continuato a parlare delle sue poesie e a recitarle a memoria. La donna recita lungamente El paseto, un racconto in dialetto triestino uscito nel 1966 e stampato dalla casa editrice da lei fondata, Lo zibaldone. La richiesta di un abbraccio da parte della donna segna la conclusione del breve incontro: apparentemente bizzarra, racchiude il desiderio di affetto, di protezione e l’anelito a un ritorno al passato quando lei, giovane, stava in compagnia di Bobi, in una “socialità reciproca, ovvero condivisione che consente di ritrovarsi e impostare una dimensione reciproca” (Padiglione, 2023: 126). È, come scrisse Sant’Ambrogio, “un conforto […] avere una persona cui aprire il proprio cuore, confidare i propri segreti, affidare gl’intimi pensieri del proprio animo” (Ambrogio, 1977: 355).
Nel suo peregrinare in cerca degli amici di Bazlen, il narratore si ferma di nuovo “dal libraio armaiolo”, che gli dà alcuni indirizzi di amici di Bobi. L’incontro in un bar con uno di questi, di cui non si dice il nome 9 , è ricco di informazioni. Grazie a questo incontro scopriamo che forse Bobi era deluso dalla vita. “Lui lottava, non era di quelli che rinunciano a priori, cercava di avere qualcosa dalla vita; poi però credo che finisse per essere deluso” (Del Giudice, 1983: 28). In lui c’era un fondo di tristezza; era un uomo problematico, ma “sapeva godere delle cose” (Del Giudice, 1983: 29) e diceva spesso “mi diverto un mondo e mezzo” (Del Giudice, 1983: 29). L’amico, che ricorda i loro incontri a Milano prima della guerra, aggiunge:
gli piaceva il paradosso, la boutade […] Finché era un ragazzo probabilmente pensava di poter cambiare […] insomma lui viveva per il gusto di fare esperienze, già da giovane; non aveva mai impostato la sua vita proponendosi uno scopo ma come diceva lui stesso nel divertirsi a vivere. (Del Giudice, 1983: 30–31)
Alla domanda “perché non scriveva”, l’amico risponde che forse non gli interessava. Tante volte ripeteva: scrittori mediocri è meglio che non ce ne siano […]. Pensava che le sue cose in fondo non erano supreme e ci passava sopra […]; per lui, se una cosa non era sufficientemente nuova o originale non aveva valore (Del Giudice, 1983: 31).
E continua: diceva che l’unico valore è la “primavoltità” […]: non si possono più scrivere libri, io scrivo solo note a piè di pagina […] un po’ di paura della banalità lui ce l’aveva, più da ragazzo che da adulto. Non snobismo; era una contrarietà ostinata per ogni strada comune […] stava lì il nostro disaccordo e io glielo dicevo (Del Giudice, 1983: 33).
È questa una vera dimostrazione di amicizia: l’amico non teme di esprimere il suo disaccordo, dimostrando in questo modo che la loro amicizia è autentica. Scrive Kant che tale sentimento non consiste “nell’identità del modo di pensare, perché al contrario è piuttosto la diversità, quel che contribuisce all’amicizia, compensando l’uno quanto difetta l’altro” (Kant, 1971: 237). Tuttavia, “l’esperienza dell’amico […] può anche insegnarci altri modi di essere che ci si confanno, farci desiderare di cambiare” (Alberoni, 1988: 23). Purtroppo Bazlen non prese atto di questo suggerimento, forse perché “coloro che hanno sperimentato di persona certe situazioni, vorrebbero trasmettere quanto hanno appreso agli altri, soprattutto a quelli a cui vogliono bene, […ma spesso] questo trasferimento è impossibile, noi tutti ci viviamo come unici ed inconfondibili” (Alberoni, 1988: 23–24).
L’amico continua: non deve credere che lui avesse un rigore eccessivo, o un’ansia di perfezionismo, che fosse scontento e riscrivesse sempre. Il rigore era nel non volersi abbandonare […], nella sua volontà di distacco e di giudizio […] io non so dire se esiste la possibilità di andare oltre il libro. Può darsi. Può darsi che lui stesso ci sia arrivato (Del Giudice, 1983: 34–35).
In queste parole e specialmente nell’affermazione sulla “possibilità di andare oltre il libro” ha ragionato Del Giudice in In questa luce: “in fondo un compito che uno si può dare è proprio quello di mostrare in ogni epoca e secondo i propri mezzi che realtà e linguaggio possono essere incrociati anche in un altro modo” (Del Giudice, 2013: 34). È evidente come l’obiettivo di un’opera letteraria debba essere la rappresentazione della vita attraverso il linguaggio e, infatti, nel rapporto linguaggio-realtà sta proprio la ricerca di Del Giudice. Negli anni Settanta lo scrittore deve confrontarsi con cambiamenti epocali che attraversano i diversi campi del sapere e la loro organizzazione e che impongono una nuova scrittura del mondo. La diffusa sfiducia nella possibilità che “la narrazione, e il suo modo mediato di produrre senso, potessero avere ancora una “tenuta” sulla realtà, e farne “rappresentazione”“ (Del Giudice, 2013: 39), percepita in quegli anni, viene denunciata nell’intervista pubblicata da Grazioli e Belpoliti: quando cominciai a occuparmi più seriamente di letteratura, verso il ‘69-‘70, non si poteva immaginare attività meno significativa e considerata, totalmente a perdere. Lo stesso primo libro che ho scritto, Lo stadio di Wimbledon, è la storia dell’attraversamento di un punto di negazione della possibilità stessa di rappresentazione, in questo caso attraverso la narrazione (Belpoliti e Grazioli, 2000: 357).
Si evince da qui che il romanzo oggetto di questa nostra indagine sia un libro proprio di ripresa […]. Per me è stato evidente fin dall’inizio che le questioni non erano più all’interno della letteratura […] ma fra la letteratura e le altre forme di rappresentazione: con quelle dove dovevi competere, lì dovevi provare la probabilità che uno strumento così antico, così consumato, così percorso al diritto e al rovescio, potesse in qualche modo acchiappare qualcosa del reale. Il confronto e l’interazione potevano essere soltanto con le altre forme di rappresentazione (Belpoliti e Grazioli, 2000: 358–359).
Secondo il narratore, quella di Bobi “era una contrarietà ostinata per ogni strada comune” (Del Giudice, 1983: 33). Si trovano simili affermazioni, che si suppone siano dell’amico intervistato in precedenza, anche più avanti nella narrazione: “per lui tutto doveva servire a saper vivere: troppo essenzialmente, troppo autenticamente e troppo direttamente perché potesse anche scrivere [… e cita Bobi]: ‘la mia celebre mania di interessarmi delle cose degli altri per mancanza di mia vita’” (Del Giudice, 1983: 77). E ancora: alcuni di noi furono dei suoi personaggi […]. La gente che scriveva, qui, lo ascoltava parecchio, ma lui si interessava soprattutto a noi, perché alla fine si è sempre annoiato delle persone che scrivevano. […] Lui diceva “un tizio vive e fa bei versi. Ma se un tizio non vive per fare bei versi, come sono brutti i versi del tizio che non vive per fare bei versi”. (Del Giudice, 1983: 76)
In questa sorta di calembour si nasconde l’essenza del pensiero di Bobi: chi scrive lo fa per produrre “bei versi”, cioè cose interessanti, profonde, legate alla vita e da ciò
si vede già che sarebbe stato un amico dello scrivere, e non uno che scrive. Essere amici dello scrivere è complementare allo scrivere solo per gli amici. Quante lettere! Lo scrittore di lettere non si mette a repentaglio nella forma, dato che la forma della lettera non è in quello che c’è scritto ma in una relazione di vita. (Del Giudice, 1983: 77)
L’azione di scrivere lettere e poi spedirle è capace di dare concretezza alle cose, di dare forma ai sentimenti che di solito scorrono via; Bobi scrisse molte lettere agli amici, a Gerti 10 , a Mattioni, a Quarantotti Gambini, a Solmi, a Montale (molte lettere a Montale si trovano in Bazlen, 1984: 273–289), a Giorgio Voghera, a Luciano Foa.
“Per fare bei versi”, per produrre cose buone o addirittura eccellenti, lo scrittore deve immergersi nella realtà del vivere e non il contrario perché solo così la realtà si esprime e si condensa nella pagina. Inoltre, per Bobi tutto deve essere fatto in modo innovativo perché “il passato gli appare come una pelle secca, vuota di sé, inammissibile” (Del Giudice, 1983: 78). Un altro amico senza nome conferma che “cambiava pelle spesso, e qui anche stava la sua incapacità di realizzare, dimenticava ciò che aveva fatto, non per un voler superare, ma per un lasciar cadere” (Del Giudice, 1983: 37). Del Giudice è convinto che non si possa
capire il nuovo se non vediamo quanto di continuum, di vecchio, di passaggio c’è nel nuovo […] e dunque c’è un passato che determina le nostre visioni del futuro […] io penso però che ciascuno di noi si prenderà quello che vuole, quando vuole e come vuole e si farà un suo percorso. (Ferrucci, 2025: 203)
Il Bazlen che emerge da questa narrazione è un uomo perennemente in ansia, alla ricerca di qualcosa di nuovo e di diverso che però non lo soddisfaceva mai. Per Franca Malabotta, della quale ci occuperemo a breve, “doveva essere molto faticoso cambiare sempre, come faceva lui; voglio dire ricominciare tutto da capo” (Del Giudice, 1983: 60). Il narratore, nel suo viaggio alla ricerca degli amici di Bobi, passando in “una serpentina di vialetti in salita [… dove] ad ogni gomitolo la visuale si ribalta” (Del Giudice, 1983: 40), giunge da Franca Malabotta 11 : grazie a lei l’ambiente culturale triestino si rivela nella sua dinamicità. Malabotta così ricorda Bobi: “usciva la mattina presto, sempre con molti libri. Cercava un’osteria lungo il fiume; era indispensabile che non avesse il neon […]. Mio marito […] lo conosceva da parecchio tempo, io lo conobbi relativamente tardi” (Del Giudice, 1983: 43). Il narratore si trova in mano una foto di Bobi ma si rifiuta di guardarla perché preferisce “un punto astratto, fuori della cornice” (Del Giudice, 1983: 44). Anche in altre occasioni il protagonista si dimostrerà refrattario a guardare le foto che altre donne desiderano mostrargli, infastidito dalla possibile disarmonia tra chi osserva senza aver vissuto il momento rappresentato nella foto e la foto che l’osservatore riduce a semplice immagine, appiattendola e svuotandola dei sentimenti e dei ricordi che veicola per chi ha vissuto l’esperienza, “dove tutti gli oggetti sono isolati dalle passioni, in una loro perplessità” (Del Giudice, 1983: 112). Il non voler guardare le fotografie significa evitare il centro del reale, stare sul margine, si accorda alla volontà di non fare del romanzo una biografia ma di trattare Bazlen come un personaggio simbolico. Allo stesso tempo, le fotografie corrispondono a una forma di rappresentazione del passato dal quale il protagonista non vuole farsi influenzare poiché “la possibilité de ne pas réduire le réel à une photographie, à une mémoire surdéterminée, laisse ainsi ouvert le champ des possibles” (Aubry-Morici e Esposito, 2016: 9). 12
Similmente nel capitolo VI il narratore non si appropria della macchina fotografica dimenticata appesa a una panchina da qualcuno; anche qui la ragione può essere legata al fatto che la luce raccolta da un obiettivo e poi registrata su un supporto sensibile, come la pellicola, dà vita a un’immagine nella quale vivono le cose e le persone indipendentemente dai condizionamenti della vita e della realtà; questa realtà si rifrange nelle parole e rispecchia la faglia vita-scrittura ̶ “qualunque frase è contro il panorama. Vorrei solo vedere e sentire” (Del Giudice, 1983: 113) ̶ mettendo in luce un io riflessivo che denuncia la distanza delle cose.
Di pagina in pagina si è attratti da una trama che, attraverso una serie di scene, fa emergere una vera e propria topografia dove il realismo descrittivo si mescola con la metafora dei sentimenti e intorno si muovono molteplici presenze. Tra queste si materializza un amico di Bobi da lui stesso incaricato di custodire la sua casa: “vede quel candelabro e quel boccale? Vengono da casa Bazlen […]. Sa, dopo che è andato via mi scriveva … ‘Mandami quella cassa’ […] Io gli ho spedito parecchie cose” (Del Giudice, 1983: 54). Il lungo dialogo che il narratore intrattiene con l’amico di Bobi include non solo parole, ma anche silenzi, esitazioni, sguardi: “sta appoggiato al tavolo con le braccia conserte; mette in evidenza ogni cosa facendola emergere dal silenzio e riaffiorandola nel silenzio […]. Le parole appaiono come un cucù” (Del Giudice, 1983: 55).
Anche in altre occasioni, come durante l’appuntamento con Ljuba, come si vedrà più avanti, i dialoghi sono intervallati da silenzi pensosi e arricchiti da gesti, da minime descrizioni, da esitazioni, da sguardi, da ansia; similmente, nell’incontro con Gerti i discorsi sono fatti di affermazioni e smentite, di sospiri, di ironia, di silenzi: la donna narra, pensa, esita e proprio il silenzio, secondo Siegfried Krakauer, è l’espressione più alta dell’amicizia:
è il silenzio che talora suole stabilirsi quando il dialogo ha toccato il suo apice – il silenzio che in fondo dice tutto: l’unione di fronte alle cose ultime, il non-avere-ancora-trovato e l’ineliminabile irresolutezza - che significa tutto questo e ora non conosce più altro che l’abbraccio silenzioso che racchiude tutta la persona. (Baldini, 2001: 136)
Attraverso agglomerati di edifici disposti lungo le vie, il narratore giunge all’abitazione di Gerti (Gertrude Franke Tolazzi) grazie all’intervento della signora Malabotta. Il ricordo di Gerti è un miscuglio di affetto e irritazione: “Grande … Bazlen […] era un malefico […] Lui complicava il vissuto degli altri” (Del Giudice, 1983: 62) e, nel ricordare le loro nottate passate insieme a parlare, aggiunge: “era un burattinaio, uno che può realizzare le cose solo attraverso gli altri […]. Può darsi che si sia accorto di essere fallito” (Del Giudice, 1983: 63–64). Il ricordo, qui risentito, si fa benevolo:
Era molto intelligente. […]. L’unica cosa che resta di lui sono gli amici che gli hanno voluto bene, e nei quali lui esiste ancora, come in me […] In lui era cresciuta la forza di disporre degli altri, ma non ne era consapevole. […] Poteva essere cresciuto soltanto qua. Era un fiore di questa città, e di quella particolare epoca di questa città. (Del Giudice, 1983: 65, 67, 69)
Alla domanda del protagonista: “‘Parlavate anche dello scrivere?’” Gerti risponde: lui ha capito di sé … che tutto è niente, ha capito che alla fine non avrebbe lasciato nemmeno una traccia. Niente. Scrivere non ha scritto niente. Oh sì, io ho quei tre libretti. Non servono a nulla. Se fossero stati pubblicati mentre era vivo, non si sarebbe più fatto vedere in giro […]. Del suo non poter scrivere? Lui la buttava più in burla, come una cosa che non vale la pena. (Del Giudice, 1983: 65, 68)
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Con Gerti si fa più chiaro il profilo di Bobi perché la donna non risparmia stoccate all’amico, pur manifestando il suo ricordo affettuoso: uomo intelligente che amava decidere del destino altrui, ma anche fallito e frustrato. Nell’album di fotografie che Gerti mostra al protagonista, compaiono Bobi e “carri allegorici e grandi maschere di cartapesta, un carnevale sul lungomare” (Del Giudice, 1983: 71): è lei la protagonista della poesia di Montale Il carnevale di Gerti; è lei l’anello di congiunzione tra il poeta premio Nobel e Dora Markus, le cui gambe sono ritratte in una foto che Bazlen inviò al poeta dicendogli di farne una poesia e che Daniele Del Giudice descrive accuratamente. Nel 1989, alla morte di Gerti, così scrive Del Giudice sul Corriere della Sera: anche in vecchiaia quando la conobbi, Gerti era una grande seduttrice, una specialissima piccola comica sirena […]. Era serissima, frivola e consapevole […], sapeva sempre di essere la Gerti del Carnevale di Gerti […], di venire da una poesia […]. Ma veniva anche dalla vita […] e veniva anche dal curioso modo che aveva Roberto Bazlen di intervenire sul destino dei suoi amici cercando di compierlo, e all’epoca in cui scrivevo il mio primo libro (Lo stadio di Wimbledon) era quell’intersezione che a me interessava, tra il saper essere e il saper scrivere, l’agire nella vita e l’agire nel racconto (Agostini, 2021: 100–101).
Con Gerti si chiude il viaggio tra gli amici di Bobi rimasti a Trieste; il narratore si prepara per il viaggio a Londra dove, nel quartiere di Wimbledon, vive Ljuba Blumenthal, la donna amata da Bobi. Del Giudice, anni dopo, ricorda così Gerti e Ljuba:
due anziane donne, due angeli custodi della memoria del personaggio che vorrei narrare, due donne che gli vollero bene in diversi tempi della sua vita, due muse, Gerti e Ljuba che venivano direttamente dalla poesia di Montale […], due sirene incanutite: a così tanti anni di distanza dalle poesie che avevano ispirato potevi ancora incontrarle nella vita, e sarebbe stato possibile subire ancora la loro seduzione, diversa nei modi, poiché una seduceva attraverso l’eco diretto [sic] della bellezza di un tempo, e l’altra seduceva indirettamente attraverso il racconto e la riflessione. (Del Giudice, 2013: 23–24)
L’ultimo incontro, e anche il più rivelatore, è quello con Ljuba e la centralità dell’incontro a Wimbledon è reso eponimo dal titolo del romanzo. Arrivato a Wimbledon, il narratore sembra voglia temporeggiare, vivendo il momento dell’incontro “in una sospensione strana” (Del Giudice, 1983: 102) che produce in lui “un leggero benessere” (Del Giudice, 1983: 103): rimandare il momento dell’incontro potrebbe aiutarlo nella preparazione emotiva. La descrizione puntuale della donna (Del Giudice, 1983: 104) risponde a un preciso tratto stilistico di Del Giudice: io sono tra quelli che tendono a ricavare la soggettività dall’oggettività, a fare emergere una figura dal suo rapporto con lo spazio, dai suoi movimenti, da una complessità di particolari e di relazioni che, se descritte con esattezza, dovrebbero produrre contemporaneamente l’immagine di una persona o del suo sentire in un determinato luogo. (Del Giudice, 2013: 47)
Ljuba appare come persona “armoniosa”, ma anche “prudentissima” (Del Giudice, 1983: 104) il cui viso è “imprendibile”, dalla voce “bassa e profonda” (Del Giudice, 1983: 104). Nel racconto a briglia sciolta di Ljuba affiora il profilo più vero di Bobi: le ossessioni, la gioia di vivere, la depressione. Sono “immagini disordinate” (Del Giudice, 1983: 110) dove si staglia la figura di un uomo la cui vita erano le altre persone: aveva due vocazioni: una era di far conoscere quello che a lui sembrava importante. E l’altra… C’è un punto della vita in cui va presa una decisione importante […] Ecco: molte persone, arrivate a quel punto, hanno incontrato lui. E lui le ha aiutate a cambiare, o a decidere. Io credo che questa era la sua passione, e il suo capolavoro […] lei pensa che una cosa così si poteva fare scrivendo? (Del Giudice, 1983: 130–131).
La risposta del narratore è inequivocabile:
no, una cosa così è opposta allo scrivere. […]. Nei libri ci sono gesti, modi di muoversi, relazioni con gli oggetti, immagini di comportamento, e si aggiungono alle migliaia di comportamenti o di ragionamenti che uno ha già, e che poi inconsapevolmente riutilizza nella vita. (Del Giudice, 1983: 132)
Parafrasando Calvino, nella scrittura l’autore proietta sé stesso; l’atto dello scrivere implica un rapporto col mondo, con la voce, col linguaggio, con le esperienze vissute 14 . E forse Bobi non era riuscito a far convergere il rapporto col mondo e il rapporto con gli altri attraverso una scrittura come avrebbe voluto: perfetta e nuova. Per questa ragione “lui scriveva sempre lettere o appunti, ma se doveva scrivere davvero una pagina aveva delle difficoltà tremende” (Del Giudice, 1983: 132). Al narratore
quello che […] interessa è un punto, in cui forse si intersecano il saper essere e il saper scrivere. Chiunque scrive se l’immagina in un certo modo. Con lui invece in quel punto c’è stata un’esclusione, una rinuncia, un silenzio. Io vorrei capire perché. (Del Giudice, 1983: 108)
E Ljuba risponde: “la sua vita erano le altre persone, quello che lui poteva capire di loro, o fargli capire […]. Gli ultimi mesi era … uno che ha perso la strada. Non amava più nessuno, non gli importava più di niente” (Del Giudice, 1983: 109). Il loro rapporto era così stretto ed empatico che al momento della sua morte Ljuba aveva avuto l’impressione di aver sentito “le sue mani sulle spalle” (Del Giudice, 1983: 110): questa sensazione è “difficile da restituire attraverso spiegazioni concettuali, perché esigeva di essere rappresentata nel modo indiretto con cui si raccontano storie” (Benussi, 2021: 29).
Come Bazlen, anche Ljuba non è in grado di scrivere:
le racconto queste storie perché non posso scriverle … Ho provato mille volte, ma strappo subito il foglio … […]. Mi sembra sempre che lui stia dietro alle mie spalle, e se uno sa che cosa pensava lui di quello che si scrive, ha subito paura che ciò che scrive non valga niente. (Del Giudice, 1983: 111)
Un’affinità profonda la loro che
non deriva dal fatto che lui cerca esattamente le nostre stesse cose, che ha le nostre stesse mete ed i nostri stessi desideri […ma] due persone diverse riescono a vedere nello stesso modo la stessa realtà […scoprendo] di essere a fianco a fianco contro una oscurità o un nemico. (Alberoni, 1988: 18)
L’amicizia tra i due si rivela essere “un sentimento legato a un processo di interazione primaria che trova nella diade la sua forma più significativa […]. Amicizia significa rispettare, sia attraverso un gioco discorsivo, sia grazie a comportamenti concreti, l’intimità dell’altro” (Bettin Lattes, 2023: 115). Del resto, l’identificazione con Bobi era così stretta che Ljuba dichiara: “quando provo a scrivere c’è Bobi, e naturalmente guardo ogni storia con gli occhi di Bobi” (Del Giudice, 1983: 133). Per interpretare le parole della donna ci soccorrono quelle di Blanchot: potrei immaginare che per un verso nulla sia cambiato: in questo “segreto” tra noi capace di prendere posto nella continuità del discorso, senza interromperlo […]. Parole da una riva all’altra, parola che risponde a qualcuno che parla dall’altra sponda […]. Così sembra che la morte possieda la falsa virtù di restituire all’intimità coloro che sono stati separati [;…resta] l’intesa sempre custodita dell’espressione di amicizia […]. Senza dubbio potremo ancora percorrere le stesse strade, potremo lasciar venire delle immagini […], possiamo, in una parola, ricordare (Blanchot, 2010: 345).
Ljuba tenta di rivivere il rapporto con Bobi attraverso immagini ed episodi del tempo passato, attuando una connessione spirituale poiché “l’ideale di amicizia conduce ad una assoluta familiarità spirituale […], può unire meglio l’intera persona con l’intera persona, può meglio vincere la chiusura dell’anima” (Simmel, 2004: 84–85).
Scrive Calvino: la storia culturale italiana del nostro secolo andrebbe riscritta attraverso l’influenza esercitata da persone che si tennero costantemente tra le quinte. Bazlen […] aveva la vocazione mercuriale di mettere in comunicazione persone, idee, libri, ma sempre persone individuali, testi insoliti, esperienze vissute, mai le astrazioni collettive o le idee generali […]. Un giovane che non l’ha conosciuto, Daniele Del Giudice, scrive un romanzo non su di lui, non sulla sua leggenda, ma (come dire?) sull’impronta lasciata da lui nelle vite degli altri (Calvino, 1995: 1008–1009).
Tutto Lo stadio di Wimbledon è permeato del mito di Bobi al quale, come dichiarò Montale,
piaceva vivere negli interstizi della cultura e della storia, esercitando il suo influsso su quanti potevano comprenderlo, ma rifiutando sempre di apparire alla ribalta […]. Maestro di una cultura che fu tutta sotterranea, egli mette in un bell’imbarazzo gli amici che vogliono, come si dice, “perpetuare il suo ricordo”. (Montale, 1996: 2729–2730)
Questo viaggio di Del Giudice è simbolo di un passato letterario che si avvicina alla letteratura come concretezza di rapporti umani e che cerca di conservare un legame col passato col quale vuole aprire una via di comunicazione. Non a caso il protagonista afferma: “per un attimo ho pensato invece alla tolleranza del passato, all’ammettere che si è stati anche in un modo diverso; alla cura della continuità: di sé, delle cose, dei rapporti modificanti, modificati, ma in maniera impercettibile e progressiva” (Del Giudice, 1983: 60–61). Il passato, quindi, non va cancellato, ma è l’apporto di rapporti “modificanti e modificati” da cercare e mettere in atto.
In queste pagine la figura di Bobi si ricompone attraverso l’insieme dei giudizi e delle valutazioni dei suoi vecchi amici e ci appare in tutta la sua interezza di grande amante dei libri, di uomo che andava alla ricerca del meglio per sé e per gli altri. Il procedere di incontro in incontro invera l’idea di impossibilità di scrittura da parte di Bobi, il quale, essendo lettore professionista per gli editori, si rendeva conto di quanti scritti circolavano e forse pensava: “ma cosa ne aggiungo io ancora uno?” (Del Giudice, 1983: 33–34). In questo viaggio fatto di percorsi, di soste, di incontri tra il narratore e il fantasma di Bobi, i due diventano due sagome sovrapposte, il viaggio reale compiuto porta alla luce frammenti di vissuto di Bobi alla ricerca di una sua identità e dove l’identificazione con le persone che incontrava gli impediva di scrivere perché, come scrisse Calvino, “invece di scrivere preferisce agire direttamente sulla vita delle persone” (Del Giudice, 1983: 143).
Da un intervistato all’altro il narratore tenta di scoprire il motivo della decisione di Bazlen di non scrivere, spinto da un desiderio di conoscenza che sta alla base della trama del romanzo: “sono venuto qua per capire perché uno scrittore non ha scritto” (Del Giudice, 1983: 75), consapevole che “si scrive guardando alla vita; ma che la vita, quella vera, intensa e decisiva, non tollera la fissità della pagina” (Donà, 2021: 57). Nel romanzo si susseguono descrizioni di personaggi, di comportamenti, di paesaggi dove non c’è distinzione tra osservante e osservato e questa prassi è spiegata dallo stesso Del Giudice
non credo nella descrizione come forma di aderenza al mondo, ma credo nella descrizione come forma narrativa, perché solo la descrizione mi permette di tenere intrecciate una complessità di relazioni e di dar conto del fatto che tra osservatore e cosa osservata c’è indistinguibilità e reversibilità. (Del Giudice, 1986: 84–85)
D’accordo con Massimo Donà,
il nostro scrittore sarebbe riuscito a dare vita ad una vicenda di sentimenti, di personaggi disegnati con la leggerezza di un acquerello, sospesi nel liquido di un’atmosfera sempre indecisa, di proiezione fantastica, di fantasia o di poetica rammemorazione; convinto, come è sempre stato, che “in fondo la letteratura racconti sempre e solo una cosa: il mutamento dei sentimenti perennemente identici a se stessi”. (Donà, 2021: 53)
In conclusione, Daniele Del Giudice sembra convinto che sia necessario descrivere la “realtà come rete”, affiancando “la scrittura narrativa a quella saggistica”, in modo da giungere a “una nuova rappresentazione della realtà attraverso il racconto, attraverso lo strumento narrativo” (Del Giudice, 2013: 39). Egli ha tenuto conto di queste convinzioni, dimostrando come la realtà stia cambiando, come le cose diventino immaginazione perdendo la loro natura di cose e riuscendo a percepire la loro forma in modo diverso. Forse era questo che Bazlen cercava ma che non era riuscito a trovare.
