Abstract
This essay reconstructs the literary partnership between Elena Croce and Riccardo Bacchelli on the basis of ten unpublished letters by the latter, edited in the appendix from the original autographs. Through an analysis of Bacchelli's relationship with Benedetto Croce, these letters allow us to trace important decades of literary production from the 1940s to the 1960s, during which Bacchelli was invited by Croce to collaborate with cultural magazines she founded and directed, such as Aretusa, Botteghe Oscure, and Lo Spettatore Italiano. In their pages, the writer published rare philosophical short stories and civil poems, some of which have largely escaped critical attention, and can now be more fully understood in terms of content and editorial process. Elena Croce and Lo Spettatore played a decisive role in the critical reception of Bacchelli's works, as well as in their dissemination abroad, and the collaboration proved valuable in promoting the talent of emerging writers and critics. Finally, the documents shed light on the differing reflections of Croce and Bacchelli on the Italian landscape, both on a literary level and in terms of their commitment to its preservation through the association Italia Nostra.
L’uscita del primo volume della raccolta mondadoriana di Tutte le opere di Riccardo Bacchelli (Bacchelli, 1961a) – quello che riuniva la più antica produzione del bolognese 1 – venne prontamente e positivamente salutata da Elena Croce il 10 settembre 1961 dalle colonne di Paese Sera. Attraversando il composito volume, l’attenzione della figlia del grande filosofo si fermava soprattutto su quello che l’autore stesso considerava “il primo dei suoi scritti cui può concedersi dignità di opera giovanile”, ben distinto “da ciò che è tentativo adolescenziale” (Croce, 1961), ovvero Il filo meraviglioso di Lodovico Clò. Secondo Elena, infatti, “anche a prescindere dall’alta qualità letteraria del romanzo”, ma anche dal contrasto fra la “naturale gracilità della struttura del racconto” e “una sensibilità già estremamente affinata e matura”, ciò che più colpisce “è la complessità con cui in esso si annodano i fili della tradizione con quelli di esperienze immediate e attuali”: da un lato il “grande stile del romanticismo originario” nella costruzione della favola e “la settecentesca ascendenza ingenua e libertina” dei personaggi, dall’altro un forte realismo che sembra già attingere alla Neue Sachlichkeit e una “aderenza affettuosa, ironica a un mondo bolognese e borghese” (Croce, 1961).
Questi apprezzamenti non stupiscono, dacché appaiono legati da un fil rouge a quanto già aveva colto cinquant’anni innanzi il padre di Elena, ed ella pare esserne pienamente consapevole allorché rileva che, quantunque nel 1911 il ventenne e sconosciuto Bacchelli fosse ai propri esordi narrativi, benché l’opera venisse allora pubblicata in maniera artigianale in fascicoli personalmente distribuiti dall’autore, e nonostante la maggior parte dei lettori non avesse accolto positivamente il romanzo, rimanendo scandalizzata dagli episodi di sensualità piuttosto esplicita, da qualcuno, e converso, “ne fu notato il carattere che esso ha di veramente eccezionale promessa” (Croce, 1961). Un riferimento, quest’ultimo, che andrà senz’altro interpretato come rivendicazione della lungimiranza critica paterna. Infatti, stando alla testimonianza di Fausto Nicolini, durante una grandiosa rivista navale a Napoli per i cinquant’anni dell’unità d’Italia, in quel 1911 si erano ritrovati spalla a spalla il senatore Benedetto Croce e il deputato Giuseppe Bacchelli. Dopo le reciproche presentazioni, alla richiesta di Croce se per caso fosse parente di quel Riccardo Bacchelli che veniva pubblicando Il filo meraviglioso a dispense, l’onorevole rispose che purtroppo sì, era il padre, lamentandosi dei guai che gli procurava il figlio, che invece di farsi una posizione si perdeva, con poco frutto, dietro alla letteratura. “Perdersi! – replicò Croce – Ma se non avrebbe potuto cominciar meglio! Gli dica da parte mia che continui a scrivere, giacché ha dato chiari segni di avervi inclinazione e attitudini” (Nicolini, 1962: 481).
La carriera letteraria del bolognese principiava, dunque, con la fausta benedizione di Croce, il quale, del resto, non avrebbe mancato di manifestare il proprio apprezzamento per la produzione bacchelliana anche negli anni a venire. Così per Il diavolo al Pontelungo del 1927 (tra i pochi romanzi dell’autore ripubblicati nel XXI secolo, si legge nell’edizione Bacchelli, 2024), che nella Storia d’Italia del 1929 veniva additato come un “acuto romanzo storico” intorno ai “primordi del socialismo in Italia e sulla persona del Bakunin” (Croce B, 2004: 295)
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; e poi soprattutto per Il mulino del Po (Bacchelli, 2021), accolto entusiasticamente da don Benedetto in una rapida ma penetrante analisi apparsa sulla Critica del 20 novembre 1940, che ebbe fortissima eco.
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Dinnanzi al desolante panorama letterario contemporaneo – appuntava il filosofo a proposito della trilogia – “mi dà gioia e mi conforta l’apparizione di ogni opera nuova che dimostri che l’antica vena non si è esaurita nei petti degli uomini, e che tuttora la poesia, quando le piace, rinasce e ci rivisita con l’antica onesta sembianza” (Croce, 1960: 571–572). Il magnum opus bacchelliano, infatti, è capace di trasfigurare le contingenze elevandole all’universale, dal momento che, se la materia del romanzo sono in apparenza i casi di più generazioni di una famiglia di molinari della sponda del Po, nella sostanza sono gli eterni moti della pura umanità, il suo perpetuo mistero doloroso, onde, come accade in poesia, i personaggi socialmente più umili s'innalzano al grado stesso degli eroi dell’epopea e della tragedia (Croce, 1960: 572).
Per questo è possibile individuare nel suo autore una raffinata personalità letteraria, in grado di conoscere “per esperienza e per mediazione i conflitti della coscienza morale”, per poi “risentirli e renderli da poeta, con l’ingenuità della poesia, non traducendo concetti in immagini ma creando immagini che parlino da sé” (Croce, 1960: 572).
Bacchelli non rimase insensibile a tale pubblico elogio, e già cinque giorni dopo, il 25 novembre 1940, scriveva una lettera all’“Illustre Senatore” (Giammattei, 2009: 62–63) nella quale dichiarava di aver letto “con commozione” la nota critica, sopraffatto da sentimenti contrastanti: da un lato la soddisfazione per “aver procurata la gioia di cui vi si parla all’autore dell’Estetica 4 ”, supremamente stimato da Bacchelli sia come “grande teoreta e critico”, sia come “uomo di gusto” e “lettore poetico”; dall’altro il senso di responsabilità per essere stato ascritto, ancorché da “postulante”, a “un ordine di artisti e di poeti – aggiungeva – ai quali non so pensare senza timore reverenziale” (Giammattei, 2009: 62). In calce a questa epistola ci si imbatte per la prima volta in un esplicito riferimento a Elena – “vuol essere tanto gentile da ricordarmi alla sua figliola?” – all’epoca venticinquenne e con all’attivo soltanto la pubblicazione della tesi di laurea in giurisprudenza sui Parlamenti napoletani sotto la dominazione spagnuola (Croce, 1936), eppure già segnalata dal bolognese come fanciulla “gentile e di così eletto ingegno” (Giammattei, 2009: 63).
Così come Benedetto aveva tenuto a battesimo lo scrittore Bacchelli, insomma, egualmente quest’ultimo seguì con interesse i primi passi di Elena studiosa esordiente, e instaurò con la figlia del filosofo un proficuo sodalizio culturale testimoniato dalle inedite missive che le indirizzò, le quali sono oggi conservate presso la Fondazione Biblioteca Benedetto Croce di Napoli. 5 Dalla prima di esse, vergata poco più di un anno dopo i succitati scambi intorno al Mulino del Po, precisamente il 24 gennaio 1942, si evince che Elena spedì prontamente a Bacchelli quello che a tutti gli effetti va considerato il suo debutto nell’ambito della critica letteraria: il saggio intorno allo scrittore spagnolo Baltasar Gracián, teorico della ragion di stato e delle poetiche barocche, stampato in rivista nel 1941 (Croce, 1962: 229–259). La ricerca di Elena – la quale dopo l’esordio ispanistico avrebbe presto riorientato la propria attenzione soprattutto verso la letteratura tedesca – era maturata nel solco dei fondamentali studi paterni sul gesuita spagnolo, sia quelli di taglio storico-politico (Croce, 1937), sia quelli più celebri riguardanti l’estetica secentesca, primo su tutti I trattatisti italiani del “concettismo” e Baltasar Gracián risalente al 1899 e ristampato entro la terza edizione riveduta dei Problemi di estetica proprio l’anno precedente a quello dell’uscita dell’articolo di Elena (Croce, 1940: 313–348). 6 Del resto, era stato proprio Benedetto a interessarsi direttamente alla pubblicazione del contributo della primogenita: l’11 agosto 1941, dalla villeggiatura a Pollone, chiedeva a Luigi Russo notizie circa l’indirizzo fiorentino di Ernesto Codignola (Russo e Croce, 2006: 464), quindi, ottenuta l’informazione, già due giorni dopo scriveva al pedagogista nel capoluogo toscano per proporre la stampa del Gracián della figlia sulle pagine della rivista Civiltà Moderna da lui diretta. L’operazione andò in porto, e il 16 ottobre il filosofo spediva una seconda missiva a Codignola con accluse due carte di istruzioni tipografiche per la correzione delle bozze in vista dell’uscita del pezzo sul numero di settembre-ottobre del bimestrale fiorentino. 7 Appunto con queste pagine la Croce si presentava ufficialmente a Bacchelli, da poco nominato Accademico d’Italia, ed egli prontamente forniva tramite missiva il proprio positivo riscontro, in righe in cui giudicava il contributo “ben ragionato”, nonché “acuto e pervasivo”. 8
Lo scambio epistolare si sarebbe intensificato, per ovvie ragioni, al termine del secondo conflitto mondiale, allorquando – come ricorda Carlo Zaghi, allora giornalista a Napoli – “Bacchelli veniva spesso a salutare l’amico Benedetto Croce. Qualche volta era una delle figliole di Croce ad avvertirmi dell’arrivo di Bacchelli, ed allora erano lunghi conversari, conditi da qualche buon pranzetto” (Zaghi, 1987: 169). Il desiderio di rinascita culturale del paese e di ritorno a “un più civile costume letterario” si concretizzarono nella fondazione (1946) della rivista Rassegna d’Italia da parte di uno dei più fedeli discepoli crociani e già redattore responsabile della Critica, Francesco Flora. 9 Chiamato a collaborare sin da principio, Bacchelli, sul secondo fascicolo del periodico dedicato a Benedetto Croce nel suo ottantesimo compleanno, per la prima volta manifestava per iscritto e patentemente la propria ammirazione e il proprio debito intellettuale verso il grande filosofo nel pezzo Benedetto Croce, libero spirito (Bacchelli, 1962a: 63–78; una parte era stata anticipata su L’Illustrazione Italiana del 24 febbraio 1946). In quelle pagine, ripercorrendo i tempi dell’apprendistato, l’autore ricordava il decisivo incontro con “il cristallo logico” della riflessione crociana, allorché, lasciatasi alle spalle la Bologna “ancor carducciana e positivistica”, approdava dapprima nella Firenze della Voce e poi nella Roma della Ronda, ove “due generazioni, la virile e la giovanile, ricevevan dal Croce il più vivace e più dovizioso stimolo e le più efficaci proposte a riflettere” (Bacchelli, 1962a: 76, 65). 10 L’insegnamento che incise più profondamente sul giovane bolognese, segnatamente, fu quello della libertà intellettuale, tanto da fargli affermare che “la fiaccola della libertà dello spirito è oggi nelle mani di Benedetto Croce”, e “anch’io – continuava Bacchelli – ho tratto dall’estetica crociana una cognizione filosofica della mia attività, che s’è tradotta in coscienza, dirò di più, in una categorica e metafisica impossibilità d’operare, ossia per me di scrivere, fuor che liberamente” (Bacchelli, 1962a: 63–64).
Ebbene, proprio mentre questa pubblica dichiarazione di discepolato vedeva la luce, parallelamente Riccardo tornava a scrivere a Elena, questa volta in merito a concrete possibilità di collaborazione letteraria. Ancor prima dell’esperienza della Rassegna, Flora era stato chiamato a dirigere un altro periodico, in questo caso con il coinvolgimento attivo delle due sorelle Elena e Alda Croce, ovvero Aretusa, nota come “la prima rivista dell’Italia liberata”. 11 Elena ne era comproprietaria, era pienamente impegnata nell’attività di redazione, spesso discutendo con il padre le bozze dei fascicoli, e giocò un ruolo decisivo nel superamento delle difficoltà derivanti dalla poco oculata gestione finanziaria e amministrativa del primo stampatore Casella, con il trasferimento del periodico da Napoli a Roma presso l’editore De Luigi e la scelta di un nuovo direttore nella persona di Carlo Muscetta a partire dal numero VII del marzo 1945. 12 Tale svolta, che comportò non pochi cambiamenti nella rivista, comunque non impedì a Elena di continuare a occuparsi del reperimento di contributori, soprattutto fra gli scrittori italiani contemporanei, fino all’estremo fascicolo del gennaio-febbraio 1946, e poi ancora per un successivo numero doppio (XIX–XX) progettato per rimettersi in pari e poi mai approdato alle stampe a causa della chiusura della rivista per un progressivo calo delle vendite. 13 Il carteggio dimostra che fu lei a ottenere la partecipazione di due fulgidi astri del panorama letterario del tempo: Eugenio Montale e, appunto, Riccardo Bacchelli. Entrambi andarono incontro alla medesima sorte, giacché vennero contattati nel febbraio 1946 in vista di quel fascicolo primaverile che sfortunatamente non avrebbe mai visto la luce.
L’adesione di Montale è certificata da una missiva del 1° febbraio 1946, da cui si apprende che Elena aveva richiesto al genovese per Aretusa un saggio su T.S. Eliot, al posto del quale, invece, Montale avrebbe preferito consegnare una poesia, quantunque – aggiungeva – “forse meno gradita di un saggio” (Rossini, 2025: 168). Le lettere bacchelliane consentono di meglio comprendere le parole di Montale. Sino al fascicolo XVII–XVIII stampato al principio del 1946, infatti, ancora figuravano versi sulle pagine di Aretusa – cinque poesie di Giorgio Bassani e altrettanti sonetti dello spagnolo Dionisio Ridruejo tradotti da Vittorio Bodini –, ma a partire dal successivo numero doppio la linea editoriale dovette cambiare, tanto che Bacchelli, nell’epistola del 12 febbraio 1946, constatava che “poesie Aretusa non pubblica più: e fa male”. Anch’egli, infatti, come Montale, avrebbe desiderato stampare un testo in versi, giacché – aggiungeva citando Eraclito – “la guerra (tant’è vero che è madre, o padre, secondo il testo originale, di tutte le cose, ed anche dunque delle stravaganze!) a me ha riaperta la vena lirica”. E, in effetti, nel secondo conflitto mondiale Bacchelli aveva avvertito sin dall’inizio caratteri nuovi e distruttivi, in particolare la fine della civiltà europea, e il trauma sofferto per il disastro civile aveva a quell’altezza già trovato espressione poetica negli endecasillabi sciolti de La notte dell’8 settembre 1943 stampati nel 1945 (Bacchelli, 1961a: 147–184). In virtù della nuova politica della rivista, comunque, anch’egli era costretto a virare verso una proposta in prosa: “Ma in ogni modo Le assicuro – scriveva alla Croce – che ho vivo desiderio di scrivere qualcosa per la rivista, e che lo farò appena avrò tempo e argomento”. L’adesione di Bacchelli al periodico, come si intuisce, era in quella lettera manifestata entusiasticamente (“Aretusa è una bella e nobile rivista, e io collaborerò volentieri”), anche perché l’iniziativa culturale appariva al bolognese – in pieno accordo con gli intenti di Elena – come una delle strade privilegiate per tornare a “una vita più umana” dopo la barbarie bellica. Nei ricordi dello scrittore – che vide andare in fiamme la propria abitazione milanese durante i bombardamenti del 1943, che fu costretto a rifugiarsi in Friuli, oltre Tagliamento, per molti mesi dell’occupazione tedesca, e che nella campagna di Russia perse il fratello Giorgio – la dimora romana della Croce si stagliava infatti come una luminosa oasi di civiltà nell’oscurità della guerra, pertanto era naturale che a Elena spettasse il compito di favorire la rinascita culturale del paese: “Deve sapere che il ricordo delle ore passate nella Sua bella casa ospitale a Roma, è fra i più gentili di quanti mi restano di quei due anni, ’42 e ’43, che furono d’incubo preludente ad altro e peggiore incubo”.
Dunque, Bacchelli si mise al lavoro e già il successivo 23 marzo, scrivendo a Elena da Salsomaggiore, comunicava di aver “finito e mandato ad Aretusa un racconto, ovvero capriccio filosofico, che spero Le piacerà”. Lo scritto in questione andrà senz’altro identificato con la novella Dialogo al chiaro di luna, la quale, sfumato il progetto di un nuovo numero di Aretusa, vide la luce – appunto con il sottotitolo di Racconto filosofico – soltanto nel febbraio 1947 sulla Nuova Antologia, il cui redattore capo era a quell’altezza un vecchio amico dell’autore, Antonio Baldini, conosciuto ai tempi dell’università e già suo sodale in seno al gruppo romano dei fondatori della Ronda nel 1919.
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La missiva alla Croce consente di datare la stesura del racconto, di ricostruirne l’origine e di svelarne la tacita dedicataria. La composizione avvenne evidentemente fra il 12 febbraio e il 23 marzo 1946, un anno prima della pubblicazione e con l’idea di una differente collocazione editoriale rispetto a quella definitiva. Lo spunto creativo iniziale, invece, va rintracciato nella menzione al frammento 53 di Eraclito contenuta nella prima delle due epistole del 1946; infatti un mese più tardi Bacchelli spiegava a Elena: Lei avrà dimenticato che, scrivendole, mi venne fatto di citare scherzando Eraclito: che la guerra è madre di tutte le cose; anzi padre, per esser fedeli al testo. Questa distinzione fra generi grammaticali mi ha lavorato in mente, risuscitando vecchi motivi fantastici, e, se non mi lusingo, dando ad essi corpo e figura artistica.
Le pagine nate da queste riflessioni, come denunzia il titolo, sono ispirate all’esempio dialogico-filosofico delle Operette morali di Leopardi, autore celebrato e mitizzato dagli scrittori della Ronda, giustappunto più per le prose che per i Canti, e caro Bacchelli in particolare, che a più riprese lo studiò, curò edizioni delle sue opere e lo assunse a modello nei propri scritti. 15
Stesa all’indomani del secondo conflitto mondiale, la novella (Bacchelli, 1953: II, 355–386) è ambientata “al tempo dell’altra guerra, fra estate e autunno del 1915, in un borgo d’immediata retrovia fra le montagne dove si combatteva” (Bacchelli, 1953: II, 355). A dialogare sono “il Professore”, ovvero un dotto giurista riformato a causa di un crollo nervoso a pochi mesi dall’arruolamento, e il giovane soldato Clodio “fresco di studi e non sfornito di buone lettere quantunque avviato a una carriera commerciale” (Bacchelli, 1953: II, 366–367). Discorrendo durante una notte insonne, i due giungono a riflettere sul frammento eracliteo citato da Bacchelli nelle lettere alla Croce, nel quale, ci informano ancora le missive, dev’essere rintracciata l’intuizione primigenia alla base del racconto. In particolare, è proprio quella “distinzione fra generi grammaticali” che aveva lavorato nella mente dell’autore ad accendere la discussione fra i due protagonisti della novella: il Professore fa notare a Clodio che πόλεμος “in greco è sostantivo maschile”, pertanto bisognerebbe tradurre “la guerra è padre di tutte le cose” e non “la guerra è madre di tutte le cose” (Bacchelli, 1953: II, 371). Quella che a tutta prima potrebbe apparire come una “questione di mera grammatica”, in realtà solleva dilemmi sul rapporto fra parola e significato: Clodio rileva infatti che “la guerra padre non può andare, ma se adopero un sinonimo, come conflitto, contrasto, urto, non so perché, la forza del detto mi si affievolisce”, e perciò la domanda: “Ma è possibile che il valore estetico d’una parola abbia a che fare col valore filosofico di un concetto?” (Bacchelli, 1953: II, 372, 376). La risposta del Professore è una risposta crociana, tant’è che anzitutto consiglia: “l’Estetica di Benedetto Croce può aiutarti a chiarire e definire la questione”, e quindi nota che i vari sinonimi di “padre” sono parole “astratte, e formolano un concetto, non una figura” (Bacchelli, 1953: II, 376–377), quindi indeboliscono la sentenza eraclitea giacché non sono il frutto di quella sintesi a priori di forma e contenuto alla base dell’espressione artistica, la quale si muove nel territorio dell’intuizione e non dei concetti razionali. Cambiando il termine cambia anche il messaggio, e per questo la questione del genere grammaticale di πόλεμος influenza nel profondo la stessa idea che Clodio ha della guerra che sta combattendo: “Con una parola, mutando il genere grammaticale, dall’immagine dileguò ogni seducente e riposata soavità, ogni illusione di tregua” trasmessa dal termine “madre”, perché, viceversa, “il maschile faceva scabra l’immagine, rendeva l’idea naturalmente severa” (Bacchelli, 1953: II, 380–381). La correzione del Professore occupa i pensieri del giovane soldato e porta a un significativo “trapasso concettuale” che gli fa prendere coscienza delle atrocità di un conflitto che prima, invece, tendeva a idealizzare romanticamente: L’accento cadeva, incisivo, sull’urto irrompente, sullo stupro furente, sullo strazio, quali eran figurati dalla guerra, presente, fra uomini storici. Nulla più che somigliasse ad abbandono e riposo; nulla più v’era d’estatico ed amoroso né di caritativo: tutta atroce e crudele la nuova immagine feriva (Bacchelli, 1953: II, 381–382).
È chiaro che Bacchelli proietta su Clodio le riflessioni che egli stesso aveva condotto intorno al frammento 53, a partire dalle traduzioni italiane novecentesche di Eraclito 16 , e poiché tali considerazioni erano scaturite dallo scambio epistolare con Elena, il racconto non poteva che essere dedicato a lei; nella missiva del 23 marzo il bolognese comunicava infatti: “Lo scritto dovrebb’essere dunque dedicato a Lei, sei io non avessi dimesso da sempre l’usanza delle dediche”. La Croce rimase dunque una dedicataria implicita, e soltanto attraverso le epistole inedite si scopre che l’autore stese il Dialogo al chiaro di luna avendo lei in mente.
Prima ancora di scrivere questo racconto, come s’è visto, Bacchelli dichiarava di aver già pronta per Aretusa una poesia, la quale del pari sarebbe stata dirottata su un’altra rivista, quantunque con un iter più complesso rispetto alla prosa. Un paio d’anni più tardi, nel 1948, Elena avrebbe avuto un ruolo centrale nella fondazione di Botteghe Oscure, il celebre periodico letterario dell’amica Marguerite Caetani. Alla figlia del filosofo si devono l’idea del nome della rivista (dalla via ove sorge Palazzo Caetani), l’indicazione del nome di Giorgio Bassani per il ruolo di redattore capo, e i contatti con gli editori del semestrale Riccardo Ricciardi e Luigi De Luca; ma soprattutto andrà sottolineato il fondamentale ruolo di Elena nel reclutare come collaboratori, grazie alla sua vasta rete di conoscenze, non pochi scrittori italiani del tempo. Anche in questo caso il percorso di Bacchelli procedette parallelamente a quello di Montale: entrambi passarono da Aretusa a Botteghe Oscure grazie alla mediazione della Croce, ed entrambi riuscirono a pubblicare sulla nuova rivista testi poetici, dopo che non gli era stato possibile farlo sulle pagine del periodico diretto da Muscetta a causa dell’improvvisa chiusura nel febbraio 1946. 17 Appare infatti ragionevole pensare che la poesia bacchelliana in questione sia Sui fiumi di Babele, apparsa su Botteghe Oscure nell’autunno del 1949 (Bacchelli (1949), donde si cita con abbassamento delle maiuscole a inizio verso, salvo per nomi propri o dopo punto fermo) accanto a quattro componimenti di Montale poi confluiti nella Bufera entro la sezione dei Madrigali privati, e completamente obliata dalla critica tanto da non essere nemmeno registrata nella bibliografia completa degli scritti dell’autore (Masotti et al., 2001).
Il testo si presenta come un lungo componimento in strofe di cinque endecasillabi, i primi due legati da assonanza o consonanza e gli ultimi due da rima baciata, inframezzati da un ritornello di settenari che, con variazioni, riprende il titolo della poesia. 18 Il poemetto compone una sorta di dittico insieme con la Notte dell’8 settembre 1943, cui è strettamente connesso sul piano tematico; dunque, la sua stesura è presumibilmente da collocarsi in quel periodo di riapertura della “vena lirica” in seguito agli sconvolgimenti bellici annunciato a Elena nella missiva del 12 febbraio 1946. L’ispirazione, a partire dal titolo stesso, proviene certamente dal salmo 137, con quel “Sui fiumi di Babele / ci sedemmo, e piangemmo” ripetuto dopo le strofe alla maniera dei ritornelli dei salmi responsoriali, il quale riprende alla lettera l’attacco “Super flumina Babylonis illic sedimus et flevimus”. 19 Non è peregrino supporre che Bacchelli venisse influenzato dalla celebre Alle fronde dei salici di Salvatore Quasimodo, da cui poteva desumere la fondamentale connessione poetica fra la barbarie della Seconda guerra mondiale e quello specifico salmo biblico. Del resto, la lirica di Quasimodo era apparsa nel giugno del 1945 sul settimo fascicolo della rivista Uomo, stampata proprio nella Milano ove risiedeva Bacchelli; posto che la poesia che il bolognese dichiara già conclusa nel febbraio 1946 sia Sui fiumi di Babele, la sua composizione dovrà essere collocata tra la fine del 1945 e lo schiudersi dell’anno seguente, ovvero proprio nei mesi successivi alla stampa del testo di Quasimodo, che Bacchelli in quel preciso frangente poteva leggere fresco di stampa in prima edizione nella propria città. Né, in questo senso, bisognerà trascurare il legame che intercorse fra Bacchelli e il direttore di Uomo, il critico d’arte Marco Valsecchi: entrambi erano appassionati studiosi di Giorgio Morandi, Valsecchi era estimatore della pittura di Mario Bacchelli, fratello dello scrittore, e dal 1953 avrebbe collaborato con il trimestrale di lettere e arti L’approdo, fondato l’anno prima, fra gli altri, da Riccardo Bacchelli, che poi a lungo fece parte del comitato di direzione; una collaborazione che poi continuò allorquando negli anni Sessanta, rimanendo Bacchelli nella direzione, L’approdo giunse sugli schermi televisivi come programma del secondo canale.
I versi prendono le mosse da circostanze biografiche, ovvero il già ricordato bombardamento della dimora milanese dell’autore: “La casa mi è bruciata, con gli arredi / della mia sobria usanza e con gli arnesi / d’un paziente lavoro e fervoroso” (vv. 1–3; Bacchelli, 1949: 164); quindi prosegue allargando il discorso al sentimento collettivo di sconforto, espresso poeticamente con parole non dissimili da quelle impiegate nella lettera a Elena, laddove Bacchelli parlava dei “due anni, ’42 e ’43, che furono d’incubo preludente ad altro e peggiore incubo”: “Ogni giorno credemmo, ormai da quando? / d’aver dei mali alfin toccato il fondo, / e ogni giorno più nero s’apre il baratro” (vv. 35–37; Bacchelli, 1949: 165), “un ver più greve ogni ora e d’anno in anno” (v. 183; Bacchelli, 1949: 169). In un primo momento anche Bacchelli perviene alla medesima conclusione di Quasimodo, ovvero il necessario tacere della parola poetica nei tempi dell’abominio e dell’afflizione: “Se è vano e inevitabil su quei fiumi / l’esilio, nel silenzio si consumi” (vv. 187–188; Bacchelli, 1949: 170); tuttavia il pometto del bolognese – scritto dopo la liberazione, a differenza del testo di Giorno dopo giorno composto ancora in tempi di guerra nel 1944 – manifesta già un desiderio di rinascita, con l’autore che – ancora con parole affatto congruenti a quelle usate nella lettera alla Croce –, dopo le “buie angustie e il freddo tenebrore” (v. 203), ritrova un’“animosa speranza” di “rintegrata umanità” (vv. 234–236; Bacchelli, 1949: 170–171; nella missiva “ho speranza anch’io che non ostante la voragine in cui siamo piombati, tornerà, come Lei dice, una vita più umana”), e pertanto, prosegue, “poi ch’io non le sollecito, impetuose / vene di canto sgorgan ubertose” (vv. 192–193; Bacchelli, 1949: 170; nell’epistola “la guerra […] a me ha riaperta la vena lirica”).
Presentata a Elena nel 1946 perché fosse stampata su Aretusa, Sui fiumi di Babele in un primo momento non poté vedere la luce a causa della chiusura della rivista. Tuttavia, quando la Croce un paio d’anni più tardi fondò Botteghe Oscure, le venne naturale offrire a Bacchelli una nuova sede editoriale, così come pure aveva fatto per altri “scrittori – ricordava nelle Due città – con cui avevo io stessa creato i primi contatti” per il periodico della Caetani (Croce E, 2004: 51). Stando a quanto dichiarato da Pietro Citati, la scrittura poetica di Bacchelli non era gradita né a Marguerite, “né, tantomeno, a Bassani”, e anzi, a monte, “sembra improbabile che Bassani possa averlo invitato a collaborare”, quindi, conclude il critico, “penso che Bacchelli fosse stato presentato da Elena Croce” (Citati, 1999: 274). L’ipotesi citatiana, in effetti, è corroborata dalle fonti epistolari. Introdotto negli ambienti di Palazzo Caetani grazie alla malleveria crociana, Bacchelli inviò il poemetto alla principessa di Bassiano, la quale, però, non accolse favorevolmente quei versi, chiedendo all’autore, piuttosto, un pezzo in prosa nel solco della trilogia del Mulino del Po. La cosa non venne presa di buon grado dall’interessato, che il 27 aprile 1949 rispondeva: “Non posso ammettere, che quando propongo versi a una rivista mi si risponda chiedendomi della prosa”, per poi esprimere la richiesta “di non pubblicare la poesia, e di darla […] alla signora Craveri”, ovvero Elena Croce che aveva fatto da trait d’union fra i due corrispondenti (Valli, 1999: 76–77). Ancora una volta grazie all’intervento di quest’ultima, ad ogni modo, il piccolo dissidio fu risanato e la poesia venne infine accolta dalla rivista, tanto che già nell’estate di quell’anno si era giunti a discutere del pagamento dell’autore. Poiché la Croce aveva già introdotto Montale in Botteghe Oscure – nel 1948 aveva aperto il primo fascicolo con la poesia L’anguilla –, Marguerite a lei chiedeva lumi per adeguare la remunerazione di Bacchelli a quella del genovese, e, ricevuta conferma dell’importo di 9000 lire, rispondeva dalla villeggiatura estiva al Beau-Rivage di Losanna: “Tu avevi ragione per quello che s'è dato a Montale, 9000; allora mando press’a poco lo stesso a Bacchelli”. 20 Infatti, il successivo 23 agosto la direttrice poteva comunicare al caporedattore Bassani: “Anche ho chiesto se ricorda quello che abbiamo dato a Montale, Elena m’ha detto che debbo dare lo stesso a Bacchelli e vorrei fare questa cosa e non pensarci più” (Caetani e Bassani, 2011: 35); così, pur con il permanere di alcune perplessità (ancora il 2 novembre Marguerite scriveva a Bassani: “Mi sembra non molto bene mettere Montale con Bacchelli” (Caetani e Bassani, 2011: 62), Sui fiumi di Babele, dopo un percorso travagliato, poté infine approdare ai torchi nel dicembre 1949: questa rimase l’unica pubblicazione che il bolognese, grazie a Elena, riuscì a veder stampata sulle pagine di Botteghe Oscure.
Già dal 1947, intanto, l’opera di Bacchelli conosceva quel successo internazionale che, un paio d’anni dopo, avrebbe financo spinto Eliot a suggerire il nome dello scrittore emiliano, accanto a quello di Benedetto Croce, al Norske Nobelkomité per l’assegnazione del premio Nobel alla letteratura. 21 Anche Elena contribuì alla diffusione di questa fama: grazie all’amicizia con i coniugi Cecil e Sylvia Sprigge 22 , giornalisti inglesi di stanza a Roma, ebbe l’occasione di entrare in contatto con la redazione del Manchester Guardian, e sulle colonne del prestigioso quotidiano britannico – presentata come “the eldest daughter of Benedetto Croce and a well-known literary critic in Italy” – pubblicava un pezzo sullo stato della letteratura nazionale nel secondo dopoguerra. In questo bilancio l’autrice riservava a Bacchelli uno spazio di rilievo, additandolo come “the most complex and widely cultivated among contemporary Italian novelists”, anche in virtù del suo legame diretto e personale con “the tradition of the nineteenth century” (Croce, 1947). Prova ne era il suo ultimo romanzo di argomento veterotestamentario, Il pianto del figlio di Lais del 1945, che, al di là di qualsiasi etichetta, “is in a class by itself, like all Riccardo Bacchelli's works”, apparendo a Elena tanto pregevole da potersi confrontare senza tema d’inferiorità con i grandi capolavori europei del secolo XX, dacché “the whole difficult Bible material [is] treated with such sureness and acumen as have not been achieved even in Thomas Mann's Jacob” (Croce, 1947).
Dall’Inghilterra alla Scandinavia. Nello stesso anno di questo articolo, infatti, Bacchelli, con una lettera datata 1° maggio, introduceva alla Croce la traduttrice Karin de Laval, anch’ella interessata al Pianto del figlio di Lais, di cui in quel frangente stava approntando una versione svedese, poi a stampa l’anno seguente (Bacchelli, 1948). La de Laval si contendeva con la collega Karin Alin la palma di miglior traduttrice di opere italiane in terra scandinava, in un clima di concorrenza professionale che aiutava ad accelerare la velocità con cui entrambe si procuravano i diritti dei libri appena usciti nella penisola per poi trattarli con gli editori svedesi. Una rivalità virtuosa, che influenzò profondamente la costruzione del canone letterario italiano in Svezia, se è vero che, come ha rilevato la Schwartz (Di Nicola e Schwartz, 2013: 110), “la somma dei libri tradotti da Alin e de Laval sormonta la metà dei titoli italiani pubblicati in Svezia tra gli anni ’40 e ’70”, e fra questi non mancarono quelli bacchelliani. La prima metafrasi fu, naturalmente, quella del Mulino del Po, con i primi due volumi tempestivamente tradotti da Edvard Robert Gummerus (Bacchelli, 1941, 1942), al quale poi subentrò la Alin per la terza parte della trilogia (Bacchelli, 1944). Nel corso degli anni Quaranta, tuttavia, la de Laval iniziò a trascorrere lunghi periodi a Roma insieme al marito, che importava motori Penta in Italia, e qui strinse amicizia con l’élite dei letterati contemporanei, Bacchelli in testa. Per questo a lei e non alla Alin venne affidata la traduzione del Pianto, e nello stesso anno, in virtù di tale sodalizio, l’editore Garzanti interveniva per convincere la Alin a desistere da altre incursioni: “Bacchelli ci ha calorosamente pregati di non urtare la sua grande amica e, soprattutto, di non ritardare la conclusione dell’accordo per la traduzione svedese de Lo sguardo di Gesù, essendo lui, in questi tempi, molto interessato alle traduzioni svedesi dei suoi libri. Tutta la sua produzione, egli poi ci ha detto, è nelle mani della de Laval” (lettera del 10 novembre 1948, Di Nicola e Schwartz, 2013: 113). L’accordo menzionato venne effettivamente concluso e, due anni dopo, poté uscire a firma della de Laval anche la traduzione del secondo “romanzo cristiano” del bolognese (Bacchelli, 1950). Questa posizione privilegiata era garantita alla de Laval anche dalla sua appartenenza all’Agenzia Letteraria Internazionale di Erich Linder, ma alla metà degli anni Cinquanta la situazione si ribaltò: dopo un lento logoramento Linder dovette interrompere i rapporti, e al suo posto ingaggiò la rivale Alin, proprio nel momento in cui Bacchelli, nel 1955, decideva di farsi rappresentare dall’Agenzia Letteraria Internazionale. Trasferiti i diritti, la de Laval perse le proprie prerogative, e nel 1957 l’ultima traduzione svedese di un romanzo bacchelliano, L’incendio di Milano, veniva impressa a cura di Karin Alin (Bacchelli, 1957).
Ad ogni modo, alla vigilia dell’uscita scandinava del Figlio di Lais, Riccardo chiedeva a Elena di dare in prestito “per traduzioni” alla de Laval “i miei tre volumi di novelle – scriveva –, che sono esauritissimi e che io non possiedo”. Per provare a risalire ai titoli di questi tre libri gioverà volgere lo sguardo alle pagine dello Spettatore Italiano, la rivista fondata dalla Croce e dal marito pochi mesi dopo questa missiva, nel gennaio 1948. Elena aveva commissionato un pezzo sullo scrittore bolognese a Claudio Varese, al tempo docente presso l’Istituto Magistrale di Ferrara, città in cui dagli anni Trenta aveva instaurato una profonda amicizia con Giorgio Bassani, iniziandolo alla lettura di Croce; e proprio grazie a Bassani Varese dovette entrare in contatto con Elena, che già aveva scorto le qualità del giovane ferrarese, scegliendolo come caporedattore di Botteghe Oscure e accogliendo suoi articoli sullo Spettatore a far tempo dall’aprile 1948. 23 Le inedite lettere di Varese a Elena consentono di ricostruire l’origine di questa collaborazione 24 , il cui risultato fu un articolo sul Bacchelli recente stampato in due puntate sullo Spettatore del dicembre 1948 (182–185) e del gennaio 1949 (7–9) (poi in Varese, 1951: 141–154). Il 16 novembre il professore annunciava di aver quasi terminato il pezzo e di aver “trovato un rapporto tra il Fiore della Mirabilis e i due romanzi biblici”, quindi il 29 dello stesso mese inviava a Elena il “saggio sull’ultimo Bacchelli”, mettendo le mani avanti a proposito dei giudizi non lusinghieri in esso contenuti: “L’ammirazione che tutti noi abbiamo per l’autore del Mulino del Po ci spinge forse a una esigente indagine di tutto quello che è inferiore a quell’opera”. Dal postscriptum di questa seconda epistola apprendiamo che i volumi bacchelliani sui quali verteva l’articolo provenivano dalla biblioteca crociana: “La ringrazio anche – scriveva da Ferrara – dei libri prestati che le rispedisco”. Ebbene, poiché nell’articolo di Varese sono tre le raccolte di novelle prese in considerazione – La fine di Atlantide ed altre favole lunatiche, L’elmo di Tancredi ed altre novelle giocose, Il brigante Tacca del Lupo ed altri racconti disperati, tutte del 1942 –, se ne deduce che questi tre volumi dovevano essere in possesso di Elena, cui Varese li restituiva dopo averli usati per la stesura del saggio; pertanto, con essi molto probabilmente andranno identificati quei “tre volumi di novelle […] esauritissimi” che Bacchelli poco tempo prima, nel maggio 1947, aveva del pari richiesto alla Croce perché fossero dati in prestito alla de Larval per traduzioni svedesi.
Come anticipato nella seconda missiva, il giudizio varesiano sul Bacchelli degli anni Quaranta non era benevolo. Tanto nelle sillogi di racconti, quanto negli ultimi tre romanzi – lo psicologico Fiore della Mirabilis (1942) e i due già evocati romanzi biblici del 1945 e del 1948 –, infatti, “si sente la lontananza dalla sintesi morale e artistica perfettamente raggiunta nel Mulino del Po” (Varese 1949: 9), giacché “la vocazione al racconto di cui tanto giustamente parla il Flora”
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meglio si esprime in Bacchelli entro l’“ampia costruzione letteraria” del romanzo storico di respiro arioso, mentre, di contro, “non si adatta ad argomenti e motivi troppo tenui, soggettivi e stretti” (Varese, 1948: 184). Tali valutazioni apparvero sin da principio troppo severe alla Croce, che, dopo aver letto la prima stesura dell’articolo, la rispediva all’autore con richieste di modifiche. Dalla risposta varesiana del 20 dicembre si evince che Elena proponeva una mitigazione delle critiche, una più attenta valutazione del Figlio di Lais attraverso il confronto con Thomas Mann (come ella stessa aveva fatto sul Manchester Guardian), un cambiamento del titolo tramite sostituzione dell’aggettivo “ultimo” con “recente”, e una riduzione della parte di saggio dedicata alla Mirabilis: Gentile Signora, la ringrazio del suo cortese giudizio sul mio saggetto bacchelliano, intorno al quale ho cercato di lavorare con la massima cura. Accetto senz’altro il suo emendamento a proposito di Thomas Mann, scrittore che ha per me un grande fascino, ma che purtroppo conosco in tedesco solo nella parte media: sarei molto lieto di sentire dalla sua competenza di germanista, un parere sul Mann biblico. Quanto al Fiore della Mirabilis, se Lei proprio crede necessario qualche taglio della mia analisi, mi sottometto volentieri
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: tuttavia vorrei che rimanesse ben chiaro il mio giudizio negativo su quel romanzo, che certo dispiace anche a Lei per la lingua dannunziana, e in fondo faticosa. Le rimando le bozze con qualche correzione: accetto, s’intende, il titolo così modificato: forse nella parola “ultimo” poteva esserci un richiamo, più o meno maligno, al proposito espresso nello Sguardo di Gesù, di scrivere l’ultimo libro.
Sceso a compromessi in vista dell’uscita sullo Spettatore e accolte tutte le richieste, nella successiva versione del pezzo raccolta in volume nel 1951, Varese intervenne per rivedere proprio i punti discussi con Elena: rispetto alla prima versione il titolo da Bacchelli recente ritornò all’originario Ultimo Bacchelli, e, del pari, furono reintrodotti i passi riguardanti il linguaggio “generico e nutrito di dannunzianesimo” del Fiore della Mirabilis (Varese, 1951: 148). Quanto al consiglio crociano circa Mann, pur non dando esiti immediati nel pezzo uscito in rivista, sortì comunque risultati, spingendo Varese alla lettura delle Geschichten Jaakobs e, quindi, inducendo la comparsa del nome dello scrittore tedesco nella stesura del 1951, quantunque con intento opposto a quello di Elena, ovvero quello di sminuire, attraverso il confronto, i romanzi scritturali dell’italiano, nei quali non c’è, come invece nei libri biblici di Thomas Mann, la rifrazione e il vasto moltiplicare, il commento in estensione e in profondità, il senso di uno sguardo che pare muova dai personaggi all’autore, e dall’autore ai personaggi, l’affacciarsi al profondo pozzo del passato (Varese, 1951: 149).
Ad ogni buon conto, proprio grazie all’invito della Croce, Varese, sulle pagine dello Spettatore, prima ancora dell’inizio dell’attività accademica, poté per la prima volta riflettere criticamente su Bacchelli, autore al quale, nei decenni a venire, avrebbe a più riprese rivolto le proprie attenzioni di studioso. 27
Da questo momento in poi Bacchelli rimase una presenza fissa sulle pagine dello Spettatore, sia nelle vesti di collaboratore, sia in quelle di autore recensito. Se le benevole censure di Varese erano dettate dall’alta stima in cui egli teneva Il mulino del Po, a suo avviso ineguagliato dalle successive opere del bolognese, ben più appuntiti erano invece gli strali scagliati dagli ambienti intellettuali vicini al PCI. Nel giugno del 1950, a meno di un anno dall’articolo di Varese, era Niccolò Gallo ad affondare la prima stoccata dalle pagine del trimestrale organico Società. Nel saggio La narrativa italiana del dopoguerra (poi, con il sottotitolo Giudizio sul neorealismo, in Gallo, 1975: 29–43) egli rimarcava la necessità di elaborare, sotto la spinta di nuove esigenze morali, un linguaggio e uno stile nuovi che possono storicamente scaturire e affermarsi come tradizione rinnovata, quando la classe che la viene determinando passa dalla condizione subalterna a quella dirigente e produce i suoi intellettuali (Gallo, 1975: 32).
Bacchelli, e converso, era rimasto del tutto estraneo all’esigenza letteraria di “affrontare le ragioni della vita economica, delle vere condizioni morali e spirituali del nostro paese”, chiuso in una produzione narrativa – notava Gallo fermando anch’egli l’attenzione sul Figlio di Lais e sullo Sguardo di Gesù – che “ha potuto svolgersi in virtù di un continuo riecheggiamento di temi e di stili, modellandosi su esempi classici, quasi al di fuori di una sua reale necessità”, a denunciare “i limiti di uno scrittore condannato a ripetere in schemi una propria scettica visione del mondo” (Gallo, 1975: 36, 44). Queste parole non lasciarono indifferente la Croce, che, al principio dell’anno nuovo, sullo Spettatore Italiano si premurava di controbattere a “una rassegna – scriveva – della letteratura del dopoguerra recentemente apparsa”, ovvero quella di Gallo, mai esplicitamente nominato dall’autrice (Croce, 1951). Dopo aver constatato come “nella critica di sinistra […], alla buona grazia socievole di chi discorre di argomenti vivi” si fosse “sostituito il tetro cipiglio pseudoscientifico e pseudostorico, con cui si pretende di applicare alla letteratura ancora in divenire le classificazioni di una specie di anticipata storia della cultura” (Croce, 1951: 15), Elena rivolgeva l’attenzione segnatamente alle accuse mosse all’amico, domandandosi retoricamente, a proposito del “contrasto fra senso della tradizione e scetticismo che si addita nell’opera recente di Bacchelli”: “È forse questo un motivo che possiamo considerare abusato, sordo e indifferente?” (Croce, 1951: 16).
Questo articolo era firmato con una delle sigle che la Croce era solita impiegare e alle quali corrispondevano altrettanti nom de plume, nel caso di specie E.R., ovvero Elena Rossi, con ricorso al cognome della madre Adele. 28 Tale anonimato diede origine a un qui pro quo fra l’autrice e Bacchelli: questi aveva letto il pezzo crociano rimanendo parzialmente insoddisfatto dalla difesa non abbastanza “appassionata, indignata e violenta” imbastita in quella sede, e quindi aveva steso in prima persona una risposta a Gallo da stamparsi sullo Spettatore, salvo che poi – raccontava – “è accaduto che, parlandone mentre ignoravo chi fosse E.R., m’è sfuggita una mezza confessione, di queste cose, alla persona colla quale parlavo: ed era precisamente l’E.R. dell’articolo” (Bacchelli, 1973: 395, 393). Ciononostante, in marzo la replica bacchelliana apparve sulla rivista dei Craveri (64–65), a completamento del discorso iniziato da Elena in gennaio sullo stesso periodico (Bacchelli, 1973: 392–394). Lo scetticismo di cui veniva accusato su Società derivava, secondo il diretto interessato, dal suo essere uno scrittore “non progressivo” (Bacchelli, 1973: 394), aggettivo eloquente, quest’ultimo, non a caso impiegato a pochi anni dall’uscita di un classico della critica marxista come il Leopardi progressivo (1947) di Cesare Luporini, e a proposito di un articolo apparso su Società, periodico di cui lo stesso Luporini fu fondatore, vicedirettore e redattore responsabile. 29 Tuttavia, il motivo principale per cui Riccardo si era sentito “ferito ed offeso in quel vitale nodo dell’essere ch’è la coscienza” risiedeva nell’accusa di “ripetersi in schemi”, condizione che, “per un artista e com’intendo l’arte io – chiosava –, è un dichiararmi morto e stecchito” (Bacchelli, 1973: 394–395). In opposizione alla rigida ortodossia di Gallo, Bacchelli rivendicava la propria vicinanza alla “critica estetica”, alla luce della quale si era sempre mantenuto fedele a una scrittura crocianamente “poetica, ossia, propriamente, il contrario che schematica” (Bacchelli, 1973: 395). Una lealtà a Croce che, proprio nel frangente in cui questo articolo si stampava, era corroborata dalla contestuale partecipazione dell’emiliano alla corona di saluti augurali per l’ottantacinquesimo compleanno del filosofo allestita per le cure di Gino Doria sul Mattino di Napoli del 25 febbraio 1951 (poi, con il titolo Omaggio a Croce, in Bacchelli, 1973: 391–392).
Una simile dinamica si verificò anche in relazione al successivo romanzo di Bacchelli, il satirico-apocalittico La cometa, uscito proprio in quel 1951. Il conflitto delle interpretazioni, anche in questo caso animato dalla critica marxista, vide contrapporsi Lo Spettatore Italiano e l’Unità. In ottobre Giandomenico Cosmo riportava sul periodico della Croce (IV, 1951, 10: 268–269) la traduzione di un intervento apparso il precedente 24 agosto sul Times Literary Supplement (The Mind of 1951): in esso si salutava Bacchelli come “il più grande romanziere italiano vivente”, il quale, “dopo essersi allenato a lungo e con successo nel romanzo storico”, spostava ora lo sguardo sulla vita moderna, descrivendo “con precisione gli eventi e i sentimenti di coloro che vivono in una piccola città sotto la minaccia di un cataclisma mondiale”; accadimenti che, grazie all’“ironia di uno stilista che sa il fatto suo”, nonché a personaggi “concepiti meravigliosamente” e posti “sotto la goffa spinta del pericolo”, svelano di riflesso la complessità e le contraddizioni della società italiana novecentesca (Cosmo, 1951). Con prospettiva opposta, dalle pagine dell’Organo del Partito Comunista Italiano, in novembre Carlo Salinari (Salinari, 1951) giudicava senza mezzi termini La cometa come “intimamente repugnante”, giacché nel romanzo l’autore guarda alle “vicende della storia contemporanea […] con l’occhio meschino e ottusamente sarcastico del qualunquista”, il quale giudica i governi “tutti incapaci e corrotti” e i suoi reggenti fatui “chiacchieroni”, ed equipara Russia e Stati Uniti in nome del comune imperialismo, oppure la violenza fascista e quella partigiana, perché violenza sia l’una che l’altra, dimostrando “una profonda indifferenza verso ogni ideale morale, ammantata di luoghi comuni facili e triviali”. Per svelare “il vero volto” della letteratura di Bacchelli, Salinari ricorre così a un giudizio formulato da Gramsci nel quinto tomo dei Quaderni del carcere, impresso per la prima volta l’anno prima della Cometa (Gramsci, 1950). Com’è noto, prendendo le mosse dalla stroncatura desanctisiana dello scrittore gesuita Antonio Bresciani, Gramsci aveva coniato la categoria di “brescianesimo”, a indicare l’individualismo, il sagrestanesimo, l’aristocraticismo, il paternalismo tipici dello scrittore reazionario, e rubricando al contempo Bacchelli nell’ampia sezione delle proprie note letterarie intitolata ai “Nipotini di padre Bresciani”. 30 Salinari, riprendendo verbatim ac litteratim il testo di Gramsci, conclude il proprio articolo liquidando tutta l’opera bacchelliana come “intrisa […] di brescianesimo non solo politico e sociale, ma anche letterario” (Salinari, 1951).
Una volta di più Bacchelli scelse le pagine dello Spettatore per dare voce alla propria difesa. Nell’articolo “Nipote di Padre Bresciani” e “figlio di pope” del gennaio 1952 (20–22; poi in Bacchelli, 1973: 399–404) campeggiava anzitutto il richiamo all’onestà intellettuale: Salinari, infatti, aveva tendenziosamente evitato di mettere a sistema quella “giovanile sortita polemica di Gramsci” con “una lettera dal carcere, a proposito del Diavolo al Pontelungo” in cui lo stesso Gramsci “limita, corregge, sto per dire – puntualizza Bacchelli – che nei miei riguardi ritratta, l’ironica qualifica di “nipotino di Padre Bresciani”” (Bacchelli, 1973: 404). Il riferimento è senz’altro alla missiva a Tatiana Schucht del 30 aprile 1930 – che Bacchelli poteva leggere nella prima e allora unica edizione dell’epistolario gramsciano uscita per Einaudi nel 1947 –, nella quale il fondatore del PCI presentava il romanzo come “interessante” sia per “le notevoli qualità artistiche”, sia per “la quasi assenza di acredine settaria dell’autore”, che anzi si dimostra virtuosamente “indipendente” rispetto alle due opposte e faziose tendenze del romanzo italiano, risalenti ai due capostipiti ottocenteschi Bresciani e Guerrazzi (Gramsci, 1973: 335–336). Quanto alle accuse di qualunquismo politico, poiché nel romanzo così poco si tratta – continua Bacchelli – “d’usi e costumi e fatti e cose parlamentari”, bisogna supporre che l’imputazione di Salinari abbia un secondo fine, e che sia – insinuava l’autore – “diretta a farmi fallire un’ambizione che non ho: di essere nominato al posto di senatore a vita letterario” (Bacchelli, 1973: 400–401). Probabilmente Bacchelli coglieva nel segno, quantunque non si possa asserire che tale ambizione non gli appartenesse, e che non la andasse coltivando già da qualche anno. A renderne testimonianza è lo stesso Benedetto Croce, il quale nel 1947 aveva rifiutato la nomina di senatore a vita propostagli da Luigi Einaudi, salvo poi comunque entrare al Senato di diritto nel maggio dell’anno successivo in virtù della terza disposizione transitoria della Costituzione. Nei Taccuini di lavoro, alla data del 13 giugno 1948, si legge infatti: “È venuto Bacchelli a domandarmi se doveva seguire il mio esempio e rinunziare alla nomina di senatore a vita. Ma gli ho fatto osservare che la mia nomina era in corso e io ne ero consapevole, sicché sarebbe stato sconveniente che ricusassi dopo averla lasciata fare. Ma la sua non è stata altro che la manifestazione di una sua aspirazione e non c’è luogo a rinunzia” (Croce, 1987d: 203). Niente più di un desiderio bacchelliano, dunque, che – si apprende poco oltre – era legato a doppio filo a una seconda ambizione, quella per il premio Nobel, giacché lo scrittore temeva “che il non riuscire senatore a vita – aggiungeva Croce – gli nocerebbe in Isvezia”, fatto che Benedetto non condivideva, non scorgendo affatto alcun “rapporto tra le due aspirazioni, l’una letteraria e l’altra politica” (Croce, 1987d: 203).
L’inedita corrispondenza riprende nel 1952, con una missiva del 27 luglio in cui Bacchelli chiedeva a Raimondo Craveri la pubblicazione sullo Spettatore di un “chiarimento o rettifica, che credo non solo giusta, ma doverosa”, riguardante un altro ampio settore della produzione letteraria del bolognese, ovvero quello drammaturgico. 31 Il pezzo in questione venne accolto sul fascicolo di settembre in forma di lettera alla direzione e sotto il titolo Il teatro dell’Università di Padova. 32 Anche in questo caso si trattava di un intervento auto-apologetico, tanto che lo stesso autore esordiva ammettendo: “È destino che la mia collaborazione allo Spettatore debba essere sempre polemica”, per poi dichiararsi, poche righe oltre, a tutti gli effetti appartenente alla schiera dei “collaboratori” del periodico fondato da Elena, “se Lei permette – aggiungeva rivolgendosi con cleuasmo al direttore Craveri – che anch’io mi ci annoveri” (Bacchelli, 1952: 406). Tutto nasceva da un bilancio della stagione teatrale italiana incluso nel fascicolo dello Spettatore del giugno 1952, laddove, entro una rassegna dei “teatri minori, universitari e periferici”, si rilevava sprezzantemente: “Il Teatro dell’Università di Padova non ha smentito neanche quest’anno la sua natura filodrammatica”. L’articolo è anonimo, ma gli indizi parrebbero condurre, a nostro avviso, alla penna della contessa Desideria Pasolini dall’Onda (Pasolini, 1952b), la quale già nel marzo di quello stesso anno, sempre dalle colonne dello Spettatore, aveva iniziato a tracciare il proprio cupo affresco del teatro italiano contemporaneo (Pasolini, 1952a), in entrambi i casi insistendo soprattutto sul mediocre livello delle istituzioni di provincia come quella patavina e, per converso, indicando come unica brillante eccezione il Piccolo di Milano. 33 Bacchelli si sentì punto sul vivo, dacché – dopo la recente inaugurazione del Teatro Ruzante come nuova sede del teatro dell’Università di Padova nell’autunno 1951 – aveva preso parte attivamente a quella stagione drammaturgica con la messa in scena della tragedia Le dolenti dell’ultima notte. L’opera era la rielaborazione dell’atto unico Presso i termini del destino, originariamente apparso sulla Ronda nel 1922, e poi ampliatosi nei tre atti tragici de Il figlio di Ettore impressi nel 1958 su Sipario unitamente all’epilogo burlesco in due tempi Nóstos (Bacchelli, 1964: II, 11–157). Quest’ultima versione fu rappresentata a Como il 13 settembre 1957 presso il Teatro di Villa Olmo, mentre la messa in scena di interesse in questa sede è quella meno conosciuta, su testo ancora non definitivo e con titolo provvisorio, che ebbe luogo il 12 aprile 1952 al teatro dell’Università di Padova, con la regia di Gianfranco de Bosio e, tra gli interpreti, Grazia Cappabianca, Graziana Patrioli e Ottorino Guerrini. A difesa di questo spettacolo del Ruzzate Bacchelli interveniva dunque sullo Spettatore, infastidito dalla qualifica di “filodrammatico” impiegata dall’anonima autrice evidentemente “in senso peggiorativo”, cioè o per designare “una recitazione meramente scolastica”, alla quale però – puntualizza Bacchelli – “prima e più che il pubblico non mi sarei rassegnato io”; oppure per definire “un arte scenica sfocata e stonata, che, per debolezza d’estro vitale, e com’è proprio della debolezza, strafà”, vizio, questo, “che quei del Ruzzante non hanno, e di cui essi hanno tanto timore”. Insomma, conclude l’autore, proprio per la non florida condizione “delle cose teatrali italiane”, sarebbe quantomai auspicabile evitare l’impiego di terminologie “sommarie ed approssimative”, le quali concorrono a “guastare i giudizi” e non apportano alcun beneficio nella direzione di un innalzamento della qualità drammaturgica del Paese (Bacchelli, 1952).
Una delle fondamentali figure di collegamento fra Bacchelli e gli ambienti crociani fu l’economista Raffaele Mattioli, direttore della Banca Commerciale Italiana, umanista e illuminato mecenate di letterati. 34 Bacchelli lo aveva conosciuto ai tempi dell’uscita del Diavolo al Pontelungo (1927), e fino al 1943 aveva frequentato la sua casa milanese animata da quegli amichevoli convegni notturni di intellettuali che poi sarebbero divenuti celebri come “le notti di via Bigli” (Bacchelli, 2017). Già a partire dall’anno seguente (estate 1944), Mattioli andava progettando con il conterraneo abruzzese Benedetto Croce la creazione dell’Istituto Italiano per gli Studi Storici, poi fondato nel 1946 proprio grazie al sostanziale contributo della Comit e del suo direttore. La cerimonia di inaugurazione ebbe luogo il 16 febbraio 1947 e ad essa fu presente Bacchelli, chiamato sin da subito a collaborare con il nuovo ente culturale. 35 Forse, dunque, non si dovrà leggere come una mera coincidenza il fatto che l’annuncio della nascita dell’Istituto e dell’inizio dei suoi corsi “il giorno 16 febbraio con una prolusione di Benedetto Croce” comparisse proprio sullo stesso numero della Nuova Antologia (230–231) in cui del pari era stampato il succitato Dialogo al chiaro di luna bacchelliano. In seno all’istituzione di Palazzo Filomarino, lo scrittore fu a più riprese chiamato a tenere cicli di lezioni nel corso degli anni Cinquanta, legandosi al direttore Federico Chabod. Nel 1952, alla scomparsa di Croce, Mattioli venne eletto nuovo presidente, e non molti anni più tardi, il 14 luglio 1960, scomparve anche il direttore Chabod; a pochi giorni da tale grave perdita per l’Istituto, il 20 luglio Bacchelli pubblicava sul Corriere della Sera una sorta di duplice eulogia funebre, nella quale, sotto il titolo Con Federico Chabod ai funerali di Croce (Bacchelli, 1968: 338–343), commemorava con parole commosse i due grandi uomini di cultura. Il ricordo partiva dal giorno delle esequie di Croce, quando Bacchelli si era trovato a fianco dell’amico Chabod, come lui convenuto a Napoli per omaggiare “l’invitta mente” del grande filosofo, nonché la sua “strenua volontà, la missione, come tale da lui sentita e concetta, professata ed osservata, dell’esercizio del pensiero in ogni contingenza e ad ognuna superiore” (Bacchelli, 1968: 340). In quel delicato frangente, lo storico sentiva sulle proprie spalle il peso dell’eredità del “magistero intellettuale e morale di un Croce”, ma subito veniva rassicurato da Bacchelli, che gli prediceva “quel che fu presto e subito vero, ossia quanto egli [Chabod] riuscì in tutto ottimo e provvido direttore dell’Istituto” (Bacchelli, 1968: 341). Così, dopo aver principiato con il ricordo dell’ultimo saluto a Croce, Bacchelli chiudeva l’articolo con l’elogio delle qualità del suo allievo ed erede da poco scomparso, uno “storico rigoroso, che dalla metodologia storiografica crociana ricavava imperativamente un’esigenza di certezza scientifica, pure accogliendo, ma distinguendo, ciò che quel metodo assegna e distingue, nella storiografia, all’intuizione e all’arte” (Bacchelli, 1968: 342).
Sotto la presidenza di Mattioli la collaborazione di Bacchelli con l’Istituto per gli Studi Storici proseguì, e anzi si intensificò allorché, dal 1970, divenne membro del Consiglio Direttivo. In virtù di questo duraturo sodalizio, proprio il bolognese sarebbe stato incaricato, tre anni più tardi, di commemorare Mattioli con un discorso pronunziato dinnanzi agli studenti di Palazzo Filomarino il 4 dicembre 1973, in occasione della cerimonia di apertura dell’anno accademico (Bacchelli, 2017: 61–69). Un epinicio funebre che, a quella data ormai bassa, sanciva per entrambi, lo scrittore e il banchiere, una lunga fedeltà senza mutamento all’insegnamento crociano. Non sorprende, dunque, che il nome dell’economista-mecenate ricorra nelle lettere di Bacchelli a Elena, la quale a sua volta – come ella medesima ricordava in un obituario uscito sul Mondo – faceva parte “della famiglia degli amici di Mattioli, una famiglia nella quale – merito della sua fedeltà e costanza – tutti avevano e conservavano un posto e quasi una funzione precisa e individuale” (Croce, 1973). Né si dovrà dimenticare che era stato proprio Mattioli, nei primi anni Quaranta, ad assumere il marito di Elena, Raimondo Craveri, nell’Ufficio Studi della Comit, divenuta in quei tempi un centro di attività clandestina antifascista, tant’è che qui Craveri conobbe Ugo La Malfa, insieme al quale fu poi uno dei più attivi organizzatori del Partito d’Azione. 36 Tale fatto spiega anche il motivo per cui Bacchelli, essendosi scordato l’indirizzo romano della Croce, faceva recapitare la succitata missiva del marzo 1946 agli uffici romani della Banca Commerciale. Qualche anno più tardi, invece, nell’epistola del 30 gennaio 1953, lo scrittore comunicava di essere a un tempo gratificato e intimorito per l’affidamento della “direzione della sezione ottocentesca della collezione di Mattioli”. Quest’ultimo, infatti, dal 1938 aveva rilevato la casa editrice Ricciardi di Napoli, e negli anni Cinquanta aveva dato nuovo impulso all’impresa con l’apertura di una sede a Milano e con l’avvio del progetto della gloriosa Letteratura italiana. Storia e testi. Secondo quanto riferito dal primo catalogo editoriale del luglio 1951, inizialmente il coordinamento della porzione ottocentesca della collana, quella contraddistinta dal tassello rosso sul dorso dei volumi, la quale, con i suoi venticinque titoli programmati, diciassette dei quali effettivamente editi, sarebbe divenuta la più ampia dell’intera collezione, era stato affidato ad Attilio Momigliano e Pietro Pancrazi (Mattioli et al., 1951: 41). 37 Ambedue, tuttavia, vennero a mancare l’anno seguente, e così Mattioli, come si desume dall’inedita epistola del 30 gennaio, già nelle prime settimane del 1953 prese la decisione di nominare Bacchelli loro erede. 38 Ed è proprio sotto la guida di quest’ultimo che i lavori dovettero effettivamente entrare nel vivo; dopo l’eccezione del primo volume della sezione, che era anche programmaticamente il primo dell’intera collana, ovvero l’antologia di scritti di Benedetto Croce, che peraltro si collocava a cavallo fra due secoli, è proprio due anni più tardi che apparvero i primi due titoli propriamente ottocenteschi della Letteratura Ricciardi: i Memorialisti dell’Ottocento di Gaetano Trombatore e Carmelo Cappuccio, e, soprattutto, le Opere di Manzoni curate da Bacchelli medesimo, anche in questo caso subentrato a colui al quale era stata affidata la responsabilità del volume nei progetti iniziali, ovvero Antonio Baldini (Mattioli et al., 1951: 42). 39
In quel 1953 Bacchelli tornava a riflettere sul magistero crociano, questa volta con un pezzo su Benedetto Croce scrittore incluso in una miscellanea di Saggi sull’uomo e sull’opera uscita per le edizioni ERI, le stesse della summenzionata rivista L’approdo, in omaggio al grande intellettuale a pochi mesi dalla sua scomparsa (Bacchelli, 1962a: 79–83). Sono pagine dalle quali emerge l’ammirazione per la coerenza del pensatore, il quale, con il proprio stile di scrittura, ha realizzato in re la propria stessa concezione artistica. “Il sommo del Croce scrittore”, cioè, si avvera “nel Croce filosofo, in cui, per esigenza sillogistica fatta norma d’arte, di necessità insomma, chiarezza, economia, adeguatezza, esaurienza del dire, consistono in un tutt’uno col suo stesso ragionare e pensare e conoscere” (Bacchelli, 1962a: 81); dando così conferma della sua dottrina estetica, di quel synolon, quell’unione inscindibile fra il momento dell’intuizione, che è conoscenza pura e spirituale, e quello dell’espressione, che ne concretizza e rende comunicabile l’essenza. Ma il ricordo ammirato del padre si traduceva anche in affetto per la figlia Elena, e in occasioni di collaborazione culturale con lei. Dalla stessa lettera della “collezione Mattioli”, infatti, apprendiamo che la Croce – responsabile della redazione letteraria dello Spettatore – avrebbe voluto che apparissero sul periodico articoli bacchelliani “sui classici italiani”, desiderio che non poteva realizzarsi sia – rispondeva il bolognese – per “esigenze e scrupoli crescenti cogli anni”, sia, soprattutto, per ristrettezze economiche che costringevano lo scrittore a orientare le proprie energie e il proprio tempo verso la stesura di articoli meno impegnativi ma più remunerativi per quotidiani come La Stampa. In questi stralci epistolari, in cui Bacchelli a cuore aperto confessava all’amica Elena di non possedere “più niente, salvo l’appartamento dove abito”, è dato scorgere in nuce la condizione di indigenza che, in maniera sempre più seria, avrebbe afflitto l’autore negli ultimi anni di vita, portando dapprima al soccorso del Comune di Bologna che ne acquistò le carte e la biblioteca, e successivamente all’approvazione della cosiddetta “legge Bacchelli”, la quale, com’è noto, prevede un contributo vitalizio per cittadini benemeriti del mondo della cultura, dello spettacolo e dello sport che versino in stato di particolare necessità.
Nella stessa epistola del gennaio 1953 compaiono anche i titoli dei due più recenti volumi di Bacchelli: il romanzo storico L’incendio di Milano, ambientato nel periodo della guerra civile e dell’occupazione tedesca, e la raccolta di prose di viaggio Italia per terra e per mare, entrambi del 1952. La Croce aveva letto e apprezzato i due libri, pertanto l’autore, informato da Mattioli, la esortava a recensirli sullo Spettatore. Effettivamente le due recensioni uscirono nel 1953, ed è significativo che Elena affidasse il pezzo sull’Incendio alla sorella Lidia, mentre, per la propria sensibilità, decidesse di commentare in prima persona il secondo volume. Nel primo caso Lidia, sul fascicolo di maggio (228–230), bene coglieva il momento di transizione nel percorso narrativo bacchelliano, con in mezzo lo spartiacque del secondo conflitto mondiale: un passaggio che condusse l’autore ad armonizzare la prima vocazione per le forme più classiche e distese del romanzo di stile ottocentesco nel solco conservatore di Manzoni e Tolstoj, lontano dalle ricerche polifoniche e disgreganti del romanzo novecentesco, con una più complessa e sottile meditazione sul tempo e la storia, una più cupa vena satirica rivolta contro deliri e miti della modernità, nonché una sofferta riflessione sulla guerra e le sue conseguenze. In questa prospettiva si deve leggere “quel contrasto, quell’urto della concezione storica e classica di Bacchelli con le esperienze tutte disumane e tendenti alla perversione e alla distruzione della vita e del mondo di oggi” di cui scriveva Lidia, e che nell’Incendio di Milano si traduce nella “forma severa e nuda della cronaca” e in una marcata “profondità del dibattito morale e politico” (Croce L, 1953: 229); non senza una conseguente sperimentazione stilistica, frutto di un’ibridazione fra il genere romanzesco e quello drammaturgico che, per dare voce a nuove istanze, induce l’autore anche “a creare quasi una forma nuova” tramite l’alternanza fra capitoli narrativi ad altri completamente strutturati in forma dialogica (Croce L, 1953: 230).
La recensione di Elena, invece, era già a stampa sul primo fascicolo del 1953 (27–29), pertanto è da supporre che l’invito epistolare bacchelliano del 30 gennaio fosse già stato accolto dalla corrispondente prima ancora della ricezione della missiva. Anzitutto la Croce riconosceva agli ambienti della Ronda il merito di aver ridato vita al nobile e antico genere della prosa di viaggio, creando “una nuova, ben più raffinata e colta scuola” allorquando “ancora trionfavano le scenografie di gusto dannunziano” (Croce E, 1953: 28). Lontano da quei “manierismi”, Bacchelli esprimeva nella sua raccolta un sincero e affettuoso legame con il paesaggio italiano, e lo faceva intercettando l’esatto momento in cui Elena, “all’inizio degli anni Cinquanta” – come ella stessa avrebbe ricordato nel 1979 – iniziava a porsi “il problema di quelli che si sarebbero poi definiti come i beni culturali e ambientali” (Croce, 2016: 38). Nell’amore incondizionato di Bacchelli per la propria Nazione la Croce intravedeva la stessa idea di paesaggio – unione inscindibile di risorse naturali, caratteri storici e retaggio culturale – alla base di quell’“ambientalismo umanistico” che avrebbe animato l’impegno in Italia Nostra e, più in generale, la sua Lunga guerra per l’ambiente, come recita l’emblematico titolo di un suo celebre volume. “L’Italia – appuntava nella recensione –, a chi lasci parlare la sua arte e la sua storia, o quanto nel suo paesaggio v’è dell’una e dell’altra, e non le rifiuti con conformistico preziosismo”, giocoforza deve piacere in quella “maniera un po’ assolutistica” che traspare nei reportage bacchelliani (Croce E, 1953: 28).
Quanto scritto da Elena piacque oltremodo all’autore del volume, il quale prontamente forniva positivo riscontro il 19 febbraio, arrivando financo ad affermare che la recensione risuonava “in quel tono, oggi tanto raro, anzi rarissimo” che già aveva caratterizzato le “note critiche ed estetiche in cui tanto splende del genio di Nietzsche, del migliore, di quello d’Aurora e Umano troppo umano e Gaia scienza”. Erano complimenti quasi iperbolici, formulati attraverso un paragone da considerarsi tanto più lusinghiero se si pone mente all’importanza che il filosofo aveva rivestito per gli autori della Ronda, i quali si erano formati sotto la “giurisdizione estetica” del pensatore tedesco, e si erano accostati al fondamentale modello leopardiano – avrebbe ricordato Bacchelli stesso nel 1969 – “alla luce […] di certa critica luminosa di Federico Nietzsche” (Langella, 1998: 81, 113).
Dal poscritto di questa lettera si apprende che a quell’altezza gli interessi di Bacchelli erano già rivolti ad est, verso quell’Unione Sovietica che fa da sfondo al romanzo che in quel momento era sul suo scrittoio: Il figlio di Stalin (Bacchelli, 2022). Il bolognese chiedeva infatti a Elena se fosse uscito dalla penna di suo marito il pezzo anonimo Interpretazione laica di un testo sacro, pubblicato sul primo numero dello Spettatore nel 1953 (12–16), dedicato alla recente raccolta di scritti di Stalin Problemi economici del socialismo nell’URSS edita in italiano da Rinascita. Bacchelli nell’epistola sosteneva che il pezzo fosse “pensato e detto con gran forza e chiarezza”, nonché “verissimo”, poiché evidentemente apprezzava la posizione “laica” dell’articolo, equidistante dalle due semplicistiche letture di parte capitalista e comunista. Se gli appartenenti alla prima schiera – si legge infatti sullo Spettatore – avevano subito giudicato lo scritto di Stalin “come un’opera di mera propaganda e di abile mascheratura degli effettivi disegni comunisti”, gli altri, al contrario, lo avevano accolto “in quella maniera statica, anzi passiva, con cui si accolgono le sentenze passate in giudicato: ossia come qualcosa che non può essere né modificato né sviluppato, ma soltanto accettato e meccanicamente applicato” (Craveri, 1953: 12); entrambi, comunque, non avevano afferrato l’intima tensione di quell’opera, nella quale Stalin per un verso osserva che “il sistema capitalistico […], lasciato autonomamente alle sue leggi di sviluppo, non può non andare verso la guerra”, ma al contempo “dimostra implicitamente che i due sistemi non sono capaci di andare oltre la semplice coesistenza”, e quindi “non sa indicare le vie per distruggere quel sistema capitalistico che rende inevitabile la guerra stessa” (Craveri, 1953: 14). Questo articolo – nel quale peraltro si citava la raccolta bacchelliana Politica di un impolitico – apparve in gennaio; il successivo 5 marzo 1953 giunse la morte di Stalin, e l’evento epocale venne prontamente commentato sul terzo fascicolo dello Spettatore (110–111) proprio da Bacchelli, in quei mesi intento a documentarsi sul mondo sovietico per la stesura del proprio romanzo sul figlio del Segretario generale. “La notizia mi colse – confessa infatti – con la penna sulla carta, mentre consideravo, suggeritomi dal recente libro del Fischer Vita e morte di Stalin 40 , un aspetto della grandezza di quell’uomo”; grandezza di un “uomo terribile”, s’intende, ma – continua l’“impolitico” Bacchelli – pur sempre “titanico” nella capacità di imprimere la propria orma sulla storia “con spietata fermezza”, “lucidità terribile”, ma anche con la “forza ed astuzia di un gran politico” che, machiavellicamente, sa “adoperare ai propri fini […] non solo gli errori, gli eccessi, le passioni, le illusioni dell’una e dell’altra parte in lotta nel gran conflitto mondiale, ma le speranze e le necessità, le forze e le idee, le passioni e gli interessi, la politica” (Bacchelli, 1959: 505–508).
A stretto giro, prima dello scadere dell’anno, usciva per Rizzoli Il figlio di Stalin, e la fedelissima Croce non mancava di farlo recensire sullo Spettatore Italiano (VII, 1954, 2: 84–87). In questo caso affidò il compito a un giovane Franco Rinaldini, introdotto alle attività della rivista nei primi anni Cinquanta, insieme ad altri importanti esponenti dell’ex Partito della Sinistra Cristiana come Franco Rodano e Gabriele De Rosa, tramite Raffaele Mattioli. 41 Riprendendo le riflessioni di Elena sul Guardian, anche Rinaldini elogiava l’indipendenza bacchelliana, il suo essere “renitente e appartato dai feudi letterari”, con scrittura “aliena dal trascorrere delle mode”, e dunque “figura personalissima, certamente la più notevole, dell’odierna letteratura italiana” (Rinaldini, 1954: 84). Un autore capace di cambiare rimanendo sempre fedele a sé stesso: il recensore, infatti, coglieva la novità del Figlio di Stalin, che per un verso si presenta come un romanzo storico, di quelli che avevano reso celebre Bacchelli e “le sue scrupolose ricerche di documenti, di testimonianze, di memorie”, ma dall’altro, a ben guardare, la storia in questo caso fa più che altro da sfondo a un nucleo narrativo più spiccatamente psicologico-morale (Rinaldini, 1954: 84). Infatti, “pressoché inesistenti erano le fonti di informazione, scarse le notizie trapelate dalle censure e reperibili nelle cronache di quegli anni”: di Jacob Giugashvili, figlio di Joseph, “si sa soltanto, oltre a qualche scarno dato anagrafico, che cadde prigioniero dei tedeschi nell’estate del ’44 e che non sopravvisse alla prigionia” (Rinaldini, 1954: 84). Su questi pochi dati Bacchelli costruisce una vicenda esemplare, e conduce, attraverso le sorti del protagonista, una riflessione – continua Rinaldini – intorno a “un tema tra i più cocenti e diffusi nella coscienza contemporanea: quello dell’antitesi tra vita pubblica e coscienza individuale, tra la necessità prepotente dei rapporti politici e la libertà dello spirito” (Rinaldini, 1954: 84). Il dramma di Jacob è quello di avere per padre Stalin e di non riuscire con le sue sole forze e le sue modeste possibilità ad assumere un ruolo diverso da quello di “figlio del tiranno”; “con fissità dolorosa, con umile e disperata fermezza, difende la propria libertà, la propria indipendenza spirituale” (Rinaldini, 1954: 84), divenendo un emblema di quella libertà intellettuale che, come s’è visto, costituiva per Bacchelli il principale e importantissimo insegnamento ricevuto in eredità da Benedetto Croce.
Tornando all’Italia per terra e per mare, forse proprio in virtù di quelle prose tanto apprezzate dalla Croce, quando un paio d’anni più tardi, nel 1955, si trattò di passare dall’elogio letterario del paesaggio italiano all’associazionismo attivo per la sua difesa, Elena pensò subito di coinvolgere l’amico scrittore. Dopotutto, Bacchelli nel 1954 aveva già preso posizione nell’affaire riguardante la Via Appia Antica, una delle prime battaglie di tutela paesaggistica in Italia, che rappresentò anche un fondamentale precedente per la fondazione di Italia Nostra l’anno successivo. 42 Animatore ne fu Antonio Cederna, che conosceva la Croce almeno dal 1948, quando – ricorda egli stesso – “mi preparavo al perfezionamento in archeologia all’Università di Roma”, ed Elena, con sguardo sempre attento verso i giovani umanisti, “mi invitò a scrivere sulla rivista Lo Spettatore Italiano” (Cederna, 1999: 197). In quegli anni, sotto le giunte del sindaco Salvatore Rebecchini, avvenne la rapidissima e disordinata espansione della capitale, in cui si mescolavano le urgenze abitative del dopoguerra a una speculazione edilizia che aggrediva varie aree della città, fra le quali, appunto, la zona dell’Appia Antica. Già l’8 settembre 1953 Cederna intervenne con un lungo articolo sul Mondo, I gangsters dell’Appia, per denunciare gli effetti della speculazione sull’ambiente storico, suscitando un vivace dibattito che culminò con una lettera firmata da numerosi intellettuali e politici apparsa sempre sul Mondo il 23 febbraio 1954. In questo appello (Cederna, 1954), in cui si chiedeva la demolizione di ciò che era stato sino ad allora edificato abusivamente, la sospensione dei lavori in corso e la revoca delle concessioni per quelli futuri, figuravano appaiate le sottoscrizioni di Elena Croce e di Riccardo Bacchelli, entrambi spettatori attivi delle prime scaturigini dell’ambientalismo italiano e della lotta alla cementificazione incontrollata a discapito del patrimonio storico nazionale.
Nella distruzione del territorio dovuta alla speculazione edilizia a partire dagli anni del miracolo economico, Elena rinveniva primariamente un problema di natura culturale, nella misura in cui dietro la razzia di edifici storici, borghi, valli, campi coltivati, litorali, architetture antiche, vi era un fenomeno antropologico che riguardava l’avvento della società di massa e del consumismo selvaggio; e per questo ella riteneva che la responsabilità della tutela del paesaggio italiano dovesse ricadere “naturalmente e innanzi tutto sugli uomini di cultura umanistica” (Croce, 2016: 100). Non è casuale, quindi, che proprio tale caratteristica accomunasse coloro i quali, l’anno successivo, siglarono l’atto costitutivo di Italia Nostra (29 ottobre 1955): oltre alla Croce, l’archeologo Umberto Zanotti Bianco, il francesista Pietro Paolo Trompeo, il musicologo Luigi Magnani, i già ricordati Giorgio Bassani e Desideria Pasolini, e il genero di Marguerite Caetani Hubert Howard. Tra questi nomi, si scopre dall’inedita corrispondenza, avrebbe dovuto figurare anche quello di Riccardo Bacchelli. Cercando di guadagnare prestigiose adesioni che potessero recare lustro e dare forza alla causa, Elena lo aveva contatto nell’estate di quell’anno, mossa probabilmente dalla fiducia per la precedente comune partecipazione alla difesa dell’Appia Antica. Ma quello di Bacchelli fu – come egli stesso lo ebbe a definire in termini danteschi – un “gran rifiuto”. Nella missiva del 21 agosto 1955, pur salutando la costituzione di Italia Nostra come “un’impresa nobile e provvida, a cui auguro ogni successo”, lo scrittore comunicava di non volervi aderire per due ordini di motivi: da un lato una semplice “difficoltà triviale”, ovvero il trinceramento dietro il “rifiuto sistematico” di fronte alle “troppo numerose richieste di adesioni, associazioni, etc.”; dall’altro il più profondo e significativo timore della musealizzazione, la quale, in fondo, rappresenta già un’incursione della modernità nel territorio dell’antico: “Quando un monumento – sentenziava il mittente – si salva soltanto se ridotto a museo, o incluso in una zona archeologica, o ridotto a possesso demaniale, tanto vale che se ne vada”. Una posizione derivante dal conservatorismo culturale e dall’antimodernismo che contraddistinsero il pensiero di Bacchelli, e che egli manifestava epistolarmente appellandosi all’auctoritas del Carducci: “L’ultima conservatrice di bellezza è la miseria (e magari la malaria, come diceva Carducci a proposito delle terme di Caracalla)”.
Il riferimento all’ode barbara Dinanzi alle terme di Caracalla è denso di significato, dacché, invocando la dea Febbre affinché respingesse “gli uomini novelli” e “lor picciole cose” (vv. 33–34), Carducci intendeva – per usare parole sue – “imprecare alla speculazione edilizia che già minacciava i monumenti, accarezzata da quella trista amministrazione, la quale educò il marciume che serpeggia a questi giorni nella capitale” (Carducci, 1936: 152). Bacchelli, cioè, metteva idealmente in connessione due momenti bui della storia architettonica di Roma: la speculazione biasimata dal poeta, ovvero quella iniziata con la creazione a capitale nel 1871, che stimolò l’attività edilizia ai danni degli edifici preesistenti, non senza la responsabilità del nuovo governo italiano, e la più recente speculazione del secondo dopoguerra, per arginare la quale si andava costituendo Italia Nostra. Se la Croce, però, superando atteggiamenti di tipo contemplativo, anche attraverso uno sforzo di affrancamento dal pensiero paterno, perveniva “ad una storicizzazione del paesaggio come elemento integrante della vita collettiva, e quindi come elemento di mobilitazione della coscienza civile”, Bacchelli, d’altro canto, animato da un idealismo arcadico e pauperistico, si collocava nella schiera di quei “letterati, i descrittori del paesaggio, che poi nulla facevano per la difesa di questo patrimonio” (De Seta, 1999: 207), come ben si può constatare nella prosa Passeggiata romana inclusa proprio nella raccolta Italia per terra e per mare recensita da Elena nel 1953. In quel pezzo (Bacchelli, 1962b: 44–54), infatti, l’autore dava voce ai propri “umori conservativi ad oltranza”, i quali, se avessero avuto forza di legge, “a Roma, e del resto in ogni città d’Italia, non si sarebbe mosso sasso né pietra per lo meno dal ’70 in poi”, cioè dall’epoca delle denunzie carducciane (Bacchelli, 1962b: 46–47). È in queste pagine che vanno rintracciate le motivazioni profonde alla base del “gran rifiuto” a Italia Nostra e, in generale, della maggior fiducia accordata alla “miseria” piuttosto che all’associazionismo organizzato per la tutela del paesaggio; laddove Bacchelli, cioè, illustra la propria visione bucolica e utopistica, la quale lo portava a pensare “che in Foro ci stesser meglio i butteri e i pastori di Campo Vaccino, per non dire in Palatino i giardinieri dei Farnese, che non gli scavatori degli archeologi”, nonché a dubitare “che sia opportuno isolare i monumenti” conferendo loro “una morta e pedantesca aria da museo” (Bacchelli, 1962b: 46–47). Ma d’altra parte, era lo stesso Bacchelli, nella successiva lettera del 24 ottobre 1955, a invitare l’amica a ignorare questo suo radicale antimodernismo e a ridere insieme dei suoi “ritegni associazionistici”, spronandola al contempo acciocché la costituzione di Italia Nostra si inverasse indipendentemente dal proprio coinvolgimento.
Dopo questo episodio la corrispondenza si fece più rada, ma i due continuarono a collaborare in ambito letterario. Come si apprende da quella stessa lettera del 24 ottobre, Elena cercava l’appoggio dell’autorevole Bacchelli per fornire aiuto ai giovani studiosi del proprio nutrito vivaio. La prima era Cordelia Gundolf, la figlia del celebre scrittore e critico letterario ebreo-tedesco Friedrich, fuggita ancora bambina dalla Germania nazista e rifugiata dapprima a Parigi presso Albert Einstein, quindi a Capri e Roma. Non ancora ventenne aveva acquisito una certa notorietà nel mondo anglosassone, allorché sua madre, la pianista Agathe Mallachow, decise di raccogliere le pagine del diario scritto in Italia dall’adolescente Cordelia e di farlo pubblicare in lingua inglese nel 1935 con il titolo di Myrtles and Mice. Leaves from the Italian Diary of Cordella Gundolf. 43 Iscritta alla Sapienza, entrò in contatto con la famiglia Croce mentre attendeva alla stesura della tesi di laurea sugli intellettuali tedeschi a Napoli nel XVIII secolo: in quell’occasione contattò infatti Benedetto, il quale le diede il permesso di utilizzare la ricca biblioteca di Palazzo Filomarino per le sue ricerche. In tal modo conobbe anche Elena, la quale, confermando la propria attitudine ad essere una generosa “levatrice di intellettuali” (Cases, 1999: 85), introdusse la giovane Cordelia alla critica letteraria, arruolandola come collaboratrice dello Spettatore dal 1949. Dopo il debutto con un contributo sulle Vicende del romanzo di cattivo gusto (II, 1949, 8: 116–119), continuò negli anni seguenti a dedicarsi alla letteratura germanica sulle pagine del mensile, come testimoniano gli articoli Un classico romanzo borghese tedesco (III, 1950, 2: 36–38), Wilhelm Busch (III, 1950, 9, 221–224), Arte narrativa di Anna Seghers (VI, 1953, 6: 262–265). Mentre lavorava come traduttrice, per tutti gli anni Cinquanta fu una delle più attive recensitrici del periodico, con particolare attenzione rivolta ai volumi tedeschi, fino a che nel 1960 si trasferì in Australia per ricoprire la posizione di docente di Italiano presso l’Università di Melbourne.
Nell’autunno del 1955 Elena inviava a Bacchelli un articolo dell’amica acciocché fosse pubblicato sull’Illustrazione Italiana, periodico di cui l’emiliano era assiduo collaboratore. Bacchelli – si legge nella responsiva del 24 ottobre – prontamente passò il pezzo alla redazione, con la speranza che fosse preso “in considerazione favorevole”, e invitava al contempo la Croce a contattare senza riserve Pietro Bianchi, caporedattore del settimanale dal 1949, qualora la rivista avesse tardato “a farsi viva”. Proprio sul finire di quel 1955, tuttavia, il quadrò della situazione mutò rapidamente: mentre l’Illustrazione versava in un condizioni di difficoltà, Bianchi lasciò il posto a Gaetano Tumiati, il quale ricoprì l’incarico di redattore capo con le funzioni di direttore fino al 1962, anno in cui Livio Garzanti decise di chiudere il periodico. 44 Il momento di crisi e i cambiamenti nella redazione giocarono a sfavore della Gundolf, e in tale congiuntura va probabilmente rintracciato il motivo per cui Cordelia – nonostante l’interessamento di Elena e Bacchelli – non vide mai il proprio articolo stampato su quelle pagine. 45
Accanto al nome della tedesca, in quelle righe epistolari compare quello di Delia Frigessi, egualmente messa in contatto con Bacchelli dalla Croce. Prima ancora di entrare nella redazione di Einaudi e di diventare un’affermata studiosa, a soli due anni dalla laurea alla Statale di Milano sotto la guida di Antonio Banfi con una tesi sull’estetica di Renato Serra, Delia nel 1954 iniziò a scrivere per lo Spettatore.
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A presentarla a Elena fu lo storico antifascista Leo Valiani, già deputato alla Costituente e vicino ai Craveri nella cerchia del Partito d’Azione. Lo si evince da fonti epistolari: il 10 settembre Valiani scriveva da Milano a Elena introducendo la Frigessi come una donna “molto intelligente, colta e di fine sensibilità”, quindi informava: Abbiamo concordato la trasformazione del suo scritto su Prezzolini in una lettera al direttore […], con alcuni tagli, che abbiamo effettuato insieme. La Frigessi le spedirà direttamente lo scritto così modificato, che spero lo Spettatore possa pubblicare. Ha promesso poi la sua costante collaborazione, sia col notiziario bibliografico, sia con scritti. (Bufacchi, 2022: 103)
Fu Valiani, dunque, a patrocinare l’uscita del primo contributo di Delia sullo Spettatore Italiano, inizialmente nato come articolo, e quindi – come anticipato nella missiva – effettivamente apparso nel settembre di quell’anno sotto forma di lettera alla direzione intitolata L’italiano inutile (Frigessi, 1954). In quelle pagine si recensiva polemicamente l’omonimo libro di memorie di Giuseppe Prezzolini stampato quell’anno da Longanesi, imputando all’autore due errori di fondo: da un lato quello storiografico, per cui con tendenziosità “Mussolini appare l’interprete e il realizzatore degli ideali della Voce”, quando in realtà la rivista fiorentina, in maniera più complessa, “ha rappresentato le diverse possibilità della vita morale italiana del tempo”, giacché da essa – puntualizzava la Frigessi – “sono nati infatti fascismo e antifascismo: Papini e Soffici d’un lato, ma dall’altro Amendola, Salvemini e più tardi Gobetti” (Frigessi, 1954: 432). In seconda battuta un errore di tipo etico, derivante dal qualunquismo di un Prezzolini che ha snaturato la lezione di Benedetto Croce: la fiducia di quest’ultimo “nella logica interna e nella positività della storia si deforma, nell’animo di Prezzolini, e si tramuta in una giustificazione pregiudiziale del fatto storico, che genera il culto del successo e di conseguenza il lassismo morale” (Frigessi, 1954: 433).
Proprio a motivo dei suoi studi sui vociani, Delia veniva messa in contatto con Bacchelli nel momento in cui, segnatamente, aveva rivolto la propria attenzione verso Scipio Slataper, che di Bacchelli era stato amico, compagno nella redazione della Voce e poi suo sodale nel momento della rottura con Prezzolini e dell’abbandono della rivista fiorentina alla fine del 1912, con lettera di dimissioni stesa a quattro mani nei primi mesi del 1913. 47 L’insofferenza verso l’oziosa vanità dell’estetismo di certa parte del gruppo fiorentino e la ricerca di una sostanza etica nella personalità dell’artista portavano Bacchelli a “una significativa convergenza col moralista Slataper” (Graziosi, 1991: 74), come emerge anche nelle due recensioni al romanzo autobiografico Il mio Carso uscite su Patria e su La Voce nel 1912 (Bacchelli, 1966: 88–91, 132–140). Nell’opera dell’amico triestino Bacchelli ravvisava “frequenti accenni d’un modo personale di vita egotistica”, i quali necessitavano di una corretta messa a fuoco che portasse a interpretarli non tanto come una manifestazione dell’“uomo esteta”, quanto piuttosto come “espansione di salute e di esuberanza” e “proposito di esprimere qualcosa che trascenda la concezione estetica della vita” (Bacchelli, 1966: 132–133), ovvero un riflesso di quella spinta volontaristica all’azione e al continuo superamento di sé che, in virtù dell’influsso di Nietzsche e Maurice Blondel, in quello stesso torno d’anni avrebbe rappresentato l’assunto morale alla base dei Poemi lirici (1914) dello stesso recensore.
Il saggio di Delia, Ideologia di Scipio Slataper, apparve in due puntate sullo Spettatore in quel 1955 (Frigessi, 1955). A fare da tramite era stato, ancora una volta, Valiani, che già il 18 dicembre 1954 scriveva a Elena: “La Frigessi ha fatto qualche cosa su Slataper, che mi farà leggere prima” (Bufacchi, 2022: 111). In apertura la studiosa dimostrava di conoscere il giudizio “del Bacchelli e del Cecchi […] che, pur riconoscendo al Mio Carso un valore morale di sincerità, dello Slataper rilevarono l’egotismo, i ripetuti compiacimenti estetizzanti e l’impressionismo sensuale, che genera ambiguità” (Frigessi, 1955: 204). Non diversamente anch’ella rimarcava tale anfibologia, giacché lo Slataper – scriveva – “ha affermato una religione laica ma non l’ha purificata dai compiacimenti estetizzanti, dalle astrattezze mistiche” (Frigessi, 1955: 210). Se è vero, comunque, che il Carso non perviene “né all’accettazione del conflitto tra individualismo estetizzante e moralità, né ad una soluzione, e presenta perciò un’ambiguità etica che l’ispirazione poetica non riesce a trasfigurare nella fantasia”, ad ogni modo “rappresenta il più notevole tentativo di dare vita ad una forma d’arte che si dispieghi alle esigenze di un contenuto etico”, in virtù soprattutto di quella “vitalità che costituisce una qualità fondamentale dello Slataper” (Frigessi, 1955: 210) e che già era stata ben individuata da Bacchelli nelle recensioni del 1912.
Il nome del bolognese, frattanto, continuava a comparire sulle pagine dello Spettatore Italiano. Nel 1954 (VII, 7: 343–346) l’emiliano salutava la raccolta di saggi Il buongoverno di Luigi Einaudi, stampata quello stesso anno da Laterza, come un’opera capace, “risolutamente” e “senza attenuazioni”, di lanciare “una ferma e coerente polemica liberale e liberistica contro i miti e gli idoli tutti del mondo odierno economico e sociale” (Bacchelli, 1954: 344); mentre nel 1956 – l’ultima annata della rivista diretta dalla Croce – Piero Dallamano, al tempo critico letterario e musicale di Paese Sera, recensiva Tre giorni di passione (IX, 1: 43), il romanzo con cui Bacchelli nel 1955 tornava al genere psicologico che gli era stato particolarmente caro negli anni Trenta. 48 Ma l’inedita corrispondenza ci riporta all’anno da cui abbiamo principiato la trattazione, il 1961, che vide riunirsi Elena e Riccardo nel nome di Fausto Nicolini. La Croce, agli inizi della propria proficua collaborazione culturale con i programmi culturali di Radio Rai, aveva deciso di stendere un copione radiofonico per omaggiare la figura dell’allievo di suo padre, riunendo le testimonianze del linguista e filologo Alfredo Schiaffini, dello storico Nino Valeri, del politico e giurista Vincenzo Arangio-Ruiz e, appunto, di Riccardo Bacchelli. Quest’ultimo, apprendiamo dalle inedite fonti epistolari, spedì alla Croce il proprio pezzo il 23 settembre “secondo le dimensioni desiderate dal Lupo”. 49 Cesare Lupo era uno dei dirigenti di Radio Rai, e la sua direzione del Terzo Programma rappresentò una stagione indimenticabile, durante la quale “nessuno scrittore o studioso fu assente dai programmi radiofonici”; grazie a lui, cioè, “la Rai, che Gadda aveva definito con sarcasmo “un grande istituto di cultura”, era diventata davvero un punto di riferimento per il mondo della cultura”, pertanto – fatto nuovo – 'scrittori e studiosi di varie discipline si erano posti il problema della comunicazione radiofonica”, e fra costoro anche Elena Croce (Monteleone, 2021: 315).
Secondo il progetto, ciascun testimone avrebbe dovuto non solo scrivere, ma altresì incidere la propria parte di copione; quindi, in un secondo momento, tutte le voci sarebbero state raccordate fra loro dagli interventi della Croce. Bacchelli, in particolare, chiedeva di poter registrare il 2 ottobre 1961, dovendosi in quella data già recare presso gli studi Rai di Firenze. 50 Ebbene, il progetto andò in porto, e il Radiocorriere TV (XXXVIII, 1961, 47: 61 e 50: 57) certifica che il programma venne trasmesso in due puntate giovedì 23 novembre alle ore 18.00 e venerdì 15 dicembre alle 22.10. Il cartaceo divenuto radiofonico tornò, infine, a essere cartaceo: riuniti sotto il titolo Ritratto di Fausto Nicolini e collegati tra loro da un testo-guida di Elena, i ricordi di Schiaffini, Valeri, Arangio-Ruiz e Bacchelli, infatti, approdarono a stampa sulle pagine della rivista Nord e Sud di Francesco Compagna nell’aprile del 1962 (IX, 4: 113–124). Bacchelli aveva già avuto modo di celebrare Nicolini – complice l’uscita del suo volume L’Editio ne varietur delle opere di Benedetto Croce – nell’articolo Un lungo dialogo con la vita e gli uomini stampato sul Corriere della Sera del 13 dicembre 1960, ove l’“intimo confidente” e “compagno di lavoro del Croce” era definito “insostituibile, in quanto la competenza e solerzia grandi del bibliografo tecnico, in lui sono confortate e precedute da una conoscenza viva e vissuta, diretta e presente, amichevolmente confidenziale, dei pensieri ed affetti e delle umane e quotidiane vicende della vita e del lavoro del filosofo” (Bacchelli, 1962a: 84–88). Sollecitato da Elena, l’anno seguente Bacchelli tornava ad elogiare Nicolini, scorgendo in lui le caratteristiche “dell’erudito di specie eroica, del dotto di solerte alacrità critica, dello storiografo sapiente e vigoroso”, non freddo, tuttavia, bensì “primariamente affettivo e patrio” nella sua “napoletanità”, e i cui studi erano accortamente condotti, secondo l’imprescindibile lezione di Croce, “sceverando ciò ch’è storico da ciò ch’è moralistico e da ciò ch’è estetico” (Bacchelli, 1962c).
***
Si pubblicano di seguito le dieci lettere autografe di Riccardo Bacchelli conservate inedite presso l’Archivio Elena Croce (AEC) della Fondazione Biblioteca Benedetto Croce di Napoli. Nel quadro di una generale trascrizione conservativa, si è introdotto il corsivo per i termini in lingua straniera, per i titoli di opere (talvolta in luogo delle virgolette alte), in sostituzione della sottolineatura usata per enfatizzare un vocabolo e per i nomi dei periodici e dei quotidiani (negli autografi talora sottolineati o fra virgolette italiane, talaltra privi di qualsivoglia elemento di evidenziazione). È stata rispettata l’ortografia del mittente per quanto concerne l’uso delle maiuscole, della punteggiatura (salvo inserire il punto fermo in chiusura di periodo quando assente), degli apostrofi e degli accenti (con, però, normalizzazione nei casi di accento acuto sulla e tonica al posto del grave in termini come sè o perchè); del pari si sono conservati gli accapo dei capoversi originali. Sono stati tacitamente corretti evidenti trascorsi di penna e minimi refusi.
[Riccardo Bacchelli (Milano) a Elena Croce (Roma), 24 gennaio 1942. Un biglietto con testo manoscritto orizzontalmente fronte e retro, inchiostro nero. Nel margine superiore sinistro intestazione a stampa di colore blu con la scritta “R
Milano, 24 gennaio ’42
Grazie, Gentilissima Signora, dello studio su Gracian, che mi è sembrato acuto e pervasivo. Il mio parere non val nulla perché non conosco il Gracian, ma che il suo saggio è ben ragionato ci se n’accorge e me ne sono accorto lo stesso.
Colgo l’occasione per pregarla di salutare Suo marito. E, coi migliori saluti, mi creda
l’aff.mo
Riccardo Bacchelli
P.S. Le mando, in cambio del suo, un “estratto” mio recente.
[Riccardo Bacchelli (Milano) a Elena Croce (Roma), 12 febbraio 1946. Un foglio con testo manoscritto sul recto, inchiostro nero]
Milano, Corso di Porta Nuova, 8 53
12 febbraio ’46
Cara Donna Elena,
con quanto piacere ho ricevuto la Sua lettera! Deve sapere che il ricordo delle ore passate nella Sua bella casa ospitale a Roma, è fra i più gentili di quanti mi restano di quei due anni, ’42 e ’43, che furono d’incubo preludente ad altro e peggiore incubo. Ma ho speranza anch’io che non ostante la voragine in cui siamo piombati, tornerà, come Lei dice, una vita più umana.
Aretusa è una bella e nobile rivista, e io collaborerò volentieri. Una poesia l’avrei pronta, poi che la guerra (tant’è vero che è madre, o padre, secondo il testo originale, di tutte le cose, ed anche dunque delle stravaganze!) a me ha riaperta la vena lirica; ma poesie Aretusa non pubblica più: e fa male. Quanto all’inchiesta, come scrivo al Muscetta, ho forti dubbi teorici che l’autocritica degli artisti si estenda e possa estendersi oltre il proprio affinamento tecnico; e poi mi son fatto regola di non prender parte a inchieste e referendum. Aggiungo, per farla ridere, che Aretusa vedrà piovere molti discorsi inutili.
Ma in ogni modo Le assicuro che ho vivo desiderio di scrivere qualcosa per la rivista, e che lo farò appena avrò tempo e argomento.
Mi scusi se mando questa all’ufficio della Commerciale, ma non ricordo più il Suo indirizzo di casa.
Grazie dei saluti di Suo marito, che ricambio; e se vede o se scrive a Suo padre, mi ricordi a lui, per favore, così come a Sua madre e alle sorelle. E speriamo di rivederci presto.
Mi creda l’aff.mo
Riccardo Bacchelli
[Riccardo Bacchelli (Salsomaggiore) a Elena Croce (Roma), 23 marzo 1946. Un foglio con testo manoscritto sul recto, inchiostro nero]
Salsomaggiore, 23 marzo ’46
Cara Donna Elena,
Le scrivo di qui, dove curo dolori artritici (ahimè! 55 ), per dirle che ho finito e mandato ad Aretusa un racconto, ovvero capriccio filosofico, che spero Le piacerà. E glielo scrivo per una curiosità che La divertirà. Infatti, a determinarmi a questo lavoro non ha potuto 56 soltanto la simpatia intellettuale verso Aretusa, e il desiderio di corrispondere al cortese invito Suo ma con questo 57 il lavoro è legato. Lei avrà dimenticato che, scrivendole, mi venne fatto di citare scherzando Eraclito: che la guerra è madre di tutte le cose; anzi padre, per esser fedeli al testo. Questa distinzione fra generi grammaticali mi ha lavorato in mente, risuscitando vecchi motivi fantastici, e, se non mi lusingo, dando ad essi corpo e figura artistica.
Lo scritto dovrebb’essere 58 dunque dedicato a Lei, sei io non avessi dimesso da sempre l’usanza delle dediche.
E se non Le piacerà? Converrà ch’Ella mi usi indulgenza, considerando che ho fatto del mio meglio.
La prego di salutare, quando gli scrive, Suo padre, e di ricordarmi a Sua madre e alle sorelle.
E mi saluti, per favore, Suo marito, e mi abbia per
l’aff.mo
Riccardo Bacchelli
P.S. L’articolo sul Platen è acuto, e coglie nel segno con esattezza critica.
R.B.
[Riccardo Bacchelli (Milano) a Elena Croce (Roma), 1° maggio 1947. Un foglio con testo manoscritto sul recto, inchiostro nero]
Milano 1° maggio ’47
Cara Donna Elena,
mi permetta di presentarle la Signora Karin de Laval, scrittrice svedese, traduttrice delle considerazioni critiche sul comunismo di Suo padre, e di molti libri italiani (fra i quali il mio Pianto del figlio di Lais).
Forse, se la Signora de Laval non potrà provvedere altrimenti, Le chiederà di prestarle i miei tre volumi di novelle, che sono esauritissimi e che io non possiedo.
In tal caso, Lei mi farebbe un segnalato favore, se volesse darglieli in prestito per traduzioni.
Presto verrò a Roma e ci vedremo.
Saluti, per favore, Craveri, e mi creda
l’aff.mo
Riccardo Bacchelli
[Riccardo Bacchelli (Milano) a Raimondo Craveri (Roma), 27 luglio 1952. Un foglio con testo manoscritto sul recto, inchiostro nero]
Milano, 27 luglio ’52
Caro Craveri,
la nota sul teatro mi ha suggerito questo chiarimento o rettifica, che credo non solo giusta, ma doverosa.
Vuol pubblicarla?
Gradirei, in caso, le bozze.
Mi saluti tanto Sua moglie.
È un secolo che non vengo a Roma, causa il solito lavoro.
Mi creda
l’aff.mo Riccardo Bacchelli
P.S. Una cartolina di Silvia 59 mi dice che andrà a Pollone 60 . Anche sua moglie? Se mi avvertissero, una scappata di due ore la farei volentieri, specie se le trovassi ambedue.
[Riccardo Bacchelli (Milano) a Elena Croce (Roma), 30 gennaio 1953. Un foglio con testo manoscritto sul recto, inchiostro nero]
Milano; Borgonuovo, 20
30 genn. ’53
Cara Elena,
ho molto piacere che Italia e Incendio le siano piaciuti. Mi ha detto Mattioli che Lei è trattenuta da recensirli o da farli recensire nello Spettatore, da una sorta di peritanza quasi starei per dire reverenziale. Se la dimetterà, mi farà gran piacere e mi procurerà una recensione che già so, se redatta da lei, intelligentissima.
Quanto a saggi sui classici italiani, giustissime le sue riflessioni, e, purtroppo, giustificatissimo lo sconforto. Ma io poco potrò fare, ben poco. Prima di tutto, esigenze e scrupoli crescenti cogli anni, e che mi consentono, di regola, soltanto di tener qualche lettura di classici con commento orale, sperimentale, problematico, avventuroso (alias imprudente). Poi, il tempo, e le disponibilità economiche. Lei mi è amica, e perciò potrò dirle che io ormai non posseggo più niente, salvo l’appartamento dove abito. Questo le dice quanto basta. I libri non mi rendono abbastanza (può darsi che, senz’essere un prodigo, non sia neanche parsimonioso); al teatro sono in procinto di rinunciare o rimandare sine die, perché non m’intendo con nessuno dei teatranti odierni; devo fare articoli redditizi, ossia per La Stampa. Insomma, non posso far saggi sui classici, che mi porterebbero via tempo e forze molte. Ecco la nuda verità, almeno qual è ora.
Sa che prendo la direzione della sezione ottocentesca della collezione di Mattioli? La cosa mi piace e mi preoccupa insieme.
Saluti Craveri e mi creda l’aff.mo
Riccardo Bacchelli
[Riccardo Bacchelli (Milano) a Elena Croce (Roma), 19 febbraio 1953. Un foglio con testo manoscritto sul recto, inchiostro blu]
Milano, 19 febbraio ’53
Cara Donna Elena,
immagino, anzi inferisco da ciò che m’è noto della sua peritanza a recensire Italia, che la Sua gentilezza d’animo ora desideri di sapere se a me la recensione è piaciuta: a un amico, non a un autore.
Moltissimo mi è piaciuta, anche per la forma agile, “tagliata” benissimo, e perspicua, così com’è penetrante il giudizio, signorilmente elegante e discreto il sottinteso, polemico a difesa del mio “conservatorismo”, squisita la nota della sensibilità, vorrei dire della sensazione, estetica. Eppoi ho apprezzato e ammirato il tatto nella lode, ancor più raro e difficile che nel biasimo e nelle riserve.
M’avveggo che queste righe arieggiano il fare di quelle note critiche ed estetiche in cui tanto splende del genio di Nietzsche, del migliore, di quello d’Aurora e Umano troppo umano e Gaia scienza. Ciò dipende dal fatto che la Sua recensione risuona in quel tono, oggi tanto raro, anzi rarissimo e, almeno per ora, perduto. Per tanto, mentre pur molto apprezzo le sue considerazioni sul costume e sulle ideologie odierne, La prego di occuparsi più spesso di letteratura e di poesia, e in particolare di quella
dell’aff.mo
Riccardo Bacchelli
P.S. È di Craveri l’articolo su Stalin? Desidero di sì, perché è pensato e detto con gran forza e chiarezza, e “verissimo”.
[Riccardo Bacchelli (Milano) a Elena Croce (Roma), 21 agosto 1955. Un foglio con testo manoscritto sul recto, inchiostro nero. I poscritti sono vergati di traverso nei due margini laterali e nel margine superiore destro, e sono fra loro collegati graficamente tramite asterismi]
Milano, 21 agosto ’55
Cara Donna Elena,
verrei volentieri ma, al solito, ho da fare, e anche da muovermi ma in altre direzioni. Perciò grazie, e mi scusi.
Quanto all’appello e progetto per la difesa dell’Italia storica e artistica, mi scusi anche per questo. È un’impresa nobile e provvida, a cui auguro ogni successo, e nella quale vorrei sperare con più fiducia di quanta non sappia sentirne. Ma c’è una difficoltà triviale, reale per altro. Di fronte a troppo numerose richieste di adesioni, associazioni, etc., mi sono trincerato dietro il rifiuto sistematico.
Non se ne rattristi! Il nome, come tale, non conta nulla. Se il lavoro frutterà, sarà molto più efficace un concorso argomentato e ragionato su qualche questione.
Eppoi, io ho un dubbio fondamentale, in proposito. Quando un monumento si salva soltanto se ridotto a museo, o incluso in una zona archeologica, o ridotto a possesso demaniale, 61 tanto vale che se ne vada. Lo dissi anche al Cederna a proposito dello scempio della Via Appia. Si potrà arrivare a includerla 62 in un corridoio, ampio quanto si voglia, di costruzioni moderne. Insomma, l’ultima conservatrice di bellezza è la miseria (e magari la malaria, come diceva Carducci a proposito delle terme di Caracalla). A proposito delle quali, chi non preferirebbe la malaria alle stagioni d’opera estive?
Scusi anche gli scherzi, e saluti, per favore, Craveri.
Riccardo Bacchelli
Rientro iniziale Mando ugualmente la lettera, dopo la telefonata di ieri sera. La questione dell’adesione rimane aperta! A parte gli scherzi, sta di fatto che, se l’azione da intraprendere dovrà dare troppa importanza a formalità come la mia adesione, comincia infirmata, perché son cose che richiedono un certo spirito donchisciottesco! Il quale della mia riverita firma deve infischiarsi (e anche dei miei dubbi).
R.B.
[Riccardo Bacchelli (Milano) a Elena Croce (Roma), 24 ottobre 1955. Un foglio con testo manoscritto sul recto, inchiostro nero. I poscritti sono vergati di traverso nei due margini laterali e nel margine superiore destro, e sono fra loro collegati graficamente tramite asterismi]
24 ottobre ’55
Cara Donna Elena,
ho già passato e raccomandato l’articolo della signora Gundolf all’Illustrazione Italiana. Spero che lo prendano in considerazione favorevole. In ogni modo ho anche detto che rispondano a Lei direttamente.
Non ho ancora ricevuto telefonate dalla Frigessi (si chiama così? Lei ha una calligrafia ancor meno decifrabile che quella di suo padre!).
Quanto all’associazione e al mio “gran rifiuto”, non si dispiaccia: ridiamo invece, insieme, dei miei ritegni associazionistici!
Coi più cordiali saluti,
Riccardo Bacchelli
P.S. Se l’Illustrazione tardasse a farsi viva, solleciti il dott. Bianchi, redattore capo.
[Riccardo Bacchelli (Milano) a Elena Croce (Roma), 23 settembre 1961. Un foglio con testo manoscritto sul recto, inchiostro nero. I poscritti sono vergati di traverso nei due margini laterali e nel margine superiore destro, e sono fra loro collegati graficamente tramite asterismi]
23 sett. ’61
Cara Donna Elena,
ecco il pezzetto nicoliniano secondo le dimensioni desiderate dal Lupo.
Mi pare che senza appesantire, e affettuosamente, dica un significato fra quelli che ci fan caro, e utile alla coltura nazionale, Nicolini. Spero che tale sembri a Lei e a lui.
Coi più cordiali saluti a Lei, a sua madre e alle sue sorelle, sono
l’aff.mo Bacchelli
Per l’eventuale incisione del pezzo, come Le dissi, sono a Firenze presso la Rai il 2 ottobre. Lupo potrebbe disporre che la mia incisione avvenga lì e quel giorno. Lo porterò a Firenze con una copia del testo. Se invece fanno incidere da uno dei loro, a me fa lo stesso.
Footnotes
Funding
The authors received no financial support for the research, authorship, and/or publication of this article.
Declaration of conflicting interests
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