Abstract
This paper explores the relationship between ‘Nievian’ literary parks and journalistic writing between the 1990s and the early 2000s (from the project's birth to the first consequences of the European investment).
An analysis of articles published in major Italian newspapers highlights three key themes that best express how these parks were viewed: the perennial confusion between literary parks and cultural parks, the danger of a consumerist drift, the recognition of all the limitations of the parks established in southern Italy.
Premessa
Il titolo della giornata di studi all’Università Cattolica da cui nasce quest’intervento, 1 ossia Letteratura e paesaggio, impone con la semplicità del suo binomio di dichiarare fin da subito il punto di vista dal quale si guarda al caleidoscopico e scivolosissimo mondo delle definizioni intorno al paesaggio, appunto, in special modo nella sua intersezione con la letteratura. Il nostro punto di vista, l’angolazione dalla quale affrontiamo l’argomento insidioso è, come già anticipato dall’intestazione del contributo, quella dei parchi letterari ideati da Stanislao Nievo: la concezione ‘nieviana’ del rapporto tra luoghi e scrittura sarà fondamentale in quest’articolo.
Ma cosa sono effettivamente questi parchi letterari? Lasciamocelo dire in prima istanza da una fonte ufficiale, ovvero un pieghevole promozionale della Fondazione Ippolito e Stanislao Nievo: I Parchi Letterari possono essere uno spazio fisico o mentale dove l’autore ha vissuto o assorbito l’atmosfera che lo ha portato a scrivere le sue opere. I Parchi Letterari si differenziano da quelli propriamente logistici o naturali per il fatto che, pur individuabili in un luogo geografico, non hanno precise delimitazioni di confine. Il Parco può comprendere uno o più luoghi, ruderi, case, interi centri storici, sentieri, vecchie strade dentro o fuori degli agglomerati abitativi. In tale spazio vanno salvaguardate le esperienze visive ed emozionali dell’autore, con attività che stimolino curiosità e fantasia. Si deve poter effettuare ogni tipo di intervento atto a ripristinare il ricordo dell’Autore o della sua ispirazione tenendo conto dell’ambiente, della storia, delle abitudini e delle tradizioni di chi vive sul luogo. Secondo questa impostazione, assume un importante significato lo sforzo di valorizzare le economie locali inserendole nel mercato. Spesso, data la conformazione dei Parchi, fanno parte del luogo piccole aggregazioni di persone e l’attivazione di mini-imprenditorialità può portare notevoli vantaggi alla forza lavoro, soprattutto ai giovani che riescono a trovare una collocazione motivata dall’andamento dei tempi. È da tenere presente che la struttura de I Parchi Letterari, deve essere, almeno nella fase di avvio, poco costosa. Pochi addetti da impiegare per un controllo delle aree e per la gestione delle nove forme di manifestazioni che si potranno svolgere con l’impegno di collaboratori esterni.
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Da questa dettagliata descrizione possiamo evincere subito il significato più autentico di parco letterario. La prima metà è dedicata all’aspetto squisitamente culturale e astratto del sito: si parla infatti di «autore», «opere», «esperienze visive ed emozionali», «fantasia», «ispirazione»; la seconda metà dà invece voce al principale elemento di distacco del parco nieviano rispetto a idee analoghe: «tradizioni», «economie locali», «mercato», «piccole aggregazioni di persone» sono espressioni che rimandano a una dimensione del concreto, ed è proprio questa concretezza fatta di territori e di usanze da preservare, oltre che di un’economia locale da voler accrescere, a essere la cifra caratteristica dell’idea di parco di Nievo. La valorizzazione di un luogo fisico legato a uno scrittore (per ragioni biografiche o poiché sede d’ambientazione di un’opera) ha come punto d’avvio un pretesto letterario, ma si realizza soprattutto a beneficio della comunità locale sia in termini d’indotto che di conservazione del patrimonio immateriale.
Per Nievo il parco letterario, mancante di qualsivoglia confine fisico in grado di identificarne il perimetro, doveva essere lontano da una concezione museificata dell’esperienza culturale, e bensì organismo costituito da una pluralità di apparati dialoganti tra loro (accanto alla casa dell’autore o allo scorcio citato nel passaggio di un romanzo, per esempio, erano la cucina e l’artigianato tipici a essere parte integrante della fruizione turistica). In un’intervista rilasciata a Francesca Coppitelli nel 2002, la firma del Prato in fondo al mare pone in evidenza proprio l’elemento gastronomico e della produzione manuale (in un contesto, peraltro, in cui si parla di parco letterario anche come viaggio sensoriale): Nei Parchi Letterari il gusto rimanda alla cucina; il tatto all’artigianato per la creazione di oggetti che si legano all’autore. Lo stesso simbolo dei Parchi letterari è costruito con materiali diversi e può esser posto in ognuna delle nostre case o per segnalazione o per ricordo o per utilità. Il contatto non va mai perso.
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Dalla stessa intervista anche una considerazione più ‘prosaica’, tipica di una visione d’insieme che ricerca nella dimensione materiale le sue finalità principali: «Per gestire un parco ci vuole un budget di cinquanta milioni annui, due giovani del posto o un neo pensionato. Se sono interessati e sono del posto possono occuparsene». 4
Ma si legga anche questa definizione di Peris Persi in cui la pluralità di temi che interessano il parco letterario viene presentata tramite asindeti: Nasce così l’idea del parco letterario (in seguito p.l.) per iniziativa di Stanislao Nievo, smarrito di fronte alla distruzione dell’avito castello di Colloredo di Montalbano a seguito del terremoto che ha devastato il Friuli nel 1976. Di lì il proposito di salvaguardia di luoghi, cose, suggestioni attraverso un'iniziativa in cui si intrecciano ambiente, cultura, tradizioni, attività umane e riscatto sociale di aree altrimenti svantaggiate. Un cammino a ritroso nel tempo ma che si radica profondamente nel presente e si proietta nel futuro incardinando e ristrutturando gli spazi, gli uomini, l’occupazione, il turismo, l’economia, le culture e il tempo libero: così nel progetto della Fondazione Ippolito Nievo, che detta i canoni di tali realizzazioni. (Persi, 2003: 5)
Questa breve introduzione al parco letterario ci è utile per addentrarci attrezzati nell’indagine vera e propria, che ha previsto lo spoglio di numerosi numeri di quotidiani usciti in Italia tra gli anni Novanta e l’inizio del nuovo millennio (precipuamente dal 1990 al 2003) al fine di trarre delle conclusioni sull’opinione della carta stampata riguardo a questo nascente (poi accresciuto e infine decresciuto) fenomeno di sviluppo e difesa dei territori italiani partendo dalla letteratura.
In generale i giornalisti rilevano di rado la vera funzione del parco letterario, non si mostrano sensibili nel valutare le differenze con altre realtà somiglianti e dell’esperimento di Nievo fanno emergere perlopiù talune criticità. Mettendo a sistema le definizioni di parco letterario precedentemente esposte con delle descrizioni dello stesso da parte della stampa, si crea infatti un vistoso disallineamento, uno iato difficilmente colmabile, potenziato in certi casi da un’evidente confusione terminologica.
Di seguito quindi tre macro-questioni che vengono fuori dall’inquadramento giornalistico dei parchi letterari, quei «segni visibili del passaggio di umanità straordinarie» (Dai Pra, 2003: 10).
La confusione terminologica: Parco culturale o letterario?
Negli anni Novanta esistevano parallelamente parchi letterari e parchi culturali; a un profano della materia queste due realtà potevano apparire perfettamente identiche, sovrapponibili, dunque con i due aggettivi delle denominazioni pacificamente interscambiabili. Nei fatti però si parla di due istituzioni molto diverse: il parco letterario, come abbiamo già avuto modo di dire, concilia l’interesse per la letteratura con quello per la tutela e la promozione di un territorio, mentre il parco culturale ha soprattutto come fine ultimo l’aumento dell’afflusso turistico e quindi del guadagno in termini economici.
Nel prezioso numero della rivista Geotema interamente dedicata a Parchi letterari e professionalità geografica: il territorio tra trasfigurazione e trasposizione utilitaristica vi è un articolo di Lorenzo Bagnoli che si pone come obiettivo l’enunciazione delle differenze tra le due strutture coeve di fruizione turistica nella dimensione ligure. Un passaggio importante per l’evidenziazione dello scarto tra le diverse istituzioni recita: Prenderemo qui in considerazione i «parchi culturali» che la Regione Liguria ha istituito negli ultimi anni e vedremo come essi, pur simili nella denominazione ai «parchi letterari» in verità sono strumenti territoriali intrinsecamente ben diversi. Infatti, se da una parte i parchi culturali liguri condividono con i parchi letterari le finalità di sviluppo economico regionale, dall’altra sembrano trascurare quasi completamente la finalità di tutela paesaggistica correttamente intesa che invece è strettamente legata all’istituzione dei parchi letterari. Si tratta quindi di due concetti chiari e distinti anche se la mutata denominazione da «parco letterario» a «parco culturale», comunque necessaria in quanto il primo marchio è coperto da brevetto europeo, non sembra sottolinearne sufficientemente le diversità. La prima differenza che si può osservare fra i due strumenti è che mentre il parco letterario ha come oggetto un paesaggio ancora esistente ma a rischio di erosione, il parco culturale ligure può prendere in considerazione anche un paesaggio che non esiste più. Per esempio, nel Parco culturale «Riviera dei Fiori - Alpi Marittime» esiste un itinerario «Italo Calvino» anche se il paesaggio sanremese di Calvino è ormai totalmente ridotto ad un’ombra. (Bagnoli, 2003: 64)
Ecco che allora un titolo come Parchi culturali in Friuli sulle orme di Ippolito Nievo (si fa riferimento a un articolo apparso nel 1993 sul Corriere della Sera) risulta non solo scorretto, ma anche potenzialmente fuorviante rispetto all’argomento di cui si va a trattare, in maniera peraltro precisa, nel cuore del contributo a firma Viviana Kasam dedicato alla costruzione del concetto di parco letterario in Italia: L’idea è di Stanislao Nievo, scrittore, ecologista (è tra i fondatori del WWF
Il proliferare di «culturale» nei titoli e nel corpo degli articoli degli anni Novanta comporta che l’attributo fosse utilizzato spesso sia con cognizione di causa (se. tr., 1994) che in maniera totalmente arbitraria. Questo secondo caso si verifica nel momento in cui parchi letterari e parchi culturali venivano racchiusi nello stesso insieme, ossia considerati accorpabili poiché fondamentalmente rappresentativi della stessa cosa.
Per cui un triplice inciampo della Stampa (siamo nel 1998) è reso manifesto dall’unione forzata tra i nuovi progetti di parchi culturali in Liguria ed il primo parco letterario ligure presso Monterosso dedicato a Eugenio Montale: lo stridore del contatto tra il titolo La Regione ora presenta i parchi «culturali» e l’occhiello «il primo è a Monterosso, dedicato a Montale» (Boccaccio, 1998a), o quello per l’identificazione del parco delle Cinque Terre come ascendenza autorevole dei parchi culturali liguri, è forte (Boccaccio, 1998b).
Quello che emerge dalla lettura degli articoli sui parchi culturali è che nell’estate del 1998 vi era in Liguria una marcata spinta dell’amministrazione nella creazione dei suddetti parchi (il Parco della Val di Magra-Terra di Luni e il Parco Culturale Riviera dei Fiori-Alpi Marittime erano tra i principali cantieri); lo scopo, diversamente dai parchi di Nievo, era in primo luogo l’aumento dell’afflusso turistico in territorio ligure (intercettando, chiaramente, una tipologia di ospite nuova) per aumentare conseguentemente le entrate economiche a livello regionale.
Sulla carta stampata tra l’altro emerge, oltre alla diversità d’intenti, anche un diverso contenuto dello stesso «sistema parco». Il parco culturale ligure, potenzialmente dedicato a numerosi scrittori che in Liguria sono passati, infatti, può essere interpretato anche solo come un bel paesaggio allestito con panchine per godersi la vista e una cartellonistica dettagliata per prendere atto almeno in minima parte del viaggio che gli autori hanno condotto. Le esperienze sul territorio, inoltre, lungi dal raggiungere la concretezza e il grado di radicamento di quelle proprie del parco letterario, si risolvono spesso in qualcosa di più effimero e in poco tempo destinato a concludersi: un concerto, una conferenza, un reading poetico.
Anche il prossimo contributo su periodico che vogliamo portare all’attenzione, «Parchi culturali». La nuova vacanza (Boccaccio, 1998c) (l’immagine che qui accompagna il testo è una foto di Italo Calvino) è il risultato della somma di tutte le informazioni sul tipo di parco lanciato nell’estate del ‘98.
Una divisione macroscopica è poi quella tra i trentuno Parchi Letterari®
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(voluti da Stanisalo Nievo stesso o nati successivamente ma esemplati sulle caratteristiche del parco nieviano) e i parchi letterari (o paesaggistici) esterni al circuito del marchio registrato. Per esempio, infatti, a San Biagio della Cima (IM) esiste il parco dedicato allo scrittore Francesco Biamonti; nella descrizione sul sito ufficiale si legge: Il progetto si propone di definire e attrezzare un itinerario interattivo attraverso i luoghi della vita e della scrittura di Francesco Biamonti e i paesaggi dei suoi romanzi, non soltanto per creare un parco letterario – che è obiettivo interessante anche turisticamente vista la notorietà dello scrittore in Italia e all’estero – ma soprattutto per cogliere con gli occhi del maggior interprete di questo territorio i significati e i valori che si nascondono dentro il paesaggio di un borgo e delle sue campagne e possono ancora ispirare azioni locali di sviluppo rurale e sociale della comunità.
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Langhe, Monferrato e Roero ospitano invece il Parco Paesaggistico e Letterario su personaggi di questi luoghi, e il proposito dei suoi gestori è molto semplice:
Il Parco Paesaggistico e Letterario “Langhe Monferrato e Roero”, attraverso la vita e le opere di alcuni grandi autori del Basso Piemonte (Beppe Fenoglio, Cesare Pavese, Vittorio Alfieri, Augusto Monti, Giovanni Arpino, Davide Lajolo) offre ai visitatori una lettura del paesaggio e dell'identità culturale locale. 7
Il territorio è, insomma, sempre protagonista di queste ultime proposte: talvolta perché se ne vuole promuovere lo sviluppo, come negli intenti di Nievo dagli anni Novanta, e talvolta semplicemente perché la letteratura vuol farsi chiave d’interpretazione di determinati paesaggi naturali e umani.
Il timore di una deriva consumistica
Un altro aspetto che non può essere trascurato è la ricezione del parco letterario come una sorta di «Disneyland», ovvero come luogo in cui la matrice commerciale e consumistica predomina su propositi di sostenibilità ambientale e sociale (si noti che Disneyland Paris venne inaugurata il 12 aprile 1992, dunque solo pochi anni prima della polemica inerente ai parchi che andiamo a sintetizzare).
L’affiancamento del parco nieviano, nato con intenti di salvaguardia e valorizzazione di paesaggi e piccole comunità, a un lemma («Disneyland», per l’appunto) così immediatamente collegabile a un parcogiochi di vaste dimensioni, è dovuto alla grande sovvenzione europea di cui il progetto beneficiò a partire dal 1997. Quando infatti il giro di denaro attorno al parco letterario aumentò considerevolmente e, insieme a questo, le possibilità di guadagno, lecito o meno, per molti, alcuni cronisti sottolinearono il potenziale asservimento della priorità culturale a grezze logiche imprenditoriali: se la finalità è di ottenere cospicui finanziamenti, insomma, poco importa se il parco che viene costruito rappresenti o meno la realtà in maniera scientificamente ineccepibile. Un luogo finto, messo insieme artificialmente per andare incontro alla maggior fetta di popolazione possibile, è allora l’inevitabile spauracchio per chi racconta il parco letterario dal di fuori.
L’articolo apparso nel 1998 su Repubblica, Arrivano le Disneyland di artisti e scrittori (Lilli, 1998), possiede già nell’intestazione quell’anglismo usato sempre in questi casi per muovere critiche al modello nieviano nella contemporaneità. L’incipit polemico «Ci sarà stata neve sulle Alpi quando gli elefanti di Annibale le attraversarono?» (Lilli, 1998), che introduce subito nel discorso l’eventualità di ricostruzioni storiche fittizie, si risolve nell’arco di poche righe a una descrizione puntuale dei fatti (la sovvenzione, il numero dei parchi al momento, il termine per poter presentare la propria idea di parco e sperare così nei fondi necessari per mettere in moto la macchina), e nella lucida chiosa: Innanzitutto è nata l’inquietante dimensione della virtualità, la versione Duemila del «pericolo Sirene» di fronte al quale Ulisse si fece legare all’albero della nave. In secondo luogo, è cresciuta la consapevolezza che la storia e l’arte sono, come disse qualcuno, «il nostro petrolio»: e quindi può fruttare lavoro, infrastrutture, ricchezza e riscatto sociale. (Lilli, 1998)
La Sovvenzione Globale dell’Unione Europea firmata nell’autunno del 1997, aveva come scopo quello di offrire la possibilità di aprire nuovi parchi letterari (e sostenere quelli già in attività) nel centro-sud Italia, territorio più fragile della penisola e bisognoso di un sostegno allo sviluppo; a gestire la realizzazione dei nuovi enti di valorizzazione sociale, ambientale e letteraria (quindi valutare le differenti proposte e la loro fattibilità, condurre indagini sul bagaglio culturale di un luogo, seguire la vita di queste realtà anche dopo la loro nascita), erano in particolare la Fondazione Ippolito e Stanislao Nievo, il Touring Club Italiano e la Società per l’Imprenditorialità Giovanile.
Per Marco Panara il desiderio delle amministrazioni locali di ricevere importanti finanziamenti per un parco era tale da far sì che i letterati «venissero inventati» laddove ve n’era carenza (o meglio, si ergesse a grande modello il più irrisorio esempio d’intellettuale vissuto in un paese, o si aumentasse oltremodo il peso di un rapido passaggio di uno scrittore famoso): Questa dei parchi letterari è una di quelle idee che nascono dal nulla e rischiano di diventare qualcosa. Ce n’è qualcuno tra Piemonte e Toscana ma questa volta, con un pugno di miliardi della Ue e la pazza voglia di darsi da fare esplosa nel sud d’Italia, il moltiplicatore è partito. Il progetto è stato gestito dalla Imprenditoria Giovanile insieme alla Fondazione Ippolito Nievo, che ha inventato il concetto di ‘parco letterario’, la sorpresa è che di progetti ne sono arrivati 237. Chi un letterato non l’aveva se l’è inventato, Ustica per esempio, con geniale intraprendenza voleva un parco letterario dedicato a Gramsci, che a Ustica ha passato un mese… La molla sono i soldi, pochi, poche centinaia di milioni per progetto, ma soprattutto il fatto che non ci si tiene più. Ormai in ogni comune c’è un assessore che è architetto o professore o quel che sia con una capacità di sognare e una voglia di fare e l’idea che non solo si può tentare ma si può anche riuscire. (Panara, 1999)
L’explicit sentenzioso, come nel precedente caso, tutto riassume: «Prepariamoci al diluvio: letterari, musicali, storici, dai parchi saremo sommersi» (Panara, 1999).
Ma nel resoconto giornalistico di questo momento trovano spazio anche dinamiche che, in virtù della loro assurdità, suscitano il riso. È il caso del Comune di Agrigento che nei primi anni Duemila chiese al parco Pirandello una rendicontazione delle attività svolte; peccato che il Comune, insieme alla Provincia e al Municipio di Porto Empedocle, era il principale finanziatore di questo parco in contrada Caos e non aveva ancora erogato i centocinquanta milioni che erano stati deliberati. La «situazione pirandelliana» prevedeva quindi che venisse chiesto al parco di giustificare le proprie uscite da parte di un’amministrazione che non aveva ancora provveduto a stanziare fondi determinanti per l’attività (Ferlita, 2002).
L’ultimo contributo della carrellata, firmato Concita De Gregorio, è tra tutti quello probabilmente di maggior impatto dal punto di vista politico. La giornalista sta parlando della situazione di Latina («Latina già Littoria» per il neo sindaco Vincenzo Zaccheo) a quasi settant’anni dalla sua fondazione. Il panorama è certamente di precarietà per almeno due ragioni: il consistente ritorno del fascismo, le evidentissime difficoltà economiche della popolazione locale. In questo discorso vengono inseriti anche Stanislao Nievo e i suoi parchi letterari, questi ultimi presi a esempio di una bellissima risorsa da colti, ben lontana però dalle necessità più materiali della gente comune: Al Circeo trovi anche Stanislao Nievo: il nipote di Ippolito che si è inventato i parchi letterari, i luoghi della letteratura. Ci sono attori che leggono passi del diario di Sibilla Aleramo, veniva a insegnare qui nelle scuole rurali, di Vincenzo Rossetti, primo medico della palude. Bello, no? Bello, sì. E gli ospedali oggi a Latina come sono? «Eh, insomma, io per le mie analisi vado a Roma. Non ci sono le macchine, e se ci sono sono guaste», dice la signora che la sera annaffia i fiori. I ragazzi, invece, la sera vanno sul lungomare in discoteca, e nei pub, testimonia Carmen, la bionda cronista ventenne del giornale di qui. Poi? Poi basta. Non c’è nemmeno da andare a Ninfa, il più bel giardino romantico del mondo, ammesso che ai ventenni interessi: ci sono prenotazioni dal Giappone e dall’Australia per tutto il 2003, spiega il segretario della fondazione Lauro Marchetti, figlioccio dell’ultima delle Caetani, dirige il giardino e alleva gamberetti. (De Gregorio, 2002)
Ma è con l’inserzione di un determinato lemma (seppur qui usato in special modo per riferirsi a Latina e al suo retaggio storico) che possiamo chiudere a cerchio il tema dell’accostamento dei parchi letterari al consumismo più basilare:
“Ma capisci che in tutto questo tempo non hai fatto nemmeno un monumento al Fondatore? Non c’avete coraggio: recuperiamo il nome. Littoria, e basta”. Littoria che così la città diventa una Disneyland del fascismo, pensa i pellegrinaggi, l’indotto, sono anche maturi i tempi. (De Gregorio, 2002)
Il rilevamento dei limiti dei parchi del sud
Collegata al discorso precedente sui fondi europei, l’aspra critica ai nascenti parchi nel sud Italia si configura come una tra le principali linee narrative perseguite su carta stampata. I temi in merito erano principalmente due: la sovvenzione globale che non aveva ‘funzionato’ (la mala gestione del denaro aveva comportato la chiusura anticipata di molte realtà); il possibile e non auspicabile inserimento della mafia nel sistema.
Si parla di mafia in un cappello introduttivo sulla differenza tra criminalità visibile e criminalità invisibile nell’articolo del 1999 dal titolo Arte, cultura, turismo. Il boom dei progetti (Anonimo, 1999). Qui l’autore descrive la situazione del Meridione e intravede alcuni elementi di diversità nell’immediato futuro rispetto al passato, per cui ad esempio le amministrazioni avrebbero spinto sempre meno a investire nelle licenze edilizie e sempre più in progetti di altro genere (ridimensionando, probabilmente, anche il potere del racket): i novantamila miliardi di lire stanziati da Bruxelles per il sud fino al 2006 avrebbero potuto incrociare gli interessi mafiosi in misura minore rispetto a quanto accadeva con una tipologia d’investimento più canonica.
Il punto di vista sul rilancio dei luoghi attraverso l’arte e la cultura è tutto sommato positivo. Le proposte per la costruzione di parchi arrivano a centinaia, tanto da rendere complessa la gestione di tutte le domande (a parlare, qui, è Carlo Borgomeo, allora a capo della Società per l’Imprenditoria Giovanile), ma ciò fortifica semplicemente il fatto che si tratti di una «piccola, grande idea»: Ecco i parchi letterari, l’industria dell’intelletto: viaggi attraverso i racconti fiabeschi, itinerari sottomarini, muli e cavalli che guidano i turisti attraverso i segreti e tesori di pezzetti del Meridione. Un resoconto della memoria, ciascun parco legato, nel suo svolgimento imprenditoriale, alla vita e alle opere di un famoso letterato. Hanno - per esempio - amato, studiato, descritto il Vesuvio, Plinio il giovane e Leopardi, Goethe e Dickinson: e dunque è possibile fare affari, animare i commerci, elaborare strategie lungo quegli itinerari, e sollecitare investimenti, eventi, raccogliere flussi turistici intorno a questa piccola, grande idea. (Anonimo, 1999)
Una preziosa occasione per approfondire l’arco temporale della sovvenzione europea è stato l’incontro con la vedova Consuelo Artelli Nievo e con la professoressa Mariarosa Santiloni (che all’epoca aveva preminentemente il compito di seguire l’attività letteraria di Stanìs e la promozione delle sue opere, e che, a proposito del tema da noi trattato, ebbe nel periodo degli investimenti europei l’incarico di occuparsi dell’attività di ricerca a monte della parte storico-gastronomica dei ‘Viaggi sentimentali’ e della successiva resa nella pratica dei risultati di tali approfondimenti), nel mese di novembre 2024 a Roma. L’intervista che io e la mia collega Francesca Santucci abbiamo avuto modo di rivolgere loro si è rivelata infatti particolarmente fruttuosa, poiché ci ha consentito di acquisire la prospettiva di chi per i parchi, tra gli anni Novanta e gli anni Duemila, stava lavorando (fianco a fianco con il suo fondatore).
Prima ancora che potessimo formulare delle domande, la moglie di Nievo ci ha tenuto a precisare una cosa, partendo dal presupposto che avremmo dialogato con lei a proposito dei parchi letterari: Stanislao era un innovatore, un precursore dei tempi. Il modello che lui aveva pensato sarebbe stato assolutamente aderente al pensiero di oggi, ma certamente troppo avvenieristico per tre decenni fa, e per questo il giornalista, scrittore ed esploratore non era stato capito dai più.
E a proposito della sovvenzione, cos’è che non ha funzionato? Perché la maggior parte dei parchi letterari nati sulla scia di quell’entusiasmo sono stati poi precocemente chiusi? La risposta dalle due è data quasi all’unisono. L’Europa ha elargito finanziamenti da capogiro dal 1997 al 2003 per i parchi, e ciò non può che interpretarsi in termini più che positivi. Il problema è da attribuirsi probabilmente a un’errata gestione del denaro: alcune amministrazioni locali senza molta esperienza si sono infatti ritrovate in tasca un quantitativo di soldi che nel lungo periodo non sono riuscite a gestire a dovere. Nonostante ciò non fosse previsto dal Bando, tutti i parchi erano peraltro chiamati a rendicontare le spese sostenute: spesso e volentieri non molto oculate, come specificato dalle interlocutrici, ma comunque tracciate da specifica documentazione. La Fondazione Nievo esercitava il proprio attento controllo sui progetti (nella gestione della sfera amministrativa era presente anche la Società per l’Imprenditorialità Giovanile), ma con centinaia di nuove proposte era divenuto impossibile essere presenti ovunque; l’Europa aveva dato un incentivo non da poco, ma non aveva fornito gli strumenti adeguati per la formazione del personale dei luoghi.
Mariarosa Santiloni, con una sentenza riassuntiva, centra il punto della questione e l’oggetto del rammarico. La Fondazione Nievo preparava gli operatori dei nuovi parchi e dava vita ai parchi stessi, oltre a curarne la gestione dal punto di vista amministrativo. Ma il carattere estremamente innovativo del progetto che avrebbe richiesto periodi di sperimentazione più lunghi, unito ai tempi troppo brevi di rendicontazione, non ha permesso di programmare, nonostante l’estrema cura della Fondazione nel lavoro, una fase di affiancamento all’avvio dei parchi che avrebbe forse aperto le porte a un destino diverso.
Per concludere, un aforisma del protagonista di questa storia, precursore dei tempi per colei che ne è stata moglie e non solo: «La creatività propone un elemento che ancora non è emerso. Ma è nuova e perciò, se troppo turbante, l’apparato tende a soffocarla». 8
Footnotes
Funding
The authors received no financial support for the research, authorship, and/or publication of this article.
Declaration of conflicting interests
The authors declared no potential conflicts of interest with respect to the research, authorship, and/or publication of this article.
