Abstract
Allo sguardo del lettore contemporaneo, Il Milione sorprende per la modernità con cui il suo autore si rapporta e descrive la straordinaria varietà di genti, usi e costumi che incontra durante il suo viaggio, con un’apertura e una mancanza di pregiudizi sorprendenti per un uomo del suo tempo. Marco Polo tende a sottolineare la novità e la bellezza di ciò che il suo occhio vede, rivelandosi capace di andare ben oltre le rappresentazioni correnti dell’Altro: il tartaro, il saraceno, l’infedele vengono per la prima volta visti e analizzati attraverso una lente obiettiva, che lascia presagire un’etica nuova, quella mercantesca, e anticipa di secoli alcune caratteristiche inclusive dell’esotismo moderno. Mostrandosi pronto a cogliere aspetti della magnificenza e della spiritualità dell’Altro che nessun occidentale aveva conosciuto né tanto meno lodato, Marco si mostra capace di andare oltre secoli di paura e di rifiuto, che avevano caratterizzato l’Altro come un monstrum, una differenza da temere o, in base alla stessa ottica, cercare di convertire. Uno sguardo sorprendentemente moderno, che non cessa di affascinare il lettore.
Allah ha fatto della terra un tappeto per voi, affinché possiate viaggiare su spaziose vie. (Corano, LXXI: 19–20)
Sin dalle sue origini la letteratura italiana si configura come momento privilegiato di incontro con l’Altro; né avrebbe potuto essere altrimenti, vista la storia e, ancor prima, la geografia della terra che le diede origine. Con quel suo starsene adagiata nelle acque del Mediterraneo come un lungo pontile, la penisola che arriverà faticosamente, un giorno, a chiamarsi Italia fu innanzitutto un immenso porto per ogni popolo di navigatori, dai fenici ai cartaginesi fino ai greci, che trovarono nel nostro meridione una nuova, più vasta patria. Secoli dopo, durante la straordinaria espansione dell’Impero, Roma divenne la prima metropoli di cui si abbia notizia in Occidente, abitata da uomini provenienti da tutto il mondo allora conosciuto, mentre fioriva quella che potremmo definire la prima forma di letteratura coloniale, con poeti, retori, storici e filosofi provenienti da ogni dove, che si trovarono accomunati dall’utilizzo della lingua latina. Dopo il rovinoso crollo di Roma, la penisola che era stata il centro del mondo conobbe l’altra faccia della storia, e fu per secoli calpestata da ogni sorta di predoni e invasori, diventando vittima della frammentazione che la contraddistinse sino all’età moderna. Proprio allora, in concomitanza con lo sviluppo della letteratura in volgare, si sviluppò l’idea di una nazione, che coincideva con i confini geografici della penisola, e i nostri primi uomini di lettere si sentirono accomunati dalla lenta costruzione di un’identità attraverso la lingua. Questa volta la lingua era il tentativo dei vinti di riappropriarsi di un’identità; identità che, in un’altra forma, veniva cercata da un numero sempre crescente di viaggiatori, mercanti e missionari. Uomini spesso cresciuti con lo sguardo rivolto alle acque del Mediterraneo, e che al viaggio affidavano il loro destino. Saranno proprio questi viaggiatori che amplieranno agli occhi degli europei, attraverso il racconto della propria esperienza, i confini e le forme del mondo allora conosciuto.
È questo un dato che ai fini di questo breve excursus nel Milione risulta particolarmente significativo, se si vuol comprendere la precoce modernità dello sguardo sull’Altro proprio di Marco Polo, che, a oltre sette secoli di distanza, continua a stupire il lettore.
Durante il secolo XIII e l’inizio del XIV, in questo clima di continuo contatto con l’alterità, si consumarono, infatti, tre vicende fondanti della neonata letteratura in volgare che, nel corso dei secoli a venire, giocheranno un ruolo di primaria importanza nella formazione di un patrimonio culturale comune all’intero Occidente: il viaggio interiore di San Francesco d’Assisi, che è specchio dei suoi inesausti pellegrinaggi; il viaggio allegorico, scritto in condizione di esilio e, dunque, durante costanti peregrinazioni, di Dante Alighieri; e il viaggio alla ricerca di nuove rotte commerciali che porterà il veneziano Marco Polo a vivere, e raccontare, uno dei più straordinari incontri con un’altra cultura che la letteratura universale ricordi. 1
Viaggiare e scrivere sono, del resto, attività profondamente connesse tra loro. Potremmo affermare che il viaggio è all’origine stessa della condizione dello scrittore e che la distanza, temporale e spaziale, che lo scrittore deve necessariamente prendere dalla propria materia per poterla raccontare è alla base dell’atto di scrivere. Dice bene Pino Fasano (1999: 8), quando sostiene che “Il viaggiatore e lo scrittore, in certo modo, nascono insieme”, ricordando con Gianfranco Folena (1985) che la scrittura è “nata originariamente per rendere possibile la comunicazione a distanza nello spazio e/o nel tempo.”
E cos’altro è lo scrivere se non compiere un viaggio a ritroso che annulli, eludendola, questa distanza iniziale? Con questa domanda, entriamo nel vivo del nostro discorso, mirante a sottolineare la profonda modernità di un testo emblematico di tale processo creativo, il Milione, che, oltre a rivelarsi il più celebre “diario di viaggio” di ogni tempo, conobbe una stesura la cui storia è, di per sé, degna di un romanzo.
Nelle carceri della repubblica di Genova un mercante veneziano, fatto prigioniero in battaglia, dovette un giorno iniziare a raccontare, per alleviare la noia e la solitudine di quelle “ore monotone e smorte” (Manganelli, 1980: 7), la straordinaria storia dei vent’anni da lui trascorsi nel lontano Oriente. Tra i compagni di cella che l’ascoltavano c’era un letterato pisano, prigioniero di lungo corso, che nella sua gioventù aveva conosciuto le corti della Provenza e aveva composto romanzi d’ambientazione cortese e cavalleresca. Il fortuito e fortunato incontro farà sì che, nello spazio chiuso del carcere, il mercante inizierà a ripercorrere e narrare per questo suo ascoltatore “ideale” una storia, o meglio una congerie di storie, di tale vastità e portata da indurre il romanziere, il pisano Rustichello, a concepire per il libro che stava nascendo l’ambizioso titolo di Le divisament dou monde.
A conti fatti, il titolo non peccherà certo di vanagloria: le peripezie narrate da Marco Polo al suo compagno toccavano davvero buona parte del mondo allora conosciuto, e la puntualità e la veridicità delle descrizioni faranno subito apparire ai suoi contemporanei questa cronaca di viaggio come “una sorta di grandioso Baedeker destinato a rivelare, con la maggiore fedeltà possibile … un mondo pressoché ignoto” (Solmi, 1958: viii). Il successo del racconto poliano – che presto fu volgarizzato dall’originale francese, generando una catena di versioni che circoleranno spesso con il nuovo titolo di Milione 2 – fu, sin dalla sua pubblicazione, straordinario.
Come scrive Luigi Foscolo Benedetto, autore di un’edizione critica rimasta fondamentale per lo studio della sua storia testuale, il Milione “apre la letteratura scientifica moderna” 3 costituendo una vera e propria “sintesi laica e terrena da porsi accanto alle due celebri sintesi in cui si è riassunto il Medioevo teologico e filosofico, la Summa di San Tommaso d’Aquino e la Divina Commedia” (Benedetto, 1953: 78). Il prezioso lavoro del Benedetto solleverà, in epoca contemporanea, una nuova ondata di interesse nei confronti del Milione, di cui una prima illustre testimonianza sarà quella di Sergio Solmi, che volle concludere la sua prefazione al Milione proprio con un omaggio all’intuizione del Benedetto, sottolineando “il passo gigantesco che il veneziano impose alla conoscenza geografica del suo tempo, facendo immensamente retrocedere, almeno nel loro grosso, la folla dei fantasmi e delle illusioni che l’Europa confinava nell’inesplorato Oriente, e sostituendoli con notizie tanto positive da poter essere spesso oggi ancora controllabili” (Solmi, 1958: ix–x).
Un’ulteriore conferma del valore scientifico del Milione arriverà anni dopo da Cesare Segre, il quale sottolineerà come la Imago mundi poliana sia clamorosamente ricca di informazioni attendibili, specie se paragonata a testi in latino e in volgare che in qualche modo potevano apparirle prossimi agli occhi di un uomo medievale. Pensiamo ai “romanzi” di Alessandro, o alla celebre Lettera del prete Gianni, che aveva illuso la cristianità occidentale di avere un paladino pronto alla riscossa che regnava nel mezzo degli infedeli. Si tratta di testi con i quali Marco, inevitabilmente, si confronterà, rendendo loro a suo modo omaggio 4 – com’era inevitabile per un uomo medievale al cospetto di un’auctoritas – ma dai cui toni favolistici si discosta sin dall’inizio, quando annuncia di voler rendere testimonianza diretta di ciò che ha visto, e di distinguere tra cose viste e udite. 5
Nella sua introduzione al Milione, in ideale continuità con il discorso di Benedetto e di Solmi, Segre (1982: xxi) evidenzia questi aspetti, che garantiscono rigore e veridicità all’opera, da lui definita un vero e proprio “trattato geografico”, in cui “Secondo un procedimento che perdura nelle moderne guide turistiche, le indicazioni sulla posizione e la conformazione dei paesi si allargano a note sulle produzioni locali, sugli usi caratteristici, su vicende storiche e aneddoti.”
Non sappiamo se Marco, quando iniziò il suo racconto, avesse in mente un libro del genere. Di sicuro, l’eterogenea vastità del suo racconto superò di gran lunga le intenzioni del buon Rustichello che, forte dei propri trascorsi da narratore cavalleresco, intendeva probabilmente farne un romanzo. Un’operazione che riuscì solo in parte, sia per l’improvvisa liberazione di Marco sia, fondamentalmente, per la natura stessa del suo “contare”. Bisogna inoltre tener presente che i due prigionieri ebbero a disposizione poco più di otto mesi, un tempo decisamente breve per “mettere in bello stile” una tale mole di storie, come dimostrano il finale un po’ affrettato e la mancanza di precisi raccordi tra i capitoli o la sensazione di incompiutezza che danno alcuni capitoli. Ma per quanto Rustichello potesse lavorare di lima, non v’è dubbio che l’interesse di Marco, e soprattutto la materia del suo racconto, travalicarono da subito l’impianto canonico del genere.
Nella sua preziosa edizione del manoscritto toscano originario, Valeria Bertolucci Pizzorusso evidenzia, infatti, che “il libro che [Rustichello] aveva trascritto era sì un romanzo, ma anche un manuale mercantile, un trattato di etnografia, un itinerario, una relazione diplomatica di particolare ricchezza” (Polo, 1982: xiv).
Un libro inclassificabile, dunque, di “imbarazzante complessità” (Polo, 1982: xiv) che funse da contenitore a un inimitabile intreccio nel quale la cronaca e la favola, il dato commerciale e la storia dinastica, il paesaggio e l’agire umano, l’aneddoto prosaico e quello religioso, si fondono in una narrazione in cui, se volessimo cercare un minimo comune denominatore, potremmo trovarlo solo nel costante incontro con l’Altro.
È proprio in questo incontro che Marco rivela quella che, a distanza di secoli, continua ad apparire, parafrasando la Bertolucci Pizzorusso, una “imbarazzante modernità”; soprattutto se paragoniamo il suo racconto non solo a quello dei tanti esploratori e avventurieri che lo avevano preceduto ma, ancor più, a quelli che lo seguiranno. Bisognerà aspettare l’età moderna per ritrovare una capacità di accettazione del diverso − che deriva da una mancanza di pregiudizio nei confronti dell’Altro − simile a quella che riscontriamo nelle pagine del Milione.
Volendo utilizzare una categoria cara alla critica letteraria e antropologica novecentesca, Marco sembra agire spinto dall’impulso fondante di quello che viene comunemente definito esotismo. Come accadrà oltre due secoli dopo ai grandi esploratori rinascimentali, il veneziano è mosso, in primis, dal desiderio di vedere l’Altro. Proprio questa “fascinazione dello sguardo” costituisce, secondo uno dei più noti studiosi dell’esotismo, Francis Affergan, la molla che, nel corso dei secoli, ha spinto l’uomo a ricercare se stesso attraverso l’incontro con l’alterità. Quando Affergan (1991: 65) afferma che “la vista è alla base stessa della pratica esotica poiché essa svela il segreto del desiderio. Innanzi tutto un desiderio primario: quello di continuare a contemplare l’Altro”, il lettore dei racconti poliani non si meraviglierà certo di questo desiderio. Marco sembra, infatti, essere avido di guardare, di osservare l’Altro non tanto, o non solamente per comprenderlo, quanto per una sorta di primigenio impulso alla meraviglia che è al fondo della natura umana. Sembra dominato da quella “voglia irresistibile” (Affergan, 1991: 10) che, secondo il filosofo francese, muoveva i viaggiatori medievali. Uomini che lasciavano le loro terre, spesso senza la certezza del ritorno, per uscire dalle costrizioni imposte dall’Occidente, spinti dall’ansia di vagabondaggio, di scoprire i colori, i costumi, i profumi dell’Altro, e di scoprire se stessi attraverso questa scoperta (Affergan, 1991: 10–11).
A ben vedere, non sembra un caso che un’attitudine del genere sia sbocciata in un veneziano. Come ben sottolinea Vito Bianchi, Marco Polo crebbe a contatto con l’Oriente: “Per le strade, poi, il pot-pourri di nazionalità, l’eterogeneità di razze, lingue e abbigliamenti evitava ai giovani veneziani di ispessire gli steccati culturali, e li predisponeva all’accettazione spontanea del diverso, a un adeguato contatto con uomini di ogni provenienza” (Bianchi, 2009: 94), in una città dove “la frequentazione quotidiana, l’abitudine anche semplicemente a vedere o a parlare con uno straniero ne attenuavano l’esotismo e gli restituivano umanità” (Bianchi, 2009: 94). Ho sottolineato con il corsivo quest’ultimo aspetto perché mi sembra che esemplifichi in maniera significativa quella attitudine all’Altro che rende davvero unico il percorso umano e narrativo di Polo. Sarà proprio questa insolita apertura a farlo capace di incarnare al grado più alto lo spirito mercantesco, inteso come capacità continua di ricerca e di analisi, e che lo porterà a donare ai suoi contemporanei una storia che squarcerà “la miopia dell’Occidente, esortando a guardare più in là” (Bianchi, 2009: 331).
Ricordiamo che, prima del viaggio di Marco, in Europa “si scrutava l’Oriente più estremo ed era come sprofondare nelle brume dell’ignoto, con un sentimento sfuggente, oscillante, in bilico tra attrazione e repulsione, fascino e ripugnanza. L’oscurità di uomini e terre troppo discoste generava mistero. E nel mistero attecchiva il mito, proliferavano le credenze religiose, montavano elucubrazioni mondane e speculazioni teologiche” (Bianchi, 2009: 5–6). L’Oriente era un locus fabulae in cui, sin dall’antichità, venivano proiettati prodigi e stranezze di ogni sorta. Già Esiodo raccontava degli Hemikynes, una razza a metà fra l’umano e il canino, ed Erodoto attestava la presenza dei Cinocefali in Libia. Megastene, poi, parlava di esseri con un unico piede, gli Okypodes, e di altri, gli Astomi, che avevano un gigantesco aspiratore al posto delle fauci e si nutrivano di fumi e odori. Il Physiologus, composto tra il II e il IV secolo, e le altomedievali Etymologiae di Isidoro da Siviglia avevano poi reso, agli occhi dell’uomo medievale, i racconti degli antichi carichi di veridicità, tanto da far sbiadire ogni distinzione tra fantasia e realtà.5
Tra fantasticherie del genere, si può immaginare il clamore che dovette suscitare una testimonianza di prima mano, e per di più veritiera, come quella di un rispettato membro della classe mercantile veneziana, quale Marco. Davvero non sembra eccessivo l’encomio posto nel prologo del Milione, in cui il buon Rustichello afferma del “messere vinegiano”: Ma io voglio che voi sappiate che poi che Iddio fece Adam nostro primo padre insino al dí d’oggi, né cristiano né pagano, saracino o tartero, né niuno uomo di niuna generazione non vide né cercò tante maravigliose cose del mondo come fece messer Marco Polo. (Cap. 1)
Eppure per ironia della sorte, le meraviglie narrate da Marco erano tali che al suo libro “derivò tosto il sospetto d’esagerazione e di millanteria, quando addirittura non di mistificazione” (Solmi, 1958: viii). “Tale è il curioso destino delle opere letterarie”, commenta al riguardo, sardonico e un po’ sconsolato, Solmi, che evidenzia, invece, proprio quello scrupolo di oggettività di Marco che lo portò − al contrario di ciò che farebbe un autore moderno − a ridurre al minimo indispensabile la presenza autobiografica. Una presenza che si riduce grosso modo alla premessa e ai pochi momenti in cui il narratore sente di dover richiamare la propria esperienza proprio per confermarne la veridicità (Solmi, 1958: viii).
Sottolineando questa latitanza assertiva dell’autore, Giorgio Manganelli (1980: 9) afferma suggestivamente che il resoconto di Marco è tutto giocato in questo “spazio della memoria”, reso più abitabile proprio dal fatto che il Milione sia stato composto nella limbica condizione di prigioniero. Eppure, per quanto si frapposero non pochi anni tra le vicende e il loro racconto, lo “scrupolo di oggettività” di cui parla Solmi traspare da ogni pagina, tanto da non lasciare ombre sulla veridicità del racconto. Neppure gli abbellimenti retorici di Rustichello, evidenti soprattutto nelle scene di guerra e nella ripetizione di formule proemiali e di congedo tra i capitoli, sono riusciti fortunatamente a togliere all’opera quell’aura d’immediatezza, quell’invito allo stupore che ne hanno costituito, nei secoli, un irresistibile richiamo per tutti gli spiriti erranti, secondo quel “singolare paradosso” evidenziato dallo stesso Solmi, che portò a ritenere “un libro sostanzialmente così realistico e positivo … un contesto di fiabe e di menzogne dai contemporanei e dai loro discendenti fino a epoca a noi prossima; e costituire uno stimolante di sogni, di miraggi e allucinazioni per conquistatori e poeti” (Solmi, 1958: viii–ix).
Un’altra dimostrazione della vocazione scientifica, precocemente moderna, dello sguardo di Marco è che, ferme restando alcune ovvie limitazioni tipiche di un uomo del suo tempo, in Marco non esiste nessun tentativo di classificare l’Altro in base a criteri eurocentrici né di ingigantire la differenza per sottolinearne l’alterità. La stessa dichiarazione di malvagità dei saraceni e degli idolatri sembra essere espressa quasi per dovere e, nella sua insistita ripetitività, finisce per assomigliare a una di quelle formule cortesi care a Rustichello. Ad esempio, Marco loda senza riserve la bellezza dei giardini, delle fontane, la ricchezza e il carattere operoso degli abitanti della “nobile” Toris: Gli uomini di Tor(i)s vivono di mercatantia e d’arti, cioè di lavorare drappi a seta e a oro. E è in luogo sí buono, che d’India, di Baudac e di Mosul e di Cremo vi vengono li mercatanti, e di molti altri luoghi. Li mercatanti latini vanno quivi per le mercatantie strane che vegnono da lunga parte e molto vi guadagnano; quivi si truova molte priete preziose. (Cap. 25 “Della nobile città di Toris”)
Quando può, il veneziano si premura anzi di sfatare miti e leggende che circolavano nel Vecchio Mondo, in nome di un amore che oggi ci appare quasi illuminista per il dato scientifico e la verità. Nel capitolo 30, ad esempio, quando parla del preteso sepolcro dei re Magi presso la città di Saba, valuta questa leggenda cercando di porsi dal punto di vista dei locali, i quali parlano di questi tre re andati “ad adorare un profeta, lo quale era nato” e chiamano Gesù “lo fanciullo”. Nel capitolo seguente, Marco riferisce poi di un culto che derivava dal regalo fatto dal “fanciullo” ai tre magi: una pietra magica, che gettata casualmente in un pozzo aveva dato origine a un fuoco inestinguibile, altamente venerato dai sacerdoti locali che, ancora oggi, lo usavano per accendere i fuochi sacrificali. Si trattava di un culto chiaramente idolatrico, eppure Marco non sembra scandalizzarsene; conclude, anzi, serenamente il racconto affermando che “tutto questo dissero a messer Marco Polo, e è veritade.”
Altro esempio celebre di comprensione del diverso resta il racconto in cui svela agli Occidentali, per la prima volta in maniera compiuta, l’identità degli Assassini, che identifica correttamente con la setta degli Ismailiti, capeggiata dal mitico Vecchio della Montagna; personaggio che in Europa aveva assunto, nel corso dei secoli, lo statuto ontologico di un nemico leggendario, di un pericolo quasi fiabesco. Marco ne descrive minuziosamente il celebre castello, dotato del “più bello giardino … del mondo”: Lo Veglio è chiamato in loro lingua Aloodin. Egli avea fatto fare tra due montagne in una valle lo piú bello giardino e ’l piú grande del mondo. Quivi avea tutti frutti (e) li piú begli palagi del mondo, tutti dipinti ad oro, a besti‘ e a uccelli; quivi era condotti: per tale venía acqua a per tale mèle e per tale vino; quivi era donzelli e donzelle, li piú begli del mondo, che meglio sapeano cantare e sonare e ballare. E facea lo Veglio credere a costoro che quello era lo paradiso. (Cap. 40 “Del Veglio de la Montagna e come fece il paradiso, e li assessini”)
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Per tutta la provincia del Catai àe una maniera di pietre nere, che si cavano de le montagne come vena, che ardono come bucce, e tegnono piú lo fuoco che no fanno le legna. E mettendole la sera nel fuoco, se elle s’aprendono bene, tutta notte mantengono lo fuoco. E per tutta la contrada del Catai no ardono altro; bene ànno legne, ma queste pietre costan meno, e sono grande risparmio di legna. (Cap. 101 “De le pietre ch’ardono”) Or sappiate ch’egli fa fare una cotal moneta com’io vi dirò. Egli fa prendere scorza d’un àlbore ch’à nome gelso – èe l’àlbore le cui foglie mangiano li vermi che fanno la seta –, e cogliono la buccia sottile che è tra la buccia grossa e ’l legno dentro, e di quella buccia fa fare carte come di bambagia; e sono tutte nere. Quando queste carte sono fatte cosí, egli ne fa de le piccole, che vagliono una medaglia di tornesegli picculi, e l’altra vale uno tornesello, e l’altra vale un grosso d’argento da Vinegia, e l’altra un mezzo, e l’altra 2 grossi, e l’altra 5, e l’altra 10, e l’altra un bisante d’oro, e l’altra 2, e l’altra 3; e cosí va infino 10 bisanti. E tutte queste carte sono sugellate del sugello del Grande Sire, e ànne fatte fare tante che tutto ’l tesoro (del mondo) n’appagherebbe. E quando queste carte sono fatte, egli ne fa fare tutti li pagamenti e spendere per tutte le province e regni e terre ov’egli à segnoria; e nesuno gli osa refiutare, a pena della vita. (Cap. 95 “De la moneta del Grande Kane”) Di capo di queste tre giornate, si truova la sopranobile città di Quinsai, che vale a dire in francesco “la città del cielo”. E conteròvi di sua nobiltà, però ch’è la più nobile città del mondo e la migliore. … La città di Quinsai dura in giro 100 miglia, e à 12.000 ponti di pietra; e sotto la maggior parte di questi ponti potrebbe passare una grande nave sotto l’arco, e per gli altre bene mezzana nave. E neuno di ciò si maravigl[i], perciò ch’ell’è tutta in acqua e cerchiata d’acqua; e però v’à tanti ponti per andare per tutta la terra. (Cap. 148 “Di Quinsai”)
Credo che, in questo senso, si possa davvero affermare che Marco precorre il Rinascimento, l’epoca che vede il sorgere dell’antropologia e in cui “si scopre l’alterità più radicale (a cominciare dal Nuovo Mondo)” e in cui comincia a emergere “con grande evidenza, alla base dell’incremento dei viaggi e delle scoperte, un incredibile desiderio di alterità” (Affergan, 1991: vi–vii). Persino il tempo finalistico, escatologico dell’uomo medievale, sembra essere da lui superato, con un anticipo di quasi due secoli: in Marco il tempo sembra già essere divenuto téchne, teatro pratico d’azione e, nel contempo, è intimamente legato al kairos, all’occasione propizia, alla sorte. L’uomo può mostrare la propria virtù, quando la sorte glielo permette, e Marco sembra far costantemente tesoro di questa lezione.
Si potrebbe agilmente leggere il Milione, e la vicenda umana di Marco, come un lungo e devoto inno al kairos: pochi erano i mercanti e i viaggiatori che potevano dire di essere riusciti a tornare incolumi da un viaggio del genere; e nessuno si era spinto mai fin dove si spinse Marco. O, seppure lo fece, non ebbe la fortuna di poter tornare per raccontarlo. È immaginabile quale dovette essere, dunque, lo stupore dei suoi contemporanei, nel leggere o nell’udire del suo incontro con il “Signore de’ signori”, Kubilai Khan, che Marco così ci presenta: Lo Grande Signore de’ signori, che Cob(l)ai Kane è chiamato, è di bella grandezza, né piccolo né grande, ma è di mezzana fatta. Egli è ca(r)nuto di bella maniera; egli è troppo bene tagliato di tutte le membre; egli à lo suo viso bianco e vermiglio come rosa, gli occhi neri e begli, lo naso bene fatto e ben li siede. (Cap. 81 “De la fattezza del Grande Kane”)
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Una descrizione che doveva sembrare tanto più sorprendente, e azzardata, ai suoi lettori, se ricordiamo qual era l’immagine corrente dei tartari. Già il nome, che era una deformazione dell’antico nome di “Tatari”, proprio di una tribù fagocitata dai mongoli, evocava inferni. “Ecce Tartari veniunt!” era, infatti, il grido di terrore che risuonava in Europa al loro approssimarsi, e la loro ferocia era temuta al punto tale da attribuir loro ogni genere di nefandezza. Mathieu de Paris, uno dei grandi memorialisti del Medioevo, riferiva in uno dei primi dispacci che giunsero in Occidente al loro proposito: “Sono esseri inumani e paiono bestie, che si devono chiamare piuttosto mostri che uomini, esseri che hanno sete di sangue e che ne bevono, che ricercano e divorano le carni dei cani e perfino la carne umana … ” (Affergan, 1991: 57–58). Allo stesso modo, Yves Hyon di Narbona scriveva all’arcivesco di Bordeaux, parlando di “un inglese che aveva soggiornato tra i tartari”: “I capi di codesti tartari si pascevano dei cadaveri come se fossero del pane e non lasciavano agli avvoltoi nient’altro che le ossa … Le donne vecchie e brutte venivano date a questi antropofagi, come li si chiama comunemente, per servir loro da cibo durante la giornata” (Affergan, 1991: 57–58). 10 E aggiunge terrorizzato: “Gli invasori sono gente inumana, la cui legge è l’essere senza legge. Sono ira e strumento del castigo divino: devastano terre enormi muovendosi come fiere e sterminando con il ferro e il fuoco tutto quello che si trovano davanti. Sono gli alleati dell’Anticristo” (Bianchi, 2009: 32).
Quest’ultima lettera è del 1241, quando le schiere mongole si erano spinte fino a Spalato e a Cattaro, seminando il terrore in un’Europa impotente e arrivando, praticamente, alle porte di Venezia, solo trent’anni prima del viaggio dei Polo; e il capo dei tartari veniva ancora descritto come un antropofago, oltre che uno stupratore seriale di vergini e un mangiatore di mammelle recise. Quanta distanza dal nobilissimo Kubilai, dal “viso bianco e vermiglio come rosa”!
Un’idealizzazione, almeno in parte, questa di Marco, ma di certo assai più aderente al vero delle mostruose e terrorizzanti fantasie che circolavano in Occidente. Del resto, come sottolinea Segre, Kubilai è il vero centro del “trattato geografico” poliano, e “ne costituisce il punto di riferimento quasi ideologico; mettendo il sigillo della storia sulla geografia, della politica sul costume” (Segre, 1982: xxv). Tra i due si instituì un rapporto assolutamente unico, che durò quasi vent’anni, durante i quali il Khan onorerà Marco della sua fiducia, della sua protezione e, ancor più, della sua amicizia.
Marco lo ricambierà, donando all’Occidente un ritratto complesso e ammirato della sua grandezza di sovrano, che non aveva pari nel mondo cristiano. Ecco, ad esempio, come ne descrive la maestosità del palazzo: E in mezzo di questo muro è ’l palagio del Grande Kane, ch’è fatto com’io vi conterò. Egli è il magiore che giamai fu veduto: egli non v’à palco, ma lo spazzo è alto piú che l’altra terra bene 10 palmi; la copertura è molto altissim[a]. Le mura delle sale e de le camere sono tutte coperte d’oro e d’ariento, ov’è scolpito belle istorie di cavalieri e di donne e d’uccegli e di bestie e d’altre belle cose; e la copertura è altresí fatta che non si potrebbe vedere altro che oro e ariento. La sala è sí lunga e sí larga che bene vi mangia 6.000 persone, e v’à tante camere ch’è una maraviglia a credere. La copertura di sopra, cioè di fuori, è vermiglia, bioia, verde e di tutti altri colori, e è sí bene invernicata che luce come cristallo, sicché molto da la lunga si vede lucire lo palagio; la covertura è molto ferma. (Cap. 82 “De’ figliuoli del Grande Kane”) Or vi conterò come ’l Grande Signore fa carità a li poveri che stanno in Canbalu. A tutte le famiglie povere de la città, che sono in famiglia 6 o 8, o piú o meno, che no ànno che mangiare, egli li fa dare grano e altra biada; e questo fa fare a grandissima quantità di famiglie. Ancor non è vietato lo pane del Signore a niuno che voglia andare per esso; e sappiate che ve ne va ogne die piú di 30.000; e questo fa fare tutto l’anno. E questo è grande bontà di signori, e per questo è adorato come idio dal popolo. (Cap. 103 “De la carità del Signore”) Sappiate che loro legge è cotale, ch’egli ànno un loro idio ch’à nome Natigai, e dicono che quello è dio terreno, che guarda loro figliuoli e loro bestiame e loro biade. È fannogli grande onore e grande riv(er)enza, ché ciascheuno lo tiene in sua casa. È fannogli di feltro e di panno, e ’l tengono in loro casa; e ancora fanno la moglie di questo loro idio, e fannogli filiuoli ancora di panno. La moglie pongono dal lato manco e li figliuoli dinanzi: molto gli fanno onore. Quando vengono a mangiare, egli tolgono de la carne grassa e ungogli la bocca a quello dio e sua moglie e a quegli figliuoli. Poscia pigliano del brodo e gittanne giú da l’usciuolo ove stae quello idio. Quando ànno fatto cosí, dicono che lor dio e sua famiglia àe la sua parte. Apresso questo, mangiano e beono; e sappi(a)te ch’egli beono latte di giumente, e cónciallo in tal modo che pare vino bianco: è buono a bere, e chiàmallo chemmisi. (Cap. 69 “Del Dio de’ Tartari”)
La mancanza di pregiudizi religiosi viene, poi, confermata da uno degli episodi più toccanti del Milione: nel capitolo 174, dedicato all’isola di Seilla (l’odierno Sri Lanka), Marco è tra i primi a raccontare all’Occidente la vicenda umana e il profondo messaggio di compassione del Budda, da lui chiamato Sergamon Borcani, per una probabile deformazione dell’originario Shakyamuni Budda. Marco descrive, infatti, la vita del principe degli Shakya secondo uno schema agiografico comune alle vite dei santi cristiani. 11 Una scelta narrativa che rivela la suggestione che la storia del Budda, principe in fuga dalle brutture del mondo, esercitò sul giovane veneziano: Sergamon è, infatti, per lui “il migliore uomo che fosse mai tra loro, e ’l primo ch’eglino avessero per santo”, e “fue sí buono che mai non volle atendere a veruna cosa mondana.” Raccontandone la fuga ascetica e la santificazione post mortem, Marco mostra di arrivare quasi ad assimilare il buddismo al cristianesimo, identificando un quadro di valori morali comuni, incentrato sulla ricerca dell’Assoluto. Sergamon, infatti, “volea cercare Quello che mai no moría né invecchiava, e Colui che l’avea criato e fatto, ed a lui servire.” E su questa base Marco può perfino dichiarare che “se fosse stato cristiano, sarebbe stato un gran santo in compagnia di Nostro Signor Gesù Cristo.”
La sua vita fu talmente esemplare da trasformarlo dopo la morte, secondo quanto appreso da Marco, in un idolo: E cosí dicono che morío 84 volt’e tuttavia diventava qualche animale, o cavallo od uccello od altra bestia; ma in capo dell’ottantaquattro volte dicono che morío e diventò idio. E costui ànno l’idolatri per lo migliore idio che egli abbiano. E sappiate che questi fue il primo idolo che (fosse) fatto, e da costui sono discesi tutti l’idoli. E questo fue nell’isola di Seila in India. (Cap. 174 “Dell’isola di Seilla”)
Se, come abbiamo visto, Marco riesce, pressoché in ogni sua descrizione, ad astrarsi dai pregiudizi comuni ai suoi contemporanei, e si mostra in grado di agire mosso da uno spirito e da una capacità di comprensione dell’Altro che lo pongono per molti versi al di sopra dei viaggiatori che lo precedettero, altrettanto non si può dire di Cristoforo Colombo. Tutti sanno che sarà proprio il favoloso racconto di Marco a spingerlo a partire alla volta del Cipangu, dove “le gente sono bianche, di bella maniera e belli” e dove sorgeva “lo palasgio del signore de l’isola … coperto d’oro come si coprono di quae di piombo le chiese” (cap. 155 “Dell’isola di Zipangu”). Colombo andava in cerca di quel reame d’oro, voleva il segreto dell’alchimia, ed era abbagliato da quell’isola il cui signore aveva stanze dove “lo spazzo de le camere è coperto d’oro grosso ben due dita, e tutte le finestre e mura e ogne cosa e anche le sale: no si potrebbe dire la sua valuta.”
Proprio sulle rotte del Milione – di cui egli possedeva un esemplare ricco di annotazioni, ora conservato all’Alcazár di Siviglia – Colombo traccerà quelle mappe che lo porteranno, invece, a Cuba; ma rimarrà convinto fino alla morte di essere arrivato in Oriente, di aver conosciuto proprio il Cipango descritto da Marco. Nel suo diario, tra l’ottobre e il novembre del 1492, abbondano i riferimenti al Milione: “s’io mi attengo ai cenni fattimi da tutti gl’Indiani di queste isole … quella è l’isola di Cipango, di cui si raccontano cose tanto maravigliose”, scrive ad esempio il 24 ottobre; e sei giorni dopo rivela la sua ansia di arrivare alla corte di Kubilai: “Debbo fare ogni mio sforzo affine di recarmi presso al Gran Cane, che penso dimorare in questi contorni, o nella città del Catai” (Colombo, 1864: 99–107). Per un’amara ironia del destino, Colombo non si accorgerà mai di aver scoperto un nuovo continente e dalle isole caraibiche scriverà lettere al Gran Khan, da cui continuava a separarlo un oceano.
Ma, al di là di questo tragico equivoco, sarà il suo atteggiamento nei confronti dell’Altro a segnare la distanza più profonda nei riguardi di Marco. Le pretese fanaticamente eurocentriche di Colombo, la sua ansia religiosa (non dimentichiamo che egli firma le sue lettere Christo Ferens e che il suo agire è spinto dalla fissazione messianica a riunificare in Cristo l’intero universo), lo renderanno incapace, a differenza del suo maestro, di quella serena meraviglia dinanzi all’alterità che costituisce la cifra dell’esperienza di Polo. Sebbene anche nel genovese lo stupore per la bellezza del mondo che andava conoscendo si riveli costante e lo spinga a un’inesausta sete di viaggiare e di vedere, questo anelito si mescola e si corrode con l’ansiosa speranza che i “selvaggi” saranno presto pronti alla conversione: In tutte quelle isole, non ho pressoché visto differenze d’aspetto, di costumi né di lingua fra gli abitanti e addirittura tutti riescono a capirsi reciprocamente, il che mi fa sperare che le Loro Altezze si occuperanno della loro conversione alla nostra santa fede, cosa alla quale essi si mostrano assai ben disposti. (Affergan, 1991: 78)
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L’avventura di Marco Polo fu, invece, un vero e proprio punto di svolta nella conoscenza che l’Occidente aveva dell’Oriente e il suo resoconto divenne presto una fonte preziosa alla quale attingere, per i mercanti e i viaggiatori che lo seguirono. Le mirabilie narrate nel Milione segneranno in maniera indelebile, nel corso dei secoli, la mente di numerosi scrittori e viaggiatori che, fino ai giorni nostri, sogneranno di emularne lo spirito e le gesta, tanto che, come evidenzia la Bertolucci Pizzorusso, “la storia della sua fortuna [del Milione], come si usava dire, nella letteratura italiana … è ancora tutta da scrivere” (Polo, 1982: xviii). Da Boiardo ad Ariosto, e fino a Tasso, echi poliani saranno chiaramente udibili nella costruzione di reami fiabeschi e nella descrizione di strane genti e fragorose battaglie. Seguiranno fertili incontri con la mente e la penna di quanti, specialmente nel secolo scorso, si metteranno in viaggio alla volta della Cina e dell’Oriente: dagli omaggi di Pasolini e Manganelli, ai ricordi di Parise dal “Paese della frigida eleganza”, fino alla riscrittura ideale che del Milione compirà Italo Calvino, l’ombra di Marco Polo ha continuato, e continua, ad allungarsi su quanti, spinti dall’ineffabile gioia di conoscere l’Altro, si affidano fatidicamente al mistero del viaggio.
Footnotes
Funding
This research received no specific grant from any funding agency in the public, commercial, or not-for-profit sectors.
