Abstract
Nei vari episodi che compongono Le parole sono pietre, il volto variegato della Sicilia appare nella sua veste più autentica. All’episodio incentrato sul signor Impellitteri, con cui rivive il mito americano, fanno da contraltare la situazione della zolfara di Lercara Friddi, in cui i minatori, privi di qualsiasi diritto, imboccano la strada dell’associazionismo, e la descrizione coloristica di Palermo, con gli scheletri delle catacombe che mostrano “una disseccata uguaglianza”. Nella seconda parte, le immagini coloristiche sono funzionali, invece, a mettere in rilievo la stratificazione culturale della Sicilia. Più originale è la terza parte, in cui la vita di Salvatore Carnevale è rievocata attraverso una prosa in cui si intrecciano registro aulico e registro colloquiale, periodi brevi, paratattici, e periodi complessi, ricchi di subordinate o ellittici del verbo. Se, dunque, possono apparire spontanei i collegamenti, per il contenuto, con L’olivo e l’olivastro di Consolo, sotto l’aspetto formale Levi si mostra unico.
Occorre “restituire al sud l’antica dignità di soggetto del pensiero, […]” (Cassano, 2005: VIII); “[…] l’idea – forza era quella di un riscatto del sud, […]” (Cassano, 2005: X). Queste parole di Franco Cassano sintetizzano perfettamente il messaggio de Le parole sono pietre di Carlo Levi, premio Viareggio nel 1956. Nella lunga Introduzione, del resto, Levi giudica il suo lavoro quale “una prima, rapida immagine di un mondo che va, giorno per giorno, modificandosi, e prendendo coraggiosamente coscienza di esistere” (Levi, 1955: 31). Vincenzo Consolo, poi, nella prefazione all’edizione del 1994, sottolinea come la “nuova coscienza e l’ingresso della storia nel mondo contadino siciliano” rappresentino “lo scopo del viaggio, e del libro” (Consolo, 1994: X).
Le misere condizioni dei siciliani e la loro ansia di riscatto caratterizzano la prima parte del nostro testo, in cui rivive il mito americano, che aveva a tal punto interessato il nostro scrittore da diventare oggetto di un saggio, Il mito dell’America.
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Il signor Impellitteri, difatti, sindaco di New York, diventa oggetto di ammirazione e di venerazione per gli abitanti di Isnello, suo paese natio, in cui è tornato, rappresentando “la favola della nascita e della Fortuna, la favola dell’America, dell’altra faccia del mondo” (Levi, 1955: 37). L’episodio costituisce un inserto narrativo all’interno del reportage, che presenta subito una nota graffiante e polemica da un lato contro lo Stato nazionale, dall’altro contro il mondo siciliano, immobile e ricco di contrasti, che si profila davanti ai suoi occhi. Levi viaggiatore-narratore ne ammira subito la spontaneità (“terra antica e sincera, dove tutte le cose diventano vere, perfino i viaggi degli uomini politici” [Levi, 1955: 37]) e le bellezze naturali (“la più splendida costiera d’Italia. […] un mare meraviglioso” [Levi, 1955: 38]), strettamente collegate alla laboriosità degli uomini: “negli orti lavorano al sole uomini e donne, nelle piccole fornaci artigiane gli operai impastano la terra per le tegole, per le strade passano miriadi di carri dipinti” [Levi, 1955: 38–39]). Levi legge negli spazi la storia e l’organizzazione sociale della Sicilia, in quanto mette in relazione l’inerzia dei nobili latifondisti con l’abbandono dei luoghi, quasi con atteggiamento pariniano: […] la strada si addentra verso la montagna. Il paesaggio cambia di colpo, ci si inoltra nelle lande sterminate e nude dei feudi. Sono le terre dei principi e dei baroni, del Principe di Gangi, del Marchese di Santa Colomba. A mano a mano che ci si innalza, per quella strada del circuito delle Madonie dove i nobili siciliani amano ammazzarsi nelle corse d’automobile, la natura prende l’aspetto serio, nobile e desolato dell’Italia interna, dell’Italia dei contadini (Levi, 1955: 39). Era difficile entrare in chiesa, per la gran folla. […] c’erano invece le mosche, pigre, pazienti mosche del principio dell’autunno, vincitrici gloriose di tante battaglie, in sciami innumerevoli; ed entrarono con noi nella bella chiesa del ‘400, antica moschea, forse per rendere anch’esse omaggio al sindaco e a Dio, volando a migliaia nell’aria piena delle note dell’organo, e posandosi ostinate sul volto dei fedeli, sulle autorità inginocchiate, sui giornalisti americani, sulle macchine dei fotografi, sui poliziotti, sui motociclisti col casco, e perfino sul bel viso profetico e sulla grande barba bianca di un illustre frate isnellese, Padre Domenico, il Generale dei Cappuccini, Difensore del Vincolo al Tribunale della Sacra Rota, venuto apposta da Roma (Levi, 1955: 47–48).
L’insistenza, rafforzata dall’enumerazione combinata con l’anafora, con cui Levi le descrive, serve a togliere autorevolezza agli importanti personaggi presenti, ancora una volta per sottolineare l’impotenza e l’incapacità di cambiare uno stato di cose ben radicato. Le mosche, inoltre, caratterizzano questo ambiente, segnano la miseria, la carenza di igiene dominante e rappresentano degli oggetti – simbolo, alla pari dei capi di abbigliamento, in una sorta di codice non verbale: “Una vecchia passa reggendo una fascina. Sul velo nero che le copre il capo, sulla schiena, sulla sottana, sta posato un innumerevole stuolo di mosche che si fanno portare, immobili e tranquille, da lei” (Levi, 1955: 39). È interessante notare, invece, che nel racconto La zia d’America Sciascia tende a ridurre la connotazione negativa delle mosche: Un giorno che mia zia ci spiegava tutti i mali che vengono dalle mosche, mia madre un po’ stizzita disse – tu e io però siamo cresciute in mezzo alle mosche, più di ora ce n’erano, e Dio ringraziando siamo di forte salute-. E mia zia per quel giorno non parlò più delle mosche (Sciascia, 1958: 53).
‘Miseria’ è la parola che ricorre, pure, nella descrizione di Palermo, che si erge ad emblema di tante città del Sud, come dichiara lo stesso Levi, menzionando i bassi di Napoli. Viene spontaneo, allora, pensare a Speranzella di Bernari, a cui rimanda anche la nota coloristica, e la presenza del nero, come colore caratterizzante. 2
Paragoni e colori, in linea con il bisogno di concretezza del Neorealismo e con gli interessi di Levi pittore, determinando, al contempo suggestioni mitiche,
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annunciano i paesi che si snodano lungo l’itinerario che conduce a Lercara Friddi: “la terra era avvolta, come in un manto nero, nella triste nobiltà dei paesi abbandonati” (Levi, 1955: 69); “paese di Vicari, alto su un colle, con le case color della terra addossate a una roccia biancastra dalle forme bizzarre” (Levi, 1955: 69); “Di lassù si apre un orizzonte immenso di feudi senza fine, dove l’occhio spazia, come su un mare grigio-giallastro” (Levi, 1955: 69). Lo stesso Lercara Friddi “Stava disteso con le sue case basse, lungo sulla terra, e a sinistra si allargava una zona brulla, grigia e giallognola, coperta di monticciuoli conici di detriti gialli: erano le miniere” (Levi, 1955: 70). Levi insiste sui colori per far risaltare la negatività della situazione sviluppatasi intorno alla miniera: “Un ultimo velo di rosa, di porpora e di viola, appariva nel cielo grigio del freddo tramonto, sopra il giallo infernale della terra” (Levi, 1955: 77). Le cause ultime dello sciopero, il modo in cui si svolge, le terribli condizioni lavorative dei minatori rimandano a La zolfara di Giusti-Sinopoli, a Dal tuo al mio di Verga, ma è qui nuova, e riconduce al Neorealismo, la consapevolezza, sviluppata dagli operai, e la convinzione che gli intellettuali possano, in qualche modo, agire su chi detiene il potere. Per questo un signore, un autonomista, dice a Levi, a proposito delle zolfare e delle difficili condizioni di lavoro dei minatori: “La vita è difficile anche per i proprietari. I veri responsabili non stanno qui, stanno a Roma. È l’Ente Zolfi: dobbiamo cedere lo zolfo a trenta e loro lo rivendono a ottanta: la differenza se la mangiano quei burocrati. Creda a me, Roma ci divora, a noi siciliani” (Levi, 1955: 80). E l’accusativo preposizionale serve qui a caratterizzare, quale siciliano, chi parla. Per questo motivo, il testo di Levi costituisce un atto di accusa nei confronti di chi avrebbe permesso le sperequazioni sociali o se ne mostra insensibile. Lo conferma la visita al cimitero dei Cappuccini, con “gli scheletri anonimi, come pronti, in una disseccata uguaglianza, a un giudizio finale egualitario” (Levi, 1955: 85).
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Infatti, anche se i cadaveri imbalsamati sono raggruppati in base al ceto cui appartenevano da vivi, Levi individua, proprio nella morte, un elemento unificatore: Vi è qualche cosa di comune in quel grigio, in quello spento, che assomiglia stranamente a ciò che vi è di comune nei volti dei poveri: ed è la morte, un piccolo passo più in là della miseria; la morte che, come la miseria, più ancora della miseria, dà a tutti i volti un’aria vera (Levi, 1955: 91).
Anche nella seconda parte la miseria dei contadini di Bronte rappresenta un atto di accusa contro tutto un processo storico che sembra condannare all’immobilismo sociale una terra dai contorni mitici: “Di rado può vedersi, in un paesaggio lussureggiante, sulle falde del più illustre e fertile vulcano, nell’aria abitata dai più illustri Dèi, tanta miseria” (Levi, 1955: 109). Senza le mistificazioni e la parzialità di Verga, l’operato di Bixio nella rivolta di Bronte viene ricordato da Levi in tutta la sua crudezza: “Bixio fu feroce. Con una parvenza di processo fucilò immediatamente i capi della rivolta, fra cui un avvocato, Nicolò Lombardo, un liberale che aveva già guidato in Bronte i moti del ‘48” (Levi, 1955: 115). Lucidamente, con atteggiamento da cronista, Levi scorge, nella persistenza di un sistema economico di stampo feudale, l’origine degli odierni mali della Sicilia e del Meridione: Ma la lotta per la terra fu sempre viva e ora è più viva che mai, sicché la Ducea di Bronte può essere presa a esempio (come le miniere di Lercara Friddi) del più assurdo anacronismo storico, della persistenza di un perduto mondo feudale e dei difficili tentativi contadini per esistere come uomini. […] Gli ultimi episodi di questa lunghissima guerra sono addirittura incredibili, e io stesso non vi crederei se non ne avessi avuta precisa testimonianza (Levi, 1955: 112–113).
Consolo giudicherà questa rievocazione le pagine “fra le più commosse e amare di tutto il libro” (Consolo, 2012: 109) di Levi, a cui si allineerà nel sottolineare le colpe di Garibaldi e nell’ illustrare il fallimento dei progetti di riforma agraria. 5
Levi ricorre, ancora una volta, alle notazioni coloristiche per agire sulla sfera visiva dei destinatari, all’aggettivazione per mettere in evidenza le bellezze naturali della Sicilia “favolosa” (Levi, 1955: 95) che gli uomini hanno deturpato: “Ma a un tratto questo paradiso di verde e d’oro si interrompe in una grande striscia nera, come un immenso nastro di lutto posato sulla terra” (Levi, 1955: 100). La descrizione cede poi il posto all’azione: se i catanesi che Levi incontra mostrano “una estrema e vera gentilezza, e insieme il gusto della conversazione, la greca chiarezza, e la greca sofistica” (Levi, 1955: 101), Levi pone in scena i braccianti e le loro famiglie, adottando una tecnica teatrale. Non a caso utilizza verbi appartenenti all’area semantica del vedere, e il sostantivo ‘spettacolo’: “è lo spettacolo della più estrema miseria contadina, inaspettata in questa costiera di paradiso”; “Lo stesso spettacolo dappertutto” (Levi, 1955: 109). Levi ritiene indispensabile, però, la profonda partecipazione dello scrittore ai problemi che va descrivendo (in tal senso, la scrittura non è più una “impostura” [Consolo, 1997: 99] come sostiene Consolo); per questo Levi considera negativamente la trasposizione cinematografica dei Malavoglia compiuta da Luchino Visconti ne La terra trema. Ed è per tale motivo che le sue emozioni e le sue opinioni trapelano in modo molto chiaro, perfino nelle descrizioni, attraverso un uso accorto delle figure retoriche (metafore, anafore, enumerazioni, paragoni) e dell’aggettivazione, e l’adozione di un registro letterario, come nell’esempio seguente: Scendevano dall’Etna le prime ombre della sera e attorno al cratere si allungavano, tirati dai venti, i fusi colorati delle nubi. Entrammo in Randazzo dalla porta antica tra il castello e la chiesa di lava scura e di pietra bianca. È una città storica, ma noi passammo in fretta tra i suoi neri conventi, le sue nere chiese, le sue nere case, nella strade nere, fuggendo verso i vigneti di Linguaglossa. La luna, piena e rotonda, si era ormai levata nel cielo, illuminando di fredda luce le colate di lava e i boschi. Già il mare brillava lontano di là da Fiumefreddo, e appariva meravigliosa nella distanza, sul mare lucente, la montagna di Taormina. Le barche dipinte partivano per la pesca, i lumi delle lampare splendevano nell’acqua verde come scintillanti costellazioni (Levi, 1955: 116).
Ma, in ogni caso, le risorse della lingua codificata sono insufficienti a descrivere pienamente una terra così ricca di contrasti come la Sicilia e del resto gli stessi siciliani si servono, ai fini della comunicazione, di codici non verbali. Levi apre pertanto, la terza parte, mostrando gli abbracci, i gesti che accompagnano l’incontro fra una donna che ritorna a Palermo dopo trent’anni trascorsi in America e la propria madre.
Le due donne, nel cerchio della folla, si abbracciavano piangendo, gridando e mugolando di una gioia che pareva un profondissimo dolore, si distaccavano un attimo, per riabbracciarsi ululando, e si battevano le mani sulla schiena, e dondolavano, oscillavano, come spinte da una forza estranea, da un vento di passione, e si toccavano, si palpavano, come ad assicurarsi della loro fisica presenza, e ricominciavano senza fine gli abbracci e gli urli. Aveva, quel saluto di madre e figlia, la stessa straziante intensità dei lamenti funebri, sì che a me e agli altri viaggiatori che si erano fermati allo spettacolo, nasceva, insieme al sorriso, una sorta di nodo di angoscia e venivano sul ciglio lacrime involontarie (Levi, 1955: 127).
Lo scopo è quello, ancora una volta, di mettere in rilievo la diversità e la tipicità della Sicilia e dei suoi abitanti, il legame con un passato mitico, rievocato dal cantastorie cieco che subito dopo, a Palermo, racconta di Ruggiero e dei suoi amori. La Sicilia rappresenterebbe, allora, “il mondo interiore delle nostre origini” (Galvagno, 2004: 161). Ad un certo momento, la prosa, a poco a poco, diventa poesia, e il racconto si trasforma in misura e quantità, le parole si rompono secondo la cadenza e gli accenti, come il canto metrico di un antico poema. Un’altra lingua, la lingua ritmata dell’armi, sempre più mossa e rapida e spezzata, con la prosodia dei colpi e dei fendenti, dei passi d’arme, delle parate, delle finte, delle ferite e delle morti, come un ballo sacro e guerresco, rivelazione meravigliosa di un tempo perduto (Levi, 1955: 129).
A questo episodio si collega la descrizione del “gioco dei fuochi” (Levi, 1955: 134) di Santa Rosalia, in cui è Levi “poeta” (Russo, 2011: 106) a far sentire la sua voce. Se, perciò, nel giorno del festino di Santa Rosalia, Palermo appare “sfavillante” (Levi, 1955: 131), immersa in un “bagno di luce” 6 (Levi, 1955: 131), splendente di una “teatrale vitalità” (Levi, 1955: 134), rappresentata dagli oggetti, lungo la strada che conduce a Trapani e ad Erice, in un percorso che sembra ricordare quello dell’ Olivo e l’olivastro di Consolo, tutto cambia. Luoghi desolati, immagini di miseria, mentre gli amici S. e P. illustrano a Levi altri aspetti della Sicilia, dato che, a poco a poco, il gruppo entra “nel paese dei banditi, nel triste regno di Giuliano” (Levi, 1955: 140). Il passato giustifica il presente, anche sulla base di quella “compresenza dei tempi” (Calvino, 1967: 237) che è tratto distintivo dell’ideologia leviana, per cui S. spiega il radicamento della mafia con l’assenza, anche al presente, di una classe intermedia: “fra il popolo contadino e lo Stato straniero c’è sempre stato un abisso, un crepaccio; e qui sta nascosta la mafia” (Levi, 1955: 141).
Per giungere alla distesa dei feudi, ai villaggi dell’interno, alla terra, al contadino, per far pagare la gabella, per succhiare il grasso del paese, necessario ai lontani governi e alla vita dei nobili, non ci sono mai state forze sufficienti né intese dirette; tutta la vita dell’isola fu sempre abbandonata a se stessa. Così nasce il gabellotto, e il campiere, il sovrastante che non soltanto garantisce a proprio vantaggio l’esazione dei beni ma si sostituisce allo Stato assente in tutte le funzioni di ordine e di giustizia, pone il suo codice d’onore al posto della legge estranea e imponente, e diventa, a mano a mano, un potere assoluto e unico, fondato sul prestigio e sulla assenza. Questa è l’origine storica della mafia: ne viene quel tacito patto fondamentale di impunità fra essa e lo Stato (Levi, 1955: 141–142).
Le parole di S., rese più pregnanti grazie all’impiego di anafore e di enumerazioni, sono un atto di accusa verso il governo di Roma, che non ha risolto il problema, non ha fatto nulla per eliminare le cause della diffusione della mafia: essa si è così modernizzata e si occupa, adesso, degli appalti, delle industrie, dei commerci. Un uomo, invece, cerca di modificare questo stato di cose, Danilo Dolci, un architetto triestino, convinto di poter eliminare “le malattie, l’analfabetismo, la delinquenza, la prostituzione, gli effetti mortali di una antichissima miseria” (Levi, 1955: 152), e che si è trasferito in Sicilia per attuare tutta una serie di iniziative: un progetto di irrigazione, un asilo, una scuola, la lotta contro la pesca abusiva, conferenze, studi. L’obiettivo è quello di suscitare negli uomini la fiducia. L’attività di Danilo Dolci dimostra come gli intellettuali cerchino di colmare il vuoto lasciato dalle istituzioni, come prevede il Neorealismo.
E a Levi chiedono di scrivere due donne, la duchessa di S. e la madre di Salvatore Carnevale, ucciso il 16 maggio 1965. Dalla duchessa, Levi conosce un giovane principe, che gli parla della principessa Notarbartolo, sua parente, proprietaria del feudo di Sciara. È qui che termina la terza parte della cronaca di viaggio. La quarta e ultima è il resoconto del viaggio
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compiuto da Levi, a quattro anni di distanza, a Sciara, per avere notizie dell’azione di Carnevale. È questa la sezione più significativa: Levi apprende dal suo amico Alfio come Carnevale avesse cercato di spezzare le catene feudali che ancora tenevano avvinti i braccianti, chiedendo che venissero rispettate le leggi nella spartizione delle olive con i proprietari e organizzando l’occupazione delle terre. Il suo assassinio ha cambiato le cose, perché la madre ha avuto il coraggio di denunciare la mafia, dando in tal moda forza a tutti i contadini. Francesa Serio rappresenta così la nuova Sicilia che crede e agisce in nome di una giustizia che è anche superiore alla giustizia incarnata dalle istituzioni, non sempre capace di agire in nome delle leggi. E lo fa contando solo sulla forza delle parole. Levi, rievocando la sua figura e la sua storia, obbedendo cioè alla sua richiesta di scrivere “’il romanzo’ della morte di suo figlio” (Levi, 1955: 186), evidenzia i nuovi compiti e i nuovi poteri dell’intellettuale: essere al servizio della verità, un intellettuale organico. È il colore nero, da intendere perciò quale simbolo di aridità, a collegare questa donna e la sua vicenda alle sezioni precedenti: È una donna di cinquant’anni, ancora giovanile nel corpo snello e nell’aspetto, ancora bella nei neri occhi acuti, nel bianco-bruno colore della pelle, nei neri capelli, nelle bianche labbra sottili, nei denti minuti e taglienti, nelle lunghe mani espressive e parlanti: di una bellezza dura, asciugata, violenta, opaca come una pietra, spietata, apparentemente disumana (Levi, 1955: 169).
Al tempo stesso, però, Francesca rappresenta qualcosa di nuovo: Niente altro esiste di lei e per lei, se non questo processo che essa istruisce e svolge da sola, seduta sulla sua sedia di fianco al letto: il processo del feudo, della condizione servile contadina, il processo della mafia e dello Stato. Essa stessa si identifica totalmente con il suo processo e ha le sue qualità: acuta, attenta, diffidente, astuta, abile, imperiosa, implacabile. Così questa donna si è fatta, in un giorno: le lacrime non sono più lacrime ma parole, e le parole sono pietre. Parla con la durezza e la precisione di un processo verbale, con una profonda assoluta sicurezza, come di chi ha raggiunto d’improvviso un punto fermo su cui può poggiare, una certezza: questa certezza che le asciuga il pianto e la fa spietata, è la Giustizia. La giustizia vera, la giustizia come realtà della propria azione, come decisione presa una volta per tutte e da cui non si torna indietro: non la giustizia dei giudici, la giustizia ufficiale. Di questa, Francesca diffida, e la disprezza: questa fa parte dell’ingiustizia che è nelle cose (Levi, 1955: 169–170).
Francesca ripete le parole pronunciate dal figlio: “Chi uccide me uccide Gesù Cristo” (Levi, 1955: 175). Levi sottolinea la forza delle sue parole, “un linguaggio di rivendicazione, di oratoria, di discussione, un atto di accusa, […] un linguaggio di partito” (Levi, 1955: 175). Salvatore Carnevale aveva compreso l’importanza dello studio, della cultura. “Un giovane contadino […] accompagna” Levi e riferisce che “Studiava, […] con Salvatore, la sera. Studiavano il vocabolario. Là ci sono le parole, le parole che hanno scoperto e che solo adesso sono diventate necessarie” (Levi, 1955: 184). E proprio per questo che Levi trascrive una parte dei discorsi di Francesca, altamente rappresentativi dell’italiano dei ceti popolari. Secondo Levi, infatti, “I Contadini potranno esistere ed essere riconosciuti come Soggetti storici, solo se riusciranno ad esprimersi nella loro lingua” (Galvagno, 2004: 132); “La lingua degli altri, […] non conviene a loro: non ha senso sulle loro bocche. Devono parlare, ma a modo loro” (Levi, 2015: 190). Francesca ricorre alla ridondanza pronominale: “A te non ti disse il brigadiere questo morto chi era?” (Levi, 1955: 181); “[…] nemmeno i piedi li posavo più in terra” (Levi, 1955: 181); “[…] a me mi guardate, e a quelli li lasciate liberi. […] certo un movimento lo deve fare, [….]. Uno spasimo, una convulsione in terra la deve fare” (Levi, 1955; 182). Utilizza il presente al posto di un tempo passato (“Mentre davo un altro passo, si avvicina il brigadiere di Sciara” [Levi, 1955: 181]), non rispetta la concordanza verbale (“[…] io ho visto le calzette bianche, erano le calzette che ho lavato ieri a mio figlio” [Levi, 1955: 181]), inserisce nel proprio discorso il che polivalente (“[…] mi deve portare da mio figlio, che questi vigliacchi dicono che non è mio figlio” [Levi, 1955: 181]) e il ci attualizzante (“Quando vennero ad ammazzare mio figlio non ci vennero a guardare” [Levi, 1955: 182]), pone il verbo alla fine del periodo (“certo non è che come spira resta. […] Quattro hanno arrestato, […]” [Levi, 1955: 182]), usa il verbo ‘morire’ in senso transitivo, con il significato di ‘uccidere’: “ma loro erano consapevoli di chi lo aveva morto” (Levi, 1955: 182). Ed è tale il rispetto di Levi narratore nei confronti di questa madre, la quale chiede giustizia, che definisce “vangelo” (Levi, 1955: 183) le sue parole. Ma i contadini di Sciara sentono anche la partecipazione di Levi ai loro problemi, e condensano tutta la loro fiducia e le loro aspettative nella parola con cui lo salutano: “Compagno, compagno” (Levi, 1955: 184). In essa, però, non deve vedersi tanto un segno di coscienza politica, quanto la felicità di aver trovato in una persona dotata di cultura un alleato, un tramite per le loro rivendicazioni. È l’intellettuale, dunque, investito di una luce mitica. Levi lo registra perfettamente: “Nella loro bocca è una parola magica, una formula di scongiuro che dà la forza e il potere, e basta, come le trombe bibliche, a far crollare le mura della città” (Levi, 1955: 184). Ma si rendono palesi, anche, gli obiettivi che Levi attribuisce al viaggio: Il viaggiatore che vi [in Italia] giunge […] può seguire una sua prima immagine, semplice e univoca, e contentarsi di quella; o, se è un grande spirito, come i tanti viaggiatori illustri dei tempi in cui il «Viaggio in Italia» pareva una necessità della cultura, del cuore e dell’anima, […] arricchirla, e arricchirsi: se è uno spirito chiuso, fermarsi a un’apparenza, al costume, al folclore, al clima, al piacere, alla dolcezza, al prestigio dei nomi, o a nulla (Levi, 1960: VII).
In tal modo la Sicilia si appresta a preparare il suo riscatto, a far sentire la sua voce, e il viaggio non è più “un itinerario all’interno dell’uomo che teme di analizzarsi” (Guagnini, 2014: 228). Alla fine del libro, allora, è Roma, simbolo del potere centrale che ha soffocato la Sicilia, ad apparire “troppo consapevole e troppo ignara, addormentata nella sua storia senza limiti e nel torpore della calda estate” (Levi, 1955: 188) così da ricordare il mito della città “che non si lascia assoggettare” (Savini, 1974: 106), presente in tanti romanzi parlamentari di secondo Ottocento.
