Abstract
L’oggetto dell’analisi di questo saggio verte su tre direttrici. Il primo riguarda la ricostruzione storica dell’incontro, l’unico, tra Leonardo Sinisgalli e Rocco Scotellaro a Montemurro, in provincia di Potenza, attraverso fotografie e documenti. La seconda parte cerca di comprendere la natura delle relazioni tra il giovane Scotellaro, ammiratore di Sinisgalli e delle sue poesie, e il poeta-ingegnere, la cui fama era già consolidata. Nell’ultima sezione si suggerisce un’ipotesi originale: la prematura morte di Scotellaro, insieme ad altri eventi umani e professionali, ha influenzato Leonardo Sinisgalli, che dal castello di quella formidabile portaerei che era la rivista tecnico-culturale Civiltà delle macchine (1953–1958), punterà verso una rotta di impegno meridionalistico.
Qual è il fascino dell’algebra? La limpidezza della sua scrittura, la sua incorporeità, la chiarezza dei suoi sviluppi. Com’è bello con un filo costruire una calza! Chi non conosce i ferri, chi ha il cervello di una gallina non riuscirà mai a vedere in un gomitolo una trama.
Leonardo Sinisgalli
Premessa
Sulla natura dei rapporti personali tra Leonardo Sinisgalli e Rocco Scotellaro non si è indagato molto. Ambedue lucani, ambedue poeti, ambedue legati a una civiltà terragna, ambedue figli di artigiani – di un sarto l’uno, di un calzolaio l’altro –, ambedue esuli con esiti diversi. L’uno nato nella mazziniana Montemurro, terra di frane e terremoti in provincia di Potenza, nel 1908, l’altro nella diocesana Tricarico, in provincia di Matera, nel 1923. L’uno vissuto tra architetti, capitani d’industria, artisti e poeti, l’altro tra contadini e politici, carcerati e antropologi. L’uno ricco e famoso in vita sin dagli esordi, recensito da critici maestosi come Ungaretti, Contini, Bo, Cecchi ecc., l’altro povero ma prodigo, osannato post mortem 1 da Carlo Levi, Rossi-Doria, Ernesto De Martino ecc. L’uno lontano dall’impegno politico e civile, immerso in una concezione mitografica ed edenica del Sud, l’altro simbolo volontario e involontario di una riscossa contadina in cerca di un nuova alba. Lirico e geometrico il maestro, acerbo e geniale il discepolo.
Sinisgalli fu modello poetico di Scotellaro in vita. 2 Scotellaro, forse, fu modello di impegno civile per Sinisgalli tra il 1954 e il 1954.
La lettera di Scotellaro a Sinisgalli
Il documento che testimonia il primo contatto tra i due è una lettera 3 che Rocco Scotellaro invia a Leonardo Sinisgalli il 1° ottobre del 1946, da Tricarico.
Ciò che colpisce di questa lettera è la garbata determinazione con cui il giovane intellettuale ventitreenne si propone al più maturo Sinisgalli, testimoniata dal “Voglio scriverti per conoscerti”. Da un lato il “tu” volitivo e tagliente, dall’altro il tributo dell’ammirazione e dell’amicizia.
È una lettera sintetica e concreta come l’indole del suo estensore. Caratterizzata, dopo il “voglio conoscerti”, dalla citazione delle amicizie comuni (Ettore Lippolis, Giandomenico Giagni, Alfredo Pieroni) e dal riferimento a Il Costume politico e letterario, del quale Scotellaro aveva ricevuto due numeri e a cui Sinisgalli collaborava. Propone, quindi, all’autorevole ed esperto conterraneo una rivista letteraria di respiro nazionale, che potesse dar voce agli scrittori e ai dilettanti lucani. A dimostrazione del suo talento, allega un articolo pubblicato sull’Avanti!, diretto da Ignazio Silone, dal titolo “Artigianato meridionale. Uomini della pece”.
Nella chiusa, anch’essa molto franca, chiede di essere accettato tra i suoi amici.
Interessante è il riferimento a Il costume, periodico di politica e letteratura. L’iniziativa editoriale fu del poeta e letterato Velso Mucci, che, a partire dal 21 giugno del 1945 riunì numerosi e autorevoli uomini di cultura. Redattori fissi furono Leonardo Sinisgalli, Nicola Ciarletta e Aldo Gaetano Ferrara. Tra i collaboratori saltuari c’era anche Giandomenico Giagni. Quindi sono due i lucani in redazione. Ma chi ha inviato a Rocco Scotellaro i due numeri della rivista? Sinisgalli o Giagni? In assenza di certezze, si può presupporre che sia stato Giagni, quasi coetaneo di Scotellaro. Infatti, i due avevano frequentato il liceo classico a Potenza nel 1939. 4 Dopo la morte del padre nel 1942 e l’adesione al Partito Socialista di Unità Proletaria, Potenza diventa meta di frequentazioni e pellegrinaggi politici. La loro amicizia nel 1946 era già consolidata, non a caso Scotellaro parla a Sinisgalli di Giagni come amico comune.
Antonello Leone, Maria Padula, Rocco Scotellaro e Leonardo Sinisgalli
Non sappiamo se Sinisgalli rispose a quella epistola, ma il poeta di Montemurro divenne argomento di conversazione di Rocco Scotellaro con il pittore Giuseppe Antonello Leone, artista di radici campane, il quale aveva sposato il 27 dicembre del 1942 Maria Padula, sua compagna di corso all’Accademia di Napoli e montemurrese come Sinisgalli. Anche per le difficoltà della guerra, Montemurro diventa la base operativa della coppia Leone–Padula, da cui partivano per lavoro o per esposizioni artistiche.
Le difficoltà del dopoguerra e la nascita del secondo figlio, Silvio Domenico, il 21 dicembre 1946, portarono Antonello Leone ad accettare alcune ore di insegnamento a Potenza nel 1947. A quell’anno risale, proprio nel capoluogo lucano, come riporta Maria Padula nel suo libro Il vento portava le voci 5 (1986: 42), l’incontro tra Antonello Leone e Rocco Scotellaro. Lo stesso Leone lo ribadisce in un commovente intervento 6 (La Rocca e Scognamiglio, 1996), dal titolo “Conobbi Rocco Scotellaro”.
Ma la data di due pagine di un suo taccuino (Picardo, 2002: 179–182) confligge con il 1947. Secondo una chiosa postuma dello stesso Leone i versi a matita di Rocco Scotellaro “annotati in una delle tante sere a Potenza, quando mangiando un pezzo di pane, ci scambiavamo pensieri e poesie”, sono del 1945. Retrodatando di fatto l’incontro con il poeta di Tricarico.
Le fotografie dell’incontro Sinisgalli–Scotellaro a Montemurro
Si tratta di una chiara imprecisione di Antonello Leone, forse condizionato nel ricordo da un errore di datazione (1944) di una fotografia di Sinisgalli pubblicata in Un poeta come Sinisgalli (Appella, Borra e Sinisgalli, 1982), la cui didascalia recita: “Con Rocco Scotellaro, Maria Padula, Filippo e Mimì Bonelli, Grumento Nova (Pz) 1944.”
Accanto a Maria Padula c’è anche il primogenito della coppia Leone, Nicola Giuliano, nato il 17 settembre del 1943. Il bimbo dovrebbe avere un solo anno, ma si erge impettito e a braccia conserte, con la madre, tra Sinisgalli e Scotellaro. Questa foto, quindi, è stata scattata molto tempo dopo il 1944.
Sono state pubblicate altre due foto che ritraggono lo stesso gruppo. La prima nel volume Un poeta come Scotellaro 7 (Appella e Vitelli, 1984) con questa didascalia: “A Montemurro (Pz), nel 1948. Da sinistra: Mimì Bonelli, Giorgia de Cousandier, Scotellaro, Maria Padula, Filippo Borra, Leonardo Sinisgalli, Giuseppe Leone.”
La data si avvicina sicuramente al periodo in cui è stata scattata la foto, ma non è quella giusta. Di certo questa fotografia è dello stesso giorno delle altre. L’abbigliamento di Giorgia, di Filippo, di Leonardo, di Rocco, ne è la prova. Per completezza occorre aggiungere che nella foto compare, oltre allo stesso Giuliano, in braccio a Maria Padula, il piccolo Silvio Domenico Leone, nato il 21 dicembre 1946.
La seconda foto, che noi riproponiamo, scattata sempre lo stesso giorno, è stata pubblicata nell’opuscolo che il circolo “La Scaletta” (2013) di Matera ha dedicato al ritrovamento delle carte processuali di Rocco Scotellaro. La didascalia non riporta alcuna data.
Ma le foto che hanno immortalato lo storico incontro Sinisgalli–Scotellaro a Montemurro sono state almeno sei, come risulta dall’archivio della famiglia Leone–Padula. 8 Osservandole con attenzione si deduce che sono state scattate tutte nella medesima occasione e non in date diverse.
Quando si incontrarono Sinisgalli e Scotellaro?
La stagione è quella estiva, come si desume dai pantaloncini corti dei tre bambini e dai sandali di Giorgia, ma anche dal bianco vestito di lino di Sinisgalli, dal gessato di Scotellaro e dal maglioncino leggero di Leone. Ma di quale anno?
Lo stesso Antonello Leone testimoniando sulla storica giornata lo svela dicendo: Nell’agosto del 1949, Rocco incontrò Leonardo Sinisgalli in casa nostra a Montemurro, con abbracci esplosivi che Leonardo gestiva da attore consumato. Rocco ritornò ancora a Montemurro con Pek … (La Rocca e Scognamiglio, 1996: 179–182)
Ma se i ricordi, per la loro stessa natura e dopo lungo tempo, possono essere fallaci, una lettera
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datata “Tricarico, 8 agosto ’49”, che Scotellaro scrive a Leone, inconfutabilmente sgombra il campo da qualsiasi dubbio: Non so proprio come il buon Sinisgalli possa stimarmi “moltissimo”. Io conosco quasi tutto di lui e lo so anche a memoria in alcune poesie da tanti anni. Mi preparo a conoscerlo negli occhi e ti sono molto grato per l’occasione che mi offri. Saluti a te e tua moglie Rocco Scotellaro
Dalla lettera traspare un grande entusiasmo e anche la meraviglia di essere stimato da Sinisgalli, lui che del poeta-ingegnere conosceva a menadito alcune poesie. Eppure, la franchezza contadina di Scotellaro cela una remora. Vuole infatti “conoscerlo negli occhi”, scrutare dentro il Sinisgalli-uomo. La sensazione è che Scotellaro nutra una diffidenza sulla genuinità del battito lucano che pulsa nelle liriche sinisgalliane. Sente probabilmente una distanza.
L’epistolario tra Scotellaro e Leone–Padula
Delle otto lettere di Scotellaro ai Leone–Padula, le prime tre citano Sinisgalli a dimostrazione del fatto che nelle discussioni a Potenza e negli incontri l’argomento “Sinisgalli” tiene banco. Almeno fino all’incontro fisico. Dopo l’agosto del 1949, nessun cenno nella corrispondenza Scotellaro–Leone–Padula.
Nella prima lettera, molto lunga, datata 15 novembre 1948, Scotellaro a un certo punto scrive: Io sono un po’ impegnato in politica: si rifanno le elezioni amministrative e sono di nuovo candidato mio malgrado, perché si perderanno: comunque posso ugualmente invitarti. Un artista come te, così lucano quanto la tua signora, non deve tralasciare occasione di addentrarsi nel mondo della civiltà contadina, che, meglio di Sinisgalli, voi due avete saputo già rappresentare … (Picardo, 2002: 43–44)
Nella seconda lettera, datata 7 gennaio 1949 (Picardo, 2002: 45), discorrendo di Roma e di auguri per degli esami, scrive: “Carlo Levi ti è stato di aiuto in qualcosa? Hai visto il tuo Sinisgalli? Che fa?”
Quel “tuo Sinisgalli” conferma i dubbi o quanto meno l’ambivalenza del poeta di Tricarico nei riguardi dell’illustre amico di Leone. Scotellaro è in ogni caso curioso, vuol sapere cosa sta facendo Sinisgalli. Ma dopo la giornata montemurrese il poeta-ingegnere non sarà più citato nella corrispondenza con Leone–Padula; forse anche per le sventure politiche in cui incapperà il giovane sindaco.
Una piccola notazione sulle fotografie e sulla postura di Leonardo Sinisgalli: egli non guarda mai l’obiettivo ponendosi, tranne in una, sempre di trequarti; è sempre con la sigaretta in mano o con le mani in tasca; sempre distante dall’ospite Scotellaro, anche lui in evidente disagio. Un po’ diversa la situazione rispetto agli “abbracci esplosivi”, descritti da Antonello Leone.
Dopo l’agosto del 1949 non si ha più traccia, diretta o indiretta, di relazione tra i due poeti.
Una piccola occasione di coabitazione pubblicistica è offerta dalla rivista Comunità di Adriano Olivetti, alla quale Sinisgalli collabora fin dalla fondazione. Scotellaro, dal canto suo, vi pubblica “Due poesie” e “Fili di ragno”.
La morte di Scotellaro e la svolta di Sinisgalli in Civiltà delle macchine
All’inizio degli anni Cinquanta c’è un mutamento di rotta nel percorso umano e poetico di Leonardo Sinisgalli. Nel 1952 pubblica la sua nuova raccolta poetica, La vigna vecchia, dopo i Nuovi Campi Elisi del 1947.
Dopo l’immersione totalizzante nello sperimentalismo di una modernità che si è nutrita di nuovi linguaggi (pubblicità, documentarismo scientifico, divulgazione radiofonica) e di coinvolgenti esperienze artistiche, umane e professionali, tra Roma e Milano, Sinisgalli ritorna a una dimensione poetica che ricolloca il suo Sud e la sua Montemurro al centro della sua forgia affettiva ed emotiva. È un ritorno in punta di piedi, dopo un lungo peregrinare. Quasi a chiedere scusa della fuga, dell’abbandono, dell’afasia poetica. È un ricucire i lembi dopo lo strappo. Montemurro ritorna a essere la sua Itaca.
Lo esprime con chiarezza nella nota “Agli amici” che apre la silloge: Questi pochi versi vogliono significare che io sono qui ancora tra voi. In questi ultimi anni di peregrinazioni ho potuto ritrovare miracolosamente qualche parola che vi reca ora il mio ricordo e il mio saluto. Mi vergognavo di aver abbandonato la compagnia, mi disperavo della mia difficoltà a esprimermi. Mi sentivo finito innanzi tempo. (Sinisgalli, 1952: 19)
Il primo è la morte del padre, il 4 agosto del 1953. L’eredità è divisa. A lui spetta la casa dov’è nato, sul Fosso di Libritti. Grande è il rammarico del poeta, soprattutto per la “vigna vecchia”, la vigna che la madre aveva portato in dote al padre con il matrimonio.
Il secondo evento è la morte improvvisa di Rocco Scotellaro, il 15 dicembre 1953. Leonardo Sinisgalli è alla guida di Civiltà delle macchine. La morte di Scotellaro, essendo già chiuso il primo numero del 1954, è ricordata nel secondo numero dell’anno, nella rubrica “Semaforo”. Ma non è un doveroso omaggio a un conterraneo. È molto di più.
Sinisgalli, dopo aver presentato Michele Parrella, un giovane poeta lucano, di Laurenzana, scrive: Il mese scorso la Lucania ha perduto un figlio giovanissimo, Rocco Scotellaro. Scotellaro era amico nostro e amico fraterno di Parrella. Lavorava col prof. Rossi-Doria a Portici per un vasto programma di bonifica del Sud. Raccogliere qui una voce nuova non vuol significare solo un gesto di amicizia, vuole testimoniare una complicità. Il Sud bisogna intenderlo in queste voci sparse più che nei bilanci e nei programmi della Cassa per il Mezzogiorno. Noi che siamo pronti a segnalare i primati strumentali della scienza vogliamo dedicare ora la nostra rubrica più discreta alla denuncia di uno scacco. In Lucania, ce lo dice con parole coraggiose questa testimonianza irrefutabile, la speranza è di là da venire, la civiltà una lontana promessa. Giustino Fortunato aveva ammonito: “Il Mezzogiorno, signori sarà la fortuna o la sventura di Italia.” (Sinisgalli, 1954a: 76)
La morte di Scotellaro non è solo la morte di un uomo e di un poeta. È anche l’horror vacui improvviso per un’intera generazione, rispetto a un sogno di riscatto. La Lucania perde un figlio e Sinisgalli, da poeta acclarato e acclamato, probabilmente sente il dovere di cooptare, proteggere, spronare e assecondare la nidiata dei giovani poeti lucani, di una nuova generazione che smania nel tentativo di emanciparsi dalla palude di una concezione immobilistica del Sud. Si tratta di emergenti cantori che hanno delibato sia il vino aspro dei Contadini del Sud (Scotellaro, 1954) sia il miele nostalgico di Vidi le Muse (Sinisgalli, 1943).
Michele Parrella, Giulio Stolfi, Vito Riviello e Mario Trufelli
Dal numero di marzo del 1954 Sinisgalli spalanca le porte della sua Rivista, che non è certo una rivista letteraria, alle solitarie rapsodie di Michele Parrella, Giulio Stolfi, Vito Riviello e Mario Trufelli: tutti poeti e tutti lucani. Sente il bisogno di dar voce alla sua periferia contadina, distante anni luce dal futuristico pannello di controllo di Civiltà delle macchine e da quanto sta accadendo nel Nord industriale e tecnocratico, già proiettato verso il miracolo economico.
Sembra quasi, nel chiamare a raccolta i giovani poeti lucani, che Sinisgalli risponda a quella sollecitazione che Rocco Scotellaro gli aveva rivolto nella lettera, già citata, del 1° ottobre 1946, sulla necessità di dar voce agli “scrittori” e ai “dilettanti” che esistono in Lucania.
Nel numero di giugno 1954, “Semaforo” ospita Giulio Stolfi. Sinisgalli (1954b: 79) scrive che attraverso le sue “testimonianze acerbe ma più immediate delle requisitorie di Guido Dorso, di Rossi-Doria, di Francesco Compagna, si ha un’immagine più dolorosa del Sud e più indimenticabile”.
In questa occasione Sinisgalli (1954a: 76) ribadisce ciò che aveva già espresso presentando Parrella: che “il Sud bisogna intenderlo in queste voci sparse più che nei bilanci e nei programmi della Cassa del Mezzogiorno”. La poesia di Stolfi, venata di neorealismo, è “poesia sociale”, quindi impegnata, a cui bisogna dar voce.
Per Sinisgalli la poesia di questi acerbi poeti può raccontare e testimoniare la realtà drammatica del Sud al pari, se non meglio, delle analisi socio-economiche, alle quali certamente non rinuncia in Civiltà delle macchine. Una a fianco dell’altra, una completamento dell’altra. E quando viene presentato Mario Trufelli e la sua poesia, Sinisgalli lo annuncia dicendo che è di Tricarico, “la capitale del mondo contadino”.
“Ora mettiamoci le ali”
Ma c’è una poesia di Michele Parrella (1955) che merita di essere segnalata per la forza del suo messaggio. Quasi una marsigliese: “Ora mettiamoci le ali”.
Sinisgalli la pubblica nel “Semaforo” dell’ultimo numero del 1955. La poesia è un invito alla lotta, all’azione, è un’esortazione a un maggior impegno meridionalistico, a un risveglio dal torpore: “Ora mettiamoci le ali, possiamo osare/non cadremo più, non cadremo ancora/i giorni ci aprono un varco …”
“Non è più tempo di sambuco”, continua Parrella, citando l’ermetismo del primo Sinisgalli. “Non è più il tempo del salice”, di quasimodiana memoria. È l’ora di indossare un “cimiero di foglie”, perché non si può più attendere.
È l’ora di dar voce al Sud, mentre esplode la Civiltà delle macchine e del progresso nel Centro-nord del Paese, è una pulsione che pervade la linea editoriale di Sinisgalli e di tutta la Rivista – non solo nella rubrica del “Semaforo” – in modo particolare nel periodo 1954–1956. E non riguarda solo i poeti lucani e la poesia.
Oltre a Michele Parrella furono invitati a collaborare, sui problemi del Sud e della Lucania, Mario Lacava, Francesco Nitti, Leonardo Sacco, Enzo Sellerio, Paolo Appella, Leo Solari, Lidia De Rita, Paolo Portoghesi, Gennaro Scognamiglio, Amedeo Serra e tantissimi altri.
“Matera capitale del mondo contadino” è il titolo di un articolo di Francesco Nitti (1955) apparso nel numero di marzo del 1955. Nello stesso numero compaiono “Tra Sinni, Agri e Basento” di Mario La Cava (1955) e “Poesie lucane” dello stesso Sinisgalli (1955), rivisitazione poetica di dialettali filastrocche lucane.
L’attenzione per il Sud non conosce tregua. Negli ultimi due numeri del 1955, Giuseppe Luraghi pubblica “Il Sud non chiede elemosine”; Paolo Portoghesi, “Si leggano i paesi” e “L’esperimento La Martella”; Paolo Appella (“un giovane di Castronuovo S. Andrea”), “I nostri Messia”.
Nel quarto numero del 1956 di Civiltà delle macchine sono ben quattro gli articoli dedicati al Sud: “L’industrializzazione del Mezzogiorno” di Leo Solari; “La Bibbia del vicinato” di Amedeo Serra; “I Sassi sotto inchiesta” di Lidia De Rita; “I fabbri di oggi e gli operai di domani” di Francesco Nitti. E in copertina campeggia la pianta di un vicinato tipico di Matera.
Alla corte della Rivista trovano spazio anche pittori e artisti lucani alle loro prime armi, ma promettenti, come Antonello Leone 11 e Maria Padula 12 di Montemurro; Luigi Guerricchio 13 di Matera; Mauro Masi 14 di Rivello.
Sinisgalli, Civiltà delle macchine e il Sud
In Civiltà delle macchine, house organ ideologicamente lontano dal mondo lucano e meridionale, per destinatari, per tematiche, per spirito, Leonardo Sinisgalli ingloba il Sud povero e polveroso, convinto come Fortunato che i destini dell’Italia passano attraverso il Sud e la risoluzione dei suoi atavici ritardi.
Sinisgalli è anche consapevole che la sua poesia non può essere utilizzata per urlare la rabbia di un riscatto e guidare legioni di giovani intellettuali. È un poeta troppo ricco e famoso per farlo. Non sarebbe credibile. Non sarebbe neanche coerente con quegli esordi ermetici che gli hanno conferito fama e consenso critico. Inoltre, nella sua storia umana e poetica, l’infanzia a Montemurro è equazione di estatica serenità.
Però, da direttore di Civiltà delle macchine, sa che può svolgere un ruolo fondamentale di attenzione e di sollecitazione rispetto a una Lucania (e a un Sud), vergogna d’Italia. Sa di avere a disposizione uno strumento ben più potente della sua stessa poesia: la sua Rivista. E non esita a utilizzarla.
Per questo, coerentemente, assolda una pattuglia di poeti, artisti, scrittori, sociologi, economisti, urbanisti, ecc. Più che essere il primo violino, preferisce salire sul podio e dirigere l’orchestra con la sua bacchetta.
C’è anche un contesto storico che aiuta. In questi anni esplode l’interesse per il Mezzogiorno grazie ai libri di Carlo Levi e Rocco Scotellaro, all’impegno di intellettuali come Manlio Rossi-Doria e Danilo Dolci. Che produce e si traduce negli interventi straordinari della Riforma agraria e della Cassa per il Mezzogiorno, grazie alle quali, in pochi anni, il reddito medio pro capite dei meridionali quadruplica.
E se Matera appare ad Adriano Olivetti come il campo ideale per una sperimentazione visionaria dove far convergere le leve di sviluppo del suo Movimento e della sua rivista Comunità (l’urbanistica, l’architettura, la fabbrica, la comunità), Sinisgalli può, dal timone di Civiltà delle macchine, procedere parallelamente e con pari incisività.
L’affievolirsi dell’impegno
La doppia morte, diversa e simile, del padre e di Scotellaro, unita al senso di colpa per l’abbandono della propria Itaca, nonché alla temperie di attenzione politica ed etnoantropologica verso un Sud per secoli al riparo dalla tempesta della storia, si risolve in Sinisgalli da un lato in un’apertura alle risorse umane e creative della sua terra, dall’altro in reportage di denuncia e di analisi socio-economiche.
Ma il Sinisgalli engagé, col passaggio di Civiltà delle macchine dalla Finmeccanica a Iri-Edindustria, nel marzo 1957, perde vigore per spegnersi completamente con l’abbandono della direzione dopo il secondo numero del 1958. Senza la sua prodigiosa macchina bellica, egli riprende il suo lavoro di creativo per la grande pubblicità industriale, per le aziende dell’Eni.
Si apre una nuova stagione sinisgalliana. Più complessa e tormentata, sul piano della poesia. Segnata da uno smagamento rispetto alle proprie radici, sempre più amare. Aumenta la solitudine e l’acredine nei confronti di una realtà sempre meno comprensibile. Il suo Sud sta diventando più evanescente. Da qui poesie sempre più epigrammatiche, a volte schegge, o disegni – la sua nuova passione – che lasciano sulla carta, più che ricordi, sensazioni, umori, malumori.
Rocco Scotellaro e la poesia al pomodoro
Nel 1962, Sinisgalli cita Rocco Scotellaro in un’intervista radiofonica rilasciata a Elio Filippo Acrocca: … penso di aver estratto la poesia dal Sud in modo piuttosto singolare, perché tu sai che dopo di me sono venuti gli Scotellaro, sono venuti gli altri poeti del Sud, e il mio Sud non è saporito, non è condito, non è un Sud al pomodoro. (Accrocca, 1979)
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È un giudizio duro. Stranamente duro. Enigmatico. È un muro comparativo tra la propria poesia e quella degli altri poeti del Sud, incluso il poeta-contadino che aveva conosciuto personalmente nell’agosto del 1949 a Montemurro e la cui precoce morte aveva contribuito a una importante svolta di impegno a metà degli anni Cinquanta. Forse Sinisgalli vede in Scotellaro e nei suoi proseliti quell’immobilismo leviano che aveva consegnato ai mass media, e alla storia, il dagherrotipo crudele ma al tempo stesso suggestivo di un Sud primitivo incapsulato nella carne pulsante di una nazione in movimento sui binari del progresso e della modernità.
Sinisgalli forse è convinto (siamo agli inizi degli anni Sessanta) di essere l’epigono di una poesia diversa, non condita dal pomodoro del folclore, che ha raccontato e racconta, tra memoria e realtà, il vero Sud: le mutazioni del progresso, l’emigrazione che svuota i paesi, il logoramento della civiltà artigiana, più che contadina, che lo aveva allevato con i suoi valori, le sue atrocità. Ha uno sguardo più disincantato e oggettivo. Sente infatti sulle spalle e nell’inchiostro, l’Età della luna.
E proprio in un brano della sezione “L’immobilità dello scriba” scrive con spietato realismo: I popoli meridionali sono stati schiacciati dalla paturnia dei padri, dalla infallibilità dei nonni, despoti intorno al fuoco o intorno al desco. Nel Sud è mancato l’amore, il filo di speranza, la scappatoia ai guai di famiglia. I meridionali contano i giorni che mancano alla fuga. Crescono per fuggire fuori di casa, lontani dal paese, si sposano bambini, muoiono in guerra per ribellione alla potestà dei vecchi. … Non c’è passione o vocazione che non venga contrastata. La scelta di un mestiere, di un amico, di una moglie … (Sinisgalli, 1962, 115–120)
Il suo Sud non è più quello di Scotellaro. Ma non è più neanche il suo.
