Abstract
Due troppo rapidi destini esistenziali con un minimo incrocio in extremis, carico di promesse letterarie, appena delibate. Si parla qui dell’incipiente amicizia fra Rocco Scotellaro e Mario Colombi Guidotti: due giovani letterati trentenni, entrambi di brevissima vita, quasi polarmente diversi, non solo geograficamente – uno del Sud (Tricarico), l’altro del Nord (Parma) – ma anche per estrazione sociale, inclinazioni politiche, propensioni letterarie. Eppure, nell’arco di appena un mese (dall’incontro a metà novembre ’53 all’improvvisa scomparsa di Scotellaro il 15 dicembre), i due stavano già costruendo un fecondo rapporto di collaborazione: Mario aveva già pubblicato infatti, il 10 dicembre, su “Il Raccoglitore” (la pagina culturale da lui diretta), Cena, una bella poesia di Rocco, ideologicamente programmatica (testo che commentiamo, ripresentandolo in quella stessa prima redazione); poi però, al critico di Parma, restò soltanto lo spazio immediato d’un sincero e accorato ricordo il 7 gennaio ’54 e, quasi alla fine di quell’anno, l’occasione d’una recensione, lucidamente spassionata, a È fatto giorno, la raccolta postuma del poeta lucano. Di lì a poco infine, il 15 gennaio ’55, anche Colombi Guidotti avrebbe tragicamente perso la vita.
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Tutto in quell’ultimo scorcio del 1953, finale per Scotellaro, maledettamente finale. Mario Colombi Guidotti,
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giovane critico e narratore parmigiano, s’era trovato – a metà novembre – a un congresso palermitano sulla narrativa siciliana,
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e lì aveva incrociato Rocco, d’un anno più giovane di lui: due giovani letterati – attorno ai trent’anni – già molto attivi entrambi sia come scrittori in proprio sia come organizzatori di cultura. Colombi Guidotti, sùbito dopo la notizia della morte di Rocco, così scriveva: Avevamo visto Rocco a Palermo, al recente Congresso della Narrativa Siciliana, a metà novembre ’53, e ci aveva dato l’impressione d’un giovane pieno di vita, di speranze, fiducioso negli uomini; un giovane meridionale che, prima d’essere un poeta, aveva nel sangue il desiderio ferventissimo di migliorare colla sua opera le condizioni di vita della sua terra. (Colombi Guidotti, 1954a)
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Quello di Scotellaro con Colombi Guidotti, col “Raccoglitore”, con Parma
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si prospettava dunque, senza dubbio, come il felice inizio di un proficuo rapporto letterario. E invece il destino prese un altro corso, troncando bruscamente ogni possibile sviluppo, con la morte repentina di Rocco. Si ripensi alle date strettissime del “sodalizio spezzato”: Scotellaro e Colombi Guidotti si conoscono tra il 10 e il 13 novembre 1953 a Palermo; il poeta lucano invia sùbito
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una sua poesia (Cena) al nuovo amico parmense; il quale gliela pubblica sul “Raccoglitore” il 10 dicembre (cfr. Scotellaro, 1953), praticamente a stretto giro di “quindicinale”;
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cinque giorni dopo – il 15 dicembre – Scotellaro muore a Portici. Un mese, un mese in tutto. Il critico di Parma è scosso alla notizia. Lo scrive, ancora sotto la vivida impressione di quell’incontro, giudicato sùbito importante, e lo sconcerto per la fine inopinata del fresco amico poeta: “[…] La […] notizia ci giunse casualmente e per vie traverse”, “dapprima ci parve incredibile”. E aggiungeva: […] Fino alla sua morte, aveva infaticabilmente collaborato alla risoluzione dei problemi meridionali. Tutta la sua opera poetica doveva uscire raccolta in un volume mondadoriano, e così pure, da Laterza, un grosso saggio sulla “Cultura dei contadini del Mezzogiorno d’Italia”, di cui Scotellaro ci aveva parlato; fatica di molti anni, forse purtroppo non completata. Stampare al più presto i suoi libri sarà il modo più semplice ma più significativo per onorare la memoria di uno scrittore. (Colombi Guidotti, 1954a)
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Colombi Guidotti, che pure era in gran sospetto nei confronti del neorealismo (quantomeno quello “facile”, fatto di stereotipi popolareggianti) – e lo scriveva in varie occasioni
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–, aveva invece capito benissimo, si direbbe, la sana “forza” innovatrice di Scotellaro. E così gli aveva sùbito pubblicato sul suo “Raccoglitore” la poesia Cena, che Rocco gli aveva mandato appena dopo la loro conoscenza in terra siciliana (il testo era accompagnato – diceva – da “un saluto non certo di chi poteva pensare di lasciarci”: Colombi Guidotti, 1954a). Cena è proprio uno di quei testi che più manifestano, credo, la voglia dell’autore di “trascrivere” la realtà attorno a lui, quasi (quasi!) senza alcun filtro, se non quello del “trascrittore”, cioè dello scrittore autobiografico in versi incluso nel “noi” collettivo (autore che mica può … svanire, ma almeno deve – come suggeriva il vecchio Verga – nascondersi perché possa sembrare che l’opera ecc …).
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Beh, senza neppure esagerare in fondo coi recuperi critici in direzione neo-veristica (altri tempi, e già troppa acqua passata sotto i ponti a metà Novecento), però effettivamente Cena era forse il punto più spinto (o uno dei più chiaramente spinti) proprio in direzione d’una poesia “neo-realista”. Quasi un manifesto. Credo metta conto di rileggerla; e, già che ci siamo, nella redazione pubblicata dal “Raccoglitore”, che è anche la prima edizione (cfr. Scotellaro, 1982: 167):
Un paio di osservazioni. La prima sull’assetto. Come si vede il testo di Cena – rispetto alla versione pubblicata nelle successive edizioni in volume – risulta indiviso, mentre Levi lo pubblica, di lì a un anno, con due separazioni strofiche (una dopo il quarto verso, e l’altra prima del quint’ultimo), come poi anche Vitelli (nell’82 e nel 2004). 10 Poteva davvero trattarsi d’un diverso assetto compositivo della copia mandata da Scotellaro a Colombi Guidotti? In teoria sì: non è vietato ipotizzare (in filologia, si sa, come nelle indagini poliziesche, conviene considerare ogni ipotesi) che il “continuum” testuale rispecchiasse la versione autografa inviata a Colombi Guidotti da Scotellaro; e tuttavia – anche se è doveroso segnalarlo – non accetterei scommesse, perché è in fondo abbastanza plausibile che i due “stacchi” siano caduti nella fase di composizione tipografica, che in una pagina di giornale si suppone non rigorosissima 11 (e allora l’omissione delle due spaziature strofiche – pensando alla filologia codicum – non sarebbe altro che un trascurabile errore del “copista”; e amen).
Altra osservazione per il verso v. 16. “Ci siamo allora azzuffati alla morra”, nel contesto di umanità “mescidata”, potrebbe velare (più che rivelare), una lontana eco letteraria, almeno a livello concettuale: chissà – mi chiedo – se Scotellaro aveva in mente, o anche solo nel subconscio, la famosa lettera del Machiavelli al Vettori (quella del 10 dicembre 1513), e, in particolare, il passo in cui il segretario fiorentino in esilio descrive le ore di “promiscuità” con gente di bassa condizione, e le contese dei giochi-passatempo: nell’osteria: quivi è l’oste, per l’ordinario, un beccaio, un mugnaio, dua fornaciai. Con questi io m’ingaglioffo per tutto dì giuocando a cricca, a triche-tach, e poi dove nascono mille contese e infiniti dispetti di parole iniuriose […] (Machiavelli, 1984: 425–426).
Altri toni, altre intenzioni, per carità; ma, se non è solo un nostro personale ed irrelato ghiribizzo anamnestico, 12 ci si potrebbe anche minimamente ragionare … 13
A pensarci, comunque – a pensare cioè al gesto di invio, da parte di Scotellaro, proprio di una poesia come Cena –, è un po’ come se il poeta lucano avesse inteso mandare al nuovo amico parmigiano, rappresentante di un’agiata borghesia intellettuale del nord, uno specimen del suo diverso mondo, identificato nell’“armonia” d’una collettività semplice e rurale, una piccola comunità meridionale coesa, ancora abbastanza coesa nonostante le inevitabili trasformazioni (felicemente rallentate magari, nella specie, dai fattori “paese” e “meridione”); e, insieme, un piccolo manifesto del suo esser poeta, esemplato nella semplicità cordiale di una veglia, tutta maschile, tra crepuscolo e notte (che pare ripetere, pur con alcune sensibili differenze, le veglie contadine nelle stalle), un raduno spontaneo di fine giornata (forse di fine settimana 14 ), con le storie raccontate in compagnia e senza distinzioni di mestieri o di “classi”: lo “scarparo”, il “fabbricatore”, il “sarto”, l’“impiegato”, i “contadini” e … l’intellettuale – ch’è del resto l“io-narrante” – tacitamente inteso come “intellettuale”, identificato sì, ma senza la definizione di “intellettuale”, solo metonimicamente (l’io, s’intende, non si auto-definisce), attraverso quel “libro già ingoiato dall’ombra”. La “fatica” sui libri, insomma, pari alle altre occupazioni, più o meno manuali, l’intellettualità come lavoro fra gli altri lavori. E quindi anche lui, il letterato, a “far giorno” insieme a tutti gli altri lavoratori. Questo il suo mondo, questa la sua prospettiva (magari con un’implicita aspirazione rifondativo-vocazionale per l’intera società); e questo, anche, il suo modo di scrivere in poesia, con versi fatti delle frasi d’un parlato naturale, respiratorio, decisamente lontano – almeno a quell’altezza cronologica e certo non solo in questo testo – dalla nostra plurisecolare tradizione versificatoria alta, così da ottenere un “verso libero” di genesi propriamente “altra”, altra anche rispetto alla pur recente tradizione del Novecento, allora in pieno corso (sia pur solo da un cinquantennio).
Un modo di aprirsi e chiarirsi sùbito, ecco. Tra nuovi amici.
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Come si diceva all’inizio, Colombi Guidotti, dopo la scomparsa di Scotellaro, ne scrive un pronto, sbigottito e addolorato Ricordo sul “Raccoglitore”; poi, l’anno dopo, all’uscita di È fatto giorno, recensisce su “Letteratura”
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la raccolta poetica postuma curata da Carlo Levi (Colombi Guidotti, 1954b). Conviene leggerne anzitutto l’attacco, per il risvolto umano: Rocco Scotellaro, morto un anno fa sui trent’anni, nella sua breve vicenda umana, per temperamento aperto e risoluto, colpì l’animo di non pochi critici e scrittori, che avevano conosciuto innanzi tutto la sua fertilità umana e la sua generosità. Scotellaro, che scrollava di giorno in giorno le esperienze della sua quotidiana infelicità, della sua insoddisfazione, poi, aveva nel fondo dell’animo, una sua ingenua quanto gentile fiducia negli uomini, che esprimeva col suo esuberante carattere. (Colombi Guidotti, 2004: 82) A un anno di distanza dalla sua tragica perdita, non è facile fare i conti con la sua opera, per tanti aspetti felice, ma per altri in via di formazione, indecisa o frutto di una sincera spontaneità non abbastanza depurata. […] Per quello che Levi dice, in funzione di critico, di Scotellaro, non tutto ci sembra rispecchiare nel miglior modo ciò che del poeta fin da oggi si può dire. Se è pacifico pertanto, come dice Levi, che si tratta di poesia legata alla vita, e di poesia che racconta la vita, che per Scotellaro l’espressione poetica è la prima forza d’espressione, non ci pare esatto sostenere che egli “non ha radici colte, se non quella dell’antichissima e ineffabile cultura contadina”. Difatti Scotellaro, come tutti quelli che mostrano un piglio da autodidatti e che poi al fondo non lo sono, è invece, in definitiva, un raffinato poeta, proprio coinvolto ancora, negli ultimi suoi giorni, nella lotta per liberarsi da ciò che sirenescamente l’orecchio attento gli porgeva. Pertanto in lui è forte l’esperienza culturale, per quel che è sufficiente sia forte in un poeta. E la novità è in lui più di contenuto che di esperienze formali. Novità di apertura a un clima, a una vita vissuta ed espressa con larghezza, quasi giorno per giorno. (Colombi Guidotti, 2004: 82) specie in quell’insistere dei motivi degli amici, del paese, dell’amore malinconico ma anche capriccioso di ragazzo, dell’infinito amore per la madre. (Colombi Guidotti, 2004: 83) […] Si giungerà fino alla fine di È fatto giorno con la bilancia sempre più favorevole alla vena sentimentale e personale del poeta (espressa soprattutto in Il carcere, La casa, due gruppi di poesie dove predomina un clima di malinconica grazia, quasi sabiano, e nell’altro gruppo, Amore e disamore, carico di calore mediterraneo e di desiderio di affetto amoroso), per quanto ogni sforzo di Scotellaro paia ancora rivolto a farsi conoscere come poeta popolare, con motivi sociali, piuttosto che come poeta lirico e raffinato quale più spesso egli ci risulta. (Colombi Guidotti, 2004: 84)
All’inizio del ’56, “Il Raccoglitore” si occupò ancora di Scotellaro, all’uscita dell’Uva puttanella (Scotellaro, 1955); ma con un contributo “esterno”, quello di Mario La Cava (La Cava, 1956). 18 E questa sarebbe, comunque, un’altra storia: perché frattanto, all’inizio del ’55, anche Mario Colombi Guidotti aveva concluso, precocemente e tragicamente, la propria vicenda esistenziale. L’incontro felice dei due trentenni, così lontani e diversi – eppure accomunati quantomeno da una loro grande passione letteraria, da immediata reciproca stima, ed anche, purtroppo, da un simile avaro destino – può apparirci oggi, col senno della distanza e proprio alla luce della loro breve “finestra” esistenziale, addirittura una sorprendente involontaria opportunità umana che il fato, distratto, abbia concesso loro (per poi riprendersela sùbito, s’intende).
