Abstract
Partendo dall’analisi di Cristo si è fermato ad Eboli in chiave odeporica, se ne individua lo schema di approccio al diverso, poi messo in atto nei successivi reportages dall’Europa e dall’Oriente (in particolare Russia, Cina, India).
Si tratta di viaggi all’interno di una dimensione spaziotemporale, dove si congiungono dialetticamente arcaico e moderno, dove nell’ignoto dell’altrove si rintraccia l’identità dell’io, e all’esotismo pittorico e fantasmagorico delle immagini è correlata la problematica politico-sociale dei Paesi attraversati.
Introduzione
Se numerosissimi articoli su riviste e quotidiani – in particolare “La Stampa” – attestano l’interesse costante di Carlo Levi per il viaggio e la sua scrittura, lo stesso trasformarsi di questi reportages in importanti volumi basterebbe a far intendere l’estraneità di tale prosa ai limiti di questo genere letterario, come bozzettismo e superficialità, e l’effettivo valore estetico e antropologico di una testimonianza odeporica, tesa sul filo della memorialistica e, secondo l’ipotesi di lettura che propongo, strutturalmente legata al rapporto conoscitivo con la realtà dell’altrove, alla forma in cui questa viene narrata e alla meditazione che vi scaturisce, impostate nel lontano primo notissimo libro dello scrittore, Cristo si è fermato a Eboli.
Il libro racconta, com’è noto, il periodo di confino in Lucania cui il regime fascista aveva condannato l’oppositore politico torinese.
Interrotto dopo circa un anno per un’amnistia, il soggiorno lucano costituisce in effetti per Levi un viaggio – in quanto tale di lunghissima durata, e ciò conta decisivamente – nelle profondità del Sud più arcaico, nelle profondità del tempo e della storia.
Si tratta di un’esperienza di viaggio assolutamente insolita, determinata infatti da anomale contingenze politiche, ma decisiva per la maturazione umana, artistica e letteraria dell’autore.
Darò dunque spazio al testo che ne deriva, alla base, come credo, della narrazione di successivi viaggi estesi da altre arretrate province meridionali fino agli estremi confini del mondo.
È stato con stupore e coinvolgimento, sul filo di un’ininterrotta tensione della mente, che ho ripreso in mano dopo molti anni Cristo si è fermato a Eboli, questo strano libro. Non è un’autobiografia, non un vero e proprio diario di viaggio, né un testo di formazione, non è un saggio, non un romanzo, ma un’esile filo conduttore adombra tutte queste diverse possibilità; è privo di una effettiva trama, eppure risulta avvincente, appassiona più di un intreccio romanzesco, è anzi una narrazione che, per un curioso paradosso, più racconta il ritmo di un tempo altro, immobile, ciclicamente ripiegato su sé stesso da millenni, più rapidamente si fa leggere.
Una terra desolata, immemore, apocalittica nelle sue colline argillose, nei suoi polverosi percorsi, nei suoi aridi burroni dove il tempo è sospeso sulle vecchie leggende, rassegnata alla sua sterilità atavica, arcaica nei suoi tristi costumi, col suo popolo di “cafoni”, di bambini malarici e di streghe contadine, ne è la protagonista assoluta, e l’interesse che suscita scatta in presenza dello sguardo altro e sorpreso del confinato politico, giovane forestiero del Nord, proveniente dal tempo che corre, dall’incalzare della storia e della politica, dal moderno.
È con affascinato stupore che guarda ad essa un occhio esterno, capace di cogliere l’aura dei luoghi negli spaccati dei paesaggi, nei volti degli abitanti, l’occhio del giovane antifascista torinese, mandato nel 1935 al confino in un paesino sperduto della Basilicata, ma in realtà scaraventato in un tempo fuori della storia, che sotto l’incrostatura superficiale, sotto la maschera delle insegne del fascio, mostra il volto millenario dell’oppressione di sempre dei potenti sui deboli. Un tempo che si trasforma in un tempo interiore di profondità, dove il cuore e la mente si affinano, scoprono la propria forza, la propria autentica identità scavandola nel dolore umano.
Ancora a Grassano, il paese, spesso nominato e descritto nel testo, vicino a Gagliano, secondo luogo di confino per Levi (e da questo percorso di passaggio appunto inizia il romanzo, a volerlo chiamare così, odeporico-memoriale) in primavera i fiori viola del Cercis Siliquastrum, dell’albero di Giuda, si disperdono nell’aria per le colline; lasciandosi scivolare sui calanchi, i solchi friabili dei rilievi argillosi in riva al Basento, come a cercarvi un guado. Ancora si percorrono le vie dei vecchi palazzi patrizi, si sosta nel caffè col biliardo e le bottiglie di vetro dove a pomeriggio inoltrato si riunivano a bere e fumare i vecchi, si visitano le abitazioni di pietra tra le grotte dove un tempo vivevano insieme uomini ed animali, già fortunatamente vuote da tempo: dai luoghi si può ancora cogliere l’eco delle antiche atmosfere.
Certo non possiamo rimpiangere il fascino arcaico di una Lucania sepolta nel passato, di fronte a una Regione dinamica, che oggi risarcisce, ricuce le sue lacerazioni, che entra da nuova e vivace protagonista in un quadro ormai europeo (Matera è oggi capitale della cultura europea), che promette un futuro alle sue popolazioni. Purché non resti immemore del monito di Pasolini, che vi ambientò il suo Vangelo, purché sappia respingere l’automatismo dei feticci del progresso, che mascherano la spersonalizzazione del mercato.
Ma non dimentichiamo mai quanto fosse in un altro modo e molto più disumana l’esistenza degli esseri che affollano le pagine di Cristo si è fermato a Eboli.
Che anzitutto è un libro della memoria: scritto tra il ‘43 e il ‘44, molti anni dopo gli avvenimenti che narra, è il libro della ricerca di un sé giovane – che non ha nulla di narcisistico, ma è oggettivato in un mondo ormai lontano – della ricerca di un tempo perduto. Ed è un libro che contiene in nuce tutta la successiva produzione di Levi, nato per un processo di “cristallizzazione amorosa”, in nome del valore dell’umana coesistenza e della solidarietà verso “gli esseri fraterni di tutte le Lucanie di ogni angolo della terra” (Levi, 1966: IX), nato dalla “Lucania che è in ciascuno di noi, pronta a diventare forma, vita, […]lotta” (Levi, 1966: VIII).
Ma se ad esperienze di viaggio sono legati altri testi degli anni cinquanta, dalla prosa scintillante e fantasmagorica (pur sempre letture di luoghi in chiave politico-civile) il suo primo libro resta il più incisivo nella coscienza del lettore, perché questi si sente coinvolto nel processo di oggettivazione, di incarnazione delle idee nei personaggi, nelle cose, nei paesaggi per cui è passato lo scrittore, e per la forza d’urto della scoperta di una realtà così vicina e insieme così remota, fuori della storia, nel cuore del Paese.
Desolazione, miseria, lontananza sono i segnali dell’esposizione alla morte che è elemento fondante della vita dei contadini e simbolo, esibito nei lunghi stinti panni neri appesi ai portoni del villaggio, di un sentimento di lutto immemorabile.
L’isolamento geografico, la mancanza di strade, la malaria, i mali endemici di una popolazione abbandonata a se stessa, la coscienza dell’ingiustizia patita scavano un solco tra questa e lo Stato, – divoratore delle risorse di sussistenza minime con le tasse –, tra l’idea stessa di una possibilità di Stato, di coesione nazionale e la Lucania contadina della prima metà del secolo scorso.
Il libro è un atto di accusa contro questa situazione, contro l’ingiustizia del potere, e soprattutto vuole rovesciare le cose. Vuole incidere sulla realtà, spingere alla lotta e al cambiamento, proprio nel presentare l’immobilità introiettata, la separazione dal percorso della storia di costumi, idee, credenze di un’umanità arcaica, ancestrale, senza redenzione.
Anzitutto fin dal primo giorno il protagonista autodiegetico individua nel villaggio lucano due comunità contrapposte: i contadini e i galantuomini. Se non che costoro sono agrari dai modesti possedimenti, screditati professionisti, impiegati comunali, preti male in arnese, (una serie di ironici impietosi ritratti, ma anche il riconoscimento di qualche tratto di umana sofferenza), la burocrazia delle piccole cariche di sussistenza (il maestro, il podestà, il brigadiere), attaccata spasmodicamente alle briciole di potere su cui fonda il proprio ruolo sociale: insomma tutta la miserabilità e la noia della piccola borghesia degenerata di un’estrema provincia, disillusa e dilaniata da interne lotte feroci per un’ombra di piccolo potere, cui unico collante è l’atavico feroce sfruttamento e disprezzo verso i contadini.
È con la parte di questi ultimi che insensibilmente si integra l’autore, acquisendo una progressiva conoscenza di quel mondo legato alla terra, alla natura, agli spiriti.
Forse la sua tenace pratica della pittura aiuta lo scrittore a descrivere gli oggetti: un largo pezzo rotondo di pane nero, una brocca, un fuoco di stecchi nel camino acquistano un forte rilievo iconico come scenario di un’umanità ancestrale, dai calmi gesti rituali, cui gli offre un accesso particolare la sua preparazione medica. Chiamato a curare i malati nei casolari e nelle grotte, dove dormono insieme a strati sovrapposti le bestie per terra, la famiglia nel grande lettone contadino e i neonati appesi con cordicelle in cesti di vimini, Levi vi distribuisce salvezza, cure, o almeno umana compassione.
L’uomo e l’animale, in quanto entrambi natura, hanno un rapporto assai stretto, a volte di ambigua, mitica identificazione, come stretto è il rapporto con la terra, col sesso, con la vita e con la morte. E non è così sottile il discrimine tra di esse. La magia delle streghe contadine, come la stessa serva di casa, si dipana tra formule e filtri e amuleti, a contatto coi demoni, con gli spiriti dei morti, coi dispettosi e allegri “monachicchi” le anime dei bambini morti senza battesimo, rossi folletti capaci anche di svelare in sogno dove sono sepolti nei boschi i tesori di monete d’oro dei briganti.
Diavoli che assumono forme animalesche, lupomani, Angeli protettori notturni delle povere case, fantasmi, tutta una mitologia arcaica, l’ambiguità di un doppio leggendario della realtà costituisce il fondo delle loro credenze, anche quando esse assumono una copertura religiosa, come nel culto della Madonna nera di Viggiano, una sorta di Demetra/Persefone, potenza spietata dei raccolti; in un’atmosfera stregonesca e numinosa si consuma la durezza e la miseria della vita dei contadini lucani.
Gli uomini, costretti a lunghe ore di cammino per coltivare i loro campicelli di terra avara si allontanano all’alba in lunghe teorie, come file di formiche, scuri in volto e nei panni, negli occhi dallo sguardo vuoto. Gli occhi delle donne si muovono febbrili, accesi da lampi di curiosità sotto i veli bianchi o neri che le avvolgono mentre fingono indifferenza. I bambini, il ventre teso e il volto giallastro segnati dalla malaria, si addensano, presenze amiche, intorno al giovane pittore che ne fa il ritratto, insegna loro rudimenti di scrittura, gioca e passeggia fra i campi.
Ma esiste una dimensione di solitudine che è l’essenza stessa del confino: una solitudine vissuta da Levi sulla sua grande terrazza sospesa tra il mare d’argilla del paesaggio collinare o al cimitero, l’unico luogo verde del paese, dove lo scrittore va a leggere e addormentarsi nel fresco d’una tomba vuota già scavata.
Quanto a questa popolazione apparentemente immersa in una cupa pazienza, per destino rassegnata alla sua sorte d’ingiustizia e abbrutimento, la sua epopea è quella del brigantaggio, leggendariamente legata ai luoghi – alberi, grotte, foreste, burroni – di una rivolta sociale piena di violenza, d’odio e rancore a lungo covato, in grado di esplodere in qualunque occasione e destinata a una tragica sconfitta.
Non che manchino nel testo analisi storiche e politico-economiche sul passato risorgimentale e sul fascismo, ma ciò resta sovrastrutturale rispetto a un conflitto ancestrale di classe, che si traduce nel distacco dallo Stato in quanto tale, con cui invece sempre si identifica il nemico sociale.
Vivissimo al contrario il senso di un naturale legame fra i contadini, di un comune secolare patire, di un’ingiustizia subita che può misteriosamente spezzare gli argini in forma di feroce violenza.
Anzitempo un condono, per la presa di Addis Abeba, allontana improvviso l’autore dalla Lucania. Essa resta una terra di sogno e di nostalgia, di ferocia e di dolore, e il libro appare così una sorta di offerta votiva a un tempo e a un luogo, a un vissuto, che però – e qui sta il suo significato autentico e intenzionale – è tempo di risarcire, di risanare nelle sue ferite e di reinserire, salvaguardandone l’autonomia, nel tessuto nazionale.
Levi pensava all’Italia uscita dalla resistenza e ne fu profondamente deluso, ma la storia ha le sue vie imprevedibili: più spesso cammino che salto. La Basilicata è entrata nella storia.
Non mi soffermo sulle esperienze di viaggio e di reportages e testi sulle altre Regioni del Mezzogiorno e d’Italia, come Contadini di Calabria, o Le parole sono pietre, o Un volto che ci somiglia, più vicine all’esperienza lucana cui ho dedicato più spazio, né sulle diverse prefazioni a testi odeporici, per spostare il tiro sui reportages intercontinentali, che si rifanno, come mostrerò, alla struttura conoscitivo-espositiva esaminata, per quanto da essa lontani, trattandosi di viaggi veloci, generalmente in aereo e con soste al massimo di pochi giorni nelle più importanti città.
Tutto ciò a partire da un carattere, che proprio per la tipicità del genere odeporico, aiuta a comprendere un topos della scrittura di viaggio, oggettivo quanto divenuto oggi un banale luogo comune, ossia l’influenza che l’epoca, le circostanze storiche, le attese precostituite del viaggiatore hanno sulla visione dei luoghi visitati.
È difficile comprendere il peso, l’incisività di questa influenza leggendo le opere del passato: la prospettiva temporale secolare schiaccia, appiattisce, scolora il variare dei punti di vista, sbiadendone inevitabilmente il rilievo e le contraddizioni; non così avviene per la storia del secolo da cui proveniamo: immedesimandoci nel particolare rapporto di Carlo Levi con la storia, cogliamo tutto il valore epocale delle testimonianze di viaggio.
Ciò a partire dalla Russia dell’ottobre e novembre del 1955, prima del rapporto Krusciov su Stalin e dei fatti d’Ungheria, il Paese allora – come apparve a Levi – simbolo della possibilità concreta di cambiare il mondo, di rifondarlo su una base ugualitaria e fraterna di giustizia e libertà.
Il grido delle sorelle cecoviane – A Mosca, a Mosca! – gli risuona in cuore nell’atterraggio nella capitale sovietica; ad essa, come all’URSS nel suo complesso egli guarda, nella ricerca rassicurante dei valori morali e culturali del passato Europeo, a garanzia della rifondazione del mondo futuro.
Il futuro ha un cuore antico. Viaggio nell’Unione Sovietica è il titolo significativo del libro che rielabora il reportage di quei due mesi di spostamento.
I giovani operai che si susseguono semplici e fieri, appagati dal proprio lavoro, in città e villaggi sono figli della Russia contadina, ne conservano usanze, costumi, valori; sul Nord delle sterminate campagne, delle grandi città del freddo si proiettano visioni e ricordi introiettati del viaggiatore: [...]sentivo in me una indeterminata sensazione che mi richiamava il Sud, in questo estremo settentrione,il Sud dei contadini, un Sud di poveri, non più poveri (Levi, 1982: 13). [...] avevo già visto altrove quell’aspetto di fierezza modesta che qui leggevo negli uomini e nelle cose, quell’aria spoglia e grigia, fatta di semplice virtù umana: in un altro luogo, arrivando, avevo provato quello stesso affettuoso sgomento. Dove era, in quale paese della memoria, quella dignità povera e fraterna che qui vedevo nelle umili dimore, nella gente affollata, nelle facce serie e giovanili? “Grigia, virtuosa e spoglia”, mi veniva alla mente. Dove? Che cosa erano queste tre parole? […] Così avevo scritto in un tempo remoto, arrivando per la prima volta su una piazza di Lucania, nel paese dei contadini. Forse anche questo, nella sua potenza e nella sua immensità, era, pensavo, un paese di contadini. Di contadini, di contadini veri venuti dai campi, dai paesi più lontani dell’Unione […]. (Levi, 1982: 19)
Il libro conferma la topica dell’odeporica nel fare riferimento ai luoghi noti: Leningrado, il tracciato razionale delle sue ampie vie, dei canali, delle piazze, del lungofiume rimandano l’autore alla Torino settecentesca della sua storia personale e della sua tradizione familiare. Un altro pronunciato tratto odeporico-memorialistico è il racconto dettagliato delle sue giornate, degli amici e degli sconosciuti, degli incontri, delle conversazioni.
Le province, gli sterminati territori, le città dell’Unione, rapidamente ma nitidamente descritte, il popolo dei colcos, quello che si aggira nei monasteri ortodossi dagli antichi riti, che si affolla tra le merci colorate dei grandi magazzini Gum, la dignità, il riserbo, il pudore che legge sui volti, “la rivoluzione di un mondo contadino e servo” (Levi, 1982: 216) gli appaiono – così scrive – come l’ipotetica immagine di una Lucania redenta.
Lo stesso specchio deformato dalle speranze utopiche di cambiamento presiede alla sua visione della Cina, l’altra grande realtà comunista, di cui coglie il carattere proprio nel veloce mutamento, nel passaggio, nell’affacciarsi vertiginoso delle sue contrade feudali di atavica vita contadina al mondo avanzato della modernità.
È l’esperienza contraria, di un popolo, rispetto a quella personale del confino in Lucania.
Il primo articolo su “La Stampa” dell’otto novembre 1959 ha inizio proprio da una riflessione sul rapporto spazio-tempo che il moderno viaggiatore a bordo di aerei (ma non erano ancora un mezzo di trasporto diffuso e comune come oggi) ha difficoltà ad armonizzare nella mente, facendo corrispondere alla brevità del tempo le mutazioni di spazi sconfinati che ancora conservavano un’impronta profonda di identità specifica e di diversità l’uno dall’altro.
Questo veloce passaggio, questa situazione di rapido cambiamento dal feudalesimo alla modernità diventa l’icona contemporanea della popolazione cinese, mentre il fluire dei suoi paesaggi ne riflette l’eterna poesia; e l’odeporica coloristica, propria dell’osservazione del pittore Carlo Levi, descrive a grandi campiture di viola e di giallo, di ocra, di azzurro il paesaggio desertico della Mongolia, “spazi sconfinati dei cavalli e dei nomadi” (Levi, 2003: 68), poi le terre coltivate a scacchiera da millenarie generazioni di contadini, infine la Pechino antica e moderna delle vecchie basse case grigie, degli alti palazzi, e soprattutto della perfetta armonia e proporzione della Città proibita, dei palazzi e dei giardini imperiali all’ombra dei salici, ora aperti al popolo, a vecchi suonatori, a bambine dalle trecce nere, a giovani innamorati.
Anche in Cina l’interesse umano più profondo di Levi va alle popolazioni contadine, alla loro ospitalità fiera, a tutto quanto gli ricorda, costituendo un vincolo di familiarità, il Mezzogiorno d’Italia: “la Cina è un paese di terra, di mani che toccano la terra”, è Il mondo dei contadini, come risuona il titolo dell’articolo de “La Stampa” del quindici novembre 1959. La forza e la vittoria della rivoluzione sono il frutto, finalmente compiuto, del risveglio di infinite masse di uomini, della volontà di uscire da un inumano stato di servitù millenaria. C’è dietro, anche qui, l’antica esperienza lucana dello scrittore, il suo sogno di riscatto di quel mondo apparentemente addormentato.
Nel periodo del viaggio in Cina sono ancora lontani gli anni della rivoluzione culturale e del libretto rosso di Mao, delle degenerazioni – che tuttavia poterono sembrare conquiste – degli anni successivi.
Lo spazio di affermazione delle donne, la mancanza di prostituzione sono per Levi il segno della libertà dei giovani cinesi; al vecchio mondo corrotto delle cortigiane, alla sofferenza delle vecchie dai piedi deformi per le antiche pratiche, si oppone la grazia con cui la giovane operaia di un’acciaieria porta una enorme tuta bianca d’amianto.
Nel reportage sulla Cina, si intridono, con l’armonia pittorica delle pagine di Levi, la descrizione di un paesaggio e di un mondo di fiaba con le problematiche contemporanee d’attualità politica, sociale ed economica.
Ma dove lo scenario davvero si riveste degli splendori delle Mille e una notte è nella descrizione del mondo remoto e misterioso dell’India. Nelle pagine di Levi (è il 1957) si addensano la narrazione fantasmagorica di una realtà cangiante e suggestiva dai mille volti, la concreta valutazione politico-sociale, la riflessione sul tempo e sull’io ritrovato nell’apparente altrove.
L’india gli appare nello stesso tempo “il paese delle origini”, del comune arcaico passato della civiltà indoeuropea, dove ancora si ascolta il sanscrito, la voce degli avi, e il paese “dove tutto è presente” (Levi, 2003: 3).
È con sensibilità pittorica che fin dai primi articoli Levi descrive l’esotismo di mille forme multicolori, il fascino dei sari di donne dalle trecce nere con l’incedere di regine, la polvere dei mendicanti, i volti violetti, la miseria dei lebbrosi, le ricchezze dei Maragià, la luna d’Oriente.
E coglie nitidamente l’emozione di meraviglia e sgomento, di numinoso e di “viscerale terrore” che lascia smarrito il turista occidentale, proveniente dal mondo del moderno (sembra quasi di ritrovare in filigrana, e in un contesto altrettanto rutilante quanto quello era nero, le sensazioni del giovane torinese al confino in Basilicata).
Ma il viaggiatore non si limita a registrare; analizza, spiega, comprende, penetra in quella che gli appare la radice profonda di quel turbamento; che definirei, in termini freudiani, l’hunaimliche del cittadino moderno, il perturbante che è dentro di noi per quel che ci è segretamente familiare.
Scrive Levi riguardo al cosiddetto colore d’Oriente: […] il colore d’Oriente, non è un paese e un tempo straniero, chiuso in forme, in misure, in riti, in parole di altre radici e di altra storia, ma è il nostro mondo, la nostra storia; siamo noi stessi nella nostra antichità e nella nostra attualità. […] Ecco i nostri padri, e i padri dei padri, e gli avi, e i progenitori remoti: quei pellegrini dalle lunghe barbe coperti di polvere sulle carni violacee eravamo noi, in un altro tempo che fu nostro […] (Levi, 2003: 4).
Il mondo contadino – quel mondo scoperto in anni lontani al confino dall’intellettuale di città e progressivamente riconosciuto come la radice di sé e dell’Europa moderna – il mondo delle migliaia di villaggi indiani sperso per la campagna è lo stesso da cui noi proveniamo, una Grecia preomerica, sotto una luna che assume valenze leopardiane nel segnare il lento corso del vanificarsi degli anni.
Ma l’India è anche, già allora sulla via dell’avanzata modernità: fabbriche, industrie, dighe, centrali atomiche, classi medie, proletariato.
Levi osserva e descrive affascinato da Nehru e dal progetto di sviluppo socialista del Paese, dalla riforma agraria, apprezzandone tutte le innovazioni.
La sua evocazione quasi negromantica, la valorizzazione magica del mondo autentico e originario che si rivela nei mercati affollati di mille immagini cangianti, nelle cerimonie sacre, nei riti funerari e purificatori, nelle campagne sparse di tempietti o nelle notti di Benares tra i pellegrini, ombre scure immobili alla luce dei roghi sulle sponde del Gange, non reca traccia di conservatorismo.
In quell’India contadina, dalle case di terra e di sterco secco di vacca, egli vede in potenza il futuro, un mondo di valori intatti su cui fondare lo sviluppo, vincendo le ataviche povertà in cui ancora si dibatte il Paese.
Attraverso le visioni delle grandi città antiche e moderne, le scene di massa e le storie di singoli individui, il problema dei profughi dopo la scissione del Pakistan, l’aggirarsi delle vacche sacre onnipresenti per le strade, i “getti improvvisi di colore meraviglioso, viola, rosso, verde, bianco, l’arcobaleno della fastosa miseria” (Levi, 2003: 17), le visite ai villaggi di campagna, alle case contadine tradizionalmente cosparse di mani rosse dipinte sulle mura, ai centri comunitari della riforma agraria, l’ascolto di una recita salmodiante di poesie, i gesti di pescatori e danzatrici, attraverso tutto ciò Levi mira a un ritratto ampio e fedele del Paese visitato e a interpretare l’anima contadina dei suoi seicentomila villaggi, patria di Nehru, spinta all’azione, “cuore eterno dell’India antica” e “centro dell’india moderna” (Levi, 2003: 23), solido fondamento di forza e durata e dunque garanzia di rinnovamento e progresso senza perdita di identità.
Oggi, sessant’anni dopo quel viaggio e quel reportage, l’India è assai cambiata, da Paese emergente si avvia a diventare una grande potenza del futuro, mentre mille altri luoghi sono nel nostro tempo sede di miseria e violenza, come il Mediterraneo dimostra, sbarcando sulle nostre coste migliaia di disperati, e a volte sommergendone nella morte i barconi sovraccarichi tra le onde.
Ancora molte Lucanie sussistono in molte parti del mondo, nei suoi spopolati confini afro-asiatici e sudamericani, come nelle banlieues delle più moderne e popolose città occidentali.
Che esse entrino nella storia, è la sola scommessa che la può salvare.
