Abstract
Carlo Levi riporta in questo libro l’esperienza del suo viaggio in Unione Sovietica nel 1955. Con la prospettiva del pittore e gli strumenti dello scrittore Levi propone un quadro a tinte neutre della società sovietica. I toni della rappresentazione si accendono nella descrizione dei singoli individui e ogni qual volta ritrova nella realtà sovietica delle analogie con la realtà delle sue esperienze passate. I motivi ricorrenti lungo le linee narrative che compongono l’intreccio sono il paesaggio e la visione d’insieme, l’evocazione del passato e la descrizione allegorica dell’incombere del tempo, il legame tra realtà lontane, il raggiungimento di una nuova dimensione e la compressione dello spazio.
Il futuro più vicino
Nell’autunno del 1955 Carlo Levi si trovò a fare uno di quei viaggi nell’URSS che erano diventati una specie di rituale per scrittori ed intellettuali vicini, o in qualche modo accostabili, alle idee di sinistra, o semplicemente alle pagine culturali di qualche testata ad alta tiratura. Come lui Curzio Malaparte, Enrico Emanuelli, Luigi Barzini, Alberto Moravia e Tommaso Fiore solo per citarne alcuni. Tutti con relativa pubblicazione a seguito. Il libro di Levi fu dato alle stampe poco più di un anno dopo.
Prima di avanzare nell’analisi mi preme fare una puntualizzazione dovuta al luogo da cui scrivo, l’Ungheria; puntualizzazione di cui, del resto, lo stesso Levi non poté fare a meno. E come Levi la propongo come una forma di preambolo all’intervento che segue.
Come accennato il libro uscì nel 1956, anno immediatamente successivo alla permanenza dello scrittore nell’Unione Sovietica nei mesi di ottobre e novembre 1955, prima cioè degli ultimi avvenimenti che hanno interessato così largamente l’opinione, e dei quali tuttavia si poteva già trovare, allora, una anticipazione nei fatti quotidiani, nel modo di vivere, e nei semplici sentimenti. (Levi, 1982: v)
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È altresì probabile che abbia scritto la nota per anticipare il proposito di non spingere il racconto oltre “quello che ho visto, quello che chiunque potrebbe vedere nell’Unione Sovietica” (p. v). In effetti, coerentemente con tale premessa, non troverà il lettore nessun pregiudizio, nessuna di quelle formule acquisite e correnti (che penetrano nelle menti senza che neppure ci se ne possa avvedere, a modificare il giudizio e a intorbidire lo sguardo), che hanno, per tanti anni, fatto di questo paese o un paradiso immacolato e perfetto, o un altrettanto perfetto e inavvicinabile inferno. (p. v)
Stjopa, il Virgilio di Levi, conduce il suo ospite lungo un percorso di luoghi ed incontri che, se pur non esplicitamente insinuato da Levi, si capisce potrebbero essere stati opportunamente selezionati per presentargli la migliore immagine possibile della società comunista e il relativo appagamento dell’individuo al suo interno. Levi questo lo sapeva, o per lo meno doveva aver intuito che, come Virgilio per Dante, Stjopa avesse il compito di rendere il percorso più prudente (per il regime) ed illuminante (per lo scrittore). “Stjopa […] per tutto il tempo del viaggio, avrebbe dovuto essermi compagno, interprete e guida; era il mio Virgilio, il mio buon Virgilio, che mi appariva dall’ombra” (p. 12). Facendolo apparire dall’ombra, Levi mostra di essere consapevole dell’esistenza di una realtà altra di cui i suoi ospiti avevano il compito di tenerlo all’oscuro. All’inizio del libro introduce il concetto con la metafora dell’aeroplano su cui si trova in volo verso Mosca: Leggeri più dell’aria ci alziamo, legati ai sedili, senza pensieri, trascinati da un vento che ci deve portare lontano, in luoghi e in tempi, malgrado tutto, misteriosi, al di là di un invisibile muro d’aria, di pregiudizio e di mitologia, invisibile e compatto come uno specchio che riflette i visi e il terrore degli uomini […] e l’Italia, in quell’ombra scompare sotto di noi. (p. 5) riscontrando e riconoscendo come vero il parallelo mentale che avevo da tanto tempo istituito in me tra la mia città natale, la vecchia capitale dei re del Piemonte, e questa capitale, anch’essa, come quella, privata della sua corona. (p. 96)
Ma da cosa è motivato questo bisogno incessante di sottolineare le affinità piuttosto che le differenze? Sarà stato forse l’imprinting del primo impatto – misto di conforto e delusione per aver trovato una realtà neanche troppo trasformata dalla lunghezza del viaggio – quando, appena arrivato, registra come tutto, a quel primo sguardo, tutto quello che stava nelle pieghe più remote della memoria, tutte le suppellettili antiche di un tempo di infanzia e di pace perduta nel tempo, riapparsa d’un tratto, a metà della notte, in quella grande città sconosciuta. (p. 14) Può darsi. Ma bisognava (mi dissero) fare i programmi, secondo l’uso, i piani per il mio viaggio. […] Non amo in genere gli schemi e i programmi: la realtà è così viva e necessaria e così interamente onnipresente che essa stessa ci porta per mano con una ragione più vera delle nostre astratte preferenze, e si svela dappertutto, in ogni cosa.
La presentazione di certi episodi denuncia come Stjopa, per quanto “carissimo” (p. 12), fosse altresì incerto e capace di creare confusione, come quando con assoluta certezza indica una persona che in realtà non lo era come il vecchio ambasciatore Kostilev (p. 26). O come quando Levi si accorse “che Stepàn Ghorghievič Naumov piangeva” (p. 153) perché lui insisteva con domande a cui non sapeva – o forse non poteva – rispondere. E così Levi abbandona ogni pretesa di comprendere il sistema, o forse solo di scriverne, e si concentra sull’individuo in maniera tanto diretta e spassionata che “anche Jurkov, il direttore della ‘Krasnoje Znamja’, si stupì quando io gli chiesi di lui prima di informarmi della sua fabbrica, ed esitò un momento” (pp. 107–108); oppure, “quando Markarjan ha finito di darmi, secondo l’uso, queste spiegazioni, con precisione, efficienza e modestia, anch’egli, come gli altri tecnici che avevo incontrato, si stupisce che io gli faccia qualche domanda sulla sua vita personale” (p. 184). D’altra parte è vero anche che, in quanto interprete, Stjopa, non solo “presta la parola” (p. vi) a Levi, ma a sua volta si ritrova a guardare le cose con occhi altrui, e a notare e valutare cose che la quotidianità e la sistematizzazione culturale avevano reso impercettibili. Come la libertà di osservare, se pur con discrezione, nel piatto di chi mangia qualche tavolo più in là; o di fare domande ritenute indiscrete sulla professione delle persone incontrate, che avevano portato le certezze culturali di Stjopa a rompere in pianto, salvo poi ritrovarle più integre e rafforzate nella libertà dell’essere curioso, imparata dall’uomo per cui la stessa libertà doveva essere circoscritta.
In altri termini Levi rinuncia a comprendere il sistema sovietico e concentra l’attenzione sugli effetti sopra l’individuo, perché sapeva che il suo viaggio corrispondeva ad di uno di quei riti d’iniziazione a quel nuovo tipo di società che l’URSS, nel clima di distesa competitività internazionale del periodo post-staliniano, tendeva a far balenare, invero tra schiarite e nuvole d’instabilità, come modello per il futuro da costruire. (Bronzini, 1996: 295).
Tuttavia, non si creda che la descrizione fenomenica delle condizioni umane ed ambientali precludano al lettore l’autonoma riflessione di carattere politico e soprattutto sociale. Sebbene l’autore si astenga da qualsiasi considerazione in tal senso, e forse proprio per questo, la possibilità di valutazioni socio-politiche esiste come un filo rosso latente tra le ulteriori linee narrative che vanno a formare l’intreccio del racconto. Proprio la scomposizione dell’intreccio e l’individuazione dei principali motivi narrativi concedono al lettore la possibilità di una lettura anche sociopolitica, nascosta ad una poco attenta visione d’insieme.
Senza entrare nel dettaglio delle mie considerazioni personali, cercherò di proporre quali sono le principali linee narrative del libro. Per farlo mi calo nella trama partendo proprio dalla visione d’insieme. In tal senso è fondamentale il ruolo del paesaggio, su cui Levi sembra godere sempre di una prospettiva privilegiata, come dall’alto. È proprio con la prospettiva del viaggio aereo dell’andata e del ritorno che il racconto si apre e si chiude. “Di quassù, in alto, da questa solitudine in movimento, col corpo fermo e riposato (nulla è meglio per scrivere e contemplare: per scrivere in modo straordinariamente realistico). Si vede tutto benissimo” (p. 8). “Soli con la luna, gialla all’orizzonte, navighiamo sul nero del mare [stanno sorvolando il Tirreno, ndr.], verso Roma, il ritorno, la casa, i cuori fedeli, e la semplice grazia delle ore di ogni giorno” (p. 279). Nel mezzo tutto il paesaggio sembra sospeso tra questi due voli, come in Cristo si è fermato a Eboli tutto sembra subordinato all’altura di Gagliano. Sotto di me, come un vago pensiero informe, un’onda inespressa di sentimento, si svolgeva il paese sterminato, segreto di ambivalenti passioni, avvolto nel mantello della sua storia e delle contraddittorie mitologie degli uomini, chiuso e celato nel buio, e nella sua grandezza. (p. 11).
Non che l’autore manchi di oggettività. A differenza che nel Cristo, a mancare sono piuttosto le descrizioni incidenti ed affilate capaci di squarciare in maniera sanguigna quel velo di sentimento paesaggistico, o d’insieme, che avvolge il racconto. Questo persino quando si tratta dell’interno di abitazioni ed edifici, o delle caratteristiche degli individui.
Tuttavia mi sento di affermare che l’abilità e l’intelligenza di Levi stiano proprio in questo: proponendo una visione d’insieme evita di riprodurre una realtà dettagliatamente predisposta per impressionarlo positivamente. Il dubbio è più che lecito. Lo stesso Levi scrive esplicitamente come Stjopa, bravissima persona per carità, non lo lasci solo un minuto, fosse stato per lui nemmeno quando si doveva dormire. Ogni tanto avveniva una sorta di passaggio di consegne: Levi era ospite di qualche personaggio fidato e allora il buon Stepàn poteva momentaneamente scomparire.
Ecco che la vera essenza della realtà sovietica affiora solo quando Levi descrive i momenti solitari, ancora una volta da un prospettiva privilegiata, come quando dall’alto della sua stanza d’albergo la folla immensa è in movimento per le strade: e di nuovo mi fermo a guardarla, incantato, dalla finestra […] nel fiume sempre in moto e sempre diverso delle persone innumerevoli, nella piazza che sfavilla d’oro grigio e di colore, tra vestiti operai, i soldati, i bambini, i larghi visi d’angelo nell’aria pulita della domenica puritana e laboriosa. (p. 72) E ancora una volta mi assale improvviso il senso remoto di un mondo già conosciuto, già altrove vissuto, circonfuso di memoria e di un ordine dimenticato: quel mondo dell’infanzia, quando gli inverni erano lunghi e la neve più alta di me bambino […] e la vita era tutta futuro, tutta proiettata in un domani folto di indimenticabili meraviglie; quando, in quell’infanzia dell’Europa, pareva che il mondo sarebbe cresciuto con noi, col crescere dei nostri corpi di fanciulli, in un progresso naturale e infinito e senza interruzioni, pieno di attesa, di pudore e di sicurezza. Era una sensazione che entrava in me venendo dal profondo, ma per il tramite solo degli occhi, dell’aspetto delle cose e delle persone, così come apparivano … (p. 72)
Raramente titolo di un libro, oltre ad essere in qualche modo indicativo, si spinge ad essere così sinottico come Il futuro ha un cuore antico. Viaggio nell’Unione Sovietica. Prima ancora di suggerire che stiamo per leggere le esperienze dell’autore durante un viaggio fisico nell’Unione Sovietica, il titolo induce un viaggio del pensiero. In quella parte della mente che chiamiamo cuore, per un attimo s’illumina il futuro di una luce lontana, che come una stella mostra oggi quanto altrove fu anni prima. Nel farlo costringe l’individuo ad evocare il passato, e quale altro passato è possibile evocare se non il proprio, ovunque si sia vissuto? Senonché la stella è quella rossa dell’Unione Sovietica del 1955, le memorie sono quelle di un intellettuale Torinese con significative esperienze nel Sud d’Italia, l’immaginario quello del lettore nato e vissuto chissà dove. Ecco che la strategia narrativa del libro si dispiega già lungo il titolo. Essa punta costantemente sull’immaginario collettivo italiano per ottenere, grazie alla forza evocativa, oltre al legame temporale tra passato, presente e futuro, anche un legame tra i luoghi descritti, l’immaginario dello scrittore e quello del lettore, che in qualche modo comprende e restringe le distanze fisiche e culturali.
I fili dell’intreccio hanno la consistenza elastica del richiamo mnemonico, capace di agganciare e avvicinare realtà distanti. Essi si srotolano dal rocchetto dei luoghi (propri e comuni) che l’autore ritrova nell’esperienza del viaggio. Nel corso del racconto le realtà visitate non solo richiamano con costanza quasi ossessiva antichi ricordi e riferimenti all’Italia, ma confermano la vero-somiglianza tra la realtà e i luoghi così come immaginati prima del viaggio (quindi tra la realtà sovietica e il bagaglio da cui l’immaginazione era scaturita), “come una antica fotografia che si identifica con l’immaginazione: una impressione parziale, forse arbitraria, non sufficiente ad illuminare quel mondo che mi si filava davanti, ma certamente potente e vera” (p. 73). Levi sembra voler confermare questa adattabilità universale della memoria alla realtà delle cose altre quando, a Leningrado, rievoca l’incontro newyorkese con lo scrittore John Hersey, nato e cresciuto in Cina. Anche per Hersey come per Levi l’Italia meridionale era stata la spinta e l’origine della sua attività di scrittore, e insieme l’esperienza e l’attività della guerra tra le montagne e i villaggi dell’Italia contadina. Hersey mi andava dicendo delle sue esperienze laggiù; e mi osservò, ad un certo punto, che quei contadini gli ricordavano straordinariamente i contadini cinesi. […] Queste sue osservazioni (lei lo capisce) mi facevano piacere perché corrispondevano a certe mie teorie e a certe mie fantasie di una Cina immaginaria. (p. 125)
Questa operazione di allacciare società, paesaggi e ricordi lontani – forse nella speranza di perseguire un sentito comune al di là di ogni distanza – è il principale motivo portante del libro “vòlto a registrare sui vólti della gente comune e non ad analizzare in vitro i fenomeni di cambiamento. Esso, pur nella sua impostazione fenomenica e obiettiva, mirava ad avvicinare alla coscienza del narratore e noi lettori un mondo umano creduto altro, esaltato e condannato per mera ideologia come altro, e invece tanto uguale al nostro e a privilegiare di esso ciò che aveva di giovanile positivo e vitale” (pp. 295–296).
Durante la lettura ne consegue la sensazione che in questo spazio ristretto, in cui l’URSS viene descritta con continui riferimenti all’Italia, siano perfettamente applicabili le personali convinzioni sociali del lettore, qualunque esse siano. Tanto più che se ancora oggi pensando all’Unione Sovietica è inevitabile aleggino nella mente considerazioni di carattere sociale e politico, figuriamoci allora. Va ben oltre la metafora il passaggio in cui Levi racconta che nell’oscurità del viaggio d’andata “l’occhio si posava soltanto sul lume rosso dell’ala, che pareva staccato da noi, come il fuoco di un altoforno di una città remota” (p. 11). Come a dire che quanto dell’URSS era visibile prima ancora di arrivare era ciò che già si conosceva: un’ideologia applicata, che nel nostro paese continuava ad essere idealizzata da una parte e demonizzata da un’altra.
Per cui non si può dire che manchino gli spunti per delle riflessioni di carattere sociale, se pur non dichiaratamente proposte dall’autore. Ciò che propone sono invece osservazioni meramente descrittive, obiettive come il risultato di una fotografia, ma certamente condizionate dalla prospettiva di chi la scatta. Come già detto, si tratta comunque di una prospettiva d’insieme, che lascia un certo margine d’interpretazione al lettore/osservatore. Levi sembra particolarmente attento alla sfera lavorativa. Non tanto a come il lavoro sia organizzato, quanto a come tale organizzazione produca i suoi effetti sulle persone: sulla loro libertà, sicurezza, cultura e persino sul loro aspetto fisico. Ancora una volta la prospettiva è quella elevata: “Guardo dalla mia stanza la strada sotto di me, nella prima mattina di Mosca. Attraverso i doppi vetri, al caldo, la vista è nitidissima e vicina” (p. 17). Segue la descrizione asettica del paesaggio urbano, i marciapiedi, “la Casa del Consiglio dei Ministri, un palazzo di dieci piani, di cemento a fasce verdi verticali, e la Casa dei Sindacati, piccola, bianca e verde, con le cupolette del neoclassico moscovita” (p. 17). Ma appena lo sguardo si sofferma sulle persone la rappresentazione si fa sociale. Non esistono ceti, o almeno non dovrebbero, allora le registra per categorie professionali: soldati, contadini, operai. Riporto la seguente scena a dimostrazione di quanto dicevo più sopra, cioè della presentazione quasi fotografica, mancante di riflessioni di carattere sociale o sociologico lasciate invece alla discrezione del lettore: In mezzo alla strada due operai, un uomo vestito di nero, e una donna in calzoni e calzerotti di lana, una grossa giacca grigia con cintura, il capo avvolto in un fazzoletto chiaro, tracciano sull’asfalto, con un lungo filo coperto di gesso, una linea bianca. […] un’altra operaia, nella sua tuta azzurra stinta, i capelli coperti da un fazzoletto marrone, porta dei paletti bianchi e rossi, intinge il pennello in un secchiello di vernice e dipinge in terra, sul segno bianco di gesso, una linea rossa spezzata. (p. 17)
Lo stesso si dica per l’eterogeneità dell’affluenza a teatro di “un pubblico vario di, funzionari, di militari, di operai, di studenti, negli abiti più diversi” (p. 25) a sottolineare la diversità di appartenenza, ma la comunità di interessi. Levi ancora una volta si sofferma sulla figura femminile, probabilmente colpito dall’emancipazione che descrive: L’assenza di trucco, i capelli lunghi con le trecce annodate o girate attorno al capo, l’ostentata modestia del vestire, davano, ai miei occhi, a quella folla femminile che vedevo per la prima volta, il carattere delle donne contadine, strano in un teatro, strano per l’assoluta mancanza, volontaria e quasi ostentata, di ogni eroticità, sostituita, con evidenza, da altre volontà, da altri ideali. Forse la bellezza è tutta costruita, con un esplicito atto di volontà: ma qui mi pareva di leggere un altrettanto volontario rifiuto, una trasposizione volontaria in zone più remote e nascoste, coperte da altre superbie e da altri pudori. (p. 25)
Emerge il ritratto di una società capace di mettere l’individuo in condizione di dar sfogo alle proprie attitudini in ambito lavorativo (più avanti vedremo come tutti coloro che Levi incontrava avevano avuto modo di svolgere le più svariate professioni) e culturale. Come se la mancanza di bisogni indotti, tipici della società consumista, concedesse maggior spazio alla coltivazione di interessi più nobili.
Levi rimane sorpreso dal colcosiano armeno quando costui, ospitandolo nella sua modesta dimora di contadino, cita Shakespeare e il mito di Anteo che è la metafora perfetta della sua condizione di contadino, forte del lavoro della terra e della cultura del sapere (cfr. pp. 186–187). Si tratta della “povertà ricca di speranza” che entusiasmava Sartre per “la grande svolta che si sente nell’aria e si prepara in tutti i campi, e che già si manifesta nella cultura, nell’apertura dei rapporti …” (p. 137).
A Leningrado, durante la visita della fabbrica di calze altamente tecnologizzata, fu dato a Levi “un quadro schematico e completo dell’opera di assistenza e di cultura della ‘Krasnoje Znamja’” (p. 108). Ma fin dal principio mi colpì invece l’aspetto degli operai e delle operaie, un aspetto diverso da quello degli uomini che avevo finora veduto nelle strade di Mosca e di Leningrado, e che tuttavia erano forse gli stessi operai e le stesse operaie, nei loro grembiuli e nelle loro tute di lavoro, le donne sotto i loro fazzolettoni e i loro scialli. Parevano, alla prima occhiata, muoversi con scioltezza e quasi con eleganza, e gli occhi erano brillanti e ridenti, i gesti aperti e spontanei, come se il luogo, la disciplina, le macchine, facessero, di questi uomini e di queste donne, la gente più libera e piena di naturalezza che qui avessi veduto finora. Si sarebbe detto che, chiusi in questa organizzazione tecnica, legati al tempo del lavoro e al ritmo della macchina, essi si sentissero più aperti e più liberi … (pp. 110–111)
In Unione Sovietica Levi vede l’organizzazione del lavoro “come elemento liberatorio, come ideale pratico, come strumento per la scoperta del mondo e della propria esistenza” (p. 165). Ma deve trattarsi di un lavoro che superi la repressione tipica del lavoro nella società capitalista, dove secondo Marcuse l’interesse di alcuni è imposto sulla ragione di coloro che sono soggetti al principio di prestazione. Levi descrive un ambito lavorativo che appare come uno stato in miniatura, in cui tutti gli individui hanno la sensazione di essere organo vitale del sistema, superando la sensazione di lavorare per un apparato di proprietà su cui non si ha alcun controllo.
Levi insiste molto anche sulla condizione contadina, tanto che può essere considerato un altro dei motivi che attraversano l’intreccio. Tutto in quella società appare riconducibile alla condizione contadina, dalla cui rivoluzione tutto era stato generato, anche i grandi che la rivoluzione l’avevano preceduta, come Tolstoj che, di famiglia nobile, “secondo i suoi principi di lavoro, arava un campo” (p. 53). Il viaggio di Levi avvenne in occasione dell’uscita in Unione Sovietica di Cristo si è fermato a Eboli. In un certo senso vede realizzate tra le pieghe della società sovietica gli effetti della rivoluzione contadina auspicata tra le righe del suo libro, salvo realizzare che anche in quel paese gli si muovevano le stesse critiche ideologiche che mi ero tante volte sentito dare da critici comunisti, in Italia; che il concetto di autonomia contadina non è chiaro, che il contadino da solo non può vincere né liberarsi, che deve scegliere le sue alleanze, che la sola alleanza rivoluzionaria è quella con gli operai. (p. 255) l’ingresso, e l’immancabile guardaroba, c’erano due stanze. La prima, quella dei poveri o della gente comune, aveva in fondo, un grande banco coperto di vetrine; la seconda, quella dei nobili e dei mercanti, le pareti a colonne, e, tra le colonne, dei séparés chiusi da tende di velluto. […] Nessuno ci mangiava ora, ed anch’io preferii la prima stanza. (p. 63)
Scrivo queste riflessioni sessant’anni dopo la pubblicazione del libro, cioè in quel futuro a cui si tende sin dal titolo, e che forse è già passato. Per cui, durante la lettura, più di una volta ho avuto la tentazione di verificare quante delle evoluzioni riconducibili all’anamnesi dei luoghi e delle esperienze si siano effettivamente realizzate. Ma non si tratta di un libro di presagi, e Levi non vuole essere profetico, lasciando, ancora una volta, l’incombenza al lettore. Per me, che ho letto il libro col senno di poi, l’operazione è risultata certamente più agevole. Oltre al ritorno delle differenze sociali evocate dal cimitero e dalle sale del ristorante, oltre ad altri episodi persi tra i miei appunti, mi preme segnalare come Levi avesse identificato il momento sensibile, e per questo fragile, della realtà Sovietica nelle popolazioni periferiche: Guardando questi visi, questi passi, quest’altro mondo così lontano da quello compatto, semplice deciso di Mosca, mi viene naturale immaginare che la giovane civiltà russa, così precisa, così ordinata nelle sue misure, così mossa in un solo senso, abbia, si può dire, due sole dimensioni, e che forse la terza, quella che dà corpo, spessore e realtà alle cose, le è data da questa gente periferica e dispersa, da questi piccoli popoli come l’armeno, che portano in un mondo fatto di idee una loro misteriosa e corporea alterità (p. 164).
È ancora difficile stabilire quanto il fallimento del sistema abbia favorito l’emancipazione dei popoli periferici, o quanto il contrario. Fatto sta che Levi ne aveva intuito il fragile legame. Alla fine anche lì dove “la grande rottura è avvenuta nel ‘17” e si erano “rovesciati i rapporti politici e sociali, conservando il costume e i sentimenti”, si è tornati all’antico e come “altrove, per conservare i rapporti politici e sociali, si sono rovesciati il costume e i sentimenti” (p. 73).
Infine, l’ultimo dei fili portanti l’intreccio narrativo, il più prossimo al titolo: il motivo temporale. Nemmeno qui Levi è particolarmente esplicito. L’idea di continuità tra passato, presente e futuro è piuttosto espressa in forma di figure retoriche, metafore, allegorie che ancora una volta agiscono ripetutamente a livello subliminale, fino a produrre, nell’insieme, una sensazione d’incombenza della linea del tempo. Di nuovo devo fare riferimento al titolo. Lo faccio con una breve analisi semiotica, forse pretenziosa, ma credo efficace. Se consideriamo i tre elementi della prima parte, due sono esplicitamente temporali, antico e futuro, mentre uno è fisico e la sua figurazione è biologica e viva: cuore. Esso è metafora del tempo che pulsa, che è stato e che tende ad essere, il presente appunto. Così come il presente si trasforma in cuore nel titolo, durante il testo il traslato riguarderà anche passato e futuro: Levi sintetizza il primo impatto con la società russa descrivendo la presenza di soldati, contadini, operai (cfr. pp. 19–21). I soldati che hanno il compito di difendere, di preservare, sono allegoria del passato; i contadini, che nutrono la terra e coi suoi frutti alimentano l’uomo, sono il presente; gli operai che costruiscono sono il futuro. Lo stesso vale per il rito battesimale nella chiesa di Kolomenskoje (cfr. p. 21), perché ognuno di noi se pensa al proprio battesimo evoca un tempo remoto, di cui non si ha neppure memoria, quasi leggendario; se ne delineano i contorni grazie all’esser presenti a quello altrui e in quel momento sappiamo che nella sua unicità è un fatto destinato a restare passato. In una banca di Mosca “dietro gli sportelli le impiegate avevano, accanto alle macchine calcolatrici, i pallottolieri” (p. 59). Gli uomini e le donne di Erevan “dagli occhi profondi che sembrano nascondere la lunghezza di un tempo vissuto” (p. 164); ma a cos’altro servono gli occhi se non a guardare avanti? La contadina che “si fa pagare un premio di cento rubli e infila allegra i biglietti nuovi in un suo vecchio portafogli” (p. 182). Gli stessi tre libri di Levi che in un modo o nell’altro compaiono nella storia: l’ormai datato Cristo si è fermato a Eboli, l’appena nato Le parole sono pietre e il futuro libro di cui stava gettando i presupposti. E che dire del già fu Lenin, presente in tutte le sue raffigurazioni, con quel suo braccio a dire avanti! … In un paese abituato da secoli ad adorare le icone dei santi, sarebbe stato difficile sostituire con altri sentimenti quei sentimenti tradizionali, se non servendosi, almeno in parte, degli stessi mezzi e mettendo per le strade queste nuove grandissime icone dove, al posto dei vecchi santi, ci fossero i nuovi, i santi della rivoluzione. (p. 211)
