Abstract
Il rapporto di Carlo Levi con Roma, città d’adozione, che fu teatro di grandi amicizie e della sua molteplice attività di narratore, polemista, poeta, pittore, uomo politico. Dalla giovinezza antifascista alla Dolce Vita, dal successo di “Cristo si è fermato a Eboli” alle battaglie come parlamentare nella sinistra indipendente. I grandi amori, la paternità negata, le forti amicizie (Alberto Moravia, Pier Paolo Pasolini, Palma Bucarelli, Renato Guttuso, Sartre e Simone de Beauvoir). Un ritratto dell’uomo e dell’artista, infedele alle donne, ma fedelissimo ai sentimenti, ai propri principi e alle città del cuore, prima di tutto Roma.
Keywords
“La notte, a Roma, par di sentire ruggire leoni”. È lo scultoreo, indimenticabile incipit di un libro meraviglioso e unico, L’Orologio. 1 Non lo definisco romanzo, perché uno dei meriti di Carlo Levi è di non aver mai scritto romanzi. Moderno e inquieto, novecentesco fino al midollo senza mai essere sperimentale, ha da subito superato il romanzo preferendo una forma narrativa solo sua, fra il racconto e il memoir, il libro di viaggio, il reportage, il diario, la parabola politica, la testimonianza. Quante volte ho provato ad ascoltare quel ruggito, nella mia Roma ormai troppo distante dalla sua, quel “mormorio indistinto che è il respiro della città”, quel “rumore roco di sirene” di navi in partenza “come se il mare fosse vicino”. E sono riuscita a sentirlo, alla fine, “quel suono insieme vago e selvatico”, quel ruggito crudele e stranamente dolce, notturno. Ammetto che l’ho sentito solo dalle parti dello zoo e non nelle strade deserte, fra le case addormentate, “fra il Tevere e i boschi” che non esistono più. Facile, si dirà, cercare ruggiti allo zoo. I leoni che sentiva Levi nascevano dalla memoria, erano un’elaborazione fantastica di oscuri, profondi rumori nel silenzio della città, prodotti da motori reconditi, dal cuore di vecchie infaticabili officine, forse. Chissà. Non lo capiva nemmeno lui da dove gli venisse quell’idea di ruggito. Eppure, ascoltando il lontano lamento dei leoni veri, io ho capito che Carlo Levi, come sempre – perché è uno scrittore che mi convince facilmente di tutto quel che racconta e sostiene – ho capito quanto il ruggito sia davvero la voce di Roma, oggi come ai suoi tempi.
Sì, Roma è una città che ruggisce, è «disperata e tirannica» (così la definisce in Cristo si è fermato a Eboli contrapponendola a Matera “anarchica e disperata”) (Levi, 2009: 221). E naturalmente è fuggitiva, fugge da se stessa, “città di apparizioni” (Levi, 2002: 49), tremenda e irreale. Traditrice la dirà in una poesia, dea che si smentisce, che lo cattura e lo chiude in carcere. E in un’altra poesia del 1935 scrive sconsolato dalla prigione di Regina Coeli: “Tempo non tempo/ luogo non luogo/ se qui mi attempo/ nel nulla affogo/ Roma non Roma/ Stato non Stato…” (Ghiazza, 2008: 54). È il momento più duro dei suoi rapporti con la città: “Dalla mia cella non vedo quasi il cielo” (Levi, 1991: 107) si lamenta in una lettera. Tornerà a vederlo in seguito il cielo di Roma, quando sceglierà di trasferirsi nella capitale per il resto dell’esistenza, dal ’45 al ’75, e il sole riprenderà a splendere sulle rovine, fra le “stradette” di Trastevere “che odorano dell’odore campestre delle stalle”, nei viali di Villa Borghese dove “le ragazze passeggiano tenendosi per mano” e il “venditore di lupini dorme nell’erba”, dentro le osterie che sono il vero “centro della vita” di una città irridente e irriverente, dove sulla Vespa che furoreggia si riesce ad andare “in tre, in quattro, in cinque”. E “il sole sta alto in mezzo al cielo, immobile e invisibile come un re” (Levi, 2002: 11, 16, 39).
In un quadro del ’47, dal titolo Roma e il fulmine la città è vista dall’alto in una giornata fosca. Il cielo è un groviglio di nubi grigie e nere da cui precipita la folgore bianca di un fulmine fra cupole e campanili, sul vasto tetto di un antico edificio. “Roma si adagia opaca nella sua calda nebbia” scriverà sedici anni dopo, in uno dei testi di Roma fuggitiva con parole che sembrano il commento a quel suo vecchio dipinto. È passato più di un decennio dal magnifico Paesaggio romano con archi in rosso che è del ’31, il segno pittorico di Levi si è fatto più nitido, eppure le due tele hanno in comune la stessa nebbiolina, la stessa ondosità, che le parole esprimono così: “Roma è avvolta in quel fumo tepido d’acqua, vi nuota dentro, si avvolge in quel tepido umidore come in un bagno”. E intanto, intorno al centro, si sta formando, si è già formata la pasoliniana “cosa immensa e spappolata”, il “corpo ameboide” delle periferie che sempre di più si allontanerà dal cuore antico della città per farne un’anonima metropoli senza “una lingua per esprimersi intera” (Levi, 2002: 179, 182, 183).
Uomo dai tanti amori cui non seppe mai mantenersi fedele, Carlo Levi è stato invece incapace di tradire le sue città, Torino, Alassio, Parigi, Firenze, Roma. Faceva soffrire le donne di cui s’innamorava, le sovrapponeva, le abbandonava senza decidersi a lasciarle e, in qualche modo, le nascondeva l’una all’altra in una reticenza un poco opportunista, forse, oppure – sadicamente? involontariamente? vigliaccamente? – le contrapponeva in un’intollerabile contiguità fino a farle esplodere. Le ritrae senza descriverle le donne, come se non le capisse, mentre sulle città passa uno sguardo intimo e comprensivo fino alla complicità, e Roma, in particolare, nella sua pittura non è mai grandiosa, ma privata e dolce, sordida a volte, paesana e affastellata, vera e disperata come quando assume, su tutti, il volto di Anna Magnani, in un ritratto del ’54 dalle linee fieramente sofferte.
A Roma Carlo Levi capitò per la prima volta alla fine d’ottobre del ’22. Aveva vent’anni, era in viaggio col fratello Riccardo e da Firenze decisero di saltare su un treno per vedere i fascisti marciare sulla città. Aveva già conosciuto, a Torino, Piero Gobetti e sapeva da che parte stare, ma la storia in quel momento passava per Roma, dove sarebbe tornato, come artista, solo nel ’31 per esporre – con Francesco Menzio e Enrico Paulucci – nell’importante Galleria Bardi. Una presenza romana, quella, che gli valse l’attenzione di un visitatore d’eccezione, Renato Guttuso, poi suo amico. Quattro anni dopo, il ritorno a Roma è traumatico, perché si tratta di un trasferimento da carcere a carcere, dalle Nuove di Torino a Regina Coeli. È il 6 giugno del 1935 e, mentre i suoi quadri sono esposti alla Quadriennale che si svolge nella città, lui si ritrova in “una celletta molto claustrale e, dalla finestra non vedo, come avevo ingenuamente sperato, neppure una foglia dei pini del Gianicolo” (Levi, 1991: 100), così scrive alla madre. Non ha il permesso di dipingere, gli sono concessi solo una matita e un quadernetto verde dove scriverà il Diario di prigione: “Isolato dagli uomini, mi volgo alle immagini, richiamo i ricordi di un passato che pare pieno di luce come a trovarvi una prova della mia vita, una certezza oggettiva che nulla nel presente mi potrebbe fornire” (De Donato e D’Amaro, 2001: 116). La madre e le sorelle Lelle e Luisa cercano di rincuorarlo, faranno quel che possono per tirarlo fuori, ma non possono niente e, a fine luglio, gli viene comunicato che la prossima destinazione non sarà Torino, non sarà la libertà, ma il confino, in un luogo sperduto del sud, Grassano, nella provincia di Matera.
È libero da un anno esatto quando può finalmente tornare a Roma da artista. La coraggiosa Galleria La Cometa gli dedica una personale: sarà la sua ultima mostra in Italia fino alla Liberazione e, del resto, in seguito, le gallerie d’arte verranno chiuse e, con le leggi razziali del ‘38, molte personalità di spicco come lui saranno emarginate e discriminate. Carlo Levi si trasferisce in Francia. A Roma tornerà, per stabilirvisi definitivamente, dopo molte vicissitudini di trasferimenti, nuovi arresti, fughe, clandestinità e amori vecchi e nuovi, nel giugno del ’45, mentre esce, da Einaudi, Cristo si è fermato a Eboli. A Roma torna principalmente per assumere la direzione del quotidiano “Italia Libera”, organo del Partito d’Azione, che era stato diretto fino all’arresto, nel novembre del ‘43, dal suo grande amico Leone Ginzburg, morto a Regina Coeli in seguito alle torture dei nazisti. Ma torna anche perché vuole fuggire dai suoi pasticci sentimentali in cui non sa più districarsi. Lascia a Firenze almeno tre donne disperatamente innamorate di lui, e fra loro la più lucida e altera, Paola Olivetti, che gli ha dato una figlia, Anna, riconosciuta dal marito di Paola, Adriano Olivetti. Erano tempi così, la legge non concedeva ai figli illegittimi il cognome del vero padre. Carlo Levi, poi, non sa essere un buon padre, come non è un compagno su cui una donna possa contare. In una delle tante lettere d’addio che lo raggiungono a Roma da parte di Paola, nel ’48, una è piuttosto esplicita sul carattere dell’artista scrittore: “Tutto è falso fra noi e io non l’accetto. Io voglio rompere con te tutto. Non ti voglio più vedere con questi falsi sorrisi […] Sono stufa dei tuoi misteri. Di quella antipatica Linuccia e di tutte le sue colleghe tue amanti o pseudo-amiche amanti” e poi infierisce, fin troppo severa, contro la vanità di Carlo al centro di un grande, crescente successo: “Odio la pubblicità che ti fai fare. Sui cinematografi! Sui giornali di 4° ordine! Tutto esteriorizzato. E dentro nel tuo cuore un buco nero!” (De Donato e D’Amaro, 2001: 193).
È in effetti per Levi un periodo gratificante e turbolento, la politica, il successo letterario, le traduzioni all’estero, un lungo viaggio in America, dove viene molto celebrato e un giorno accompagna perfino Greta Garbo a vedere Cézanne. Poi, su tutto, la sua pittura. La sua figura ondeggiante si aggira per Roma, già leggendaria, come quella di Moravia, di Pasolini. Si veste in modo eccentrico, completi di velluto, basco sui folti capelli rossi, il sigaro sempre acceso fra le dita. Abita a Palazzo Altieri, nel cuore della città, fra piazza Argentina e piazza Venezia. Va spesso a cena da Cesaretto, la storica osteria degli scrittori, dei giornalisti, dei pittori spiantati che pagano gli spaghetti lasciando un disegno sulla tovaglia di carta. A piazza del Popolo lo si vede con Sartre e Simone de Beauvoir, suoi ammirati amici. Di lui Beauvoir dirà: “Ci si sentiva in presenza di un uomo libero per il quale il rifiuto delle vane convenzioni era un fatto naturale. Libertà di vedute, di giudizio, di linguaggio, di condotta. Questo mi colpì subito” (De Donato e D’Amaro, 2001: 180).
Nel ’54 è costretto a cambiare casa perché dopo un lungo contenzioso col proprietario del suo appartamento, di cui si occupano anche i giornali e che vede momenti di scambi molto coloriti in tipico stile romano (piazzate e scritte insultanti contro l’ “usurpatore”) Levi si trasferisce nella splendida Villa Strohl-Fern, dentro Villa Borghese, ex sede dell’Ambasciata di Francia e messa a disposizione per studi di artisti. Linuccia Saba con cui ha ormai una relazione fissa, semiconiugale (lei si guarda bene dal lasciare il marito che tollera il triangolo senza apparenti problemi) si trasferisce invece in via Due Macelli al numero 97, un’ampia mansarda offerta dall’economista e dirigente d’azienda Raffaele Mattioli, grande estimatore del padre di lei, Umberto Saba. Se si ha voglia di vedere Carlo Levi parlare e muoversi negli spazi di Villa Strohl-Fern, si può ammirare la suadente dolcezza della sua voce dal forte accento nordico in una divertente intervista televisiva del ’59 che gli fece Indro Montanelli, disponibile anche in rete su YouTube. Degli spazi interni resta la precisa descrizione del suo amico, Ilja Erenburg, giornalista e scrittore sovietico: Il suo studio sbigottisce chi vi entra con il suo furioso disordine, coi suoi strati geologici degli oggetti più disparati […] tele dappertutto, e sopra di esse e attorno fogli manoscritti, fiori appassiti di nature morte, sigari toscani, muschio verdeggiante, antichi documenti, brocche e pietre. E statue e rami, tutto questo segnato dal respiro di un uomo (De Donato e D’Amaro, 2001: 257).
Nel ‘68 viene rieletto per un secondo mandato. A Roma, come nel mondo, spira il vento della Contestazione. Carlo ha sessantasei anni e un nuovo amore, quello per la molto più giovane Luisa Orioli, sua modella, traduttrice e, in seguito, consigliere delegato (nell’82) della Fondazione Carlo Levi, voluta da Linuccia Saba. Raccoglie e comprende il malcontento degli studenti, con loro non risparmia critiche al centro-sinistra, che avverte come “mostro” politico, il connubio fra due forze “ognuno con un progetto di egemonia” coagulatesi in virtù di un accordo di vertice “non privo di ambiguità e di errori di calcolo” (De Donato e D’Amaro, 2001: 313). Lancia anche un’invettiva in Parlamento contro la pessima manifattura dei sigari toscani, in mano al Monopolio, arriva a sbriciolarne uno sotto il naso del ministro delle Finanze Luigi Preti per dimostrare la veridicità di quanto sostiene. Pare che la rinascita dei sigari italiani gli debba qualcosa, magra soddisfazione per uno che alla politica e all’impegno aveva consacrato tanto della sua esistenza e della sua arte. Ricorda Giovanni Russo nel suo Carlo Levi segreto una celebre frase dell’amico: “I sigari devono avere il suono della neve chiusa in un pugno” (Russo, 2011: 142). Libro molto personale e ricco di notizie quello di Russo in cui, per inciso, in un capitolo finale, si riferisce una cosa che pochissimi sanno: la sparizione di un testo di Levi su Palermo, il cui manoscritto, rilegato con copertina disegnata da lui stesso e tenuto in macchina, gli fu misteriosamente rubato nel ’57 (Russo, 2011: 141). Possiamo dunque sempre sperare che un giorno, magicamente, rispunterà fuori e potremo leggere ancora un inedito leviano.
Carlo adesso è sempre più stanco e scontento dei cambiamenti che stravolgono la società e i rapporti fra le persone. Anche la mondanità e la politica non sono più quelle in cui ha amato coinvolgersi. La decadenza fisica e psicologica arriva repentina nei primi anni Settanta con un distacco della retina e due interventi chirurgici che diminuiscono di molto la qualità della sua vita, anche se – per quanto quasi cieco – scrive e dipinge fino all’ultimo. La fine arriva nello stesso anno in cui, in novembre, scomparirà Pasolini, il 1975, ma all’inizio: il 4 di gennaio. Avrà di nuovo sognato Picasso come gli era successo a Palazzo Altieri tanti anni prima? Il grande artista spagnolo gli era apparso travestito da burattino disarticolato con grandi occhi azzurri che gli ricordavano Renoir e gli aveva detto: “Ma certo, ho sempre avuto, io, gli occhi di Renoir!” (Levi, 2008: 329). Avrà sentito, ancora una volta ruggire i leoni? (Da Villa Strohl-Fern lo zoo non è lontano). “Ruggito dei leoni nella notte/ del profondo del tempo alla memoria […] e Roma, e Italia: questo è l’Orologio” (Levi, 2008: 280). Quasi una lapide ciò che aveva scritto nel 1967: “Qui sto (o stavo). Questo luogo, questo mio terrestre paradiso” (Levi, 2004: 73).
