Abstract
Questo saggio muove dall’enfasi sul desiderio di fare giustizia nel ciclo dei vinti (2003–) di Giampaolo Pansa, inserito nel contesto del revisionismo storico di sinistra, contestato dall’autore che con esso giustifica il proprio. Si dimostra che Pansa rivendica la giustizia nei modi che sfiorano la vendetta, con un ritardo che lascia sospettare l’opportunismo politico e che degrada la storia della Resistenza italiana a crimine diffuso in attesa di giustizia. L’autore, che si definisce uno storico dilettante e trascura le fondamentali regole della storiografia (pronuncia giudizi di valore, adotta una prospettiva e studia le fonti e testimonianze solo di una parte, non elabora il passato ma vi cerca le ragioni del presente), fa della storia politica. Parte integrale della sua operazione è anche la preferenza per la forma romanzo di cui qui si propone un’analisi delle componenti strutturali, linguistiche e ideologiche come uno spunto per riflettere sulla scelta dei destinatari e per capire l’uso che l’autore fa del concetto di giustizia. Si rinvengono infine alcune avvisaglie di un ripensamento: l’autore – già passato dalla sinistra a posizioni di destra – sembra rivedere un’altra volta le sue ragioni e accettare che la guerra sia uno stato di eccezione, per cui non sono idonei né i criteri di giustizia sviluppati al tempo di pace né tanto meno le chiavi di lettura semplificate.
L’argomento del presente saggio ruota attorno al concetto della giustizia richiamato a più riprese da Giampaolo Pansa (nato nel 1935), prima giornalista e poi scrittore, in alcuni romanzi del cosiddetto ciclo dei vinti o ciclo revisionista, iniziato con Il sangue dei vinti (2003), 1 portato avanti ne I tre inverni della paura (2008), e in realtà mai chiuso, se si considera il recente Bella ciao. Controstoria della Resistenza (2014), per discorrere di eventi legati in modo diretto o indiretto alla guerra, alla guerra civile, alla Resistenza.
In Il sangue dei vinti l’autore così presentava la sua materia: “Dopo tante pagine scritte, anche da me, sulla Resistenza e sulle atrocità compiute dai tedeschi e dai fascisti, mi è sembrato giusto far vedere l’altra faccia della medaglia. Ossia quel che accadde ai fascisti dopo il crollo della Repubblica sociale italiana, che cosa patirono, le violenze e gli assassinii di cui furono vittime” (p. xxiv). Ne I tre inverni della paura similmente sembra giusto all’autore interrompere un’altra volta il silenzio sui lati bui della Resistenza, 2 ovvero su quel che Primo Levi chiama in una sua poesia del 1981 qualche “segreto brutto” dei partigiani o di “partigia”, come in piemontese si usavano chiamare i combattenti della Resistenza e a cui Levi dedica il suo componimento. 3 Pansa giustifica la sua posizione insistendo sulla sua prospettiva minoritaria rispetto all’insieme delle scritture tendenti a esaltare la Resistenza degli italiani. Ancora nel 2014, in Bella ciao, premette e ribadisce parola per parola quanto già affermato in passato: “Mi è sembrato giusto far emergere con schiettezza il lato oscuro della Resistenza” (p. 14), perché “Dobbiamo porci il problema della revisione critica di tutto quanto si è scritto sino a oggi a proposito della Resistenza. Bisogna farlo in modo sistematico, per non dire spietato, anche a costo di veder crollare qualche mito” (pp. 12–13).
Vorremmo dimostrare che dietro la trama romanzesca – i libri a cui qui si farà riferimento sono accomunati dalla prevalenza della componente romanzesca su quella storiografica, anche se l’attribuzione di genere varia a seconda di chi parla (alcuni recensori li definiscono saggi storici, Pansa stesso li definisce romanzi) 4 – vi sia un pervicace, espresso, desiderio di rendere giustizia simbolica, giustizia di carta, muovendo pesanti accuse contro i vincitori della cosiddetta guerra civile, 5 soprattutto contro i partigiani rossi 6 ritenuti responsabili del protrarsi della violenza contro i membri della Repubblica Sociale Italiana o anche solo portatori della tessera del partito fascista. Pansa insiste sulla supposta attendibilità allo stesso tempo avvertendo il lettore di non essere stato, per ragioni anagrafiche, testimone degli eventi raccontati comunque con veemenza come veri. Il desiderio di fare giustizia di carta – l’unica forma di giustizia oggi possibile e per cui si intende un risarcimento o una resa dei conti a distanza di oltre un mezzo secolo dagli avvenimenti a cui l’operazione Pansa 7 si riferisce – sfiora spesso vendetta in quanto parte di un espresso disegno ideologico di tipo dichiaratamente revisionista.
Con revisionismo storico si intende una tendenza storiografica che mira alla revisione dei tradizionali criteri interpretativi (Cammarano e Piretti, 2004: 181–182). Nella fattispecie la revisione dei criteri interpretativi del periodo che va dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945, quando vi fu in Italia, insieme alla guerra di liberazione, un sanguinoso conflitto tra fratelli che non si fermò però neanche all’amnistia Togliatti il 22 giugno 1946. Della storiografia di quel periodo occorre ricordare Rosso e nero (1995) di Renzo De Felice, il libro intervista sulla Repubblica Sociale Italiana e sulla Resistenza che ha fatto accostare durevolmente il nome dello storico alla pratica del revisionismo storico rivolto contro la Resistenza difesa accanitamente dalla sinistra. 8 A essere messa in discussione da De Felice è la stessa vulgata antifascista di sinistra che Pansa mira a colpire. Vi avrebbe dato adito involontariamente, a dir dello storico (la sua intenzione era la revisione, non il revisionismo), 9 la tesi defeliciana sull’equipollenza morale fra le parti in lotta. I suoi obiettivi erano: liberare la storiografia dai giudizi di valore perché il passato va compreso e non giudicato, renderla non unilaterale, infine smontare alcuni miti oleografici sul fascismo e sull’antifascismo.
Pansa, al contrario, vede il proprio revisionismo come un obbligo e porta l’etichetta di revisionista senza fastidio, anzi, la rivendica con orgoglio. Egli non è uno storico (si autodefinisce giornalista con la passione per la storia e storico dilettante), eppure mette in discussione il lavoro degli storici, soprattutto di sinistra. E nei suoi scritti sull’argomento storico non rispetta le regole rudimentali anni fa formulate dello storiografo francese Marc Bloch in The Historian’s Craft (1954) e seguite da De Felice. Per evitare gli errori e salvaguardare l’autenticità dei risultati, il mestiere di storico richiede secondo Bloch che si eviti di pronunciare giudizi di valore in termini di normativa, che si sfugga a un atteggiamento ideologizzato e politicizzato, che si faccia ricorso a fonti e documentazioni variegate per assolvere al compito primario dello storico consistente nel tentativo di spiegare e descrivere l’intero quadro del passato e non limitare la propria visuale a una sola parte, nel qual caso non si fa storia ma della storia politica, come per l’appunto fa Pansa. Le trame della sua epica antiresistenziale si rivelano tendenziali e di parte. La rosa degli eventi che l’autore cataloga, seleziona, assembla e racconta forma un quadro dimezzato. Egli accoglie infatti soltanto gli eventi registrati o ricordati da una delle parti, e si fonda esclusivamente sulle fonti fasciste e testimonianze di privati e sulla memorialistica che stanno dalla parte dei “vinti”. Le fonti cui ricorre l’autore (le elenca ne Il sangue dei vinti) sono soprattutto elaborazioni delle fonti fasciste, tra cui con maggiore frequenza Pansa si rifà – come a un oracolo – a Storia della guerra civile in Italia, 1943–1945 di Giorgio Pisanò, e un’infinità di scritti come I vinti di Salò di Ugo Franzolin, L’altra guerra. Neofascisti, tedeschi, partigiani, popolo in una provincia padana. Pavia 1943–45 di Giulio Guderzo, RSI e guerra civile nella bergamasca di Teodoro Francesconi, La guerra in casa di Albino Morandini, L’altro 25 aprile. La memoria dei vinti di Ernesto Zucconi, I giorni di Caino di Antonio Serena. In caso delle fonti a stampa – citandone sempre l’autore, il titolo, l’editore e la data di stampa – Pansa nota di essere stato “persino troppo minuzioso” e ne confessa il motivo: “Però l’avevo fatto sapendo che, per qualcuno di quegli storici, il racconto di un evento era appena un filo esile che collegava una nota a piè di pagina all’altra” (Pansa, 2009: 378). E nei romanzi successivi a Il sangue dei vinti egli si basa soprattutto sulle testimonianze dei privati, memorialistica fascista, insomma a una marea di testi “sconosciuti al pubblico dei comuni lettori” (Pansa, 2009: 299).
Occorre altresì aggiungere – non a discolpa, ma onde rendere possibile la comprensione delle ragioni da cui muoveva Pansa – che il ciclo dei vinti segue o chiude una lunga carriera dell’autore, sin da giovane dedito a saggi storici sulla Resistenza e pubblicati per decenni da vari Istituti italiani di sinistra, un’area politica che era anche la sua. 10 Alcuni elementi per contestualizzare questa sua svolta ci vengono forniti dall’autore stesso nel voluminoso libro-confessione intitolato Il revisionista (2009). Lo scrittore monferrino ripassa in esso le sue opere che gli sono valse la fama di revisionista, che egli considera un titolo di vanto, e le riassume come libri sulle “vicende che la retorica resistenziale e la faziosità comunista vietavano di raccontare” (p. 301). I suoi sono quindi dei tentativi di capovolgere quel che viene definito come revisionismo di una sinistra “arrogante e miope” praticato con “l’obiettivo di giustificare le mattanze dopo il 25 aprile” (pp. 308, 313, 324). Di conseguenza, dopo il suo tardo risveglio (“la principale conseguenza del Sangue dei vinti è stata utile soprattutto a me. Perché mi ha aperto gli occhi su una verità che non conoscevo fino in fondo” (p. 316)), l’autore si adopera per denunciare “la sostanza cattiva delle sinistre … rimasta intatta”, intendendo con ciò “l’intolleranza verso chi è differente da me. La convinzione di essere i migliori del mazzo. La certezza arrogante di avere sempre ragione” (p. 317). In breve, quanto Pansa scrive nel suo ciclo revisionista è motivato dal modo in cui le sinistre hanno giustificato la propria storiografia. È da notare che “giustificare” appartiene allo stesso campo semantico di “giusto”, “giustizia”, e denota, oltre all’intento di spiegare le ragioni di un atto o un comportamento, anche quello di (far) riconoscere come moralmente scusabile e rendere legittimo e ammissibile qualcosa che non lo è. Quindi significa anche far apparire come valida la violenza in reazione alla violenza. La sinistra ha voluto giustificare le mattanze dopo il 25 aprile spiegando che erano state inevitabili, che quanti avevano combattuto per la Repubblica Sociale si erano meritati il castigo, cioè la vendetta, e come tale Pansa intende “un insieme di interventi sanguinari: le fucilazioni in massa, la morte solitaria, le sevizie, gli stupri, i sequestri, la scomparsa dei cadaveri, l’accanimento contro le famiglie” (p. 308). Quegli interventi sanguinari giustificano il fatto che egli, ora, racconti “l’altra metà della luna o l’altra faccia della medaglia” (p. 303). Che egli abbia poi, dopo aver scritto Il sangue dei vinti, continuato a scrivere altri romanzi revisionisti, era determinato dal fatto, incomprensibile per Pansa, che nessuno abbia provato a completare il suo lavoro, “a scrivere i libri che poi ho continuato a scrivere io” (p. 315). I partiti erano impegnati in altre faccende, i singoli ricercatori scoraggiati dal muoversi lungo la sua strada da reazioni furiose delle sinistre responsabili dell’isolamento culturale e politico dell’autore, e storici accademici devono sempre rendere conto alla lobby di professori, hanno cattedre da conquistare o serve loro l’imprimatur di qualche barone per i lavori da pubblicare (p. 311). Insomma, Pansa sarebbe rimasto solo sul campo, non soltanto a completare il quadro lasciato dagli storici di sinistra parziale, incompleto e reticente (p. 308), ma a sopperire all’incompletezza del proprio lavoro apparso “con troppi buchi” (p. 314), e non proseguito da nessuno.
La guerra e la giustizia, discusse insieme, vista la ferocia e violenza che la guerra comporta, potrebbero portare a pensare che non esistono guerre giuste. Lo diceva Simone Weil (1988: 158) che la giustizia è un’eterna fuggiasca dal campo dei vincitori. Pansa fa da eco a questo detto, a più riprese, soprattutto ne Il sangue dei vinti in cui osserva: “In tutte le guerre, e specialmente nelle guerre civili, chi perde paga” (p. xxiv); “tutte le guerre civili finiscono così: la parte che soccombe non paga soltanto le violenze che ha compiuto durante la guerra, ma anche il semplice fatto di non avere vinto” (p. 19); “le guerre civili prevedono sempre il sadismo” (p. 85); “Avevano vinto e, come tutti i vincitori, decidevano il bello e il cattivo tempo” (p. 142); “nel furore della guerra civile, tutti diventano colpevoli di tutto. Specialmente gli sconfitti” (p. 353); “tutte le guerre civili finiscono nel sangue, anzi nel sangue dei vinti. Chi perde, paga” (p. 366); “La guerra civile è una scuola terribile per tutti. Ti abitua alla violenza disumana, alla vendetta incapace di distinguere” (p. 370). Si potrebbe pensare che, se è così, allora reclamare la giustizia, a guerra finita, non è altro che trovare scuse per vendicarsi, per continuare a guerreggiare. È quindi inutile parlare dell’ingiustizia e della ferocia dei vincitori come fa Pansa. Se tuttavia le guerre giuste esistono, e consistono nel fare guerra per una causa giusta (per esempio come autodifesa o per riconquistare il proprio patrimonio, per ottenere una ricompensa dei danni subiti, anche per punire ma con il solo obiettivo di dimostrare a tutti gli altri che l’ingiustizia non paga), la guerra civile, cioè la Resistenza italiana, non era una prevaricazione, ma aveva i connotati di una lotta legittima, valida e regolare.
Studiosi pacifisti e storici anti-bellici devono certo osservare che non vi sia un solo esempio nella storia dell’umanità che possa dimostrare che una guerra abbia senso, i benefici della quale siano superiori al prezzo del sangue, odio, violenza e distruzioni pagato. E non va dimenticato il trauma portato da generazioni a venire. Pansa stesso, con il passar del tempo, inizia a dare dei segni di indecisione. Se, ancora ne Il sangue dei vinti, altri apparivano i disegni e gli strumenti adoperati dallo scrittore di Casale Monferrato, in I tre inverni della paura e in Bella ciao si vede che la giustizia della guerra comincia a essere messa in discussione. Il narratore de I tre inverni sembra mostrare la guerra come complessa, aggrovigliata, spiazzante, e non più liberatoria, un po’ alla maniera dei grandi scrittori della prima metà del Novecento come Meneghello, Fenoglio, Calvino, Caproni.
L’impossibilità di capire che cosa sia giusto nello “stato di eccezione” che è la guerra 11 è stata esemplarmente raffigurata da Giorgio Caproni come un labirinto nel racconto omonimo (Caproni, 2008: 138–164). Il labirinto è una figura dell’assurdo e del drammatico: le parti e le azioni che si danno per giuste non possono essere totalmente scisse dal loro contrario. Ricordiamo brevemente il racconto del poeta livornese in quanto imperniato, anch’esso, sull’idea della giustizia al tempo di guerra. A causa della falsa segnalazione di una ragazza avviene uno scontro fra i partigiani che si uccidono a vicenda. Presa la ragazza si decide di ucciderla, ma è a questo punto che entra in gioco il problema della giustizia. L’uccisione di un nemico che, sebbene sia colpevole della morte dei compagni, ma disarmato e in palese condizione di inferiorità, non può essere accolta con tranquillità dal protagonista che, in uno stato di arcana confusione al punto che ne viene minata in profondità addirittura la certezza dell’io, medita di sparare all’altro partigiano che accompagna la ragazza alla fucilazione per consentirle di fuggire: “non mi orizzontavo per dare il giusto indirizzo alla mia pena”; “non riuscivo a uscire dal labirinto … non potevo né sparare a Boris né lasciar andare la ragazza” (p. 160). La morte del nemico – problematizzata e vista come un atto non più scontato, né certamente innocente – viene equiparata con quella del compagno. Il protagonista racconta profondamente turbato, colto da uno stato di paralisi davanti al problema della violenza e del male, di essersi sentito arbitro della vita della ragazza e di non saper più “uscire dal labirinto”. Sospendere il giudizio sarebbe forse la soluzione migliore, secondo Caproni: Pietra, infatti, si rifiuta di scavare la fossa per la spia, volge le spalle ai fucilatori e si apparta. Nel chiuderle gli occhi, l’attimo dopo, sente sui polpastrelli “un tepore che si dilegua”, e pensa che “allo stesso modo s’era dileguato il tepore di Aladino e di Ivan, degli altri compagni morti” (p. 164).
Ne I tre inverni della paura di Pansa troviamo osservazioni dal tenore diverso dalla monodica condanna che caratterizzava Il sangue dei vinti. Similmente, in Bella ciao, leggiamo che “la guerra civile è una malattia mentale che obbliga tutti a combattere contro se stessi” (p. 240). Pansa vi richiama una conversazione avuta con un vecchio commissario a cui ha chiesto se non si fosse mai pentito di aver fucilato tanti fascisti e che gli ha ribattuto: “la tua domanda è di un giovanotto che non ha mai combattuto una guerra. Vuoi sapere la mia risposta? Nessuna guerra, neppure la più santa, rende migliori gli esseri umani. Dovremmo essere tutti pacifisti, come lo sono stato io in gioventù. E rifiutare di imbracciare un’arma” (p. 184).
In Tre inverni, una lunga epopea di quasi seicento pagine, l’autore racconta la guerra civile, ovvero la Resistenza che irrompe tormentando in privato gli individui che non hanno mai prima imbracciato un’arma e assume la forma di lotta fratricida. La guerra fa scomparire uno a uno prima il fidanzato, poi gli amici e compagni della protagonista Nora, e alla fine travolge lei stessa, ammazzata su mandato di un mezzadro che nutriva un antico odio per un irrisolto conflitto agrario. Il fulcro ideologico del libro è tuttavia altro: l’enfasi si sposta sulla presunta fermezza e integrità di certi idealisti fascisti come il padre di Nora, che non cambiano bandiera secondo l’opportunità storica: “abbiamo creduto nel fascismo, l’unico a difenderci dagli eccessi dei socialisti e dei comunisti. E Mussolini ci sembrava il salvatore della patria” (pp. 63–64). Un altro esempio è il personaggio di Giovanni, un probo giovane, vero e proprio eroe tragico che va fino in fondo. Anche quando a tutti è chiaro che la parte a cui egli si è alleato ha perso, Giovanni persiste nella sua coerenza, patriottismo, mancanza di opportunismo.
Vista la scelta consapevole della forma romanzo, vediamone ora gli esiti più vistosi. Per cominciare dall’ordito della trama, questi romanzi appaiono estremamente schematici. Il sangue dei vinti, che si presenta come una ricostruzione delle violenze antifasciste dopo la fine della guerra (anche se questa periodizzazione non viene sistematicamente rispettata), ha la forma di una conversazione divisa in capitoli-schede di un archivio di orrore e di morti violente, atti perpetrati come rappresaglia dai partigiani rossi, dai cosiddetti partigiani della venticinquesima ora (pp. 43, 49) o i partigiani-folla dell’ultimo momento (p. 105). La conversazione intercorre tra Giampaolo Pansa e Adele Grisendi 12 che ha aiutato l’autore nei suoi viaggi, seguendone le ricerche e controllando quel che egli ha scritto e come ha scritto, nascosta dietro il nome di Livia Bianchi, funzionaria della Biblioteca Nazionale di Firenze. Pansa non lesina giudizi generalizzati e imprecisi quanto perentori descrivendo i vinti, i fascisti come rispettosi del codice d’onore di squadrista, coraggiosi e fedeli fino in fondo alla propria causa. Perfino a un istante dalla morte restano dignitosi e sereni. Ai giustizieri essi rifiutano di essere fucilati sulla schiena e sul punto di morire gridano “Viva L’Italia! Viva il fascismo!”, “Viva il Duce!” (p. 89). Confrontati con i vinti, i vincitori si mostrano ancora più inumani, degni di biasimo e, agli occhi di Pansa, raccapriccianti: “Tutto questo sangue mi travolge. Tanto che mi sembra di esserne imbrattato” (p. 132). L’ingiustizia e la ferocia sono lamentate quindi esclusivamente a carico dei comunisti, e il primo tra gli ipotizzabili moventi degli autori di quei misfatti (vendetta, odio, ripicca, risentimento o un semplice tornaconto personale o rapina) spicca quello della lotta politica, un vero e proprio patto segreto dei partigiani comunisti contro il potenziale ostacolo nella battaglia per il potere nel dopoguerra.
Alla lente dell’analisi testuale anche I tre inverni della paura si rivela un romanzo che non fa giustizia, per così dire, alla grande epica (anti)resistenziale né al genere di epica come tale. Il desiderio di contraddire la retorica resistenziale e di mettersi nei panni dei personaggi forse non bastano a spiegarlo (Pansa, 2009: 303). La ricchezza di vocabolario, le sfumature psicologiche dei personaggi, le sfaccettature stilistiche, le necessità espressive, tutto insomma viene nei suoi romanzi sacrificato per imboccare una scorciatoia comunicativa perché il messaggio, come nella letteratura di genere o nei romanzi d’appendice, deve essere comprensibile a tutti. Non mancano, in Tre inverni, esempi di lingua sciatta: “A diciott’anni meno un mese, Nora era una gran bella figliola” (p. 28), che quando il padre le vieta di partecipare alle feste e la confina a Guardasone, esclama: “Maledizione alla guerra! E accidenti a Mussolini! Lui sì che si poteva divertire, nonostante tutto” (p. 65); o ancora “Al diavolo la guerra e chi l’ha inventata!” (p. 241). Le figure che vi si muovono sono delle macchiette anziché persone di carne e d’ossa dotate di una psicologia e individualità, per cominciare da Nora il cui compito si risolve nel ricevere e ascoltare i racconti di chi fa esperienza della guerra. A lei è concesso annuire, stupirsi, dire: “Non immaginavo quello che mi state raccontando” (p. 159); “Raccontato oggi sembra incredibile” (p. 162); dubitare e incalzare: “Ma hai delle prove di quello che stai dicendo?” (p. 187); chiedere chiarimenti: “Non capisco. Spiegatevi meglio” (p. 224); secondo le regole della dialettica spicciola subordinata alle necessità del lettore pur più sprovveduto o distratto. Affinché gli sia chiara la responsabilità delle parti e dei singoli, e perché il lettore sappia perfino che cosa provare in certe situazioni, leggiamo: “Che schifo! … Come puoi rimanere al servizio di un governo che commette queste nefandezze? Dovresti gettare la divisa, disertare e nasconderti” (p. 192). In altre istanze Nora ripete, riepiloga, parafrasando o insinuando le motivazioni implicite delle parti in causa: “Otto fucilati e quarantadue mandati in un lager per un ufficiale tedesco ucciso e uno ferito! È un prezzo assurdo. Chi ha deciso l’attentato non ha previsto quel che sarebbe successo? O lo aveva messo in conto?” (pp. 206–207). Le accuse contro i comunisti parimenti responsabili delle rappresaglie (p. 214) vengono lanciate a volte in forma di commenti paternalistici da un narratore extradiegetico: “Ecco due bravi ragazzi [Paolo e Giovanni], onesti, limpidi e generosi. Nel carattere si assomigliano, ma purtroppo si troveranno su fronti opposti. E rischieranno di spararsi” (p. 177). Paolo e Giovanni, infatti, sembrano due fantocci o tipi fissi quasi da commedia delle parti: Paolo è il figlio dei ricchi (il padre è notaio) che va coi comunisti, Giovanni – figlio del fattore liberale e va coi fascisti. Entrambi prima si confrontano più volte in scene di schermaglia verbale, tentando di provare che l’altro sia nel torto, e finiscono uno disperso, l’altro giustiziato. Oltre a questi due schizzi di persone, figure abbozzate in fretta e a grandi linee, quel tanto che basta per fare di loro portatori di determinate idee, vi è una terza figura maschile di rilievo – Nelson Artoni che diventerà il marito della protagonista Nora, avendo già pagato il suo debito con Mussolini, e con falsi lasciapassare diventato commerciante o contrabbandiere. Anche lui sembra non un essere umano, ma un parto della mente di Nora.
Anche l’intreccio è debolissimo e si riduce a un alternarsi monotono di visite fatte nella villa di Nora che sembra a tratti una isola-asilo o una barca di Noè che accoglie ogni specie di naufraghi e fuggiaschi. Alla guerra non partecipa, ne subisce le conseguenze, e il suo sapere è limitato perché le vengono nascoste dal visitatore di turno notizie ritenute troppo sconvolgenti per una donna (p. 406). A ogni visita o testimonianza che le viene recapitata seguono commenti, domande, richieste di precisazione e qualche non rada perspicacissima prognosi sul modo in cui si svolgeranno le cose in futuro. Sullo sfondo permane il brusìo di infinite scene, abbozzate sempre con estremo schematismo, di calore domestico, affetti familiari, innamoramenti, rancori, desideri, lutti.
Finiamo aggrappati alla sola cosa che tiene nel romanzo: il disegno ideologico. Non deve stupire dunque che i romanzi del ciclo dei vinti siano stati accolti – con pochissime eccezioni, tra cui l’intervento di Vittorio Coletti 13 – esclusivamente per il loro valore informativo, come se Pansa scrivesse saggi storici e facesse della storia politica, niente altro. Eppure l’autore punta sulla forma romanzo, e ancora in Eia Eia Alalà (2014b), un’autobiografia romanzata, egli mantiene forte la componente romanzesca.
Quel disegno ideologico – apriamo una breve parentesi – è palese anche quando Pansa sottolinea che, oltreché una guerra civile-fratricida, la Resistenza era anche una guerra di classe, e lo fa con l’aria di rivelazione di chi, per primo, contraddica i modi convenzionali di rappresentare la Resistenza come una guerra patriottica, di liberazione e di cui si tace il vero aspetto. Ricordiamo, per converso, che Claudio Pavone nel saggio già richiamato ha ampiamente chiarito i tre tipi di guerra e anche i tre diversi tipi di memoria che essi hanno generato (vedi nota 5). I rossi, oppone Pansa, hanno lottato per la supremazia politica dopo la guerra civile, 14 e non andavano molto per il sottile, per cui erano frequenti i casi del cosiddetto fuoco amico (è tema principale di Bella ciao): si uccideva chiunque non obbedisse alle brigate garibaldine, anche un antifascista. La colpa di aver privatizzato la guerra, a dir dello scrittore, cioè di aver estromesso gli altri che hanno lottato al loro fianco, è tutta dei comunisti: “La nostra guerra [del PCI] non si fermerà con la sconfitta dei tedeschi e dei fascisti di Salò”, leggiamo in Tre inverni (p. 349); il padre della protagonista Nora, Agostino, che da giovane era stato uno squadrista, reduce della prima guerra, scopre di aver sbagliato a combattere per l’Italia (i loro ufficiali erano considerati gentaglia buona soltanto per ricevere in faccia gli sputi dei socialisti (p. 157)), e poco dopo scompare senza traccia, a conferma di ciò che succedeva a molti squadristi dopo il 25 luglio 1943, quando si dava la caccia a chi aveva sostenuto Mussolini “come se quasi tutti gli italiani non fossero stati tifosi del Duce” (p. 156). Pansa scrive in Bella ciao che se è vero che senza il Partito Comunista Italiano non ci sarebbe stata in Italia nessuna Resistenza, è però altrettanto vero che il partito allora guidato da Luigi Longo e Pietro Secchia non solo non andava per il sottile nella battaglia contro i tedeschi e i fascisti, ma puntava soprattutto alla lotta di classe sperando di conquistare il potere dopo la guerra, ed era il protagonista assoluto di una Resistenza che aveva molte zone d’ombra e aberrazioni crudeli. I comunisti si muovevano con troppa arroganza e faziosità nei confronti di chi combatteva al loro fianco per la liberazione d’Italia: troppi delitti, durante e dopo la Resistenza. Infine, il PCI avrebbe perseguito in modo implacabile la strategia di fare terra bruciata per estendere al massimo il conflitto, per cui il fascismo estremista finiva per essere funzionale alla vittoria dei rossi.
Chiusa la parentesi, si consideri che la debolezza estetica dei libri di Pansa, insieme all’enfasi sul loro aspetto didascalico, ci porta a riflettere sui possibili destinatari cui essi sono diretti. I suoi lettori sono per un verso i suoi stessi committenti: parenti, figli e mogli delle vittime della mattanza che chiedono il riconoscimento del fatto che il marito o il padre fosse ammazzato durante la guerra civile. Uno dei parenti, il figlio di Giuseppe B., chiede per esempio che venga istituita la Giornata del ricordo per le vittime sparite senza traccia e senza che nessuno ne avesse mai assunto la responsabilità. La sua storia è servita per scrivere I tre inverni: “Dopo aver narrato dei morti” – spiega Pansa (2009: 338), cioè dopo Il sangue dei vinti – “volevo dare la parola ai vivi.” Racconta questo figlio di un possidente terriero Giuseppe B., che il padre venne segnalato a una squadra comunista dai mezzadri, e ucciso, ma di lui non si è mai trovato il corpo, e sulla moglie superstite è caduto l’onere di sostenere la famiglia in un ambiente ostile: segnata a dito perché suo marito era stato ucciso dai partigiani. “Soltanto così potrò rivendicare la morte di mio padre Giuseppe, senza più provare odio per i suoi assassini” (p. 337). Man mano ci si rende conto, però, che Pansa sembra giustificare la pubblicazione delle sue opere come una risposta alle richieste dei familiari delle vittime dei partigiani, desiderosi di veder scritte quelle storie che acquietano le coscienze afflitte da decenni di rimorsi mescolati spesso con un sentimento di sopruso, in assenza della giustizia istituzionalizzata. In realtà l’autore punta piuttosto su un pubblico molto vasto, e certamente non soltanto sulla generazione dei figli dei vinti o del lettore debole (sprovveduto o distratto, abbiamo detto), con il fine di reinserire la memoria di parte fascista nella memoria collettiva di quel periodo.
Siamo dunque lontani dall’ironia e understatement di un Meneghello, dalla sua arguta pedagogia ribaltata (ne I piccoli maestri sono i giovani a insegnare ai vecchi), lontani dal fiabesco di Calvino, e dalla voce di uno spettatore attonito che assume Caproni. Lontanissimi dalla “bella pagina” reputata importante da Fenoglio nei suoi racconti della guerra civile, tra cui troviamo un testo anepigrafo di quattro fogli – che ci piace brevemente rievocare – e che racconta del partigiano Jerry. A quest’ultimo, attento ad annotare su dei quadernetti le sue impressioni della guerra, un altro partigiano racconta quel che sulla guerra scrisse Whitman: “War can’t be put into a book.” 15 Jerry spera che quanto egli sta scrivendo abbia un valore artistico perché come documentario non vale molto: “È come svuotare il mare con un succhiellino.” Fenoglio risolve (o elude) il problema dell’indicibilità della guerra invitando chi scrive a consegnare ai posteri una bella pagina, 16 memore che la vera poesia interiorizza la storia, l’arma del poeta e il suo vero impegno è la parola, la lingua, per cui è giocoforza ripensare il senso della letteratura, dei suoi obiettivi e dei suoi limiti, delle responsabilità dell’uomo di cultura e della necessità di portare testimonianza di un’esperienza fuori del comune con strumenti ogni volta insufficienti.
Non la bella pagina ci consegna però Pansa, come abbiamo visto, mosso dall’urgenza di ricordare la guerra civile come essa secondo lui non viene ricordata dagli storici e studiosi di sinistra. Preoccupato per un divieto dell’insegnamento scolastico della “verità sulla Resistenza”, si dedica alla raccolta delle testimonianze orali e alla ricerca delle fonti ancora reperibili, di persone che gli affidano, spesso confessando in fin di vita, la propria storia, innumerevoli casi di violenza subita dai fascisti per mano dei partigiani. All’insegnante di storia Giorgio Canepa, che in Tre inverni vorrebbe poter “raccontare ai ragazzi la verità sulla guerra civile” ma che lo sa impossibile, Nelson fa da eco riepilogando: “Non illudetevi. Temo che non vi lasceranno mai raccontare la verità. … la verità procede sempre con il passo della formica” (p. 432).
È proprio quel passo di formica (di Pansa) ad aver suscitato la curiosità e lo scetticismo di alcuni suoi lettori e critici. Il fatto è che Pansa si propone di sbugiardare la storia e perciò opporre alla vulgata resistenziale la propria vulgata anti-resistenziale, revisionista, a distanza di molti anni dalla guerra.
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Il divario temporale dagli avvenimenti bellici che determinano le contemporanee rivisitazioni romanzesche dello scrittore di Casale Monferrato ha intrigato Vittorio Coletti, il noto storico della lingua italiana che scrive spesso anche sulla letteratura, nel suo recente saggio Romanzo mondo. La letteratura nel villaggio globale (2011). Coletti cita Pansa come un esempio vistoso – ma anche noto a tutti – del fatto che la componente storico-geografica resta forte in genere nella narrativa italiana sino ai nostri giorni dati i nodi irrisolti, mal raccontati o taciuti, del passato. Spiegando la persistenza della storia resistenziale nei testi contemporanei, il critico dice che solo in Israele “si potrebbe osservare una tale (e ben più altamente risolta) invadenza della storia attuale nella narrativa” (Coletti, 2011: 95). A Sergio Luzzatto l’intervallo temporale da cui Pansa muove le sue invettive contro i partigiani serve da principale motivo dell’incriminazione del ciclo dei vinti. Luzzatto non lesina critiche, e biasima soprattutto l’opportunismo storico di Pansa che solo in piena crisi dell’antifascismo istituzionale sente la sua memoria restituirgli le sequenze di una liberazione “troppo brutale per sembrare virtuosa” (Luzzatto, 2013: 162).
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Soltanto cinquant’anni dopo, negli anni Novanta, Pansa rielabora il proprio passato rimosso per rifondare il rapporto degli italiani con il loro passato prossimo (Luzzatto, 2013: 156). Luzzatto contesta in seguito anche il metodo assai discutibile dello scrittore monferrino, infine il suo giudizio poco preciso.
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I crimini elencati da Pansa come facenti capo alla seconda guerra civile (dopo il 25 aprile del 1945) sarebbero soprattutto la dimostrazione della resa dei conti privata o politica, mentre Luzzatto sostiene che proprio perché la guerra civile era stata così lunga e feroce non ha potuto concludersi in modo indolore e non ci si poteva aspettare nessuna clemenza dei vincitori nei confronti dei vinti. Pansa intende la vendetta dei partigiani, e Luzzatto gli risponde per le rime. Secondo lo storico, infatti: Non si trattava unicamente di chiedere il conto per i venti mesi della Repubblica sociale, … si trattava di chiedere il conto per i venti anni del regime mussoliniano, per una storia di sopruso, di violenza, di oppressione iniziata al tempo dello squadrismo e proseguita fino al 25 luglio ’43. … Nell’Italia della Liberazione, la vendetta era tanto assaporata quanto per un quarto di secolo era stata sospirata la giustizia. (Luzzatto, 2013: 161)
Di dubbio, incertezza e difficoltà di capire – come l’unico modo di pensare alla guerra civile e al protrarsi della violenza – parla anche in un suo recente saggio Guido Crainz, che sostiene: “È impossibile avvicinarsi al protrarsi della violenza con chiavi di lettura semplificate, con sguardi sicuri di se stessi: ogni griglia interpretativa è sottoposta a durissima prova e spesso lo storico può segnalare solo gli aspetti, gli snodi su cui nutre dubbi, incertezza, difficoltà di capire” (Crainz, 2007: 85–86). A partire da una dettagliata analisi storiografica del contesto in cui nasce l’epica anti-resistenziale di Pansa, Crainz critica la rimozione del rapporto fra paese e fascismo, per cui di nessuna assoluzione c’era bisogno, ma si cercava di presidiare una normalità quotidiana a cui fascismo e antifascismo concordemente attentavano (Crainz, 2007: 55); la colpa di tutto, dal dopoguerra a oggi sarebbe stato “il nodo che resta irrisolto [del] rapporto fra italiani e fascismo”, foriero di quel supplemento di odio di cui parlano Claudio Pavone e Nuto Revelli (mentre lavorano su documenti d’archivio, cronache, testimonianze, memorie) a proposito della guerra civile (Crainz, 2007: 55, 87). Ricordiamo che già nel 1991 Claudio Pavone, lavorando sugli stessi documenti d’archivio, cronache, testimonianze, memorie, ha parlato di un “di più di violenza”, di “un supplemento di odio” della guerra civile, e anche di zone grigie, tra il bene e il male, che si estendono a misura che cresce la violenza (Pavone, 1991: 417).
Senza mezze parole Crainz stronca la vecchia e nuova (quella di Pansa) pubblicistica neofascista anche perché essa ha da sempre proposto un numero delle uccisioni molto elevato, senza gran fondamento. Le grossolane amplificazioni di Pansa portano a suo dire a cifre – si tratta del numero dei fascisti giustiziati nei mesi più torbidi della guerra civile e anche dopo il 25 aprile – largamente superiori alla realtà riportate dall’Istituto Storico della Fondazione della Repubblica Sociale Italiana, fissate a ottantamila persone. Calcoli incerti in quanto presuntivi, fatti in base agli elenchi nominativi. Nel considerare sostanzialmente credibile una valutazione generale di ventimila persone uccise dopo la Liberazione, 20 Giampaolo Pansa non ha ritenuto, secondo Crainz, di menzionare e discutere il dato complessivo dell’indagine della Pubblica sicurezza – cioè l’indagine dello Stato italiano – al quale pure si era riferito per alcune province ne Il sangue del vinti. Siccome Pansa tratta i fatti in modo selettivo, manipolando i dati (Crainz, 2007: 85) e dimezza il quadro, Crainz ne restituisce la complessità, ricostituendo un’immagine fatta di esplosioni di collera e ferocia collettiva, di linciaggi, stragi e rappresaglie nazifasciste perpetrate dai corpi armati di Salò, ma anche di rese dei conti private, esplosioni di antichi rancori interfamiliari e intercomunitari, e di delinquenza comune.
Lo scrittore monferrino non è uno dei sopravvissuti, reduci della guerra rievocata. La sua non è una scrittura “dell’io” o “del noi”, e neanche “del loro” perché, come spiega Gabriele Pedullà (2005: xvi–xix), gli scrittori “del loro” sono quelli che scrivono per conto dei compagni morti. Sentono di appartenere a una categoria solo parzialmente traghettata nell’Italia repubblicana e intraprendono un dialogo coi morti per evitare che se ne cancelli il ricordo. Pansa, quell’esperienza non l’ha potuta fare e non è un testimone anche se vorrebbe darsi come tale. 21 Pansa appartiene alla generazione che viene dopo (nacque nel 1935) e non ha potuto conoscere la Resistenza come invece l’hanno conosciuta Luigi Meneghello, Giorgio Bocca e Oreste del Buono, all’epoca costretti a compiere scelte e ora, da sopravvissuti, alle prese con le loro memorie. 22 Non ha l’esperienza diretta della Resistenza, ma richiama con insistenza frammenti di colloqui, eventi e altri fatti della sua infanzia. Per le sue immaginarie costruzioni, questo ex bambino della guerra viene ripreso da Sergio Luzzatto che ricorda una scena quasi da tre moschettieri, descritta da Pansa mezzo secolo dopo come evocata dalla memoria: “nell’ignoranza dei suoi nove anni, lo sguardo di quel bambino aveva un’intensità fuori del comune, si posava sulle persone e sulle cose come se lo scolaro di quarta elementare avesse già la stoffa dell’inviato speciale” (Luzzatto, 2013: 155). Quel che Pansa allora vide e ora ricorda era il mitico Barbato, il grande capo partigiano che entrava nella Casale libera di tedeschi. Sulla memoria di bambino egli ha costruito, mezzo secolo dopo, sempre a dir di Luzzatto, “l’edificio di una rappresentazione profondamente critica della Resistenza italiana” (p. 156).
Il giudizio, proferito da Pansa ne Il sangue dei vinti, in Tre inverni e in Bella ciao, al tempo di pace e senza aver mai conosciuto la guerra, non può essere giusto in quanto le scelte fatte al tempo della guerra non sono mai giuste o sbagliate e nessuno può giudicarle perché nessuna esperienza precedente (al tempo di pace) ci ha insegnato se si stesse per imboccare la strada giusta. Pansa non elabora la memoria del passato, ma tenta di trovare le radici e le ragioni della situazione presente del paese, 23 spesso proiettando sul passato le ragioni dell’oggi. Ed è un’altra importante circostanza che tenderebbe a invalidare il suo progetto di fare giustizia che appare quindi quasi giustizialista: egli chiede che venga fatta subito giustizia, seppur sommaria. Gli sembra giusto, come ha ripetutamente dichiarato, di procedere in fretta e adoperare quel che Crainz definisce come chiavi di lettura semplificate, dimezzando il quadro e limitandosi alle fonti e testimonianze di destra, e scindendo i drammi del 1943–45 da quello che li ha preceduti: venti anni del fascismo che hanno partorito un’Italia terribile (Crainz, 2007: 113). L’effetto più consistente della giustizia di carta, avviata dall’autore monferrino, è di aver sfrondato gli allori alla Resistenza e degradato la storia della Resistenza italiana a crimine diffuso che attende giustizia.
Luigi Meneghello ne I piccoli maestri definisce la guerra conclusa non quando dopo un esercito ne arriva un altro, ma solo quando la guerra si estingue negli animi umani, e questo per forza avviene prima in alcuni, e in altri un po’ dopo. Il revisionismo di Pansa non invita ad archiviare il formulario della guerra, la sua presa di parola si giustifica con il proposito di dare voce a chi non è stato ascoltato né ricordato 24 dalla storiografia di quel periodo, tutta di sinistra. I fascisti, vittime delle mattanze, non solo, a dir suo, erano giustiziati, ma poi ai loro parenti è stato imposto di “nascondere il dolore e il rimpianto perché i loro morti appartenevano al mondo del disonore, delle scelte sbagliate, delle dittature sconfitte” (Pansa, 2009: 322). La loro era una doppia tragedia, rispetto a quella patita dai famigliari dei partigiani e dei civili uccisi dai tedeschi e dai fascisti: “Centinaia di migliaia di italiani sono vissuti per sessant’anni con il bavaglio imposto dai vincitori. Tutti obbligati al silenzio, senza poter raccontare a nessuno quanto avevano visto e sofferto” (p. 322). 25 Era quella doppia tragedia ad aver spinto Pansa a fare la cosa a suo parer giusta: far vedere l’altra faccia della medaglia.
Mentre lo scrittore fa vedere l’altra faccia della medaglia, però, il quadro che egli delinea resta dimezzato. La memoria e la Storia raccontate dall’autore nel ciclo dei vinti continuano perciò a non essere condivise. Inizia a profilarsi tuttavia, insieme al dubbio di Pansa, la possibilità che, una volta fatta la giustizia o la vendetta di carta (come si voglia interpretare il “passo obbligato”, ovvero la necessità di denunciare il sangue dei vinti), 26 si ponga fine al modo manicheo di vedere chi ha operato nella storia diviso in eroi e belve umane, amici e nemici, buoni e cattivi. Dopo tante pagine scritte sui partigiani e assai meno su chi era stato con la RSI, e in seguito dopo altrettante pagine scritte sulle vittime dei partigiani rossi, Pansa si dice cambiato e “non più sicuro di questa spartizione netta” (Pansa, 2009: 314). Forse smette di illudersi di essere capace di condurci fuori dal labirinto verso una “giusta”, cioè condivisa resa dei conti.
