Abstract
Il saggio analizza i capitoli Mobilità e Mobilità n. 2 di Works (2016) di Vitaliano Trevisan contestualizzandoli nel rinato interesse per il lavoro che dalla metà degli anni Novanta si registra negli autori, nel mercato editoriale, nel pubblico e nei critici letterari italiani. Posto che la letteratura italiana contemporanea ricomincia a interessarsi al lavoro in concomitanza con il passaggio storico dal fordismo al post-fordismo e in parallelo alle riforme giuridiche che hanno rappresentato le tappe politiche decisive di tale passaggio, il saggio analizza i due capitoli in primo luogo alla luce della legge sulla mobilità n. 223/1991 e dei successivi interventi legislativi su di essa occorsi. In secondo luogo il saggio analizza come la mobilità viene rappresentata da Trevisan e come l’autore non giochi la facile e ormai frusta carta della rappresentazione negativa né della disoccupazione né del lavoro, ma tracci un quadro acuto e originale, nel contesto della letteratura italiana degli anni Zero, del lavoro come attività strutturalmente sociale, in cui si esprimono l’identità e la responsabilità sociale del singolo. Più ancora emerge che i due capitoli sul “non-lavoro”, inseriti a metà del percorso narrativo che illustra i tanti lavori che il personaggio protagonista attraversa prima di diventare scrittore, rappresentano una vera e propria pausa lavorativa e narrativa per tematizzare la natura stessa del romanzo. Works, emerge infatti, è un quadro frammentato di partenze e ripartenze professionali ma è soprattutto una lettura finzionale del reale, ossia una consapevole rivendicazione alla letteratura di un ruolo non descrittivo ma interpretativo e conoscitivo.
Keywords
La rilevanza del tema del lavoro nella narrativa italiana contemporanea
Dalla metà degli anni Novanta il tema del lavoro ha assunto un rilievo crescente e notevole nella narrativa italiana contemporanea. Gli interessi del mercato editoriale e dunque, anzitutto, la mole di testi pubblicati in questo periodo da decine di scrittori di diversa generazione, l’attenzione sistematica da parte della critica letteraria e l’adozione di approcci interdisciplinari e comparatisti dimostrano bene la rilevanza assunta da questo tema in campo letterario (per un quadro generale sulla letteratura italiana: Contarini, 2010; Chirumbolo, 2013; Panella, 2013; Dupré, Jansen, Jurisic e Laslots, 2016; Toracca, 2017a; Baghetti, 2017; Pegorari 2018 e Summa 2018). I momenti in cui più eclatante e significativo è stato l’interesse per il lavoro sono sostanzialmente due: la metà degli anni duemila e dieci, tra il 2004 e il 2006, e il triennio tra il 2015 e il 2018. Questi periodi sono entrambi caratterizzati dai fenomeni sopra accennati: pubblicazioni, sistematica attenzione critica, interdisciplinarietà, comparatistica e proposte di nuovi metodi di analisi critica. L’uscita negli ultimi anni delle opere, per fare degli esempi, di Dezio (2018), Maino (2014), Falco (2015; 2017), Ferracuti (2016), Prunetti (2018), Targhetta (2018) o Trevisan (2016), così come l’organizzazione di numerosi convegni, giornate di studio, seminari tematici etc. dimostra una volta per tutte che l’attenzione al tema del lavoro in campo letterario non è scemata e che non è stata (non per tutti, quantomeno) una moda passeggera.
Le ragioni per cui è emersa così “potentemente” (Nove, 2006: 58) una letteratura sul lavoro negli ultimi tre decenni sono note e direi che possiamo darle un po’ per scontate. Per quanto appaia grossolano, in questo caso funziona bene un discorso di cruda genealogia: la letteratura sul lavoro è emersa in reazione a una causa prossima, ambientale, e cioè parallelamente e in risposta alla crisi del lavoro, alla globalizzazione del mercato (che ha provocato l’esternalizzazione massiccia della produzione e le conseguenti crisi occupazionali in alcune aree del mondo), alle nuove forme di precarizzazione favorite da politiche neoliberiste, a una condizione di incertezza e di urgenza sempre più diffuse. Da questo punto di vista si pone semmai il problema di capire se le trasformazioni che vediamo e che viviamo (che rappresentano appunto delle evidenze empiriche e che sono al centro del dibattito pubblico e politico europeo) siano davvero comprensibili e descrivibili attraverso categorie come turbo-capitalismo, precarizzazione di massa, crisi o fine del lavoro (Accornero, 1980 e 1997; Rifkin, 1995; Beck, 2000; Frey e Croce 2002; Bellofiore, 2003; Doogan, 2009; Vercellone 2006; Toninello, 2016; Formenti, 2017 e De Masi, 2018) o se invece non sia il caso di ripensare il concetto di lavoro e di capitale nelle società digitalizzate, in quelle società cioè in cui è sempre più difficile distinguere tra produzione attraverso il lavoro e produzione attraverso il consumo – è uno dei temi su cui riflette Günther Anders già a metà degli anni Sessanta, di fronte all’“inevitabile monopolio del mondo sirenico dei mass media e della pubblicità” (Anders, 2007: 155), ed è un po’ il senso con cui è cominciato, a partire dagli anni Ottanta, in Belgio, il dibattito sull’Universal Basic Income. 2 Certo, non si può tralasciare il fatto, ribadito più volte da Luciano Gallino, che non ci sono mai stati tanti lavoratori salariati come nel mondo di oggi (Gallino, 2007) 3 , e cioè il fatto che il lavoro è un tema di politica internazionale e che è perciò molto difficile, se non iniquo, distinguere tra società (o zone del mondo) in cui si produce ricchezza perché si consuma “con il sudore dell’ozio sulla fronte” (Anders, 2007: 155) 4 e società (o zone del mondo) in cui si produce ricchezza perché si lavora e in cui la manodopera, il fabbisogno energetico e più in generale i processi produttivi sono scarsamente regolamentati e hanno costi molto bassi. 5
Al di là delle ragioni che hanno determinato la grande trasformazione del mondo del lavoro e al di là delle categorie con cui descrivere, interpretare e porre rimedio ai suoi effetti negativi, è facile costatare che molti autori italiani si sono occupati di questo tema dopo il crollo del muro di Berlino e la fine della Guerra Fredda, in concomitanza con il passaggio storico dal fordismo al post-fordismo e in parallelo a una serie di riforme giuridiche (dalla legge Treu del 1996 al Jobs Act del 2015) che hanno rappresentato, in Italia, le tappe politiche decisive di quel passaggio; e che lo hanno fatto, da un lato, rappresentando il declino della classe operaia e l’emersione di un “nuovo operaismo” (con tutti i problemi classici legati alle garanzie e alle tutele del lavoro nonché alla sua organizzazione politico-sindacale e al conflitto di classe) e dall’altro lato, e soprattutto, raccontando la precarietà o l’instabilità del rapporto di lavoro e l’esperienze temporanee e frammentate di lavoro (la flessibilità, la somministrazione di lavoro, le agenzie interinali, il lavoro a tempo determinato). Da questo punto di vista il primo grande romanzo contemporaneo sul lavoro è l’ultimo di Paolo Volponi. Le mosche del capitale (romanzo cominciato nei primi anni Settanta ma pubblicato soltanto nel 1989) rappresenta bene, da una parte, la “dismissione” (Rea, 2002) 6 della classe operaia e dei progetti riformatori e progressisti dell’industria, è il doppio fallimento dell’operaio Tecraso e del dirigente industriale Bruto Saraccini, e dall’altra parte, la smaterializzazione e l’evaporazione del lavoro in seguito alla sua “riarticolazione informatica” (Zinato, 2001: 36) 7 , è l’asservimento totale, non solo degli uomini ma anche degli animali e della piante, alla logica e al linguaggio del capitale.
La rappresentazione del lavoro e gli altri saperi
Se le ragioni per cui la letteratura italiana ha ricominciato a interessarsi al lavoro sono abbastanza chiare (scrivo “ricominciato” perché lo aveva già fatto prima, tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, e poi nel secondo dopoguerra, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, Toracca, 2017b), meno chiaro e certamente più complesso è capire se e perché la letteratura offra uno “scarto di senso” rispetto ad altri saperi. Pur riconoscendo la portata sociologica delle opere sul lavoro, sia in termini di ritorno alla realtà sia in termini di ritorno a retoriche realistiche (Donnarumma, 2010 e Meneghelli, 2016), sono infatti d’accordo con chi sostiene che questo tipo di narrativa corre il rischio, oggi, di replicare i “discorsi degli altri” (in particolare delle scienze sociali) e di misconoscere o sottovalutare, involontariamente o meno, l’importanza e il valore cognitivo del campo e del giudizio estetico. Nel suo recente volume intitolato La letteratura circostante, in un paragrafo dedicato alla letteratura sociale (lavoro, mafie, sud), Luigi Simonetti scrive: Sul piano estetico il rischio più grande [...] è quello dello schematismo e del contenutismo. Un rischio peraltro tipico [...] delle stagioni in cui più forte si manifestano, a scapito dell’investimento sulla forma, istanze convenzionalmente realistiche [...] è chiaro che temi come flessibilità e mafia sono di quelli che più sollecitano prese di posizione secche, moralistiche [...]; buttati in una costruzione letteraria povera di mediazione figurali e sovrasensi rischiano di esaurire nello schema dell’indignazione il loro potenziale narrativo [...] Rischiano di ripetere, tali e quali, le verità del giornalismo, della politica, della morale. Il contrario di quello che dovrebbe fare un’opera d’arte riuscita. (Simonetti, 2018: 125) Se vogliamo usare una metafora geometrica e se rappresentiamo le esperienze del personaggio e del lettore/spettatore come due cerchi secanti, diremo che l’identificazione non poggia sulla piccola parte in comune – su questa, semmai, si gioca una funzione dichiaratamente riduttiva come quella espressa dal coro del dramma antico – ma su un processo opposto, di espansione e totalizzazione, grazie al quale i due cerchi interi si sovrappongono perché ognuno di essi viene sovrapposto alla totalità delle emozioni umane. (Paduano, 2011: XIX–XX)
Works
Works (2016) di Vitaliano Trevisan è un’opera costruita attorno alle esperienze lavorative del personaggio e fa di queste esperienze il filo conduttore della trama. “Il […] libretto di lavoro” (Trevisan, 2016: 23) è l’epicentro simbolico del testo (“come non devo mai dimenticare [il lavoro] è il centro di questo scritto” (2016: 257)) e prima ancora il suo cartone preparatorio, lo schema base per ogni spunto narrativo o riflessivo. In confronto a molte altre opere narrative sul lavoro, la caratteristica più originale di Works è il suo costante, sorprendente, tono euforico. Works è in questo senso l’opposto di un altro libro importante come Ipotesi di una sconfitta di Giorgio Falco (2017), e non è un caso che i due romanzi siano stati confrontati e discussi insieme (Siri, 2018). 15 Che maledica il lavoro nella consapevolezza di lavorare solo per necessità, “per guadagnarmi da vivere punto” (Trevisan, 2016: 15) accettando l’ineludibilità di questa “cruda realtà” (2016: 14), consapevolezza che permette ad esempio di considerare lo spaccio di droga un lavoro come un altro, o che si impegni a svolgere bene il proprio mestiere, spendendosi, impegnandosi, e meditando spesso sul senso del lavoro, comunque sia la narrazione di Trevisan procede imperterrita sotto il segno dell’euforia e della vitalità. È implicita ma costante l’idea che ogni esperienza, anche se negativa, abbia valore.
Works è fatto di esperienze trasfigurate; si nutre di una trafila di “mondi del lavoro” (fabbriche, uffici, cantieri, mobilifici, ristoranti, botteghe artigiane, alberghi) in cui vengono resi significanti, a seconda dei casi, l’ambiente o i tempi di lavoro, i capi o i colleghi, i colloqui, i tragitti, le mansioni, la fatica, il denaro. Le esperienze contano perché fanno bagaglio, perché vanno a comporre una materia disponibile per il Trevisan scrittore. C’è un motivo potente, allora, che sostiene l’euforia di Trevisan, una specie di punto d’appoggio in rapporto al quale ogni esperienza appare significativa. Come il personaggio non manca di ripetere fin dal principio del libro e come dimostra il finale del romanzo (il romanzo finisce quando Trevisan diventa un artista: uno scrittore che pubblica con Einaudi e vende, un drammaturgo che collabora e litiga con Tony Servillo, un attore che recita da protagonista in Primo amore di Matteo Garrone) 16 , i lavori narrati in Works hanno senso perché il personaggio si considera anzitutto e “pur sempre” uno scrittore: “In fondo, pensavo, anche se non scrivevo un riga, né tenevo un diario o altro, ero pur sempre uno scrittore e, in questo senso, niente di ciò che avevo fin lì vissuto era stato buttato via, semmai il contrario” (Trevisan, 2016: 237).
Anche prima di affermarsi, anche prima di diventarlo pubblicamente e a pieno, Trevisan si considera uno scrittore. Si considera e dunque agisce come uno scrittore e cioè, come si legge nella citazione appena riportata, si comporta come se nessuna esperienza lavorativa vissuta sia stata tempo perso, tempo buttato via. “Semmai il contrario”: i dieci anni di lavoro (per lo più in nero) su cui l’autore medita il 3 maggio 1989, non sono “materia inerte” ma costituiscono un patrimonio. Sono esperienze preziose e hanno valore. Lavorare pensando di essere uno scrittore: è il punto di appoggio che permette a Trevisan di vivere euforicamente la sua vita lavorativa e che lo spinge, come dice, a preferire lavori manuali e all’aperto (faticosi ma meno impegnativi intellettualmente).
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Di fronte all’idea di tradire la propria vocazione letteraria e di fallire come scrittore, Trevisan avanza ironicamente persino l’ipotesi del suicidio. Certo, prima o poi avrei dovuto iniziare a scrivere, ma rimandavo. Meglio vivere un altro po’, mi dicevo, perché quando inizierò a scrivere, se dovessi fallire, allora sì che non avrò più alcun posto dove rifugiarmi, a parte quell’idea, ancora più in fondo, o meglio oltre il fondo, anch’essa a suo modo rassicurante, a patto di riuscire a mantenere una certa distanza, di togliermi la vita, se avessi scoperto, iniziando appunto a scrivere, che non ero chi credevo di essere, cioè uno scrittore, pur non sapendo affatto che cosa volesse dire essere uno scrittore. (Trevisan, 2016: 238)
L’istituto giuridico della mobilità (l. 223/1991)
A metà di Works ci sono due capitoli intitolati, rispettivamente, Mobilità e Mobilità n. 2 (Trevisan, 2016: 339–349 e 350–364). È un momento cruciale. Il protagonista ha lasciato la solida azienda in cui lavorava da diversi anni (dal 1990) e in cui nonostante tutto era riuscito a inserirsi e a fare carriera (divenendo capufficio, guadagnando due scatti di livello e garantendosi la stima da parte di tutti) per andare a lavorare in un’altra azienda, peggiore, più piccola, diretta da persone incompetenti e arroganti (capitolo Cucine componibili, 2016: 263–315). Lo ha fatto per soldi “i soldi e nient’altro che i soldi. Fuck me” (2016: 315) e così in breve tempo comincia La caduta (2016: 316–338), nell’ultimo brevissimo paragrafo del capitolo, La fine, si legge: Le ferie natalizie sono già quasi finite, e ognuno si prepara, più o meno a malincuore, a tornare al proprio lavoro, chi scrive compreso, quando ecco arrivare una telefonata: l’azienda è in concordato preventivo e il sottoscritto in mobilità per un periodo di mesi dodici, con stipendio ridotto del venticinque per cento. (Trevisan, 2016: 337)
L’autore rappresenta letterariamente la mobilità, per la prima volta, pochi anni dopo la nascita dell’istituto giuridico omonimo. Così come disciplinata originariamente dalla legge 23 luglio 1991, n. 223 18 al capo II (Norme in materia di mobilità), la mobilità e le altre misure a essa collegate avevano sostanzialmente due obiettivi: da un lato, favorire il controllo sindacale sui licenziamenti, si tratta infatti di una disciplina prevista per i licenziamenti in forma collettiva e dunque, in genere, per licenziamenti che riguardano un numero elevato di lavoratori e che perciò tendono a interessare l’intera collettività e non solo i singoli individui coinvolti; 19 dall’altro lato, e soprattutto, agevolare il reimpiego a specifiche categorie di lavoratori, garantendo loro un reddito durante il periodo di mobilità. Si tratta di quei lavoratori che le aziende ammesse a usufruire del programma straordinario di integrazione salariale non sono riuscite a reimpiegare e che perciò decidono di licenziare. 20
Come si vede e come la sua denominazione lascia facilmente intuire, l’istituto della mobilità è nato allo scopo di favorire il reinserimento nel mercato del lavoro di persone licenziate in particolari circostanze. Di conseguenza, essere in mobilità consiste nel vedersi riconosciuta una posizione preferenziale sul mercato. Lo scopo della legge del 1991, oltre che proteggere dalla disoccupazione, è infatti favorire una rapida ricollocazione e agevolare una veloce transizione verso un nuovo impiego. Anche a prescindere dal carattere settoriale con cui è nato l’istituto della mobilità (rivolto per lo più al settore industriale, essendo riservato appunto ai lavoratori licenziati in forma collettiva da imprese ammesse, anche solo potenzialmente, a fruire del trattamento straordinario di integrazione salariale)
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e anche a prescindere dalla disorganica e alluvionale normativa derogatoria che ha complicato e talvolta tradito l’originario disegno di legge (è stato addirittura possibile applicare la legge a lavoratori licenziati da aziende escluse dal suo campo di applicazione), la ratio della mobilità è rimasta sostanzialmente la stessa. Non è cambiata, anzitutto, la natura dell’indennità di mobilità (art. 7, l. 223/91). La prestazione economica spettante al lavoratore messo in mobilità è un trattamento previdenziale che se sostituisce ogni altra prestazione di disoccupazione (art. 7, comma 8) è proprio perché apparenta il lavoratore in mobilità a un disoccupato. I soggetti collocati in mobilità, si legge al primo comma dell’art. 7: Hanno diritto a una indennità per un periodo massimo di dodici mesi, elevato a ventiquattro per i lavoratori che hanno compiuto i quarant’anni e a trentasei per i lavoratori che hanno compiuto i cinquant’anni. L’indennità spetta nella misura percentuale [...] del trattamento straordinario di integrazione salariale che hanno percepito ovvero che sarebbe loro spettato nel periodo immediatamente precedente la risoluzione del rapporto di lavoro: a) per i primi dodici mesi: cento per cento; b) dal tredicesimo al trentaseiesimo mese: ottanta per cento.
Non tutti i lavoratori possono essere messi in mobilità: fatte salve le “esigenze tecnico-produttive ed organizzative del complesso aziendale” (art. 5) e altri criteri discriminanti come anzianità e carichi familiari, è necessario che il lavoratore abbia maturato almeno dodici mesi di servizio (di cui almeno sei di lavoro effettivamente prestato) e che abbia un rapporto di lavoro a carattere continuativo e non a termine.
L’articolo 8 è uno dei più importanti: disciplina espressamente il “Collocamento dei lavoratori in mobilità”. Come dicevo parlando della ratio legis, l’indennità di mobilità si accompagna sempre a misure finalizzate a favorire il reimpiego del suo beneficiario. Da questo punto di vista possiamo dire che la ricollocazione professionale del lavoratore viene avvantaggiata in tre modi. Anzitutto, sono previsti benefici economici per il datore di lavoro che rioccupi stabilmente il soggetto in mobilità in un lavoro a tempo pieno. L’art. 8, comma 4 recita: Al datore di lavoro che [...] assuma a tempo pieno e indeterminato i lavoratori iscritti nella lista di mobilità è concesso, per ogni mensilità di retribuzione corrisposta al lavoratore, un contributo mensile pari al cinquanta per cento della indennità di mobilità che sarebbe stata corrisposta al lavoratore. Il predetto contributo non può essere erogato per un numero di mesi superiore a dodici e, per i lavoratori si età superiore a cinquant’anni, per un numero superiore a ventiquattro mesi, ovvero a trentasei mese per le aree di cui all’articolo 7, comma 6.
In secondo luogo la l. n. 223/1991 ha affrontato la questione della compatibilità e della cumulabilità dell’indennità con altre attività solo per specifiche situazioni (si veda l’art. 8 commi 6, 7 e l’art. 9, comma 9) 24 . Un parziale regime di compatibilità e cumulabilità con redditi da lavoro autonomo (e accessorio) è stato riconosciuto come prassi applicativa. Nonostante si tratti di un terreno minato, nel senso che la giurisprudenza è intervenuta spesso e in modo non pacifico sulla questione della compatibilità e della cumulabilità, possiamo dire che la possibilità di svolgere un’altra occupazione senza decadere dal diritto al trattamento è prevista e che essa rappresenta la seconda tipologia di agevolazione al reimpiego.
In terzo luogo, come si evince soprattutto dall’art. 7, comma 5, la legge incentiva una particolare forma di ricollocazione professionale. I lavoratori in mobilità che ne facciano richiesta per intraprendere un’attività autonoma o per associarsi in cooperativa [...] possono ottenere la corresponsione anticipata dell’indennità di mobilità nelle misure indicare nei commi 1 e 2, detraendone il numero di mensilità già godute.
Pensando alla mobilità descritta in Works, più delle tre forme di agevolazione sopra tracciate, è la possibilità di utilizzare lavoratori in mobilità per opere o servizi di pubblica utilità da parte delle pubbliche amministrazioni a entrare in causa. Il narratore, infatti, viene reimpiegato così. L’incipit di Mobilità n. 2, tuttavia, dice qualcosa di più: Ne avevo sentito parlare in televisione – allora ancora la guardavo –, e credo anche letto qualcosa sui giornali – allora ancora li leggevo. Non una notizia da prima pagina, giusto una delle tante piccole manovre di aggiustamento di non so più quale governo, ma contenente al suo interno un codicillo che in quanto mobilitato mi riguardava e per questo mi aveva fatto drizzare le orecchie. I cosiddetti enti locali, dati determinati presupposti, avevano facoltà di accedere alle liste dei lavoratori in mobilità per ottenere personale da impiegare su specifici progetti di pubblica utilità eccetera; ma soprattutto, per andare a ciò che ci riguarda più da vicino, il lavoratore in mobilità, a fronte della chiamata, non poteva esimersi, pena la perdita dell’indennità. Be’, che dire se non che ero d’accordo? (2016: 350) (Corsivo mio.)
La l. 223/91, all’art. 6, comma 4, disciplinava come detto l’impiego del lavoratore in mobilità da parte della pubblica amministrazione e lo faceva in maniera eccezionale, richiamandosi all’articolo 1-bis del D.L. 28 maggio 1981, n. 244 (“Ulteriori interventi straordinari di integrazione salariale in favore dei lavoratori delle aree del Mezzogiorno”) 26 , vale a dire alla disposizione che aveva permesso alle commissioni regionali di utilizzare temporaneamente “in attività non incompatibili con la loro professionalità, per opere o servizi di pubblica utilità” i lavoratori delle aree del Mezzogiorno che godevano del trattamento straordinario di Cassa integrazione. La l. 223/91 estende insomma, in qualche modo, ai lavoratori in mobilità un ramo, cioè l’articolo 1-bis, di una disciplina emergenziale.
Oltre a disporre che l’utilizzo dei lavoratori da parte della pubblica amministrazione non comporta l’instaurazione di un rapporto di lavoro e che tale utilizzo deve cessare con la fine del godimento del trattamento straordinario di Cassa integrazione, l’articolo regola altri due aspetti importanti. Al terzo comma si legge: I lavoratori che rifiutano di essere avviati ai corsi o non li frequentano regolarmente, ovvero rifiutano di essere utilizzati nelle opere o nei servizi di cui al presente articolo, decadono dal diritto del trattamento di integrazione salariale straordinario, nonché da qualsiasi erogazione a carattere retributivo o previdenziale a carico dell’azienda, salvi i diritti già maturati. a. rifiuti di essere avviato ad un corso di formazione professionale autorizzato dalla Regione o non lo frequenti regolarmente; b. non accetti l’offerta di un lavoro che sia professionalmente equivalente ovvero, in mancanza di questo, che presenti omogeneità anche intercategoriale e che, avendo riguardo ai contratti collettivi nazionali di lavoro, sia inquadrato in un livello retributivo non inferiore del dieci per cento rispetto a quello delle mansioni di provenienza; c. non accetti, in mancanza di un lavoro avente le caratteristiche di cui alla lettera b), di essere impiegato in opere o servizi di pubblica utilità ai sensi dell’art. 6, comma 4; d. non abbia provveduto a dare preventiva comunicazione alla competente sede dell'INPS del lavoro prestato ai sensi dell’art. 8, comma 6.
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Il secondo elemento ripreso dalla disciplina emergenziale grazie al rinvio all’art. 1-bis del D.L. n. 244 del 1981 da parte dell’art. 6 comma 4 della l. 223/9 riguarda la retribuzione del lavoratore reimpiegato. L’art. 1-bis, al secondo comma, dispone che la pubblica amministrazione deve retribuire i lavoratori con una “somma pari alla differenza tra la somma corrisposta dall’INPS a titolo di integrazione salariale e il salario o stipendio che sarebbe stato percepito in costanza del rapporto di lavoro”. L’art. 6 della l. 223/91 dispone che quel comma non sia applicabile “nei casi in cui l’amministrazione pubblica interessata utilizzi i lavoratori per un numero di ore ridotto e proporzionato a una somma corrispondente al trattamento di mobilità spettante al lavoratore ridotta del venti per cento”.
Alla luce delle disposizione della l. 223/91 in materia di lavori socialmente utili e mobilità, mi pare abbastanza chiaro, allora, che il riferimento di Trevisan all’art. 14 della l. 45/1994 (fatto, implicitamente all’inizio di Mobilità n. 2) non abbia a che fare né con la questione della decadenza dal trattamento in caso di rifiuto al reimpiego, né col problema del salario e della sua integrazione da parte della pubblica amministrazione. Neppure, più in generale, evidentemente, con la possibilità per gli enti locali di assumere lavoratori in mobilità. Ciò che l’art. 14 introduce e cui Trevisan accenna è la possibilità per gli enti locali di promuovere “progetti socialmente utili per il raggiungimento di obiettivi di carattere straordinario, mediante l’utilizzazione”, tra gli altri, di lavoratori in mobilità (la dizione è: “dei soggetti di cui all’art. 25, comma 5, della l. 23 luglio 1991, n. 223).
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E precisa: Per lavori socialmente utili si intendono quelli rivolti a settori innovativi quali: i beni culturali, la manutenzione ambientale, il recupero urbano, la ricerca, la formazione e la riqualificazione professionale, il sostegno alla piccola e media impresa in tema di erogazione di servizi e di sostegno alla commercializzazione e all’esportazione, i servizi alla persona. I lavori socialmente utili devono avere carattere di effettiva straordinarietà e devono essere a termine.
La caduta
Trevisan riconosce nel lavoro un fondamentale valore sociale, talmente connaturato all’attività lavorativa da condizionare anche la mobilità intesa come stato di disoccupazione involontaria e, secondo gli intenti della legge del 1991, come misura volta a sostenere l’occupato che deve transitare da un precedente a un nuovo posto di lavoro.
Per comprendere a pieno tale valore occorre fare un passo indietro rispetto a Mobilità e Mobilità n. 2 e partire dal capitolo precedente, La caduta, che è dedicato all’ultima esperienza lavorativa nel settore manifatturiero-cucine del personaggio protagonista e voce narrante di Works. Tale esperienza è descritta senza mezzi termini in modo fallimentare, tanto è vero che viene terminata dalla chiusura dell’azienda e dalla messa in mobilità dei suoi dipendenti. Tuttavia la fase declinante dell’azienda non fornisce una sin troppo facile occasione di variazione sul tema, già ampiamente eseguito nei capitoli precedenti, della precarietà di quella “maledizione” che è l’occupazione subordinata. Al contrario, e sin dalla descrizione delle prime ore di impiego, l’esperienza che porta alla mobilità viene utilizzata per mettere in luce come e quanto il lavoro sia un’attività intrinsecamente sociale.
Il capitolo si avvia, infatti, con l’immediata presa di coscienza da parte del personaggio protagonista che l’aver scelto di lasciare il precedente datore di lavoro è stato un errore (“Appena misi piede in azienda capii immediatamente la gravità dell’errore che avevo commesso” (Trevisan, 2016: 316)), e la causa dell’errore è individuata nel fatto che il lavoro nella nuova azienda è “paurosamente destrutturato” (2016: 316). Quel che è peggio è che la disorganizzazione del contesto disorienta il personaggio stesso come lavoratore, tanto che questi capisce quanto della sicurezza di cui si era dato vanto nella precedente azienda dipendesse non da lui ma dal suo essere parte di un tessuto sociale coeso: avevo considerato quella sicurezza in me stesso come qualcosa di acquisito, cioè proprio della mia persona a prescindere dall’ambiente, mentre al contrario, essa era così strettamente in relazione a quello specifico ambiente [la precedente azienda] che, non appena mi ritrovai fuori di esso, il crollo fu immediato. Doppio smacco per chi, come me, da sempre insofferente nei confronti dell’autorità e dei cosiddetti valori della società nel suo complesso, scopriva ora quanto della sua autostima fosse dipesa in realtà proprio dal fatto di essersi bene inserito in un’azienda, quella che avevo appena lasciato, dove quegli stessi disprezzati valori, tenuti saldi e facendosi prassi, gli avevano fornito anche una solida e rassicurante sovrastruttura. (Trevisan, 2016: 317)
La lezione è amara quanto chiara: il personaggio capisce di essersi sottratto a una società di cui in fondo condivide i valori (“malgrado tutto il fastidio […] devo anche riconoscere che […] il merito veniva effettivamente premiato” (Trevisan, 2016: 278)), e di non aver saputo far tesoro della regola fondamentale che ha appreso e coltivato da quando ha ricevuto il libretto di lavoro e che lo ha guidato nella valutazione della propria esperienza lavorativa fino a questo momento della sua vita professionale: data come ineludibile la necessità di lavorare, il lavoro si fa bene.
Questa idea è talmente radicata in ogni capitolo del libro che in ciascuno di essi, qualsiasi sia l’esperienza di cui il narratore parla, Works non tralascia mai di specificare come si fa a svolgere bene un lavoro e riporta sempre quale dei personaggi, volta a volta, nei diversi contesti, svolge bene o male il proprio compito. Questa costante trova conferma nel caso del manovale edile, che spiega come si costruisce correttamente l’armatura di una soletta di contro a un gruppo di improvvisati manovali che costruiscono pareti che letteralmente non stanno in piedi, così come nel caso dello spacciatore di droga, che riesce bene in un settore rigidamente meritocratico come quello criminale solo se lavora con attenzione e, appunto, con professionalità.
A terminare la peggiore esperienza professionale narrata nel libro, arriva, come detto, il fallimento dell’azienda e la conseguente mobilità del personaggio, fatti questi che vengono esplicitamente presentati come effetto di due concause, la mancanza di qualità nel lavoro e la mancanza di unità nel gruppo di lavoro. La comunicazione dello stato di mobilità viene preceduta dal deteriorarsi progressivo delle condizioni di lavoro, che assumono sempre più le caratteristiche di una costrizione da cui il soggetto cerca evasione attraverso “l’ora d’aria” (Trevisan, 2016: 335) concessa dalla pausa pranzo. La comunità professionale è però tanto degradata che il personaggio trascorre l’ora d’aria in volontaria solitudine leggendo, tra l’altro, il Trattato dell’argomentazione di Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, da cui Trevisan trae una citazione chiave e su cui sviluppa una altrettanto fondamentale riflessione: “ogni società tuttavia mira a garantire l’unanimità della quale conosce il valore e la forza. L’opposizione a una norma ammessa può persino condurre l’uomo in prigione o in manicomio”; o a scrivere appunti di prosa d’invenzione sul quaderno portato da casa, nel tentativo di isolarmi il più possibile da un ambiente di lavoro al quale mi ero sempre sentito estraneo, e che andava velocemente degradando dall’ognuno per sé dell’inizio, in cui una forma d’ordine era comunque mantenuta, a un generale e scomposto si salvi chi può, per cui […] chi poteva e voleva, abbandonava la nave. (Trevisan, 2016: 335–337)
La condizione in cui si trova il personaggio è di fatto una condizione di alienazione intesa hegelianamente come categoria sociale. 30 Il soggetto che sperimenta una condizione di appartenenza alienata rispetto alla propria collettività vive un paradosso, poiché appartiene senza possibile alternativa a una società cui si sente estraneo, il che porta il personaggio di Works a reagire con la scrittura, che pertanto si configura come strategia di sopravvivenza, per auto esclusione, rispetto a un contesto di assenza di unanimità, ossia a un contesto di anti socialità. In questo caso, se ne deduce, l’a-socialità dell’auto escluso è reazione all’anti socialità del gruppo e infatti, mentre chi può abbandona la nave, il personaggio in evidente crisi di valori si difende estraniandosi dal gruppo anti sociale. Nonostante il senso di estraneità chiaramente percepito e subito, il personaggio protagonista, fino alla messa in mobilità, non riesce ad abbandonare la nave ossia non si distacca dal gruppo perché non può esimersi dall’adempiere ai propri doveri (Trevisan, 2016: 336) e ciò evidentemente con ripercussioni sul suo essere, come era stato nella precedente azienda, ma ora in chiave negativa, tanto che, dice: “respirando quell’aria malata un giorno dopo l’altro, malgrado ogni possibile tattica straniante, finii per trattenere un po’ del suo veleno” (2016: 337).
Le ultime pagine di La caduta fanno emergere, alla fine di un capitolo imperniato sul tema della socialità, anche il tema del senso del dovere ovvero della responsabilità, che è sì presente, perché mai separabile dall’altro, ma viene qui tenuto sullo sfondo e su questa stessa linea prosegue direttamente Mobilità, che dopo aver trattato il tema della socialità in chiave complementare alla condizione di occupazione, ovvero nella condizione di sospensione dell’occupazione, a propria volta, affida lo sviluppo del secondo tema, quello della responsabilità, nel medesimo contesto a Mobilità n. 2.
Un mondo meraviglioso
Mobilità inizia con un frammento di Un mondo meraviglioso in cui il personaggio-narratore non descrive la mobilità, né la propria né quella altrui, ma contrappone sé stesso, che in quanto neo-mobilitato si dispone a godere del proprio tempo libero senza l’assillo di dover trovare una fonte di reddito, agli occupati, che pur avendo un regolare stipendio sono oppressi dalla necessità di lavorare anche quando potrebbero non lavorare e che per questo lavorano “addirittura la notte, il sabato, la domenica e le altre feste comandate” (Trevisan, 2016: 339).
Ciò che rende i fatti narrati in questo brano e nell’endiadi Mobilità-Mobilità n. 2 diversi da tutte le altre narrazioni del volume è che nello stato di mobilità il personaggio vede finalmente sospesa la necessità di trovare una fonte di guadagno e allora si equilibra, anche se per poco, lo sbilanciamento tra lo stato di disoccupazione e lo stato di occupazione, sbilanciamento che costringe chi si trova nel primo stato a volersi trovare nel secondo, perché la ragione per cui il personaggio, come chiunque altro, lavora è: “Because I need money to live […] per guadagnarmi da vivere” (Trevisan, 2016: 372).
Il brano trascritto in Works è adattato rispetto a quello originale nel senso che Trevisan elimina la descrizione capillare dell’abitudine vicentina (esplicita pars pro toto del Nordest) a “darsi da fare” per conto proprio non appena si è liberi dal lavoro. Più precisamente a venire eliminato è un frammento descrittivo piuttosto ampio sulle tipologie dei lavoratori e dei lavori festivi. Nel momento in cui toglie dalla scena i soggetti in ossessiva ricerca di un lavoro extra-lavorativo e le loro rispettive extra-occupazioni, Trevisan ottiene l’effetto di portare tutta l’attenzione del lettore di Works solo sul momento in cui si esprime la necessità del lavoro continuo, appunto il sabato e la domenica.
La messa a fuoco del momento della pausa lavorativa è necessario a Trevisan per far emergere in prima battuta l’analogia tra l’occupato in pausa settimanale e il mobilitato in prolungata pausa lavorativa, e in seconda battuta la loro condizione di post-alienati e in questo la dimensione sociale del lavoratore. Da una parte, infatti, sabato e domenica si profilano come momenti di crisi dell’occupato che si trova in una condizione di inattività potenziale e che pertanto trascorre il proprio tempo libero alla ricerca o in attesa del riavviarsi dell’attività produttiva. La condizione di mobilità viene paragonata al weekend perché il mobilitato è un non-occupato in spostamento, ovvero in attesa, di una nuova occupazione. Dall’altra parte, esattamente come nel caso di un mobilitato, l’occupato temporaneamente inattivo a causa della pausa del fine settimanale percepisce con terrore l’emersione di un vuoto esistenziale. A tale vuoto l’occupato reagisce creando una condizione surrogata e ossimorica (in quanto festiva) di occupazione. La forsennata attività lavorativa e non lavorativa, domestica ed extradomestica, del sabato e della domenica, a partire dal venerdì sera […] nasce dal vuoto spaventoso in cui ci piomba la sospensione del lavoro che quotidianamente ci distoglie da noi stessi e, eventualmente, dai nostri cari, dunque, mi verrebbe da scrivere, di noi stessi e dei nostri cari, eventualmente. (Trevisan, 2016: 340)
Rispetto alla alienazione descritta in La caduta ci troviamo in uno stadio ulteriore. Se infatti nel capitolo precedente viene narrato un caso sì con valore esemplare, ma comunque un caso episodico di alienazione determinata dalla a-socialità di un contesto di lavoro, in questo capitolo l’alienazione viene presentata come condizione ineluttabile di chi non lavora e pertanto diventa condizione condivisa, non più episodica e non più individuale, ma potenziale per chiunque sia lavoratore.
Quella che viene rappresentata nel frammento degli anni ’90 è, inoltre, una condizione che possiamo definire di post-alienazione rispetto alla lettura marxista che descrive il lavoro alienato come conseguenza del controllo esercitato dal capitale, il lavoro morto, sul lavoro vivo, quello manifatturiero prodotto dall’operaio. Il lavoratore alienato è, in chiave marxista, il lavoratore estraniato dall’oggetto che produce ed estraniato dall’attività produttiva stessa, che si configura come necessità esterna al soggetto che la esegue e la subisce come mera necessità di sopravvivenza, volta alla sussistenza materiale. Privato della propria autonomia e libertà il lavoratore si estrania come uomo da sé mentre la sua sofferenza e la sua alienazione sono fonte di profitto per il detentore del capitale cui l’operaio è asservito. Posto però, come dice Trevisan, che il lavoro è una maledizione comune, una sorta di peccato originale con cui ogni lavoratore (si legga ognuno di noi) deve venire a patti, l’alienazione assume un nuovo volto rispetto a quello definito da Marx per la società industriale e diventa un tratto peculiare della società post-industriale. La post-alienazione va cioè intesa non alla stregua dell’alienazione che si produce nel soggetto lavoratore a causa del lavoro, ma va identificata come condizione che si produce nel soggetto lavoratore in assenza (temporanea o protratta) di lavoro, perché l’assenza di occupazione aliena il soggetto dalla sua dimensione sociale di lavoratore.
La descrizione del periodo di mobilità tratta dal testo degli anni ’90 è quindi interamente giocata sul concetto del lavoro come attività propria dell’uomo in quanto essere sociale e da Un mondo meraviglioso Trevisan recupera essenzialmente il tema del terrore per il tempo senza lavoro, terrore condiviso dall’occupato e dal mobilitato e che viene via via ingigantito sino a mostrare uno scenario di orrore per la pausa lavorativa che assume il carattere della “apocalisse del fine-settimana” (Trevisan, 2016: 340). Nell’apocalisse prolungata della sospensione del lavoro per mobilità, il mobilitato si trova in pericolo “mortale” (2016: 342) perché è esposto a una sequenza potenzialmente ininterrotta di sabati e domeniche, ossia a una ininterrotta condizione di illegittimità sociale.
In altre parole, il vuoto esistenziale percepito nella pausa lavorativa è causato dal fatto che al di fuori del mondo del lavoro il soggetto non sa su quale puntello appoggiare la determinazione sociale della propria identità, ovvero non sa come definirsi nel contesto sociale – che è inscindibile dal lavoro – e se ne sente perciò alienato. Questa percezione è tanto più viva, in quanto più estesa, nello stato di mobilità. In Un mondo meraviglioso Trevisan descrive infatti come la mobilità venga percepita dagli occupati e dai mobilitati come un limbo che assume il carattere e la gravità di una malattia, in cui il soggetto mobilitato è percepito come diverso dal contesto dei non malati di mobilità, i veri occupati. Esattamente come nel caso di una malattia il riconoscimento nell’altro del male rafforza il sentimento di sanità in coloro che non ne sono affetti e il soggetto non sano viene additato come portatore di uno stato potenziale di morte sociale. Trevisan chiude infatti la citazione da Un mondo meraviglioso su questa associazione di idee: Nella malattia altrui si esplicita la consapevolezza del nostro essere sani, nella disgrazia altrui la nostra fortuna, nella morte altrui la soddisfazione di essere vivi. Niente ci fa apprezzare di più la vita come partecipare a un funerale […] Ora mi è chiaro perché mio padre non manca mai a nessun funerale, almeno da quando è andato in pensione. (Trevisan, 2016: 342)
Mobilità
“A differenza del protagonista [di Un mondo meraviglioso], non restai affatto immobile nel mio periodo di mobilità, ma al contrario non mi mossi mai così tanto come in quei mesi di libertà forzata” (Trevisan, 2016: 342). Così comincia Mobilità e, nel precisare di non essere stato fermo, il personaggio di Works non solo dichiara di aver riempito il vuoto della propria pausa con molteplici attività, come fanno anche “gli altri” di Un mondo meraviglioso, ma dimostra, come vedremo a breve, di aver pienamente fatto proprio il periodo di mobilità inteso come passaggio verso una nuova fase produttiva. Infatti, durante la mobilità, il personaggio di Works pone le “fondamenta” (2016: 344) della sua seconda stagione professionale, quella di scrittore, e sarà forse un caso, uno di quei casi assai singolari in letteratura, ma sta di fatto che questo momento fondativo corrispondente alla pausa occupazionale si trova al centro esatto del romanzo. I dieci mesi 31 durante i quali il personaggio percepisce l’indennità come mobilitato sono una pausa reale all’interno della sequenza delle sue partenze e ripartenze professionali, ma sono anche una sorta di pausa narrativa, poiché si sospende la catena dei lavori subordinati e l’attenzione si sposta sul contenuto, sul valore e sulla direzione della svolta personale e professionale che instrada il lavoratore subordinato di Works, in fine, verso il lavoro di scrittore.
In Mobilità il personaggio-narratore racconta di essersi mosso in primo luogo fisicamente, nel senso che ha camminato molto, penna e taccuino alla mano, registrando e annotando ciò con cui poi darà corpo a I quindicimila passi. Un resoconto, l’opera con cui Trevisan nel 2002 ottiene i primi riconoscimenti letterari di prestigio. 32 Detto altrimenti, la prima attività che svolge il personaggio in mobilità è raccogliere materiale utile a una nuova attività professionale. Ma non è tutto, poiché, aggiunge il narratore: “ciò che qui è importante sottolineare è come quel periodo di mobilità burocraticamente astratto, per così dire, sia stato per me un periodo di effettiva continua quasi frenetica mobilità sotto tutti i punti di vista, non ultimo quello del pensiero e della scrittura” (Trevisan, 2016: 343).
Il movimento fisico, dice il narratore, è movimento anche mentale di preparazione e apprendimento, per descrivere il quale Trevisan usa una metafora edil-manifatturiera che riposa sulle competenze che ha acquisto nelle precedenti attività professionali: “È su queste solide fondamenta, di cui allora, esattamente in quel periodo di mobilità, iniziavo ad assemblare le gabbie d’armatura, calcolate secondo i presupposti di cui sopra, che si fonda tutto il lavoro dell’autore” (Trevisan, 2016: 344). I “presupposti di cui sopra” sono le fonti da cui trae insegnamenti per la propria scrittura, perché oltre a raccogliere materiale di prima mano, il personaggio attraversa anche un processo di vera e propria formazione in cui identifica modelli e apprende nuove competenze.
I modelli menzionati nel capitolo sono Thomas Bernhard, Samuel B. Beckett e Francis Bacon, su cui Trevisan dice di aver tracciato i punti cardinali della propria attività di narratore e drammaturgo: il rifiuto dell’oggettivismo, del didascalismo, del mimetismo e dell’illustratività. Fissati i modelli operativi, in questo percorso di apprendimento, che a ben vedere è un passaggio topico dei processi di evoluzione professionale previsti dall’odierno mercato del lavoro flessibile così come dell’intreccio del Bildungsroman, arriva anche la tappa del corso di inglese. L’inglese non è una novità del periodo di mobilità, il personaggio già lo studia da qualche anno, ma diventa ora rilevante perché consente di sviluppare una riflessione legata alla letteratura e di stabilire un altro pilastro delle fondamenta del futuro scrittore.
L’episodio che fornisce lo spunto è una lezione nella quale l’insegnante di inglese indirizza agli allievi, come esercizio linguistico, la seguente domanda: “Come pensate i vostri ricordi?” (Trevisan, 2016: 345). La domanda stessa implica l’atto della scrittura di Works che null’altro è se non l’attraversamento dei ricordi della vita da lavoratore subordinato svolto dalla prospettiva dello scrittore e drammaturgo che, affrancato dalla condizione di dipendente, sente di aver varcato la soglia verso una diversa fase della vita e quindi può ascrivere al passato, ossia al ricordo, tutto ciò che è contenuto nel volume (in questi termini si esprime Trevisan stesso rispetto al libro in numerose interviste e commenti al volume).
La risposta che il personaggio protagonista fornisce a sé stesso, prima ancora che a Mr. Chess – questo l’emblematico soprannome dell’insegnante, un ebreo inglese trasferitosi in veneto per ragioni personali che insegna seguendo un suo personalissimo “non-metodo” (Trevisan, 2016: 345) e che diverrà poi amico dello scrittore – traccia la linea di demarcazione tra l’atto del ricordo affidato a Works, che è un gesto letterario, e il quotidiano atto del richiamare frammenti di passato alla memoria. Anche in questo caso, per spiegare la sua prospettiva, il personaggio ha bisogno di posizionarsi in rilievo rispetto a un gruppo di sfondo, un coro stavolta limitato ai sei altri allievi di Mr. Chess. A differenza di questi sei, il protagonista capisce di non avere ancora un “modo codificato di pensare” i ricordi, intuisce che pensare i ricordi è un processo che ha a che vedere con la creazione del pensiero e con la sostanza della scrittura e in quanto tali, afferma, i ricordi “in relazione alla scrittura e non solo, mi avrebbero dato da pensare per anni – e la riflessione a dire il vero è ancora in corso” (2016: 346). Inoltre, il personaggio sa per certo di non “vedere” i propri ricordi, mentre tutti gli altri affermano di avere una percezione immaginativa del ricordo analoga a quella di un film.
L’idea di vedere i ricordi come in un film è per il narratore frutto di un’illusione ottica di cui i sei sono vittime, o meglio: i sei inconsapevoli sono stati sottoposti a un condizionamento pervasivo ad opera della narrazione audiovisiva e che occupa una posizione di incontrastato dominio nel sistema dei media contemporanei. Il gruppo che ritiene di vedersi “come in un film” non si rende conto di essere stato abituato, anzi addestrato a “vedere i propri ricordi come in un film” (Trevisan, 2016: 346) proprio dalla cinematografia, con cui hanno evidente familiarità e con le cui strutture narrative si sono abituati a pensare sé stessi e il mondo, ma da cui non percepiscono di essere stati plasmati, tanto da non vedere che quello filmico è solo uno dei possibili modi per “pensare”.
Trevisan sfiora qui un tema di non poco conto, cioè il modo in cui le forme di strutturazione del discorso narrativo influenzano le strutture concettuali di chi frequenta le diverse forme narrative, processo questo di cui un lettore non ha per lo più consapevolezza ma che per un narratore corrisponde con l’atto di nascita del pensiero narrativo stesso. Mantenendosi però al di fuori di questo confine, Trevisan si sofferma piuttosto sulla seconda illusione ottica che si produce nella ingannevole resa filmica del ricordo negli altri, l’illusione che la narrativa, in questo caso quella cinematografica, possa essere una restituzione effettiva, oggettiva, fattuale delle cose. Questo per Trevisan è il fraintendimento principale e più grave, rispetto al quale prende estesamente posizione e se ne distanzia perché, come scrittore, sa che non si può fare letteratura “didascalica” (Trevisan, 2016: 347).
Con il termine “didascalica” Trevisan intende la cronaca, la descrizione, la mera restituzione documentaristica, perché lo scrittore non è colui che vede e passivamente replica il reale, cosa per altro impossibile, ma colui che possiede “il dono della vista” (Trevisan, 2016: 347). Quest’ultima affermazione, dannunziana quanto poche altre, in cui si distingue l’atto del vedere dal vedere come atto di penetrazione dell’oggetto visto, sta a indicare che lo scrittore è colui che acquisisce una capacità, appunto, non descrittiva ma sintetica e di comprensione del reale al di là della sua superficie fattuale.
Sorvoliamo su d’Annunzio e sulla letterarietà degli altri echi che si sentono risuonare in questi paragrafi, da Svevo e Joyce che fanno capolino alle spalle dell’amicizia tra Mr. Chess e il personaggio protagonista a quest’ultimo che, da buon Proust domestico, non “vede” i ricordi ma “sente” l’odore di bucato e “percepisce” tonalità di colore che lo riportano all’infanzia, sorvoliamo su tutto questo che ci porterebbe molto lontano e torniamo al punto di svolta nel ragionamento del nostro personaggio: qual è il secondo passo da compiere per lo scrittore che ha assunto consapevolezza di sé tanto da auto definirsi un vedente in un mondo di ciechi? O, per ritornare al discorso sulla mobilità, qual è la prima conseguenza dell’evoluzione prodottasi nel percorso di formazione di questo self made man del Nordest che un giorno sarà scrittore?
Mobilità n. 2
La seconda parte del periodo di mobilità il personaggio la trascorre lavorando poiché, in quanto iscritto nelle liste di mobilità, viene convocato presso un ente pubblico per prendere parte a un progetto di pubblica utilità. Di fatto il personaggio è ancora in mobilità, ma è occupato poiché coinvolto in un progetto pubblico al quale può sottrarsi solo nei casi e con le conseguenza illustrate da Toracca.
Questa fase dura sei mesi, mentre la prima fase, quella descritta in Mobilità, dura solo quattro mesi, al temine dei quali il narratore tira una prima conclusione sul valore che può assumere la mobilità. La mobilità, scrive Trevisan, è sì “una pozza d’acqua stagnante tagliata fuori dal fiume che gli scorre vicino” (Trevisan, 2016: 348), il fiume del lavoro, secondo l’idea della mobilità recuperata dagli anni ’90, ma può prendere vita se il mobilitato assume un atteggiamento mentale non passivo. Quest’ultima è la lezione con cui Works scavalca la prospettiva di Un mondo meraviglioso perché nella mobilità “tutto sembra fermo” ma non lo è, o meglio, non lo è “se saremo noi a fermarci, se saremo capaci di restare fermi abbastanza a lungo per riuscire a esserci, allora, noi immobili, tutto, intorno a noi, prenderà vita” (2016: 349).
Sorvoliamo (nuovamente) sulla letterarietà della metafora dell’acqua da cui si risorge a nuova vita, che ci porterebbe ancora una volta lontani, e soffermiamoci sull’uso della lingua che in questo come in altri passaggi di Trevisan si arricchisce di prestiti semantici dall’inglese sovrapposti o forse dovremmo dire nascosti dietro la superficie letterale del lessico italiano. Un esempio, per intendersi, è l’avverbio “eventualmente” che Trevisan non usa (solo) nel senso di “se il caso lo richiede” ma nel senso di “alla fine, prima o poi, successivamente, in definitiva, col tempo” ossia nell’accezione dell’inglese “eventually”. Nel brano poc’anzi citato, analogamente, il “fermarci” e più ancora il “restare fermi” è da leggersi non in senso letterale, quanto come calco di “standing still” che in inglese indica sì uno stato di immobilità fisica, come in italiano, ma anche lo stato di ricettività psicologica e di attenzione verso il mondo che ci consente di comprendere noi stessi, la fase della vita che attraversiamo e il suo effettivo valore. Ebbene, dice Trevisan, se sviluppiamo questa ricettività (che è tutt’altro che stasi) allora ci siamo, siamo vivi e animiamo “tutto, intorno a noi”.
La prima mobilità si chiude quindi sotto il segno dell’attività, della formazione, della costruzione del futuro e a questo fa seguito un ulteriore momento di attività costruttiva che arriva sotto forma di un incarico di lavoro. Il personaggio riceve infatti una convocazione da parte di Creazzo o di un assonante comune del territorio vicentino in attuazione dell’art. 6, comma 4 della l. 23 luglio 1991 n. 223.
La chiamata è indubbiamente una scocciatura: “Ah Cristo Gesù fottuto in croce!, possibile che non ci fosse un altro cazzo di geometra in lista d’attesa” (Trevisan, 2016: 350), però il personaggio da subito riconosce che la norma in base alla quale viene chiamato è sacrosanta: “Visto che eravamo già pagati, perché non impiegarci in qualche modo?” (2016: 350), “Personalmente […] trovavo la cosa molto sensata, e anche se non ne ero entusiasta […] pensando comunque che fosse giusto, mi ero lasciato alle spalle ogni possibile questione” (2016: 351) cioè ogni inutile recriminazione.
La sensatezza della norma e la sua accettazione contrappone il personaggio (e ormai questo non ci sorprende più) ad “altri tre mobilitati” con lui convocati e con i quali il personaggio sa bene di non avere “decisamente niente a che spartire” (Tevisan, 2016: 351). Il protagonista ammette “anch’io avrei preferito restarmene a casa, pagato, a farmi i cazzi miei” (2016: 351), laddove “farsi i cazzi propri” per i tre co-convocati significa continuare a lavorare in nero durante la mobilità e per il personaggio continuare la propria auto-fondazione, ma dato che l’iniziativa è giusta, tanto vale, pensa il protagonista, affrontarla non da parassiti né lamentandosi, come gli altri tre che verranno per questo chiamati “i Condannati”, ma con pragmatismo e responsabilità. E così si dispone a fare. Per questa stessa ragione anche quando la burocrazia e le sacche di potere individuale e corporativo gli mettono i bastoni tra le ruote, il personaggio non smette di perseverare nel progetto assegnatogli, e si ripete “potrei anche farmi i cazzi miei in orario d’ufficio” (2016: 358) ma qualche cosa glielo impedisce: Così fan tutti … eppure, c’è qualcosa in me che non va, un’allergia, un’intolleranza al concetto; e poi fanculo!, così fa chi può e vuole, che sarà pure la stragrande maggioranza […] in questa putrescente democrazia, ma non è tutti; qualcuno resta fuori; e non per questo quel qualcuno dovrà aspettarsi qualcosa in cambio, semmai il contrario; né aversene a far vanto, o in alcun modo a lamentarsene. Resta il diritto, per chi resta fuori, di non essere compreso in quel tutti. (Trevisan, 2016: 358)
In sintesi la vicenda è la seguente: al personaggio viene assegnata la stesura e il coordinamento di un progetto di manutenzione del dissestato territorio comunale da far operativamente realizzare ai Condannati. Gli si oppongono ostacoli di ogni sorta e capisce presto che il progetto è “inaspettatamente difficile a farsi” (Trevisan, 2016: 359). Ciò nonostante, con pochissimi mezzi a disposizione, armandosi lui per primo di vanga, eroicomicamente solo contro tutti, fa, il che “non era poi così poco perdio!, e voltarsi ogni volta indietro a guardare il lavoro fatto, dava una certa soddisfazione” (2016: 361). Nel capitolo, che pure si tiene sempre a sufficiente distanza dalla retorica istituzionale, il narratore si rende protagonista di un esemplare episodio di disinteressata “responsabilità civile” in cui lo vediamo cittadino consapevole che non si limita a deplorare quelli che quando hanno a che fare con le istituzioni pubbliche pensano solo a “fottere e chiagnere” (2016: 352), ma fa del proprio meglio, come sempre, ossia come quando lavora nel privato, perché, afferma, “bisognerebbe […] inculcare nelle teste degli italiani che quel che è di tutti è di ognuno e non di nessuno, oppure solo di qualcuno” (2016: 362).
Il personaggio continua a porsi in antitesi al gruppo degli altri, come nei capitoli precedenti, ma ancora una volta l’opposizione individuo/gruppo va in direzione anti-individualistica ed è adesione da parte del personaggio all’idea che la comunità è un bene e che sul lavoro si fonda l’appartenenza sociale. Tanto è vero che il narratore dice del proprio lavoro che è “un’attività da formiche” cioè usa una metafora che certo allude alla dimensione ridottissima dell’impatto che può avere la sua opera nel più grande quadro del comune o della regione o della nazione, ma allo stesso tempo allude anche all’operosità dell’insetto sociale per antonomasia, emblema dell’azione microscopica che “costantemente si rinnova” (Trevisan, 2016: 361) e che nella somma dei contribuiti minuti misura i propri obiettivi. In sostanza: l’attività da formica, all’aria aperta, a sistemare strade bianche, è per il protagonista un successo etichettato senza esitazioni come “un bel periodo” (2016: 362).
Questo è il secondo e decisivo passo del percorso di formazione dello “scrittore a venire” che si consolida durante la mobilità ed è un passo tanto più significativo se messo su carta da uno scrittore che notoriamente ha scelto uno stile di vita tutt’altro che comunitario, come dire che uno può vivere come vuole (“farsi i cazzi suoi” e non essere compreso nel “tutti”, sia nel bene che nel male), ma c’è un solo modo di lavorare e questo significa che il lavoro non può che avere una dimensione etica. Ciò non contraddice l’idea che il lavoro è una maledizione, perché la maledizione che sovrasta tutti è il peccato originale dell’occidente, e per questo la dimensione etica del lavoro, così come la scelta di fede che lava il peccato originale, è una strategia comune di equilibrio e di sopravvivenza.
Qui nasce l’ammirazione per chi sa fare, per chi sa organizzare, e lo speculare disprezzo per le insensatezze, qui Trevisan si riconosce uomo del Nordest che però violentemente depreca il Nordest del lavoro estremo, qui mettono radici le innumerevoli polemiche del volume indirizzate contro la perversione individualistica del lavoro, sempre illusoria, sempre malsana. Ma soprattutto, qui nasce l’interesse per il campionario di tipi, episodi, casi, esempi che fanno del lavoro vissuto materia per la letteratura, perché “quelli di lavoro e di vita” non sono “affatto due concetti separati”, “ora lo capisco bene” dice Trevisan “dal momento in cui ho iniziato a scrivere, è così anche per me, e in particolar modo rispetto a questo libro” (Trevisan, 2016: 142). Ecco, infine, perché dal lavoro nasce la “personale di cui questo libro è insieme laboratorio ed esposizione” (2016: 354).
